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Negli ultimi 18 mesi della pandemia di COVID-19, i ristoratori di tutto il mondo hanno continuamente sofferto nell’ultimo anno, soprattutto i piccoli esercizi indipendenti: molte città hanno allentato le loro politiche e permesso ai ristoranti di costruire rifugi temporanei sui marciapiedi e nelle strade come mezzo per mantenere a galla le loro attività. Ma nella vita dopo la pandemia, come dobbiamo affrontare questi assetti?
Decrescita demografica, declino economico, deindustrializzazione, migrazione ed esaurimento delle risorse naturali sono le cause che stanno portando al restringimento delle città. La città che si restringe è una terminologia coniata dall’architetto Philipp Oswalt per racchiudere i fenomeni di svuotamento urbano a cui assistiamo negli ultimi anni.
Urbanisti ed architetti ricercano nuove strategie per far fronte alla problematica: proseguire verso un “ridimensionamento intelligente” o intraprendere la strada della rigenerazione (e ripopolazione).
Andiamo incontro ad un miglioramento della qualità della vita o ad una graduale propensione delle città al degrado e all’abbandono?
Ci chiederemo a lungo cosa resterà dell’impegno italiano in Afghanistan, se riusciremo a dargli un senso. La scuola di Herat, progettata dall’arch Mario Cutuli, assieme a 3 studi romani (2+P/A, IaN+ e Ma0), per conto della Fondazione Maria Grazia Cutuli, la giornalista assassinata in Afghanistan nel 2001 e sorella di Mario, può essere una prima parziale risposta a questa domanda. Un progetto pieno di sensibilità e senso dei luoghi dove è stato destinato. L’architettura è tra le prime risposte possibili per dare speranza ad un popolo.
L’ecosostenibilità è un grande progetto mondiale, da esso non può essere escluso il miglioramento delle infrastrutture urbane, agire su esse cambierebbe i volti delle città, garantendo servizi sempre più green e convenienza per i cittadini.
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