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Il paese interiore – una intervista a Luca Calvetta

Il paese interiore – una intervista a Luca Calvetta

Luca Calvetta è un autore anomalo: forte di una ricca formazione cosmopolita conseguita tra l’Italia e alcune grandi città europee, ha un Dottorato di ricerca in Teoria politica, è stato Young Global Shaper al Forum economico di Davos, collabora con network televisivi italiani, negli approfondimenti e nella parte culturale.

Il suo nomadismo forzato, prima al seguito della famiglia che si trasferiva per lavoro, poi per studio e per le sue stesse esperienze professionali, ha creato le condizioni per uno sguardo “esterno” ma partecipato verso la Calabria, terra di origine del padre.

Complice l’anomala estate 2020 (dovuta alla pandemia), Calvetta decide di sfruttare quell’immobilità per compiere un viaggio interiore, legge quindi in pochi giorni l’opera di Vito Teti, antropologo Calabrese che ha analizzato le cause e gli effetti della trasformazione della Calabria avvenuta nella seconda metà del ‘900. Da questa lettura l’autore, con la collaborazione del suo direttore della fotografia Massimiliano Curcio, ha tratto il mediometraggio “il Paese Interiore”; uno sguardo intenso sulla Calabria di oggi, attraverso il filtro dell’opera di Vito Teti, che indaga sulla “modernità scomparsa” della Calabria, sulla perdita di identità, fino ad arrivare al senso di precarietà che pervade la mentalità dei calabresi e condiziona ogni cambiamento futuro di quella terra.

Il pregio del lavoro di Calvetta, lo anticipiamo, nasce dalla tensione narrativa realizzata attraverso la contrapposizione del commento basato sull’opera di Teti e le immagini, assai ricercate, di paesi, persone, luoghi abbandonati e “non finito” calabrese. Le immagini non sono quasi mai didascaliche ma generano un contrappunto visivo al testo, che risuona nel profondo – quasi ipnotico – grazie alla voce narrante di Ascanio Celestini, con la complicità di un montaggio serrato ed impeccabile.
E’ per questo motivo che gli abbiamo chiesto di approfondire alcuni temi a noi vicini, quelli del paesaggio e, della modernità, chiarendo alcuni temi espressi nel video (clic sulla locandina per vederlo).

Da una prima visione del film è nato un successivo dialogo a tre con Luca Calvetta, Raffaella Matocci e Giulio Paolo Calcaprina, per definire meglio alcuni temi colti dal testo – densissimo – del  video. Le domande dell’intervista che segue nascono da questo lungo confronto.

GPC  “I paesi della costa sembrano tante periferie di una città che non esiste”. È un passaggio importante del tuo lavoro. Ti chiedo di chiarire questo concetto, che è centrale, e di tratteggiarne un’origine : è un problema di criminalità, di emigrazione, è culturale? Da dove nasce questa gestione violenta del territorio?

LC  Nel costruire il film ho ripreso e, per così dire, rimontato molti frammenti dell’opera di Vito Teti. Il passaggio a cui ti riferisci descrive un fenomeno sfortunatamente diffuso in Calabria (ma non solo in Calabria): l’abbandono e lo svuotamento di molti paesi dell’interno, spesso arroccati sulle montagne, a seguito di catastrofi naturali (terremoti, frane, alluvioni) e sociali (ad esempio l’emigrazione). I paesi dell’interno si sdoppiavano quindi sulla costa, ma senza conservare l’identità originaria. L’urbanizzazione è stata infatti spesso emergenziale, priva di pianificazione, tesa ad un profitto immediato (talvolta anche illecito), slegata dal “senso dei luoghi” (per riprendere il titolo di un importante saggio di Teti), abbracciando un’estetica anonima, che non raccontava più la storia dei propri abitanti e dei luoghi se non come privazione, in negativo, quasi come un’assenza. Certamente, ogni luogo, col tempo, ricostruisce una sua identità, rivendica una sua bellezza. Lo sguardo che abbiamo voluto dare, anche su luoghi apparentemente “degradati”, è in effetti uno sguardo pieno d’amore, di compassione -nel senso più alto del termine. Il paese interiore ha voluto mettersi in ascolto dei luoghi, senza giudicarli, e lasciare che ciascuno potesse costruirsi liberamente un’opinione. Anche per questo ho voluto creare un dialogo aperto e non didascalico tra testo e immagini. Come ricorda lo stesso Teti, poi, un profondo sentimento di incertezza domina la cultura calabrese, un sentimento che ha ragioni storiche, perché tutto in Calabria si muove (la terra spesso trema, mille culture l’hanno attraversata e plasmata, tante generazioni sono partite e qualche volta tornate, tanti ne hanno abusato) e questo sentimento di precarietà, che per altre ragioni e in senso positivo io stesso conosco per aver vissuto in molti luoghi, l’ho ritrovato proprio in Calabria e ho provato a descriverlo. E quando si è nel profondo immersi in un sentimento di precarietà è difficile proiettarsi nel lungo periodo, pianificare, a livello individuale e collettivo, perché tutto potrebbe finire da un’istante all’altro, e si difende l’esistente, l’immediato. L’auspicio è che si possa innescare in questo senso un circolo virtuoso, valorizzando i luoghi e creando un dialogo tra passato e futuro.

GPC  Nell’accezione comune, le periferie delle metropoli, con, in parte, la loro disumanità, sono una conseguenza della modernità. Invece colpisce un passaggio del filmato che afferma che “nel giro di un trentennio è scomparsa la modernità”. Aggiungo anche che la Calabria nell’ “Atlante dell’Architettura Contemporanea” (https://www.atlantearchitetture.beniculturali.it/mappa/) è rappresentata solo da un’opera architettonica (e un viadotto). Possiamo chiarire il senso di questa affermazione?

LC È una frase che descrive un passaggio della biografia di Teti (che ho preso a simbolo di un’intera generazione e forse di ciascuno di noi) in cui racconta le speranze di trasformazione individuale, sociale e politica che gli anni a cavallo del 1968 avevano suscitato, con le ideologie del Novecento e la loro promessa di giustizia. Speranze che sono andate deluse consegnandoci una post-modernità che non ha offerto maggiori diritti, nella lettura che ne dà Teti, ma che ha svuotato di umanità le nostre vite, e i nostri luoghi. Se, da un lato, ci sono stati certamente dei progressi civili e materiali, dall’altro, è andato affermandosi sempre più un sistema economico che, se non arginato da regole e istituzioni, finisce col vedere nell’uomo e nella natura un terreno di estrazione del profitto, senza attenzione per le conseguenze umane e ambientali. Ne vediamo ogni giorno gli effetti. Alla liberazione dalle gabbie identitarie del passato, dalle tradizioni più rigide, la post-modernità non ha fatto seguire per tutti la stessa possibilità di ricostruire liberamente la propria identità. Assistiamo infatti, da qualche decennio, all’emergere di forme reattive di identità, chiuse, violente, come lo stesso terrorismo religioso testimonia, ma non solo. La sfida della post-modernità è quindi, ancora una volta, creare un dialogo tra passato e avvenire, tra globale e locale, tra umano e ambiente, tra profitto e giustizia, tra ciò che riceviamo in eredità e ciò che eleggiamo a nostra identità, perché, per parafrasare un autore francese che amo molto, Romain Gary, io credo che le radici possano cercarsi anche in cielo e non solo in terra, cioè nell’avvenire e non solo nel passato, e che siamo sempre, anche se non vogliamo, connessi a tutti gli altri.

GPC  Spesso le amministrazioni utilizzano le opere di architettura per riqualificare città o parti di città. E’ un riferimento obbligato il Museo di Frank O. Gehry a Bilbao. In Calabria non esistono o quasi riqualificazioni di questo genere. E’ significativa la vicenda del ponte di Calatrava a Cosenza. È incapacità politica, amministrativa o c’è qualcosa di più profondo?

LC  Non sono un esperto di politica calabrese e non mi azzardo quindi a parlarne, penso però che esista una questione di “spazio pubblico”, in Calabria ma anche in tutta Italia. In altre parole, manca a mio parere una radicata concezione del bene collettivo, dei luoghi pubblici, che sono spazi reali e simbolici insieme. Senza cadere negli stereotipi, sembra prevalere una concezione individualistica, “familistica” perfino, dello spazio e delle istituzioni. In Italia, ripeto, non solo in Calabria, con notevoli eccezioni, è ovvio, ed esempi virtuosi, specie a livello associativo. Ma senza l’idea che, come accennavo nella risposta precedente, noi siamo sempre in relazione con tutti gli altri -nel presente e anche nel futuro, cioè con le generazioni che verranno- non può esserci politica, perché la politica è questa connessione, declinata certo in una grande varietà di modi, ma pur sempre basata su questo legame tra noi, gli altri e l’ambiente. Una classe politica, una riqualificazione urbana e direi un ceto intellettuale che non partano da questa premessa creeranno cattedrali nel deserto, opere mute e perfino inutili, difenderanno interessi di parte. Si dice spesso che la bellezza salverà il mondo, io aggiungo che la bellezza deve essere di tutti e per tutti.

GPC  A differenza delle convenzioni comuni con cui si realizzano i documentari, tu non ti limiti ad osservare l’esistente ma indichi una via per il cambiamento che passa attraverso il senso di identità.

“Abbiamo perso l’abitudine a camminare che diventa un imperativo per chi arriva e chi resta”; “una nuova comunità da inventare, un invito allo spaesamento”;”ascoltare il lamento dei morti, cercare di essere un anello di congiunzione tra passato, presente e avvenire”.
Potresti descrivere qualche esempio di quello che potrebbe essere concretamente messo in campo in Calabria per questo cambiamento?

LC  Anni fa scrissi un articolo sull’HuffingtonPost, si chiamava Le vite possibili. Raccontava la parabola di mia nonna, nata e cresciuta in Calabria. Una vita trascorsa in uno spazio non più largo di un chilometro quadrato, tra la Chiesa, la casa di famiglia e il mercato. Quello era certamente uno spazio fisico, ma era prima ancora e soprattutto uno spazio mentale, perché -rimasta vedova in giovane età- mia nonna, e con lei tanti altri, non ha mai neanche immaginato di rifarsi una vita, di oltrepassare quei confini, magari viaggiando, risposandosi, studiando, impazzendo. È rimasta lì, sacrificando tutte le vite possibili che portava dentro, senza neppure saperlo. Le istituzioni e la scuola in particolare dovrebbero quindi fornire a tutti gli strumenti per aprire gli orizzonti che il destino, per puro caso, ci ha riservato. Perché solo se siamo liberi di “uscire”, di concepirci diversamente, possiamo scegliere eventualmente di restare. Nietzsche esortava a “diventare ciò che siamo”. L’identità deve allora diventare una costruzione, una scelta, un percorso, e non più solo un destino. Lo spaesamento, il viaggio (anche solo letterario), il dialogo con chi è diverso da noi,  l’arte, possono farsi occasione di crescita e ricerca di se stessi. Tutto ciò che permette questo percorso, dalla scuola alle infrastrutture, è dunque necessario al cambiamento. La stessa idea di famiglia, talvolta intesa come gruppo chiuso, in opposizione ad un mondo esterno considerato minaccioso, deve aprirsi, mettersi in connessione con gli altri. Non solo per tutelare la libertà dei suoi membri (e delle donne in primo luogo), ma anche per arginare quei fenomeni criminali che non potrebbero esistere senza una visione monolitica dei legami familiari. Torniamo quindi all’idea di spazio pubblico discusso prima. Io esisto sempre insieme a tutti gli altri, oltre i confini del mio luogo di origine o della mia sola famiglia, oltre i confini dell’istante presente. E nessun cambiamento può arrivare esclusivamente dall’alto, ma deve attraversare nel profondo i suoi stessi protagonisti, nascere da una loro evoluzione interiore.

GPC  Le ultime due domande sono legate alla realizzazione: come sei riuscito a coinvolgere questo progetto Ascanio Celestini? Oltre alla voce narrante ha dato un ulteriore contributo al progetto?
Dall’esperienza di questo progetto ne nasceranno altri?

LC  Ho avuto il privilegio di conoscere Ascanio Celestini per lavoro, in televisione, anche se sono un suo ammiratore da sempre. Quando ho iniziato a lavorare al mediometraggio ho subito pensato alla sua voce, al ritmo delle sue interpretazioni, alla sua capacità di narrare storie in cui la dimensione politica e quella poetica si sovrappongono. Ho pensato poi che per raccontare la Calabria, proprio come è sempre stata la mia stessa esperienza del luogo, al contempo interna ed esterna, servisse un artista non calabrese. Proprio per offrire allo spettatore quella apertura, quella libertà, di cui abbiamo parlato prima. Ascanio Celestini è stato molto generoso, accogliendo (senza nessun compenso -l’intero lavoro è stato realizzato senza alcun finanziamento e per pura passione) lo spirito de Il paese interiore e offrendogli uno spessore che solo un interprete come lui poteva dargli. Credo vi abbia ritrovato quella realtà, quelle vicende umane e spesso dimenticate, che lui stesso da sempre raccoglie e racconta.

Proprio dall’esperienza de Il paese interiore è nato il desiderio di costruire un lavoro più ampio, complesso, a cavallo tra finzione e documentario, da ambientare in Calabria, una terra che nasconde infinite storie e suggestioni. Non posso svelare molto, ma ci stiamo lavorando, questa volta però servirà il supporto delle istituzioni e di tanti professionisti. Sarà, almeno nei nostri auspici, un’opera di respiro internazionale, un lungometraggio ispirato alla grande letteratura europea, e non solo europea. È una sfida difficile, ma se non lo fosse, probabilmente, non ci sarebbe ragione di raccoglierla.

Roma 29 agosto 2021

Le foto che illustrano l’ articolo sono fotogrammi del video e sono state gentilmente concesse da Luca Calvetta

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