Intervista a Mario Marenco 28 02 2004 (parte prima)
Oggi vi proponiamo una interessantissima e divertente intervista inedita del 28 febbraio 2004 a Mario Marenco, architetto, design, attore di cinema e della televisione, conosciuto soprattutto per le trasmissioni condotte con Renzo Arbore e Gianni Boncompagni per i suoi personaggi in programmi radiofonici come Alto Gradimento e televisivi L’altra domenica e Indietro tutta, scomparso il 17 marzo 2019. L’intervista sarà pubblicata in tre parti, ma coloro che volessero potranno scaricare l’intervista integrale in formato PDF:
Mario Marenco, architetto, design, attore di cinema e della televisione. Un personaggio che opera sia sul fronte della ricerca pura nel design, sia nel progettare, come un architetto farebbe un personaggio della televisione. L’incontro tenuto presso il suo studio di Roma, ci ha portato a raccontare di esperienze giovanili, della sofferenza nel progettare e creare qualcosa, oltre al desiderio di mescolare tutto con ingredienti legati alla vita di ogni giorno, all’ironia. L’architetto Mario Marenco, svolge, parallelamente alla sua attività di artista cinematografico e televisivo, la sua attività professionale nello studio di Roma, affiancando al lavoro di progettazione, un costante approfondimento teorico sui temi dell’abitazione e del design che ha dato origine ad un’intensa attività critica. Siamo nello studio di Roma, intervistiamo oggi Mario Marenco.
Qual è stato il suo percorso professionale e come è iniziata la sua attività di architetto designer?
Come ho iniziato la mia attività professionale? Prima da studente, su scalini pervi e impervi, ho lavorato in studi di architetti noti e non noti, dopo aver passato 5 anni girovagando per il mondo, sono ritornato in Italia nel 1961, per ricominciare a saltare qua e là; vinsi una borsa di ricerca all’università di Sidney in Australia, ma ero indeciso se andare o meno. Giunto all’università, mi affidarono alcuni studenti, dal giorno alla notte, così dopo aver rubato tutti i soldi della cassa della facoltà di architettura, sparii da Sidney e ritornai in Italia;
Cosa ci ha fatto con i soldi della cassa?
Ho comprato delle caramelle, perché di soldi ce ne erano veramente pochi.
I concorsi di architettura sono stati oggetto del suo lavoro?
Si, ho fatto alcuni concorsi. Il mio primo concorso fu all’estero, precisamente il concorso per la banca chiamata “Lännsparbanken” di Stoccolma, da realizzare a fianco ad un edificio formidabile, un centro commerciale dei fratelli Ahlsén, che si chiama “Pub”, tutt’ora, uno dei migliori edifici d’Europa, di grandi magazzini. Il progetto prevedeva una decorazione per la facciata laterale della Banca, in una strada che si chiama Drottninggatan. Per questo primo concorso, ebbi una segnalazione. Incoraggiato, mi dedicai subito ad un secondo concorso, quello per la scuola tecnica professionale di “Lindesberg” sulle rive del lago. Anche per questo ebbi una segnalazione; il progetto subì molto l’influenza di Alvar Aalto. Nel 1957 a Stoccolma nel ‘57 noi giovani architetti passavamo molto tempo ad osservare le opere fatte da Aalto e cercavamo di imitarle; anche gli svedesi pensavano in termini altoiani, ma Aalto aveva un linguaggio molto più profondo.
Quale segno le ha lasciato l’esperienza all’estero?
Quella gente ragionava in modo molto lento, pacato, metodico e analitico, e mi davano le bacchettate sulle mani ogni volta che facevo “sgorbi all’italiana”. Iniziai a lavorare presso studio di UHLIN & MALM, presso il quale lavorai per alcuni mesi; lo studio progettava scuole, scuole, scuole. Mi dettero l’incarico di progettare percorsi nelle piscine, e mi ritrovai a scontrarmi con le difficoltà di progettare percorsi per le piscine. Nel disegnare percorsi per le piscine, gli svedesi, i tedeschi, i finlandesi ecc. sono inflessibili, non contemplano il fatto che il fruitore della piscina vada con le scarpe sporche a passare dove si è già camminato. Per renderlo possibile, il progettista deve pensare a mille stratagemmi, escogitare percorsi a prova di bomba; nel mio caso, inventai un percorso che passava sotto la piscina, con dei sottopassaggi, ancora oggi utilizzato in Scandinavia! Successivamente, nel 1959 entrai nello studio di AHLGREN OLSON SILOW (AOS), che si vantava di essere uno dei migliori uffici del mondo, in realtà erano soltanto molto meticolosi, ed erano considerati gli architetti di fiducia della casa reale; in questo studio lavorava Hans Meiling, braccio destro di Alvar Aalto. Nel frattempo, nel 1960, avevo vinto la borsa di studio Fulbright, nel campo della prefabbricazione per l’industrializzazione edilizia, così i selezionatori mi sbatterono a Chicago, città con il peggior clima del mondo, nei più pericolosi slums del mondo; mentre io venivo da Stoccolma, una città molto carina, a Chicago all’angolo delle strade stava gente pericolosissima. Svolgevo la mia attività presso l’università progettata da Mies. In quella scuola c’erano talenti del calibro di Hilbersaimer, Brenner, lo stesso Mies, e poi c’erano anche Siskind e Walter Peterhans, entrambi del Bauhaus. Nell’Istituto di Tecnologia, facevo un po’ la spola tra il piano superiore di architettura, e il piano cantinato di design, come al solito ero indeciso, perché volevo fare tutto, così chiusi il discorso di Chicago e tornai a Stoccolma; non volevo più tornare in Italia, ma avevo la valigia a Napoli. Alcuni miei amici mi dissero vieni a Roma; io vidi la piscina, feci finta di essere Tartan in piscina, e così abbiamo aperto uno studio con altri 4 architetti in via Cassia 240, su un attico. Lì abbiamo fatto un po’ di lavoretti, un concorso per il municipio di Novara, con una segnalazione, poi il concorso per l’ospedale MELACHRINO di Reggio Calabria, vincendo il secondo premio; realizzammo, anche, delle installazioni luminose nella Galleria dell’Hotel Hilton, insieme a Luigi Giffone, un caro amico del nostro studio di design di Londra.
Parlando di Design, come è stato il suo inizio?
La prima cosa che disegnai fu una poltrona, la JUNO, della Confort Line di Gino Ganelli, ex braccio destro di Arflex-Zanuso; Ganelli, inventò una azienda di mobili a Latina, appunto la Confort Line che andava avanti con pochi soldi; tuttavia, fu lui il primo che mi invitò a progettare una poltrona; mi disse: <… Mies ha disegnato la poltrona “Barcellona”, Le Corbusier ha fatto la “Chaise Longue”, progetta anche tu qualcosa…>, così mi misi a fare questa cosa, un po’ barocca, forse. Ganelli l’ha distribuita per trenta anni negli Stati Uniti, con i fratelli Rosen nella 63° street, mandandone un bel po’ in giro per gli USA. In seguito, vennero altre commesse, così nacquero LUNA, WALT su Walt Disney, e ultima nel periodo 1965-1968, la poltrona MARLENE, un pezzo di classe, con il cuscino sottile, ripresa anche da Saporiti e poi da Mobil Girgi. Per la creazione di questa poltrona, mi è stata attribuita l’invenzione del cuscino sottile. Poi purtroppo, Gino Ganelli si è comprato una grossa BMW, ha fatto un incidente e ci è rimasto, ed è andato in paradiso dove andrà Paolo Bonolis.
Qual è il settore che ha più indagato nel design?
Ho disegnato un marchio per occhiali, EXEYE, pareva essere un buon marchio! Ho disegnato anche degli orologi, in particolare un modello per Luca Cordero di Montezemolo, con numerose varianti. Su alcune tematiche sono molto fissato. Per esempio, la lampada a braccio; ho cominciato a studiare un progetto di una lampada a braccio dal 1989 fino ad oggi, ben 15 anni di studi ed approfondimenti. La lampada a braccio è qualcosa di complicato, un tema molto difficile. Nel 1973-74, disegnai per Artemide la lampada MERA; poi la portai a Gismondi che me la fece tagliare alla meglio, da uno che tagliava l’acciaio con le forbici, ed in fine mi disse <…ma…>, come dire ho delle obiezioni, francamente, io ti confesso che gli avrei tirato una scarpata in bocca, però il mattino dopo portai una lampada che si sarebbe prodotta con il nome VIABIZZUNO. Ho voluto incagliarmi su questa ricerca sulla quale fino ad oggi, tutti quanti mi hanno detto <…ma…>, così, ho fatto fino a 15 campioni di quella lampada a braccio, in scala vera, funzionante, con la meccanica dentro. Pensa, che alcuni prototipi li ho realizzate con le mie mani, altri li hanno fatti alcuni miei colleghi.
Tra gli architetti c’è qualcuno che le suscita particolare interesse, o che comunque apprezza per le sue qualità?
Un tempo stando a Chicago, vedevo gli edifici fatti da Mies con la struttura a scheletro, realizzati in maniera piuttosto canonica, linda, con un certo rigore; subito dopo, vidi altri modi di realizzare strutture portanti, così alla presenza di Mies si sono aggiunti anche altri architetti, però bisogna dire che come Mies, gli altri non ci arrivano, perché Foster non riesce ad ottenere un risultato come quello di Mies; l’opera di Mies è come il Preludio n. 4 di Chopin, non è paragonabile. Parlando di Aalto, se prende con la mano sinistra la matita sotterra tutto il mondo degli architetti, la posto della mano aveva un pennello. Ricordo che, una volta, quando stavo a Stoccolma, con il compagno di studio Eric Kroghanderson, prendemmo un traghetto e andammo a trovarlo fuori Helsinky; lui ci aprì la porta tutto nudo, solo con un asciugamano addosso, con un freddo notevole. Il mio collega, fece la gaf che Alvar Aalto assomigliava a Oscar Niemeryer, e per poco Aalto non gli sputava in faccia, insomma alla fine andammo a cena insieme e bevemmo schnaps, birra e poi ancora schnaps, alla fine mi addormentai a tavola davanti al maestro.
Quando progetta, l’idea si forma nel divenire dell’elaborazione o è qualcosa che si sviluppa prima e poi viene concretizzata in fase di stesura del progetto?
Gli ingredienti del processo logico sono: un pochino di calcio, un pochino di formaggio, la donna di servizio che ti piace, che si pettina pure i capelli, per non dire altro, un buon libro, un po’ di fissazione, un po’ d’intuizione, un po’ di sperimentazione, e in fine un mischio, mischi, mischio!
Nel caso di Interior Design quale approccio ha con il progetto? E con la committenza?
Nel caso dell’arredamento d’interni, mi sono occupato di una casa all’Olgiada, il cui committente era un amico, una brava persona, Sig. Poliani e sua figlia; questo committente l’ho anche trascurato un poco e all’ultimo lui mi diceva: <… visto che tu non mi dici niente, molte cose le faccio da solo…>, fece proprio così, e molte cose le ha fatte davvero bene. Ho fatto anche un appartamento in corso Como a Milano, per l’avvocato Francesco Marino, insieme all’architetto Massimo Canevazzi. Siamo intervenuti agli ultimi due piani di un palazzo degradato del novecento; abbiamo realizzato quasi una sopraelevazione, sembra una villa isolata! Bisogna sottolineare, che il tema non era semplice, bisognava mettere in bilico sull’ultimo piano, il quinto, una vasca d’acqua di 30 metri quadrati, in quanto il committente aveva la mania della piscina. Inoltre, c’è da dire che, una cosa bella fatta dal collega Canevazzi, è la realizzazione di tre monachine, strutture metalliche atte a fare da lucernai. Ha, inoltre, realizzato un bellissimo terrazzo; da corso Como si vede lo skyline delle monachine. L’ambiente interno, è costruito su una poltrona Barcellona, un oggetto di Eames, una cosa di Aalto e tra gli altri oggetti c’è anche un mio tavolo prodotto da Cassina, era un prototipo, poi una scalinata scenografica in marmo di trani, collega i due ambienti pranzo e soggiorno, quest’ultimo aveva un camino del settecento come prospetto del salotto. Quanto al mio rapporto con la committenza, posso dirti che, in generale, considero il committente un antagonista per antonomasia, un estraneo che pensa: <… chissà che cosa mi combinerà…>, fino adesso ho avuto sempre pessime sorprese! Raramente ho trovato un committente di grande aiuto. Qualche volta è accaduto che da parte del committente c’è stato qualche suggerimento o qualche invito a progettare, ma in genere, quando mi danno una commissione, un incarico, non lavoro bene, non sono abituato; solitamente lavoro senza dire, senza fare, sono un trasgressivo; quindi, nel ruolo di trasgressivo devo andare a proporre, a forzare, a farmi comprendere. Se, invece, mi danno l’incarico, mi sento un po’ un pesce fuor d’acqua.
Quando progetta un habitat, pensa anche agli oggetti da metterci dentro?
Stavo per dirtelo, ritengo che le case che ho progettato, sono pensate come le signore della borghesia napoletana arredano la casa propria, con un certo gusto; fanno tutto un po’ bianco, un buon pavimento, mettono i mobili della nonna, questo è il loro modo di fare casa propria, se poi metti nel soggiorno anche un pezzo di Wassily o di Le Corbusier, va bene comunque.
Quindi, le piace progettare l’ambiente, il resto lo lascia al libero gusto di chi ci andrà a vivere. Ma ci sono materiali che privilegia?
Si, come dicono a Bari, la ricotta “squanta”, la ricotta piccante che si mette nei maccheroni.
Che connubio trova tra cibo e architettura?
Come ti avevo detto pochi minuti fa, come si fa il progetto, così anche in questo caso: un po’ di sessualità, un po’ di calcio, un po’ di Lippi, di juventus, un po’ di Maradona, il pollice verde, e poi con la matita fai gli scarabocchi, e a furia di sbattere la testa trovi l’idea!

L’intervista a Mario Marenco continuerà in un prossimo articolo che parlerà, tra l’altro delle torri residenza realizzate a Bari per gli IACP





