Articoli marcati con tag ‘zaha hadid’

Quartiere Flaminio, Roma, playground urbano

4 Settembre 2017
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Posso affermare con certezza, perché ci passo davanti a piedi spesso, che questo frammento urbano del noto quartiere (il Villaggio Olimpico) a ridosso del centro storico della capitale, nonostante l’incuria diffusa dell’intorno, l’evidente degrado in cui versa sia il palazzetto dello sport che ogni elemento appartenga all’arredo urbano (aiuole, piantumazioni di alberi, arbusti, prati, marciapiedi, passaggi pedonali, cordoli di bordura tra marciapiedi, spartitraffico e carreggiate stradali), sia intensamente usato e vissuto. Tutti i giorni decine di mamme portano a giocare i figli nell’area dedicata e gruppi di ragazzi si allenano con passione per ore, anche con il sole a picco, nel campo di basket en plein air, tra Nervi, la scultura monumentale di Ceroli, le bellissime palazzine di Viale Tiziano e lo stadio Flaminio (anch’esso di Nervi e abbandonato ormai da anni). Un tassello di città notevole. Siamo tra il MAXXI di Zaha Hadid e l’Auditorium Parco della musica di Renzo Piano. A 4 fermate di tram da Piazza del Popolo. Luoghi di pregio della città come questo non sono solo unici ma anche necessari e vitali. Il Villaggio Olimpico è un’anomalia urbana poiché in una zona piuttosto centrale della città consolidata, contiene un surplus di standard dedicato alle aree pubbliche (parcheggi e spazi verdi) che di solito si può trovare storicamente nelle aree più periferiche della città. Una risorsa urbana straordinaria che necessiterebbe ancor più di maggior attenzione e cura. Certo immagino sia estremamente difficile dirimere le questioni legate all’intreccio di responsabilità sul chi dovrebbe occuparsene (tra ATER, comune di Roma, associazioni di privati cittadini) e intanto il quartiere langue…come il resto della città, difronte ad una “civitas” attonita e imbambolata spaccata in due tra l’abbrutimento degli indifferenti e la rabbia repressa degli impotenti. Credo sia quantomeno doveroso, per l’amministrazione di una capitale e una metropoli come questa (non un capoluogo di provincia) cominciare a battere qualche colpo e dare un qualche segno di vita, non dico per cominciare a “fare” qualcosa di concreto, ma quantomeno per dimostrare l’intenzione di cominciare a farlo. Non è più accettabile lo scarica barile di responsabilità a tutti i livelli e il senso diffuso di impotenza che ne deriva.
Gli architetti sono attoniti, sfiduciati, abbrutiti, stufi. Per primi. Non solo gli altri cittadini. Non hanno più parole. non dicono più niente, non si esprimono. Preferiscono farsi gli affari loro, coltivarsi l’orticello, parlare della Roma e della Lazio. Io d’abitudine invece ne uso sempre molte di parole su argomenti come questo e credo non smetterò. Con tutti poi, belli e brutti. Architetti e non. E’ un mio terribile difetto.
Di idee e progetti sul quartiere ce ne sono sin troppi. Dal Progetto Urbano Flaminio che dovrebbe essere lo strumento primo per attuare tutto il resto, all’ipotesi di trasformazione delle ex fabbriche d’armi di via Guido Reni. Nel 2015 fu indetto un concorso a partecipazione aperta, io come tanti, presentai un’idea (come veniva richiesto da bando) per un nuovo quartiere di case e attività eterogenee e quello che sarebbe dovuto essere il nuovo museo della Scienza (errore congenito). Vinse un progetto dello studio Viganò. C’era di mezzo Cassa Depositi e Prestiti. Per non parlare di ipotesi di trasformazione di  spazi pubblici, aree pedonali, piste ciclabili, linee di tram che in decenni si sono sprecati.
Lo stesso Giovanni  Caudo, assessore alla trasformazione urbana durante la precedente giunta Marino, aveva cominciato a fare delle cose “buone e giuste”. A mettere in moto dei processi che poi, come sempre accade quando c’è un cambio di guardia e non ci sono i garanti della continuità, si è interrotto. Una di queste, i “tavoli partecipati” dei municipi, dove si era cominciato a discutere, parlare, rielaborare idee su progetti, proposte di vario genere e natura anche avanzate da associazioni attive di cittadini. Il concorso sulle ex caserme via Guido Reni in parte scaturì da lì. Qui al Villaggio Olimpico c’è stato per anni un agguerritissimo comitato di quartiere, che so poi essersi spaccato in due. Delle battaglie negli ultimi 10 anni le hanno fatte, qualcosa sono riusciti ad ottenere. Ma ora siamo in generale in una condizione di stallo e cosa ne è di tutta questa energia profusa non ci è dato saperlo. Io vedo un quartiere che langue. Come anche altri. Ma è paradigmatico di una condizione sotto gli occhi di tutti. Mentre scrivo mi sembra di dire un sacco di banalità, di cose già dette, trite e ritrite, che ormai sembrano scontante.  E lo saranno pure. Ma più sto qui, più vengo a conoscenza di certi meccanismi (non entro nel dettaglio di cosa sia la gestione folle delle proprietà ATER!), e più si risveglia in me il desiderio di capire e di ricominciare a fare qualcosa. Di ricominciare quantomeno a parlarne.
Continuo a credere profondamente che il  ruolo degli architetti dovrebbe essere quello non solo di progettare (e farlo bene) ma anche di sollevare le coscienze sui temi attualmente trascurati che devono ritornare ad essere cruciali per i destini di questa  città dell’architettura e dello spazio pubblico e suggerire soluzioni per cercare di intessere un dialogo proficuo tra cittadinanza (tradita e sfiduciata) e istituzioni.

 

Altro sull’argomento è stato pubblicato in questi stessi giorni anche su:

Artribune

Romafaschifo

(Nota degli amministratori – il testo pubblicato è apparso in una prima stesura sulla pagina personale Facebook di Cecilia Anselmi in data 31/08/2017)

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18_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

 

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19_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

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20_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

 

In contatto con Hadid

17 Novembre 2016

UN PLASTICO TATTILE PER LA PERCEZIONE DELLO SPAZIO E PER PARLARE DI ARCHITETTURA

Una conversazione con Stefania Vannini e lo Studio ArchitaLAB.

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In occasione dell’evento che si è svolto al Museo del Maxxi a Roma. durante il quale c’è stato il posizionamento di un plastico tattile all’interno della hall, abbiamo avuto modo di porre delle domande a Stefania Vannini, curatrice del progetto.

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Come è nato questo progetto?

Accompagnando, sin da quando ha aperto il Maxxi, persone con diverse problematiche all’interno degli spazi molto complessi progettati da Zaha Hadid, mi sono resa conto che gli ausili e gli strumenti didattici che avevo pensato di utilizzare non potevano ambire a rendere ottimale l’esperienza che si fa percorrendo il Museo.

Mi sono resa conto che i non vedenti e gli ipovedenti, a causa della loro specifica disabilità, sono impossibilitati o comunque hanno grave difficoltà nella percezione dello spazio.

Da qui è nata la necessità di costruire un plastico tattile.

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E’ iniziato un lungo percorso di fan rating che si è concluso l’anno scorso con l’incontro con il gruppo di Club del Rotary, Inner Wheel Italia_Distretto 208 e con l’allora governatrice Bruna Moretto Volpato, la cui collaborazione è stata validissima perché, insieme, siamo riuscite a sensibilizzare tutte le socie di Roma, del Lazio e della Sardegna.

Tutte si sono appassionate al progetto quando abbiamo spiegato loro che intorno a questo plastico avrebbero potuto esserci sia vedenti sia non-vedenti e che tutti in questo modo avrebbero potuto avere una cognizione attuale e reale delle caratteristiche del Museo, considerato il fatto che le altre due maquette del Maxxi, che sono in collezione e che sono quelle realizzate per il concorso da Zaha Hadid, portano il ricordo di alcuni edifici che non sono mai stati realizzati.

Questo plastico adesso diventa la maquette del Maxxi, diverrà il “luogo dell’integrazione” dove potremmo, tutti insieme, capirne le forme ancor prima di entrare a visitarlo.

Ricordo che la stessa Hadid, passeggiando per il quartiere Flaminio, espresse la propria ammirazione per le architetture di Nervi ed essendo il Palazzetto dello Sport a pochi metri, il Maxxi costituisce un unicum tra due opere d’arte che permarrà nel tempo.

Il percorso “In contatto con Nervi”, che adesso è diventato “In contatto con Nervi e Hadid”, propone le esplorazioni tattili in entrambi gli edifici a partire dal Palazzetto e arrivare al Museo e questo potrebbe diventare un percorso tattile stabile.

Ho riscontrato un grande interesse per l’Architettura nelle persone con gravi disabilità.

Non essendo un architetto, ma una storica dell’arte, l’esperienza trascorsa qui e la possibilità di vivere i sei anni e mezzo di cantiere per la costruzione del Maxxi, mi hanno fatto appassionare all’Architettura. Ho pensato di sciogliere un po’ i tecnicismi e di raccontarla in modo informale ma soprattutto di far sì che se ne parli facendo incontrare diversi tipi di persone.

Il concept “In contatto con Nervi e Hadid” è un percorso nato per coinvolgere e parlare di Architettura in modo informale e diretto tra persone anziane, ragazzi, emigranti, rifugiati, persone con distinte disabilità. E così è avvenuto nelle tre sperimentazioni che fino ad ora abbiamo fatto e che ora diventeranno un’attività stabile dopo aver collaudato il percorso.

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Dove verrà posizionata la maquette?

La maquette verrà messa nella hall del Museo con una copertura al fine di proteggerla dalla polvere. In occasione delle visite e su prenotazione, la maquette verrà aperta.

Chiederò che venga prevista sul sito del Museo, la possibilità per i non vedenti di prenotarsi, di partecipare ai percorsi organizzati o anche, per chi non volesse parteciparvi, di avere la possibilità di fare l’esperienza tattile prenotandosi con tre/quattro giorni di anticipo.

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Una conversazione con gli archh. Mario Boni e Giampolo Barberi, fondatori di ARCHITALAB e realizzatori del plastico tattile.

Che materiali avete usato per realizzare questo plastico tattile?

Diversa entità di materie plastiche quali il Forex, il Polistirolo antiurto, il Plexiglass, il Poliuretano ad alta densità, materie poi tutte quante opportunamente verniciate con l’aerografo e con bombolette contenenti diverse percentuali di colori, al fine di ottenere i vari effetti.

In fase di montaggio tutti i pezzi sono stati tagliati con fresa a controllo numerico e con il laser da orafo, come per gli infissi, ad esempio, ché sono da 0,3mm. In questo modo abbiamo cercato di dare rilievo anche agli spessori minimi e, scegliendo di aumentare leggermente tutti gli spessori di riferimento, attribuendo un maggior rilievo a lesene, cornicioni ed infissi, abbiamo fatto in modo che nell’insieme fosse più leggibile tattilmente.

La parte più suggestiva è quella vista da sopra.

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Il livello tattile è solo percettivo o c’è anche una misurazione di temperature?

No, è solo tattile. L’esperienza ha luogo attraverso la percezione dell’utilizzo di differenti grane. Le superfici vetrate sono in plexiglass completamente liscio, il cemento è stato fatto con una grana fine, il ciottolato è stato fatto con una sabbia, il verde ha spessore diverso.

Differenti grane per ottenere diversi rilievi in modo da dare movimento e far percepire immediatamente i cambi di materiali e di situazioni progettuali.

L’illuminazione come è stata progettata?

Ci sono dei Led a luce naturale che non scaldano.

In realtà la luce che esce è un po’ più fredda ma questo perché, in aggiunta, sul plexiglass è stata passata una finitura bianco-ghiaccio con una bomboletta che opacizza e lo rende uniforme e che abbiamo passato su tutte quante le superfici trasparenti. In questo modo, traspare la luce e non i singoli punti di luce ed essendoci concentrati di più sulle forme del museo, escono fuori i volumi propri della struttura.10

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Abbiamo saputo che vi è stato chiesto di inserire come modulo una macchina in miniatura nell’intorno.

Esatto. E’ stata una bella idea che ci ha suggerito l’Ing. Umberto Emberti Gialloreti, diventato non-vedente da anni e non dalla nascita. Questa precisazione perché la macchina è un punto di riferimento dimensionale che loro hanno.

All’inizio avevamo pensato di inserire degli omini ma poi abbiamo pensato che avesse una superficie troppo esile di incollaggio quindi di difficile gestione nell’atto tattile.

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Il grande valore sociale fa di questo progetto il proprio punto di forza.

Finalmente io e tutti gli altri amici che sono qui presenti, potremmo renderci conto di quella che è l’opera dell’architetto Zaha Hadid”

parla Lucilla D’Antilio, fruitrice da anni del museo del Maxxi

Perché, per quanto noi abbiamo fatto svariate visite, un conto è toccare un edificio nelle sue dimensioni reali, toccare i muri, le pareti, le colonne, un conto è avere l’effetto d’insieme”

Chi ha avuto l’esperienza di non vedere sa che è impossibile avere l’idea di insieme di qualcosa che va oltre quello spazio che le mani possono toccare”

Per chi non vede, entrare in un Museo e poter fare una visita tattile accessibile è fondamentale perché noi non possiamo sfogliare dei libri o consultare delle riviste o vedere dei video. La nostra cultura artistica è accessibile solo attraverso le mani e queste iniziative ci danno la possibilità di com’è una struttura architettonica, che altrimenti non capiremmo.

Questo non solo ai fini di un accrescimento culturale, che è fondamentale per tutti, ma anche perché dà la possibilità ad un non vedente di accedere alla creatività artistica attraverso la realizzazione di plastici come questo”.

Se noi possiamo toccare,

siamo in grado di tirare fuori anche la creatività perché

le mani hanno una capacità di memoria

e così come apprendono

possono restituire creativamente”

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L’ARTE E’ DI TUTTI

Il PERCORSO “IN CONTATTO CON NERVI E HADID”

Stefania VANNINI, responsabile Ufficio Public Engagement

Pietro BARBERA, segretario generale del Maxxi

Margherita GUCCIONE, direttore Maxxi Architettura

Claudia REALE, ufficio mostre del MAXXI

Bruna Moretto Volpato, club del Rotary, Inner Wheel Italia_Distretto 208

Mario BONI e Giampaolo BARBERI, studio ArchitaLAB

Intervista a cura di: Raffaella Matocci e Lucilla Brignola, con Claudia Fano.

Foto di: Raffaella Matocci e ArchitaLAB.

Editing: Giulio Paolo Calcaprina.

La solitudine dei decostruttivisti. Perchè il fenomeno più importante di fine millennio non si è costituito in movimento?

11 Aprile 2016

Amate l’Architettura mi ha invitato a fare una riflessione sul  “fatto che i decostruttivisti  sono figure isolate che non hanno sviluppato un movimento organico.” Accetto volentieri perché trovo il tema poco trattato ma assai interessante, e ormai abbastanza distante per poter cominciare ad essere storicizzato. Ecco la mia opinione.

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Il decostruttivismo in architettura fu una etichetta promozionale, alla stessa stregua delle definizioni di genere di musica pop. Quando, intorno al 1976-77 il punk divenne fenomeno discografico e di mass media (ossia, quasi subito), vennero sussunti in esso dai Police a Elvis Costello, dagli Stranglers a Ian Dury, da Donatella Rettore a Jo Squillo. Loro stessi compiacenti e consapevoli del fatto che questa etichetta di genere era il dispositivo con cui avrebbero potuto cavalcare la nuova onda e mettersi così in evidenza presso i  mezzi di comunicazione, acquisire popolarità e pertanto affermarsi, per poter magari fare, subito dopo, ciò che davvero a loro sarebbe piaciuto fare.

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Così la decostruzione in architettura. Non voglio dire che sia stato qualcosa di inconsistente, di puramente promozionale. Voglio dire che è stato anche (e forse, soprattutto) un dispositivo attraverso cui legittimare e promuovere un certo tipo di ricerca architettonica. O per meglio dire, più generi di ricerca architettonica, o, meglio ancora, più poetiche architettoniche.

Il  tema “decostruzione in architettura” fu pensato soprattutto da Eisenman, intorno al 1984, e nel contesto del ribollente minestrone del post-modernismo, per poi generare la famosa triangolazione con Derrida e Tschumi. La decostruzione divenne presto l’ultimo grido, senza dubbio facilitato da una certa stanchezza nei riguardi di un approccio tendenzialmente passatista allora dominante, il tutto culminato nella famosa mostra al Moma del 1988 curata da Wigley e Johnson.

In realtà, la decostruzione in architettura, come pensata da Eisenman con l’aiuto di Derrida (entrambi, così come Gehry, una ventina d’anni più anziani di Hadid) fu una concettualizzazione, tutta elitaria, e tutta contenuta nel secolo scorso: comprese le tecniche di comunicazione/produzione (giornali e riviste di carta, mostre, radiotelevisione, disegno manuale; e le assonometrie dal basso).

studio Eisenman - NY

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Ritengo che le rapide trasformazioni tecniche, scientifiche, concettuali, dei mass media ma anche geopolitiche negli ultimi 30 anni abbiano reso obsolete sia le concettualizzazioni del decostruzionismo (ancora molto legate ai paradigmi novecenteschi, ancora molto logocentrici , eurocentrici e storicistici, proprio a dispetto del tentativo di superamento di essi ), sia i modi di legittimazione che stavano alla base di esso (attraverso il circuito accademico e riviste, entro un ambito geografico per lo più  limitato a Europa e USA; forme di legittimazione tuttora operanti ma in crisi e non più in regime di monopolio).

La nuova situazione, che non è puntualizzabile proprio per la sua complessità e transitorietà sempre più vorticosa, se da un lato ha reso compiute alcune predizioni delle teorie in auge negli anni ’80 (ad esempio l’abbandono della legittimazione basata sul “logos”, in favore di una sempre più performativa e tecnica, in sé stessa autoproducente ed auto legittimante), dall’altro proprio per questo motivo ha reso impossibile qualcosa del tipo “sviluppo di un movimento organico” (per tornare alla domanda alla base di queste note).

studio Eisenman - NY

studio Eisenman - NY

In sintesi, così rispondo : i decostruttivisti  sono “figure isolate che non hanno sviluppato un movimento organico”, perché il mondo che hanno prefigurato (con successo) non ammette qualcosa di simile a movimenti organici, ma semplicemente soggetti  che intercettano, più o meno, flussi nel loro divenire, senza preordinarli, ma semplicemente dando loro un ordine sufficiente per renderli minimamente stabili entro questi flussi. Più soggetti possono essere parte di una stessa “onda”, allearsi, ma non costituire un “movimento organico”.

L’architettura resta, tuttavia, un’arte di rappresentazione. E’ questa fluidità dinamica che oggi  l’architettura deve rappresentare, che oggi lo “spirito del tempo” richiede che sia rappresentata.

In questo senso, Zaha Hadid, proprio in virtù del suo tanto vituperato formalismo, è stata esemplare ed adeguata, grande interprete di questa necessità di rappresentazione. E forse, tale anche perché isolata, anche perché non davvero “decostruttivista”.

Foto: le foto dello studio di Eisenman sono di Daniela Maruotti
Editing: Giulio Pascali


In un suo scritto del 1984 “The Futility  of the Objects: Decomposition and the Processes of Difference” (ed. italiana raccolta in La fine del Classico e altri scritti, Cluva, Venezia 1987 volume curato da Renato Rizzi), benché il termine messo in campo non fosse ancora “decostruzione”, ma “decomposizione”, esso era già connesso con teorizzazioni di Derrida: a dimostrazione, in nota Eiseman scrisse (uso la traduzione del volume italiano citato) “(la parola decomposizione) .. . è usata nel senso dialettico non metafisico che Derrida usa nella sua idea di “differenza” . Nel di poco successivo scritto “The End of the Classical”, sempre in nota, Eisenman mostra le sue riflessioni sul testo di Culler On Decostruction del 1982 direttamente collegato con le teorizzazioni di Derrida.  Nel 1985 Bernard Tschumi, invitò Derrida a collaborare con loro  alla progettazione di giardini tematici alla Villette, progetto che non verrà realizzato ma che darà luogo alla pubblicazione del volume Chora(l) Works.

Zaha è la fenomenologia di un’Era?

4 Aprile 2016

Ricordo gli anni ’80 in Inghilterra. Gli Yuppies, le gru a Canary Wharf, l’architettura in pieno boom. Il potere della lobby Conservatrice era fortissimo e si opponeva a qualsiasi sperimentazione, a qualsiasi spiraglio di innovazione creativa. Gli architetti dell’Architectural Association (Nigel Coates, Elia Zenghelis, Will Alsop, Zaha Hadid e Rem Koolhaas), erano considerati «artisti sognatori», stravaganti visionari che non avrebbero mai costruito sul nostro pianeta. Ridicolizzati nei programmi della BBC dai critici di Buckingham Palace.

Ricordo che ai tempi scrivevo come corrispondente da Londra per la rivista romana “Controspazio” che mi chiese di contribuire ad un numero sull’architettura al femminile. Chi possiamo menzionare dall’Inghilterra? Provai a contattare Jane Drew, Eva Jiricna, Louisa Hatton e Zaha Hadid. Hadid era un nome ancora di nicchia che pochi conoscevano. Ricordo che il suo studio era poco più di un solitario atelier.

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Arrivano gli anni ’90 e la fine del Thatcherismo: è crisi, l’edilizia si ferma come mai prima, l’intellighenzia anglosassone è stanca dei soliti parametri intellettuali che sembrano improvvisamente aver deluso le aspettative di crescita, la pressione intellettuale del Terzo Millennio è fortissima … Il mondo che conta vuole rinnovarsi. E si rinnova.

Si comincia a parlare di globalizzazione, di mondi emergenti, di fine del Movimento Moderno e di tutti i suoi Post e Neo Modernismi. L’industria risponda, le tecnologie cambiano. Macchinari CNC e software BIM consentono di esplorare le fughe prima e le doppie curvature poi di Hadid. L’industria del cemento inventa nuovi conglomerati sottilissimi, fluidi, compositi e super performanti. Arrivano i nuovi ricchi ansiosi di lasciare un segno della loro potenza nelle loro città e in quelle che colonizzano con la loro aggressiva economia.

Allora, dove sono finiti quegli artisti che la prestigiosa Architectural Association aveva formato ma destinato all’emarginazione gloriosa dell’avanguardia radicale. Eccoli, sono pronti a costruire e a dimostrare la loro genialità al mondo emergente che ora li ha scoperti e ha bisogno di loro.

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Zaha ci insegna che architetti si nasce ma che le opportunità si creano, o forse sono un destino? Zaha è la fenomenologia di un’Era. E’ un’icona perché è il simbolo del Terzo Millennio e della libertà contemporanea, dell’anti-regola, del Pluralismo. Ogni edificio di Zaha è diverso, è pensato per quel luogo, o meglio per l’emozione che ha generato quel luogo, è un landmark site specific che riflette l’emozione che deve aver provato Zaha mentre guardava l’area vuota in attesa di essere trasformata. L’architettura è un’emozione ininterrotta senza scala; è una morfogenesi del terreno, plasmata dall’Arte.

Zaha annienta per sempre il concetto di regola, di stile, ma soprattutto di Teoria. Zaha è la Teoria di se stessa e quindi da amare o rifiutare. Architetture che il critico non riesce a ‘criticare’ perché sfuggono alle teorie storicizzate, al metodo come verifica di un paradigma fisso. Architetture che si possono solo raccontare, amare, vivere. Questa libertà è la vera rivoluzione che distingue la Contemporaneità dalla Modernità del ‘900. Grazie Zaha per aver contribuito a questo passaggio epocale!

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Autore: Cristina Donati
Foto: Giulio Pascali
Editing: Giulio Paolo Calcaprina

La classe non è acqua

Questa estate ho fatto una gita ad Innsbruck, in Austria. La città, entrando dalla periferia, si presenta con quella classica grigia tristezza un poco decadente tipica di molte città austriache e tedesche.

Del centro storico, assai piccolo, resta memorabile il cosiddetto “tettuccio d’oro”, un bow window tutto d’oro finemente decorato.

Il mio obbiettivo era la visita all’Alpen zoo, caratteristico per la presenza di fauna proveniente esclusivamente dalle alpi.

Per andare allo zoo si prende una metropolitana ibrida: nella parte iniziale corre in orizzontale sotto terra, poi si inerpica su un costone come una sorta di cremagliera (anche se tecnicamente credo assomigli di più ad una funicolare).

Quando siamo arrivati al capolinea, la Stazione Congresso, sono rimasto molto colpito dalla pensilina che sovrastava le scale di accesso: una forma fluida composta da superfici rigate senza curve regolari. Molto elegante, fluida, leggera all’occhio. Avvicinandomi, ho provato a toccarla e con mia grande meraviglia mi sono reso conto che era composta da lastre di vetro curvate a caldo, tutte ovviamente differenti tra loro. Ho preso qualche scatto.

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ico_flickr1 Vedi il set di immagini su Flickr

A quel punto il mio interesse si è tramutato in stupore ed in seguito in ammirazione incondizionata: mi sono detto che chi aveva progettato quella struttura era un architetto bravissimo con una capacità tecnica elevatissima.

Alla fermata zoo il mio giudizio si è consolidato. Non solo la pensilina della seconda stazione era altrettanto bella, ma tutta la struttura di calcestruzzo armato era molto elegante.

Mi sono ripromesso al mio ritorno in Italia di cercare di verificare chi ne fosse l’autore.

Ebbene, stiamo parlando dell’ Hungerburgbahn disegnata da Zaha Hadid e realizzata nel 2007.

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E’ stato un progetto di rinnovo e potenziamento di una linea esistente, con soluzioni tecniche all’avanguardia (tipo i vagoni basculanti pin modo che i passeggeri siano sempre in piano), che è costato circa 50 milioni di euro.

Tanto di cappello all’architetto Hadid!

Poi mi è venuto in mente di chiedere a mia moglie (che non è architetto ma che negli anni ha imparato a convivere con tutte le fissazioni del marito architetto), se la pensilina della prima stazione l’avesse colpita particolarmente prima che io la facessi notare: “non particolarmente, carina ma l’ho apprezzata di più dopo che tu mi hai fatto notare nel dettaglio come era fatta e come era stata realizzata”. Questo, sinteticamente, è stato il suo giudizio.

Mi vengono perciò spontanee alcune riflessioni:

1. La Stazione Congresso era perfettamente integrata in un contesto storico senza cercare soluzioni mimetiche.

2. Le fermate di questa linea si possono confrontare senza complessi di inferiorità con capolavori come le fermate parigine.

3. La buona architettura (contemporanea) è poco appariscente. Non c’è bisogno di distinguersi a tutti i costi per realizzare un ottimo lavoro.

4. Molta architettura contemporanea è più bella di notte che di giorno: un illuminazione ben progettata (Zumtobel) mette in risalto i punti di forza del progetto.

Vi invito a vedere delle foto in notturna che ho trovato su internet:
vai al link

5. C’è un divario tecnologico sempre crescente tra l’architettura che può essere prodotta da uno studio normale e un super-studio come quello della Hadid. Mi chiedo se questo non stia contribuendo ad una sparizione di una buona architettura “comune”, fatta cioè da architetti non conosciuti al grande pubblico.

Finalmente MAXXI !!!!

19 Novembre 2009

Io ci sono andata…

E penso sia un luogo interessantissimo.

Lo spazio coinvolgeva lo spettatore nella performance del corpo di ballo di Sasha Waltz.

Immaginate che i corpi si adagiavano sui piani inclinati delle pareti altissime, volavano con funi sospese ai setti verticali della copertura e  disegnavano il perimetro ondulato delle sale con i loro corpi.

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La performance non poteva essere “guardata” frontalmente, perchè i corpi creavano delle sculture e ogni persona avrà avuto una visione diversa, da 20 m. in alto affacciandosi e guardando giù o dal basso guardando i corpi improvvisamente fuggire in tutte le direzioni per poi legarsi strettamente e sollevarne uno solo il più in alto possibile….e lo spazio era lo strumento di questo movimento, con un’acustica perfetta.

Ma il movimento dei corpi in confronto al movimento dello spazio museale sembrava “artificiale”.

E’ stata una strana sensazione, forse solo mia, personale, ma provo a spiegarla: era come vedere il movimento di una parte all’interno di uno spazio in movimento. I ballerini si muovevano lentissimamente quasi come manichini in lontananza e la gente si muoveva da una parte all’altra richiamata dai suoni , e alla fine sembrava quasi che tutte le persone presenti facessero parte del corpo di ballo.

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Gli artisti ( perchè tali li considero, per la capacità tecnica ed espressiva) non si muovevano all’interno di una scenografia, ma interagivano con gli spazi… nella parte con un solaio inclinato facevano scivolare dei piatti di porcellana bianca, creando un suono e talvolta un rumore familiare di cocci. Non c’erano elementi aggiunti, ( anzi no, uno, alla fine della performance, un lunghissimo nastro di margherite gialle posate con estrema cura dalle ballerine, unico elemento naturale presente..e anche questo mi fa riflettere…) loro “usavano” l’architettura: intonaci, gradini, balaustre, vetrate, pavimenti, scale, vuoti, ascensori, montacarichi.

Il montacarichi. Ecco, questo è stato l’elemento che forse più mi ha colpito….perchè credetemi un montacarichi può avere un’anima e danzare con l’apertura e chiusura delle porta scorrevoli.

Ecco credo sia questa l’architettura, l’arte più completa anche se possiede solo un po’ di cemento e una matita…. la matita. Credo sia l’invenzione più importante per un architetto, lo strumento che ci permette di trasferire, di far capire quello che abbiamo avuto il dono di immaginare. Zaha Hadid evidentemente riesce a realizzare esattamente quello che con una semplice matita disegna.

Tutto il resto viene dopo, è fondamentale, lo sappiamo bene, perchè mi rendo conto che la capacità tecnica libera e rende realizzabile tutto esattamente come viene pensato, altrimenti verrebbe appesantito, svilito, corrotto. Ma mai nulla riesce a darmi la stessa sensazione, non saprei descriverla compiutamente…poesia, musica, pittura, cinema, scultura, nulla di ciò che l’essere umano può creare riesce ad emozionarmi come lo spazio architettonico… che sia un piccolo, piccolissimo dettaglio…o uno spazio immenso… credo  sia fondamentale, perchè ci viviamo dentro…e non parlo quindi del museo, ok, siamo stati bravi a realizzarlo finalmente a Roma ( e credo che la città da adesso non sarà più la stessa) ma parlo degli spazi in cui lavoriamo, dormiamo, studiamo, mangiamo, parlo dello spazio che racchiude la nostra vita.

Alla fine il museo si lascia indietro le pareti, che in un certo senso condizionano i nostri passi e ci lancia nel vuoto della vetrata sospesa sui tetti di Roma e del quartiere Flaminio, quasi a farci da rampa di lancio per volare via anche noi.

Mi sembrava di sognare ad occhi aperti.

maxxi31