Noi e l’architettura del ventennio – PARTE II – Davvero è esistito uno “stile fascista” in architettura?
Proviamo a delineare brevemente qualche spunto riguardo al tema dello stile, e parto da un esempio.
Mi è successo di recente, su Facebook, di pubblicare una fotografia da me scattata di uno scorcio della “Piscina Monumentale” Comunale di Torino, opera progettata da Contardo Bonicelli e ultimata nel 1933.[1]
Ho trovato significativo il tentativo di definizione di due amici, entrambe persone colte ma non architetti, uno – artigiano con studi liceo artistico – l’ha definita “futurista” e l’altra, giornalista Rai, che ha specificato “ma soprattutto fascista”. Personalmente invece la vedevo come composizione eclettica, dal momento che associa stilemi razionalisti con altri art deco/secession, ed altri espressionisti, forse in parte ancora derivati da un neobarocco a sua volta di derivazione eclettica. Nell’insieme però la composizione è simmetrica e monumentale, e contiene archi. È forse quest’ultimo aspetto a dare una connotazione “fascista”?
Devo ammettere che la questione la trovo molto difficile. Provo a fare alcuni ragionamenti.
Azzeriamo per il momento tutte le etichette stilistiche attribuite finora dalla critica in proposito (futurismo primo e secondo, razionalismo, ‘900, metafisica, stile littorio o fascista), e di ripartire focalizzando sui temi che la società e gli architetti avevano di fronte, già dalla seconda metà dell’ottocento:
– il tema della “nuova architettura” e della innovazione tecnica della vita
– il tema delle radici culturali: la tradizione architettonica, aulica e vernacolare.
Questi due temi, in fondo, erano uno solo, e si confrontavano dialetticamente nell’operare.
Esisteva un terzo tema, connesso coi due e già molto più legato alla politica, che in tutti i Paesi di allora, non solo in Italia durante il fascismo, era ben presente fin dalla loro formazione come stati nazionali: il tema appunto dei “caratteri nazionali”, del Nazionalismo, che andava a condizionare gli altri due.
In rapporto a questi temi, l’Italia aveva alcune peculiarità molto rilevanti:
1) industrializzazione (e unificazione nazionale) relativamente tardiva rispetto ad altri importanti paesi europei e agli USA e quindi in crescita esplosiva già da prima della guerra;
2) proprietà ed enorme incidenza di una tradizione artistica e architettonica riconosciuta come matrice a livello mondiale: Roma antica, Rinascimento, Palladianesimo. La modernità degli altri paesi è stata “incubata” tramite il ritorno al classico, i grand tour per l’Italia, ecc.
3) un maggiore ed antico rapporto, anche se spesso conflittuale ma anche di scambio, con altre culture presenti sulle sponde del mediterraneo. (Braudel vedeva tre grandi componenti culturali del mediterraneo nel secondo millennio: quella di origine romana, quella bizantina e quella islamica.)
Scusa lettore se la prendo sempre alla lontana. Spero di non averti tediato, ma era solo, tornando al tema, per evidenziare che:
– il futurismo, questa completa antitesi della tradizione e slancio al futuro, nacque prima del fascismo. Il fascismo conteneva alcuni modi derivati dal futurismo, e i futuristi italiani che non morirono in guerra divennero naturalmente fascisti. Il futurismo ebbe una enorme influenza, più di quanto gli storiografi mai hanno voluto ammettere, anche in tutto il mondo. Non si potrebbe immaginare il “movimento moderno” se non preceduto dai proclami futuristi.
– il “ritorno all’ordine”, lo “stile novecento” la “metafisica” nacquero prima del fascismo. Spesso con l’apporto di persone già appartenenti alla avanguardia e al futurismo (ad esempio, Papini, Severini, Carrà, oppure De Chirico amato dal giro di Apollinaire, ma poi anche Picasso, Stravinskij ecc.) Il fascismo forse apparteneva esso stesso, come “stile politico” a questo “ritorno all’ordine”, pur avendo un approccio essenzialmente eclettico, “camaleontico” come lo definì già Togliatti nel 1935.[2]
Quindi, la cosa giusta non è, oggi, legarsi ad etichette stilistiche che vennero coniate allora, o nel dopoguerra, ma riconsiderare le opere in quanto tali, e in quanto all’interno di questa dialettica, con il catalizzatore del nazionalismo e della propaganda fascista.
Le vicende politiche e culturali favorirono una lettura storica in chiave di contrapposizioni forti, ma si tratta, a ben vedere, di schematizzazioni didascaliche che in futuro la storiografia dovrà trattare con maggiore finezza, laddove oggi scorgiamo invece, nelle elaborazioni di quei decenni esplosivi delle guerre mondiali e il periodo fra esse, un magma molto più ricco di interrelazioni (anche internazionali) che di contrapposizioni nette. [3]
Ma al di là di tutte le considerazioni teoriche, resta il fatto che “i profani”, e pure gli addetti ai lavori anche senza volerlo ammettere, riconoscono un certo “stile fascista”.
Storicamente, la sintesi vincente, eretta ad architettura del Regime, fu quella operata da Piacentini.[4] Ma ciascun architetto, secondo una propria personale selezione, con quella “prassi eclettica” che era connaturata al modo di operare di gran parte dei professionisti di allora, andava variamente a selezionare alcuni caratteri costanti, non sempre esclusivamente “fascisti”.
Provo ad identificarne alcuni:
– uso di masse murarie precisamente definite, nette, compatte, con tendenza alla simmetria e al contrasto fra masse orizzontali e verticali;
– eliminazione di particolari decorativi riferiti agli stili storici, elementi deco’ trattati in genere con severità, asciuttezza, gusto per il materiale pulito e cromatismo ridotto;
– impostazione secondo regole precise di allineamenti per aperture, finestre ecc. in forma ordinata e gerarchica;
– utilizzo di retoriche simboliche astratte quali presenza di fasci littori anche a forma di torri, piante ad “M” (per “Mussolini”), eventualmente archi.
Il competente riconosce le differenze, gli elementi specifici o spuri. Il profano sintetizza, e quando vede queste caratteristiche insieme esclama semplicemente “stile fascista”. Sul piano scientifico architettonico è improprio, in pratica è molto sensato.
Dal canto mio non posso che fare “outing” riguardo alla architettura del periodo che preferisco: è quella della area del “secondo futurismo”, che si esprimeva con un linguaggio anche affine al neoplasticismo, all’espressionismo di Mendelsohn, come per esempio l’architettura di Angiolo Mazzoni, Ottorino Aloisio, o, in una delle foto a corredo di queste note, di Costantino Costantini della ex Casa rionale del Balilla di borgo Vanchiglia, Torino. 1933.[5]
Vorrei qui anche suggerire, in questo processo di rilettura, l’integrazione di alcune figure rimaste ai margini delle vicende di maggiore spicco, ma ugualmente degne di essere prese in considerazione.
Dal mio punto di osservazione torinese, vorrei segnalare ad esempio alla attenzione del pubblico la ricerca linguistica di Pietro Betta (1878-1932), che sfociava spesso in effetti che oggi appaiono “post modern” con 50 anni di anticipo. (nella foto: Palazzo per l’Istituto Case Economiche, corso Re Umberto, 5, Torino 1929-30)
Nella prossima parte, si cercherà di fare alcune riflessioni sul tema, complesso e spinoso, delle architetture coloniali.
Stay tuned (traduzione autarchica: state tonnati).
(continua)

Note su altre illustrazioni non commentate nel testo
Ottorino Aloisio, casa Verona, Torino, Corso Moncalieri 23. 1930. Scheda
Passanti e Perona, casa Rampini, Torino, via Cassini 1932. Scheda
Casorati con Sartoris: Teatro privato di Riccardo Gualino 1924. Scheda
NOTE
[1] Una scheda dell’edificio, reperibile in rete, si trova qui https://www.museotorino.it/view/s/d52a0097f4e047b9ac8d59d5f2455553?fbclid=IwAR05FHI0skb_ygpnMgYB7w6hr_taMXc_gI7i4yFHrGeg55vsvYDaqeuGDX8
[2] Notizia riportata con citazione in Ciucci Giorgio, Gli architetti e il fascismo. Architettura e città 1922-1944. Torino Einaudi 1989. La citazione di Togliatti è tratta da un testo del 1935 rivolto ad operai italiani presenti in Unione Sovietica. Fra i brani citati: “Nulla di più della ideologia fascista assomiglia ad un camaleonte. Non guardate all’ideologia fascista senza vedere l’obiettivo che il fascismo si proponeva di raggiungere in quel determinato momento, con quella determinata ideologia.”
[3] Il cosiddetto “razionalismo” è ad esempio tutto leggibile all’interno di questa dialettica. La sintesi proposta dai razionalisti è simile – in modo certo consapevole – a quella degli stessi anni di Le Corbusier, introiettando la tradizione entro un approccio futurista e modernista, attraverso il pitagorismo, la philosophia perennis come divulgata in quegli anni da Matila Ghyca (e in realtà anche da altri, come ad esempio Guenon e Coomaraswamy, ma allora probabilmente non conosciuti in Italia se non attraverso Evola), che consentiva l’aggancio sovrastorico (quindi senza rapporto con gli stili del passato) con l’antichità greca, romana e anche islamica, volendo. Tutto questo portava però a formule troppo astratte per essere idonee come architettura di Stato fascista, nazionalista. E non è un caso che la interpretazione della “architettura moderna” come “International Style” fu data da Hitchcok e Johnson negli stessi anni. Per un aggancio locale, i Razionalisti dovettero far ricorso alla architettura vernacolare, se ne parlerà nel prossimo contributo.
[4] Va detto che Piacentini non volle mai esplicitamente, parlare di “stile Littorio”
[5] Vedi scheda dell’edificio, qui https://www.museotorino.it/view/s/e26a452c53394c8da91b80b048bc1b2a#par_138711







Ottimo articolo.
Disanima che condivido e che mette in luce le molteplici dinamiche e tendenze che soprattutto nell’Architettura, muovevano e porteranno a compimento più di un’opera e costruzione di grande valore storico-artistico, che per coincidenza temporale e certo anche qualche inclusione simbolica, viene oggi liquidata come “architettura fascista”, bollata da una eredità negativa su cui pesa il giudizio della Storia per i tragici fatti storici che ben conosciamo.