SPAZI CHE CURANO
Il seguente articolo è una riflessione scaturita da un intervento tenutosi il 9 novembre 2024, nella Conferenza regionale preparatoria Torino da Giulio Pascali, architetto e membro di “Amate l’Architettura” ed Emanuela Miceli, laureata magistrale in Architettura e in Psicologia, che sta attualmente svolgendo il tirocinio presso il C.S.M. di Settimo Torinese. La riflessione è stata illustrata da Emanuela Miceli durante il convegno nazionale del 5 e 6 dicembre a Roma.
Uno dei maggiori problemi che si possono ravvisare nello spazio costruito – specialmente quando la realizzazione avviene per opera di attori istituzionali – è l’impostazione fortemente burocratizzata della progettazione, molto sbilanciata a favore di un’aderenza a criteri numerici/quantitativi (come le normative anti-incendio, i rapporti aeroilluminanti, o ancora i criteri di efficienza energetica), piuttosto che ad aspetti qualitativi e formali. L’attenzione dell’ente pubblico, difatti, nella maggior parte dei casi si limita alla mera funzionalità (strutturale, energetica e tecnologica) della costruzione: pur nella sua fondamentale importanza, però, l’aspetto funzionale non è sufficiente ad esaudire la vocazione anche estetica dell’architettura, quella legata agli aspetti più sensoriali dell’esperienza, nonché al significato che tutti noi attribuiamo, anche senza esserne pienamente consapevoli, agli spazi che attraversiamo. Non esiste infatti una “norma” che ci permette di capire se uno spazio è confortevole in senso visivo e percettivo e questo è particolarmente vero per gli spazi destinati alla salute mentale: infatti, nonostante il superamento, con la legge 180/78, del manicomio come istituzione totale che puntava a separare il malato dalla società in un’ottica di reclusione e contenimento, non è possibile affermare che ci si sia lasciati totalmente alle spalle una visione penitenziaria degli spazi della salute mentale, dal momento che persistono scelte progettuali ed architettoniche che continuano a rimandare ad una logica detentiva, in alcuni casi palese ed evidente (sbarre alle finestre, grate e inferriate), in altri più subdola (organizzazione rigidamente separata degli spazi tra pazienti e operatori nonché parziale o totale mancanza di attenzione per la qualità e la confortevolezza degli ambienti).
Progettare, nell’ambito della salute mentale, degli spazi di cura realmente centrati sul rispetto della persona è tuttavia possibile: già a partire dagli anni Settanta, si è posta la questione di come aumentare la qualità degli ambienti, ponendo attenzione alla bellezza e alla confortevolezza per gli utenti. Tale proposito può essere perseguito ad esempio pensando ad un’organizzazione più fluida degli spazi (che eviti la segregazione anche simbolica tra utenti e operatori), promuovendo la progettazione di ambienti ricchi a livello sensoriale per uso dei colori, dei materiali, della vegetazione (che la ricerca suggerisce abbia un’influenza sul benessere delle persone)1 nonché caratterizzati da elementi e arredi che favoriscano un’atmosfera “familiare” (e quindi meno spaventosa) per l’utente. Tutto questo accompagnato anche da un’attenzione specifica alla scelta e posizionamento dei dispositivi anti suicidari, che per la loro forte connotazione simbolica (si pensi a sbarre e grate alle finestre) possono veicolare un messaggio di contenzione.
Uno “Spazio che cura” si inserisce dunque in questa visione, che metta al centro i bisogni e la dignità delle persone con sofferenza psichiatrica nei luoghi per la salute mentale ha sul loro reale benessere. Devono essere favorite modalità di progettazione coinvolgano e includano i diretti interessati, con l’obiettivo di definire insieme a questi gli aspetti che, secondo la loro esperienza, rendano accoglienti le strutture in cui vivono. Si rende necessario un coinvolgimento della cittadinanza, intesa come potenziale fruitrice dei servizi di salute mentale, secondo i principi della progettazione partecipata, coinvolgendo gli abitanti dei territori insieme agli utenti che già ne utilizzano gli spazi, agli operatori e ad architetti e tecnici del settore, in una riflessione allargata che prenda in considerazione e valorizzi i diversi punti di vista, nell’ottica di costruire in modo partecipato una cultura critica sulla qualità dei luoghi della salute mentale, tenendo conto delle riflessioni sopra esposte. L’obiettivo a lungo termine del progetto sarà quello di formare, nel tempo, gruppi permanenti con funzioni sia di co-progettazione che di commissione per le buone pratiche relative alla costruzione degli spazi in salute mentale, per contribuire non solo ad accrescerne la qualità ma anche a promuovere una cultura della bellezza estetica degli spazi costruiti come diritto di tutti.
1 Ulrich, Roger. (1984). View Through a Window May Influence Recovery from Surgery. Science (New York, N.Y.). 224. 420-1. 10.1126/science.6143402.




















