
Il recente incendio della Torre dei Moro a Milano ha aperto un dibattito, fra tecnici e progettisti, non riguardante soltanto i sistemi antincendio, ma anche circa l’utilizzo di materiali ignifughi o infiammabili per i rivestimenti esterni e per il “cappotto”, il rivestimento termico salito alla ribalta a seguito del cosiddetto Superbonus110%. Anzi, le prime informazioni giornalistiche accusavano proprio il cappotto di materiale sintetico del quale sarebbe stato rivestito l’edificio, quale responsabile della rapida propagazione dell’incendio. Tanti colleghi tecnici, spesso con intenzioni più promozionali che tecniche (il che non è sbagliato), promuovevano l’uso di materiali naturali per il rivestimento termico, approfittando proprio degli incentivi statali del Superbonus attualmente in vigore. Altri, per ragioni intrinseche al mestiere dell’architetto, chiedevano una maggiore attenzione verso il disegno architettonico dell’edificio in quelle che rischiavano di diventare mere operazioni tecniche, di “facciata”, ancorché importanti, ma svuotate dell’essenza stessa dell’architettura. Il rischio, che mi sento di condividere, era (ed è) quello di avere come risultato edifici di “plastica” dall’aspetto goffo, quando non ridicolo, sicuramente percepibili come falsificati nella loro apparenza estetica.
Innanzitutto va detto che il Superbonus110% promuove l’adeguamento energetico degli edifici esistenti e di quelli di nuova edificazione derivanti da demolizione e ricostruzione, attraverso uno sgravio fiscale del 110% per tutti quei soggetti con capienza IRPEF, consentendo, in caso di non capienza, la possibilità di cedere il credito a terzi. Detto in parole molto povere: se paghi l’IRPEF, sconti il costo dell’adeguamento in 5 rate annuali, con un “guadagno” in termini fiscali del 10% in più; se non paghi l’IRPEF, cedi il credito all’impresa che ti ha svolto i lavori o a soggetti terzi costituiti (consorzi, banche, “general contractor”) che hanno gestito tutto l’iter della pratica, con il risultato che a te il lavoro è venuto tutto gratis e chi ha acquisito il credito avrà sgravi fiscali per cinque anni. Considerando che questi ultimi cureranno molte pratiche Superbonus, va da sé che gli sgravi fiscali per loro saranno abbastanza consistenti. Ma non è tutto oro quello che luccica.
In linea generale, senza bonus statali, un adeguamento energetico può considerare un margine più ampio di materiali e tecnologie da utilizzare: non è detto che sia sempre necessario il cappotto, si potrebbe prevedere anche una parete ventilata o, addirittura, il rifacimento delle tompagnature. I bonus statali, malgrado i massimali sembrino ampi, sono in realtà strettissimi perché comprendono, oltre ai lavori, anche le parcelle dei numerosi professionisti coinvolti. Oltre a ciò e questo riguarda l’adeguamento energetico in generale, c’è anche un discorso tecnologico da considerare: gli spessori. Ovunque, secondo me senza un minimo di conoscenza della normativa Superbonus, si consigliano prodotti naturali e “quindi” ignifughi, dimenticando che il prodotto naturale richiede in generale cappotti di spessore più alto, dell’ordine dei 12-20 cm se non di più che, aggiunti allo spessore tipico di 30-35 cm dei tompagni, porta ad un spessore totale di 42-50 cm con l’impossibilità di creare uno sguincio all’interno dell’unità immobiliare perché formerebbe un ulteriore ponte termico che andrebbe risolto con sicuro aumento di spessore del cappotto. Questo ha come conseguenza l’allungamento verso l’esterno dei davanzali e l’impossibilità di spostare l’infisso più in avanti perché andrebbe ad aggrapparsi all’isolamento, a meno di usare ornie in pietra o metallo, con aggravio di spese. A questo va aggiunto che sugli edifici con balconi questi rischierebbero di risultare talmente ristretti da diventare spesso inutilizzabili e considerando che la maggior parte del patrimonio edilizio italiano è mediamente in classe energetica E/F, va da sé che gli spessori dell’isolamento saranno inevitabilmente alti. A ciò va ulteriormente aggiunto il costo mediamente più alto degli isolamenti naturali rispetto a quelli plastici che in regime Superbonus rischia di sforare sui massimali.
Ci sarebbe anche la possibilità, prevista anche nel Superbonus, di isolare termicamente le pareti dall’interno, ma questo porterebbe ad una diminuzione sensibile della superficie abitabile per gli stessi motivi che riguardano l’isolamento esterno, oltre al fatto che non risolverebbe il problema degli spessori finali e dei problemi riguardanti le bucature. È molto raro vedere operazioni di questo tipo, anche in assenza di benefici fiscali. È più facile vedere un isolamento interno in punti assolutamente non accessibili dall’esterno oppure in caso di eccessivo restringimento di eventuali vani esterni o di impossibilità di isolamento esterno, come nel caso di chiostrine, vani ascensore, ecc.
Quello dello spessore delle pareti, quindi, è un fattore che non va sottovalutato perché con infissi troppo incassati diminuisce anche l’illuminazione interna oltre a risultare poi scomodi all’affaccio.
Non va dimenticato, infine, che è necessario rispettare a pieno anche il DI 26/06/2015, il cosiddetto “Decreto Requisiti Minimi” che ha dei parametri strettissimi per i quali è facilissimo uscire dal margine di un valore normato per 1 cm di isolamento in meno.

Dall’esperienza professionale si è affrontato il caso di un edificio di 4 piani in classe energetica G con parete a cassa vuota di 35 cm. Il cappotto utilizzato in progetto, l’unico che garantisse il raggiungimento dei requisiti richiesti dal Superbonus (salto di 2 classi energetiche e rispetto dei Requisiti Minimi) è stato il poliuretano espanso per uno spessore di 14 cm (8 cm sarebbero bastati a saltare le due classi, ma i requisiti minimi erano tutti non soddisfatti). Il problema è che l’edificio aveva dei balconi agli angoli in facciata dove rientrava la tompagnatura lasciando a nudo il pilastro d’angolo, con uno spazio di 60 cm fra questi due per il passaggio di persone. Installando il cappotto di 14 cm, lo spazio si sarebbe ridotto a soli 46 cm, rendendo di fatto impraticabile una parte del balcone. La committenza propose un prodotto innovativo che utilizza nanotecnologie che ha la sua DOP e rispetta anche i CAM e che in pochi centimetri dichiarava un isolamento termico pari a spessori come quello suindicato. Malgrado ci fosse poca fiducia riguardo alla reale efficacia di prodotti del genere, ancorché certificati, fu comunque chiesto di ricalcolare il tutto utilizzando questo “cappotto” e i risultati furono confortanti: 2 cm di spessore rispetto ai 14! La committenza, felicissima, chiese un preventivo all’azienda produttrice che risultò proibitivo e, in ogni caso, inapplicabile alla situazione in progetto perché nella scheda tecnica l’azienda aveva dimenticato di scrivere che quel sistema di isolamento era garantito fino al massimo a 2 piani fuori terra: nel caso di progetto i piani erano 4. “Fortuna” volle che una condomina non fosse d’accordo con la sostituzione degli infissi visto che li aveva cambiati l’anno prima, creando anche una difformità da sanare anche ai fini del Superbonus e quindi il condominio decise di mandare tutto a monte.
Questa committenza, uno studio di architettura, è una delle tante che deriva da un general contractor o da un consorzio costituito all’uopo ai quali poco interessa dell'”estetica” e molto del denaro e del “fare presto”: con questo genere di committenti è inutile ragionare e per questo motivo è stata presa la decisione di allontanarsi perché, non solo non c’era alcuna possibilità di ragionare sulla qualità architettonica, il tornaconto personale risultava basso perché oltre a dover rientrare nei costi tutti gli attori coinvolti, il general contractor aveva a sua volta persone da pagare…
Possibilità di ragionare circa la qualità architettonica sono venute da due esperienze con architetti e un ingegnere che lavorano slegati dalle logiche generaliste dei consorzi e general contractor.
Nel primo caso un collega architetto ha concesso la libertà di progettare un sistema a secco per la tompagnatura per un edificio unifamiliare proveniente da demolizione e ricostruzione (quindi parte rientrante nel Superbonus e parte no). Fu trovato un sistema realizzato in cartongesso e fibre naturali. Una faticata incredibile, ma una bellissima esperienza che però ha dato come risultato un preventivo dell’azienda produttrice che da solo saturava (e superava) tutto il massimale. Studiate altre tecnologie che producevano sempre costi troppo alti per i massimali previsti, si è optato per una parete in termoblocchi e cappotto esterno. Essendo un edificio di progetto, l’architetto progettista ha potuto “giocare” molto bene con spessori e resa architettonica finale. Stessa procedura è stata utilizzata per altri due progetti di demolizione e ricostruzione proposti dal progettista. Niente capolavori da libri di storia, si tratta di dignitosi edifici comuni, ma inseriti in contesti edificati e contigui, che non avranno, almeno da disegno, l’aspetto “gommoso” tipico dell’isolamento incollato senza nessuna valutazione estetica preventiva.
L’altra occasione di dialogo architettonico è stata data da un altro architetto e da un ingegnere che hanno collaborato alla ristrutturazione di un casolare del ‘700 non vincolato, ma che presentava inevitabilmente caratteristiche storico-architettoniche non indifferenti. In questo caso però la fortuna ha voluto che la facciata principale, l’unica bella, composta di archi di varia forma, non verrà violentata dall’isolamento termico per richiesta del proprietario stesso, sensibile alla qualità architettonica della sua dimora, al quale hanno fatto seguito i consensi dei due professionisti, nonché il mio modesto. Il progettato ha previsto l’isolamento soltanto per le altre tre facciate che al momento non hanno mai avuto alcuna forma di intonaco, se non un relativamente recente rinzaffo. Ancora una volta non è stato possibile, per motivi di costo, utilizzare fibre e prodotti naturali.
È bene precisare che il Superbonus110% prevede che l’eventuale sforamento dei massimali non infici l’erogazione dell’incentivo, ma pone l’eccedenza a carico del committente/richiedente. Qualcuno potrebbe obiettare che i committenti non vogliano mettere mano alla tasca per pagare il sovrappiù non incentivabile. La mia personalissima risposta è che il committente ha già in capo dei costi non previsti dagli incentivi oltre al fatto che, malauguratamente l’incentivo non dovesse essere erogato per un qualsiasi motivo, si ritroverebbe a pagare di tasca propria i lavori già iniziati e che, data la tipologia di interventi, dovrà necessariamente portare a termine, sempre che non siano già terminati. Se si aggiunge il fatto che dovrà pagare anche le parcelle ai professionisti coinvolti, si comprende bene come il committente sia molto restio a sforare dai massimali.
Questi sono solo alcuni dei fattori da considerare nell’adeguamento energetico a prescindere se in regime di bonus fiscali o meno e concordo a pieno con chi dice che progettisti energetici non ci si improvvisa perché le complessità del costruito e delle tecnologie impiegate sono estremamente varie e le problematiche connesse sono spesso di difficile, ma non impossibile soluzione. In ogni caso esse richiedono attenzione, conoscenza delle tecnologie e sensibilità architettonica.
Ora, considerando che la maggior parte degli interventi di Superbonus110% sono appannaggio di general contractor e consorzi, che i massimali sembrano alti, ma in realtà non lo sono e, come già detto, a nessun proprietario passa per la testa di mettere mano alla tasca per pagare le eccedenze e quindi si affidano a pieno a questi discount dell’edilizia perché “fanno tutto loro e ti fanno stare senza pensieri”, è difficilissimo se non impossibile garantire un’adeguata qualità architettonica del progetto. Manca, ormai in maniera cronica, una generale sensibilità architettonica, estetica, urbana, se non derivata da equivoci stilistici che prediligono la pedissequa imitazione di un mal compreso “stile” piuttosto che l’originale proposta di un nuovo che affonda nella tradizione, ma non la scimmiotta.
Dall’esperienza professionale si è affrontato il caso di un edificio di 4 piani in classe energetica G con parete a cassa vuota di 35 cm. Il cappotto utilizzato in progetto, l’unico che garantisse il raggiungimento dei requisiti richiesti dal Superbonus (salto di 2 classi energetiche e rispetto dei Requisiti Minimi) è stato il poliuretano espanso per uno spessore di 14 cm (8 cm sarebbero bastati a saltare le due classi, ma i requisiti minimi erano tutti non soddisfatti). Il problema è che l’edificio aveva dei balconi agli angoli in facciata dove rientrava la tompagnatura lasciando a nudo il pilastro d’angolo, con uno spazio di 60 cm fra questi due per il passaggio di persone. Installando il cappotto di 14 cm, lo spazio si sarebbe ridotto a soli 46 cm, rendendo di fatto impraticabile una parte del balcone. La committenza propose un prodotto innovativo che utilizza nanotecnologie che ha la sua DOP e rispetta anche i CAM e che in pochi centimetri dichiarava un isolamento termico pari a spessori come quello suindicato. Malgrado ci fosse poca fiducia riguardo alla reale efficacia di prodotti del genere, ancorché certificati, fu comunque chiesto di ricalcolare il tutto utilizzando questo “cappotto” e i risultati furono confortanti: 2 cm di spessore rispetto ai 14! La committenza, felicissima, chiese un preventivo all’azienda produttrice che risultò proibitivo e, in ogni caso, inapplicabile alla situazione in progetto perché nella scheda tecnica l’azienda aveva dimenticato di scrivere che quel sistema di isolamento era garantito fino al massimo a 2 piani fuori terra: nel caso di progetto i piani erano 4. “Fortuna” volle che una condomina non fosse d’accordo con la sostituzione degli infissi visto che li aveva cambiati l’anno prima, creando anche una difformità da sanare anche ai fini del Superbonus e quindi il condominio decise di mandare tutto a monte.
Questa committenza, uno studio di architettura, è una delle tante che deriva da un general contractor o da un consorzio costituito all’uopo ai quali poco interessa dell'”estetica” e molto del denaro e del “fare presto”: con questo genere di committenti è inutile ragionare e per questo motivo è stata presa la decisione di allontanarsi perché, non solo non c’era alcuna possibilità di ragionare sulla qualità architettonica, il tornaconto personale risultava basso perché oltre a dover rientrare nei costi tutti gli attori coinvolti, il general contractor aveva a sua volta persone da pagare…
Possibilità di ragionare circa la qualità architettonica sono venute da due esperienze con architetti e un ingegnere che lavorano slegati dalle logiche generaliste dei consorzi e general contractor.
Nel primo caso un collega architetto ha concesso la libertà di progettare un sistema a secco per la tompagnatura per un edificio unifamiliare proveniente da demolizione e ricostruzione (quindi parte rientrante nel Superbonus e parte no). Fu trovato un sistema realizzato in cartongesso e fibre naturali. Una faticata incredibile, ma una bellissima esperienza che però ha dato come risultato un preventivo dell’azienda produttrice che da solo saturava (e superava) tutto il massimale. Studiate altre tecnologie che producevano sempre costi troppo alti per i massimali previsti, si è optato per una parete in termoblocchi e cappotto esterno. Essendo un edificio di progetto, l’architetto progettista ha potuto “giocare” molto bene con spessori e resa architettonica finale. Stessa procedura è stata utilizzata per altri due progetti di demolizione e ricostruzione proposti dal progettista. Niente capolavori da libri di storia, si tratta di dignitosi edifici comuni, ma inseriti in contesti edificati e contigui, che non avranno, almeno da disegno, l’aspetto “gommoso” tipico dell’isolamento incollato senza nessuna valutazione estetica preventiva.
L’altra occasione di dialogo architettonico è stata data da un altro architetto e da un ingegnere che hanno collaborato alla ristrutturazione di un casolare del ‘700 non vincolato, ma che presentava inevitabilmente caratteristiche storico-architettoniche non indifferenti. In questo caso però la fortuna ha voluto che la facciata principale, l’unica bella, composta di archi di varia forma, non verrà violentata dall’isolamento termico per richiesta del proprietario stesso, sensibile alla qualità architettonica della sua dimora, al quale hanno fatto seguito i consensi dei due professionisti, nonché il mio modesto. Il progettato ha previsto l’isolamento soltanto per le altre tre facciate che al momento non hanno mai avuto alcuna forma di intonaco, se non un relativamente recente rinzaffo. Ancora una volta non è stato possibile, per motivi di costo, utilizzare fibre e prodotti naturali.
È bene precisare che il Superbonus110% prevede che l’eventuale sforamento dei massimali non infici l’erogazione dell’incentivo, ma pone l’eccedenza a carico del committente/richiedente. Qualcuno potrebbe obiettare che i committenti non vogliano mettere mano alla tasca per pagare il sovrappiù non incentivabile. La mia personalissima risposta è che il committente ha già in capo dei costi non previsti dagli incentivi oltre al fatto che, malauguratamente l’incentivo non dovesse essere erogato per un qualsiasi motivo, si ritroverebbe a pagare di tasca propria i lavori già iniziati e che, data la tipologia di interventi, dovrà necessariamente portare a termine, sempre che non siano già terminati. Se si aggiunge il fatto che dovrà pagare anche le parcelle ai professionisti coinvolti, si comprende bene come il committente sia molto restio a sforare dai massimali.
Ora, considerando che la maggior parte degli interventi di Superbonus110% sono appannaggio di general contractor e consorzi, che i massimali sembrano alti, ma in realtà non lo sono e, come già detto, a nessun proprietario passa per la testa di mettere mano alla tasca per pagare le eccedenze e quindi si affidano a pieno a questi discount dell’edilizia perché “fanno tutto loro e ti fanno stare senza pensieri”, è difficilissimo se non impossibile garantire un’adeguata qualità architettonica del progetto. Manca, ormai in maniera cronica, una generale sensibilità architettonica, estetica, urbana, se non derivata da equivoci stilistici che prediligono la pedissequa imitazione di un mal compreso “stile” piuttosto che l’originale proposta di un nuovo che affonda nella tradizione, ma non la scimmiotta.
Ora considerando che questi sono solo alcuni dei fattori da considerare nell’adeguamento energetico a prescindere se in regime di bonus fiscali o meno e concordo a pieno con chi dice che progettisti energetici non ci si improvvisa perché le complessità del costruito e delle tecnologie impiegate sono estremamente varie e le problematiche connesse sono spesso di difficile, ma non impossibile soluzione. In ogni caso esse richiedono attenzione, conoscenza delle tecnologie e sensibilità architettonica.

Nota della Redazione: finalmente alla fine di novembre 2021 è uscita la relazione dei Vigili del Fuoco che individua le cause dell’incendio di via Antonini: in buona sostanza pannelli di rivestimento non ancora omologati, mancanza di conformità di parti della fornitura e difformità sull’installazione.
Il passaggio che colpisce di più e che innesca molteplici riflessioni è che, in sintesi, la Torre dei Moro era “caratterizzata da una forma geometrica con evidenti funzioni estetiche che, però, ha contribuito (fattore forma, comportamento materiali e ventilazione) allo sviluppo dell’incendio.”
Testo di Francesco Alois
Foto di Fabio Filocamo
Editing di Giulio Paolo Calcaprina









