intervista a mario marenco 28 02 2004 (parte seconda)
Cosa ci può dire delle torri residenza realizzate a Bari per gli IACP?
La prima cosa che feci con il mio collega Giuliano Maroder, compagno di corso a Napoli, fu il concorso per entrare nell’elenco dei progettisti Ina Casa, quindi facemmo un secondo concorso nazionale, nel 1965 per essere inclusi nell’elenco dei progettisti di IACP; progettammo una torre a 4 lati, con 4 appartamenti per piano. Successivamente nel 1977, vinsi un altro concorso appalto, questa volta con un mio compagno di scuola a Bari, il prof. Giuseppe Radicchio, il progettare prevedeva delle case per gli IACP nel quartiere di Bari chiamato S. Paolo. Le torri hanno un andamento a diamante, a pianta triangolare di 12 piani. Queste torri, furono indicate come il progetto di volumetria di riferimento adottare anche per tutti gli altri colleghi che facevano case per gli IACP a Bari.
Ritiene che il design italiano, stia passando una fase di stallo o è ancora in auge come ai tempi di Castiglioni e Ponti ecc.?
Quella fase era la più eroica, perché nasceva dagli echi internazionali. Mi riferisco al designer americano Raymond Loemy, il progettista della Studbaker, che ha inventato cose rivoluzionarie, dal dentifricio, alla coca cola, ecc. Di questi fatti c’erano anche risonanze in Italia. Il mio amico Magistretti, senza saper niente, con la erre moscia, in una conferenza disse: <…ah! Allora, dobbiamo fare il design…> Avevano inventato il design senza sapere niente.
In base all’esperienza con l’industrial design quale progetto la gente ha più apprezzato?
Se ti riferisci ai fruitori?! Ti dico che poco tempo fa, ho incontrato una persona che aveva ancora a casa sua, il “MARIUS” che ho disegnato nel 1970; è un pezzo fatto con cuscini arrotondati, con le diagonali di cucitura, una cosa fessa, che però ha avuto un certo tono; questo signore, era un mio ammiratore, nel senso che aveva adocchiato nel 1970 il “MARENCO”, il “MARIUS”, dopo sette anni il “MARECHIARO”. Molti come lui mi dicevano bravo, ma molti altri hanno incominciato a dire “ma tanto quello fa l’attore”, gravissimo danno!
Ci può essere un oggetto di design progettato e realizzato in modo sereno?
No! io sono nato disgraziato. Per esempio, con la sedia della Frau, abbiamo fatto molti campioni manualmente, dal 1978, 26 anni di Frau; con quell’oggetto sono andato avanti per 26 anni e con questa sedia abbiamo vinto il concorso della borsa di Milano.
Su un oggetto di design lascia un messaggio della sua personalità o la progettazione è legata totalmente alle esigenze dell’industria?
Messaggio! Sto lì a dire: mi sembra necessario, mi sembra interessante, mi sembra difficile, mi sembra un problema; alla fine, a forza di risolvere questi problemi, arrivi a un oggetto. Ma io, ho la tendenza a lasciarlo lì dove sta, quasi a dimenticarmelo, all’ultimo però, bisogna cercare di metterli in circolazione, io sono molto negligente, le consegno al primo pinco pallo, il quale non è quasi mai buono, mentre dovrebbe essere bravo, forte, intelligente, generoso, amichevole, insomma tutto, e spesso questo pinco pallo non le hanno mai tutte queste cose insieme.
La luce è per lei un elemento progettuale o uno strumento per raccontare?
Io ho un grosso difetto: non considero l’esigenza dei clienti, non progetto una casa perfetta, non seguo le prescrizioni e nemmeno sono un perfezionista, appresso alle esigenze volutamente definitive, cercare di finalizzare ecc. non sto lì a immedesimarmi nell’esigenza dell’anima della luce, bensì analizzo come una persona ottusa, certe questioni tecniche che mi sembra, valga la pena di risolvere; tuttavia, per risolvere le questioni tecniche, mi ritrovo o nella luce o nell’ambiente creato, oppure nella superficie del cuoio, e poi dico a me stesso: anche questi sono problemi da risolvere. Diciamo che, questi ultimi arrivano come ingredienti inaspettati ed intrusi del progetto di elaborazioni e di sviluppo. Questa mentalità mi è stata un po’ inculcata in America; lì sono sempre molto critici, all’Istituto di Tecnologia, questi professori del Bauhaus dicevano: <…non c’è alcun design, ma che dici design, c’è solo lo sviluppo di un problema, lo sviluppo di un progetto, non è altro che uno sviluppo di qualcosa, invece voi state parlando di cose tutte neoplastiche, neoquesto, design ecc..>. Avevano un concetto più sano, un concetto diciamo calvinista. Questa era gente formidabile! Tra questi c’era Peterhans, io mi fidanzai con la figlia, era uno dei più grandi fotografi del mondo, purtroppo lo abbiamo perso, ebbe un attacco di cuore in Germania. Era un grande fotografo, un grande personaggio, uno scombinato, gli piacevano le donne!
L’architettura è una forma di espressione come anche la comicità. Il suo viaggio nella comicità nasce da bambino o è una cosa che hai trovato?
Stavo con Alison, un bravissimo architetto, poi si è deviato a diventare un critico, però a Napoli. Eravamo inseparabili, eravamo compagni, amici. Allora, mio zio, dall’America mi aveva spedito un registratore a filo, l’orrendo “Webster”; così, collego il registratore alla presa elettrica e poi incomincia a fare: <…thu thuuu, thu thuuu…Chi è? Permesso sono io …. Avanti che desidera? Io vorrei essere…> era uno che voleva il lavoro, mentre l’altro rispondeva: <…ma che vuole, come si chiama? …Ballo!>. Una cosa del genere, una scenetta rapida, una minchiata, feci questa scenetta e tutti ridevano, Alison e tutti i compagni, ridevano su questa cosa. Queste sono state le prime avvisaglie della mente deviata nel senso della comicità. Poi quando stavo a Stoccolma, conobbi Boncompagni che faceva l’ambulante, suonando la chitarra. Quando Boncompagni cominciò a fare Alto Gradimento alla radio, mi chiamò per collaborare con lui e allora io facevo il ruggito della tigre, l’assolo di gola più lungo del mondo ecc….

Il cinema è un’altra cosa. Come è approdato al cinema?
Oggi il cinema può essere una cosa che si può costruire come si costruisce una sedia, come si realizza una lampada, o un palazzo. Tu prendi questo progetto, ti batte questa fissazione in testa, fin quando non si realizza un soggetto. Fare il poeta è improvvisato, fare l’architetto è improvvisato, si improvvisa anche quando si fa la ricotta squanta.

Ha travasato qualcosa da architetto nella sua esperienza di comico?
Innanzitutto, ho idea che so fare il designer, l’architetto. Evidentemente sto lì ad accanirmi e a schiavizzarmi, oppure mi piace, è una passione e lo faccio con qualche difficoltà e qualche volta con un buon risultato. Per fare il comico, invece, che non è la mia passione, perché non mi sono mai impegnato altrimenti avrei qualche spicciolo in più, la cosa non procede allo stesso modo; infatti, ho notato che mi metto a fare il matto all’improvviso e immediatamente emerge questa azione scenica, che sta in piedi subito da sola. C’è una idea di base e poi si va a braccio.
Come nascono i personaggi interpretati da Marenco?
Tutti i personaggi che interpreto, sono inventati da me. Per questi personaggi ho architettato e scombinato. Una volta Renzo Arbore, mi disse di inventare una massaia, così andai a casa, e disegnai la massaia con la panza, il petto grosso e la chiamai Ida Lonigro. Mi inventai come parla, come cammina, come ha l’abito e l’ho pure disegnato; poi Ugo Porcelli, mi disse perché non gli fai il bambino, aveva detto perché non gli fai un prete ma quello non l’ho mai fatto; il bambino un ragazzino di 8 10 anni, lo disegnai, mi inventai come parlava, come era vestito e così nacque Riccardino, nella trasmissione Indietro Tutta.

” È difficile aprire i barattoli di Yogurt: armeggi armeggi, giri giri e tiri via la stagnola. La maledetta stagnola. Allora disperato col pollice dai una gran ditata nel centro della stagnola. Ma… ti storci il pollice per un mese. Mese più mese meno. Allora premi fortissimo con l’altro pollice e con un botto la stagnola fa BOH e ti manda uno spruzzone di Yogurt metà nell’occhio metà nella giacca, metà sul pavimento e metà sulla cravatta. Intanto ti tagli l’altro pollice con la stagnola. Il sangue va nello Yogurt e tu diventi pallido…”
Mario Marenco, “Lo scarafo nella brodazza”
Quando il Consigliere Delegato della Massima Industria Automobilistica Nazionale entrò negli spogliatoi del Golf Club, Roger stava sotto la doccia. Appena il Consigliere Delegato gli passò vicino e si mise sotto la doccia accanto, Roger raccolse tutte le forze e: PPPRRRRAAAAAAAAKKKKKKK!!!!!!! sparò una puzza terribile. Era come un raglio, un urlo di guerra. Era la fine del mondo. I vetri tremarono, alcune mattonelle si scrostarono dai muri. Il Consigliere Delegato trasalì, incassò la testa nelle spalle. Incassò il colpo, stordito. Poi si fece forza. Finì la doccia e uscì barcollando. Quando ripassò incerto davanti a Roger lui gli dette uno sguardo lurido, e gli disse SCUSI. Da allora ogni volta che Roger incontrava il Consigliere Delegato della Massima Industria Automobilistica Nazionale nel Golf Club lo salutava con educazione. Il Consigliere Delegato gli rispondeva. C’era rispetto, nel suo sguardo.”
Mario Marenco, “Lo scarafo nella brodazza”
LO SGATOSCIO: ” Chi si sveglia di mattina con un’inguercibile sgatoscio che gli ingromma il cardio, siede stroncamente sul burlo del giaculo, orando e occhia il Metrotempo. Di poi si leva sfrantato sfricchiandosi le giunture slurfando in bagorda sorbore di Aria. Sghiozza un lamento mascio mascio di cafio poco dolce e mezzo freddo lo slaga mezzo sul piattino mezzo sul marmore… In appresso suscitandosi si scartoscia dal Bugo. Balzellando nelle antaie sgranfoglia un paccheggio mascio di sigarios l’impetto col tabacchio. Puo` essere bastote come assaggio di lavurio e satisfa il cardio rientrar in elevamotore nella mocchettura comforto ove mascio agonar nella pigrozza infine al tramuntio e tripodiar la cena la cine e via nottar lo sfumatino e occhia il Metrotempo. Di Slevagiorno come la tempazza di mai. ”
Mario Marenco, “Lo scarafo nella brodazza”


















What was the first competition that the author and his colleague Giuliano Maroder participated in, and what project did it involve?