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Costa Firenze

Costa Firenze

Facciamo un esperimento: prima di leggere guarda alcune delle foto che corredano questo articolo. Guarda le foto, una ad una. Prenditi il tuo tempo. Ecco, ora torna a leggere; scopriremo insieme se hai vissuto la mia stessa dissonanza cognitiva.  Non so se hai mai visto Firenze, io ci sono nato e ci vivo, dunque conosco bene la città che ha ispirato questo «gioiello di tecnologia», come lo ha definito un entusiasta sindaco Dario Nardella. Ecco, definirei quel che ho provato quando ho visto queste foto per la prima volta uno ‘stupito orrore’. Non fraintendermi, so bene che le navi da crociera si distinguono per il kitsch, che nascono come piccole Las Vegas galleggianti e che questo gioiello della tecnologia si inserisce ammirevolmente nel suddetto filone estetico, che può piacere come no. Non sono così schizzinoso a dirla tutta, il kitsch mi diverte, mi suscita una sorta di divertito stupore – perché allora ‘stupito orrore’?

Mario Zanetti, direttore Generale di Costa Crociere, ha affermato che «Costa Firenze diventerà una vera e propria piattaforma per promuovere la città di Firenze in tutto il mondo». Nardella era entusiasta come un bimbo davanti al giocattolo tanto desiderato. E io cos’ho di storto? Perché non capisco? Riporto ora una descrizione della nave, evidentemente dell’azienda, dal marketinghese stretto in cui è scritta: «Il design degli interni di Costa Firenze riflette l’armonia di una passeggiata in una strada o in una piazza del capoluogo toscano, a cominciare dalla scelta dei colori, delle geometrie e delle forme. Simbolico, ad esempio, è l’atrio della nave “Piazza della Signoria”, che rende omaggio all’omonima piazza fiorentina. Anche parte dell’offerta di bordo è caratterizzata dal legame con Firenze, come nel caso della Fiorentina Steak House, che proporrà alcune tra le migliori carni della regione, e della Frescobaldi wine experience, in cui vivere la Cultivating Toscana Diversity».

Se la nave stesse a Firenze come il Caesar’s Palace sta all’antica Roma, dovrei virare decisamente verso il divertito stupore – dunque non mi spiego lo stupito orrore. Abito in centro città, il un appartamento che è stato convertito da airbnb ad affitto per residenti durante la pandemia. Se esco di casa vedo il Battistero e nell’ammirarlo non riesco a trovare alcuna somiglianza se non caricaturale con il salone della nave. Non sono il tipo che si indigna per le caricature, eppure qualcosa continua a stonare. Come ha ben scritto su The Italian Review lo scrittore fiorentino Vanni Santoni, durante le fasi più dure della pandemia il centro di Firenze si è riscoperto radicalmente vuoto. Non solo nei ristoranti, le strade o i negozi, che erano proibiti, ma anche nelle case, che erano ormai da tempo adibite in gran parte a turismo. «Solo qualche mese senza tassa di soggiorno e introiti turistici», scrive Santoni, «e il sindaco ha paventato il default». Non appena il lockdown si è ammorbidito, dal Comune si sono innalzati dei latrati disperati, che invitavano i fiorentini a riempire i ristoranti vuoti del centro città. La stessa città da cui, ora che i turisti tornano timidamente ad affacciarsi, alcune ordinanze dal sapore medievale proibiscono lo stazionamento nelle piazze a chi non fa parte della reale popolazione di Firenze, ovvero il pubblico pagante. Se siedi al tavolo di un ristorante va tutto bene, ma se scegli un sagrato dove i tuoi antenati si sono seduti da cinquecento anni, allora no. E se l’editto non basta sarai ostacolato dall’ultima risorsa dell’urbanista, la fioriera. La cittadinanza d’altra parte si è già ribellata ai paletti e ai cordoni, qualcosa si doveva pur escogitare, e chi mai sarebbe così meschino da prendersela con una pianta? I fiori non si toccano nemmeno con un fiore: la fioriera è invalicabile.

D’altra parte che Firenze sia una città che ha smesso di vivere per i cittadini lo sapeva già lo scrittore Giovanni Papini, che nel suo Contro Firenze (1914) si rivolgeva così ai concittadini: «Voi non vivete per voi stessi la vita di oggi ma siete continuamente occupati in questo ignobile eserci­zio: levare i quattrini dalle tasche degli stranieri fa­cendo loro vedere i cadaveri dei vostri celebri defunti. […] Ormai non sappiamo far altro. Metà dei fiorentini campa direttamente alle spalle degli stranieri e l’altra metà vive alle spalle di quei fiorentini che campano alle spalle dei forestieri. […] A Firenze, appena si sente un po’ di più la miseria, si dice su­bito : Quest’anno mancano i forestieri».

Questo processo secolare ha portato una radicale trasformazione nella città, che a differenza di altre località turistiche italiane ed europee sembra aver rinunciato a qualunque altro tipo di introito. A Firenze l’arte contemporanea che arricchisce Venezia viene poco considerata, se non quando è proprio iper-canonizzata. Ci sono persino individui – hanno l’arroganza di appellarsi ‘angeli’ – che cancellano opere di famosi street artist non distinguendole dalle scritte “Juve merda”. La ricerca e la cultura, che dovrebbero dare la vita a una città d’arte, non vengono sovvenzionate. Come scrive Santoni, a un festival letterario nato dal basso come Firenze RiVista si sono preferiti i palettini e le fioriere che impediscono l’accesso al sagrato di S. Spirito, la cui unica colpa è il cattivo gusto d’esser gratuito, a differenza dei tavolini dei ristoranti che riempiono il resto della piazza. Penserai forse che il paragone è ingrato, perché un festival costa molto di più di due paletti: e invece no, costava circa quaranta volte meno. Sono paletti ben cari, questo va detto.

Ecco dunque che colgo la dissonanza che mi ha suscitato la povera Costa Firenze, che di certo non ha peccato in estetica più di qualunque altra nave da crociera. L’orrore risiede solo nel fatto che Firenze è diventata davvero così. Il defunto Papini per sua fortuna non lo saprà mai, ma sì, «il design degli interni di Costa Firenze riflette l’armonia di una passeggiata in una strada o in una piazza del capoluogo toscano». Lo riflette davvero, con una fedeltà sconcertante. La nave non è kitsch, ma segue un rigoroso iperrealismo, perché Firenze si è condannata a essere un’enorme nave da crociera arenata tra le colline, che ha turisti come passeggeri e cittadini come marinai, cuochi e animatori. A meno che, come consigliava Papini, «i fiorentini rinneghino loro stessi perché Firenze diventi un tumultuoso bivacco d’ingegni e d’avanguardia». Insomma, ci vuole un ammutinamento.

Francesco D’Isa  (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

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