Noi e l’architettura del ventennio. Parte III. Architetture nel Magreb. Un confronto con la Francia.
Riassunto delle puntate precedenti. Nella prima parte introduttiva si è detto che la valutazione di aspetti culturali e sociali, quali le realizzazioni architettoniche, devono essere valutate in base a criteri di durata più lunga che quelle politiche contingenti. La società italiana degli anni ‘20 e ‘30 e la sua architettura, non è frutto del fascismo. Il fascismo, semmai, ha utilizzato ai propri fini le energie produttive e culturali già in campo, orientandole in direzione autoritaria e velleitariamente imperialista.
Nella seconda parte, riguardo allo “stile”, si è visto che gli elementi stilistici oggi popolarmente sussunti come “stile fascista” sono infatti derivati da correnti artistiche precedenti al fascismo. Il regime ha influito catalizzando l’attenzione degli architetti sulla rappresentazione delle componenti nazionalistiche e di propaganda, che di fatto costituisce l’unico reale apporto stilistico del fascismo (peggiorativo) all’arte del tempo, che manifestava, prima del fascismo, una grande vitalità ed influenza internazionale, e poi viene ad assumere, sul finire degli anni 30, un carattere asservito al regime, perdendo così di freschezza e universalità.
Una conferma della vitalità della società italiana può essere individuata nella architettura delle colonie d’oltremare, dove senza dubbio vennero realizzare fra le migliori architetture di quegli anni.
Proverò nel prosieguo a fare una piccola comparazione (non esaustiva, chiaramente), fra Italia e Francia, confrontando la situazione della architettura coloniale nel Magreb da parte italiana (Libia) e da parte francese (Algeria, Marocco, Tunisia) durante gli anni 30.
E vorrei partire da una affermazione, verificabile o falsificabile, di partenza.
La migliore architettura coloniale, in genere, negli anni ‘30 è stata espressa dall’Italia. Fin dalla fine degli anni ‘20, quando i francesi erano ancora attardati con modalità orientaliste con case travestite in stile “neomoresco”, l’Italia, forse per aver cominciato tardi, forse per dover impiegare i giovani, adottò prevalentemente un approccio razionalista, che fu particolarmente adatto ed efficace per il programma di costruzioni in Libia.[1]
L’approccio razionalista infatti consentiva di saltare di colpo i retaggi eclettici neomoreschi, riconnettendo la stessa architettura locale, islamica, ad una origine comune romana-mediterranea. Questo riguardava non soltanto il campo della architettura civile, ma anche quella domestica, data la permanenza del tipo di abitazione a patio entro le medine delle città nord africane. Inoltre, l’affinità di fatto fra costruzioni autoctone e architetture vernacolari del meridione d’Italia (a sua volta non certo immune da influssi islamici diretti, di epoca medioevale) consentiva una maggiore scioltezza di espressione. Infine, l’economicità di una architettura di semplici volumi ben si attagliava con le esigenze pratiche del programma di costruzione.[2]
Per quanto riguarda i francesi, il fatto che la colonizzazione per loro ebbe inizio già nell’ottocento, ed anche la maggiore ricchezza del patrimonio architettonico locale marocchino, algerino e tunisino rispetto al quello libico, determinò un diverso iter concettuale all’approccio architettonico, che comunque risulta, ancora negli anni ‘30, dominato dallo stile neomoresco arabizzante. Stile a cui comunque va riconosciuto il merito di conservare vivo il rapporto con l’artigianato locale, e di avere un certo garbo nelle integrazioni all’interno dei centri storici (medine).
Tuttavia anche in campo francese prese piede, nel corso degli anni ‘30 il tema “razionalista” del “mediterraneo”, che, sebbene più adatto al nazionalismo italiano, poteva anche attagliarsi alla Francia, ma invero non sono reperibili molti esempi di esso, se non dagli anni ‘40[3].
Fra questi pochi, è da segnalare, per la sua impressionante somiglianza con l’architettura italiana razionalista degli anni ‘30, è l’Orfanotrofio di Beni Messous, Algeri, del 1935, progettato da Marcel Lathuilliere e Albert Seiller.[4]
Il tema del “mediterraneo”, se da un lato poteva essere usato come pretesto per imporre una visione “romanocentrica”, dall’altro era tema ricollegabile sia alla riscoperta/connessione fra l’architettura vernacolare “spontanea” e architettura razionale.
Il tema della architettura vernacolare e rurale era a sua volta, negli stessi anni ricollegabile con la politica di popolamento delle campagne operata dal regime sia entro la penisola che nei territori coloniali.
Non è certamente un caso che Giuseppe Pagano, con Guarnerio Daniel, si sia fatto promotore, sotto la sua conduzione della VI Triennale di Milano della “Mostra dell’architettura rurale nel bacino del Mediterraneo”.
Nella prossima parte, che concluderà questo ciclo di articoli, si accennerà a come questo tema avrebbe avuto, anche nel dopoguerra e a livello internazionale, uno sviluppo.
Anche in questo caso, si può notare che alcuni temi e modi, che comunemente si ritengono appannaggio della “architettura fascista” sono in realtà temi di epoca ed anche internazionali.
La cultura italiana, già dai primi anni del 900, aveva elaborato concezioni originali, in linea e talvolta pure in anticipo rispetto a quelle di altri paesi, che pure guardavano con interesse quanto prodotto in Italia.
[1] Un testo di riferimento in materia di architettura coloniale francese del Magreb è senz’altro Beguin Francois, Arabisances, Paris, Dunod 1983. Qui ci siamo anche avvalsi di Bacha Miriam (a cura di) Architectures au Magreb (XIXe-XXe siècles), Paris, PUF-Rabelais, 2011, con contributi anche riguardanti l’architettura in Libia da parte degli italiani.
[2] Possiamo considerare l’inizio di questo nuovo corso di “razionalismo mediterraneo” a partire da un articolo del 1929 sul quotidiano “L’Avvenire di Tripoli”di Maurizio Rava, al tempo Segretario generale della colonia libica e Segretario federale del Partito fascista in Libia. Si dice che l’articolo fosse stato in realtà scritto da suo figlio, Carlo Enrico Rava, uno dei componenti del Gruppo 7. Cfr, F. Dumasy, Le cas de Tripoli en Libye pendant la colonisation italienne, contenuto in Bacha (cit)
[3] Ad esempio, gli interessanti edifici progettati da J.Marney in Tunisia (protagonisti di un numero monografico del 1948 di Architecture d’aujourd’oui
[4] Cfr., sempre all’interno del volume di Bacha (cit) N. Djermoune, L.Oubazier, De l’orientalisme eclectique à l’abstraction moderne; e B.Aiché, Figures de l’architecture algéroise des annès ‘30.
Riferimenti per le immagini: alcune immagini sono tratte da https://journals.openedition.org/abe/docannexe/image/4593/img-7.jpg . Raphaël Guy, L’architecture moderne de style arabe, Paris : Librairie de la Construction moderne, [1920].

