Articoli marcati con tag ‘recupero urbano’

In bilico fra il “non più” e il “non ancora” ovvero rammendare non basta, serve ricamare…fosse solo perché contiene la parola amare.

6 giugno 2018

Il quartiere “Le Albere” di Trento (inaugurato nel 2013) è uno dei progetti di riqualificazione urbana più famosi ed esemplari in Italia, per la notevole operazione architettonica e urbanistica realizzata sull’area dell’ex stabilimento Michelin (1927-1997), di ricostruzione del rapporto fra la città e l’Adige, e per il “MUSE” (Museo di Scienze Naturali), forte attrattore culturale di rilevanza internazionale. Come tutti i progetti firmati Renzo Piano Building Workshop, è tecnicamente perfetto, niente è lasciato al caso: “Le Albere” (traduzione di pioppi in dialetto trentino, da cui l’omonima fortezza cinquecentesca che dominava il grande parco prima che venisse ridotto dalla ferrovia e dallo stabilimento) è costituito da edifici di quattro o cinque piani, sistemati in linea o a corte con l’intento di richiamare quelli del centro storico; il motivo caratterizzante è l’uso di montanti in legno lamellare di larice che scandiscono tutte le facciate; i particolari sono ben studiati e la qualità dei materiali non è in discussione; molto curato l’aspetto energetico con buoni isolamenti, connessione alla teledistribuzione di energia alternativa, schermi di piante rampicanti sulle facciate, pannelli fotovoltaici su tutte le coperture; un parco, con piazze, piste ciclopedonali e percorsi d’acqua; garage interrato per liberare la superficie delle auto.

Nonostante queste pregevoli premesse, ancora l’eco-quartiere non riesce ad esercitare la spinta rigenerativa auspicata.

Probabilmente, ci troviamo di fronte ad un intervento troppo omogeneo, che ha bisogno di tempo per rompere i confini e relazionarsi alla città; probabilmente, con l’elevata qualità degli appartamenti, si rivolge a un ceto sociale medio-alto che non è numericamente sufficiente a occupare un quartiere di queste dimensioni.

O forse, nella progettazione del quartiere, è mancata quella mobilitazione e responsabilizzazione dell’intera comunità, che prende comunemente il nome di processo partecipativo, quale sarebbe potuta/dovuta avvenire nei giusti termini, attraverso strumenti di animazione prima e generazione territoriale dopo, invece di scommettere solo (probabilmente) sul mercato globale?

Certamente un investimento sulla comunità avrebbe potuto dare un altro significato alla realizzazione del nuovo quartiere cittadino, del quale il Muse poteva rappresentare (e ancora rappresenta) il motore economico, culturale e sociale. Sono certo che sarebbe stato davvero tutto diverso se, oltre alla confluenza di tante risorse, competenze e professionalità, ci fosse stato un investimento in “amore” per la comunità, cosicché oggi quegli stessi corpi (edilizi) vivrebbero pienamente dell’operosità delle famiglie e delle grida dei bambini.

Venirne a capo adesso significa (e certamente lo si starà già facendo) rinegoziare con la proprietà migliori condizioni di mercato del patrimonio abitativo che non può rimanere vuoto lì in attesa, ma anche investire sugli spazi esterni e nei dintorni, con l’appropriarsi dell’area verde come spazio dell’intera città, facilitando la nascita di esperienze generatrici di idee e di lavoro, ricongiungendo l’anima del quartiere – non solo il corpo – alla città.

Foto: Web

Editing: Daniela Maruotti

Nutrire il quartiere

L’intervento di Amate l’Architettura al convegno organizzato da CarteinregolaUn mercato non è solo un mercato” è stato impostato per fornire al pubblico una rapida panoramica delle esperienze internazionali in materia di recupero e gestione dei mercati coperti. Partendo dal titolo (preso in prestito da quello dell’EXPO’) abbiamo cercato di fornire una serie di spunti estremamente concreti ma al tempo steso fortemente “visionari” di come i mercati agroalimentari contribuiscano a “nutrire” le città oltre che da un punto di vista fisico anche da quello prettamente culturale, in quanto luoghi di aggregazione sociale e di incontro. Dove naturalmente il verbo “NUTRIRE” in un’accezione più ampia include la “nutrizione” culturale e sociale, con le quali le attività commerciali devono assolutamente integrarsi e convivere, se vogliamo salvare la funzione importante del mercato rionale. E questo deve avvenire attraverso le trasformazioni sia fisiche (quindi architettoniche ed urbanistiche), che di ampliamento e di coinvolgimento di altre attività (ludiche, sociali, culturali, artigianali).
Da un punto di vista della rappresentazione abbiamo preferito dare rilevanza alle suggestioni comunicative delle immagini riservandoci di fornire dati di dettaglio in una sede successiva. Questa scelta è stata fatta anche in previsione che gli altri interventi avrebbero concentrato le loro esposizioni su aspetti fortemente documentari e nozionistici, come è in effetti avvenuto e quindi il nostro intervento voleva essere una sorta di esposizione complementare ai ragionamenti tecnici dei colleghi partecipanti al crdvonvegno.

La presentazione realizzata con Prezi è visibile a questo link.

Il primo aspetto su cui ci siamo focalizzati è stato sul valore aggiunto che deriva dalla presenza dei mercati nelle città. L’idea di fondo è quella di provare ad invertire la scala di valori con la quale tipicamente ci si approccia al tema del recupero dei mercati. Infatti la domanda tipica con cui le amministrazioni affrontano il problema dei mercati è: Dove e come troviamo le risorse per valorizzare il mercato ?. Dalla osservazione dei mercati nel mondo è possibile, almeno concettualmente, invertire il tema: sono i mercati che danno alla città (e al quartiere) il valore aggiunto necessario per consentirne il recupero. Se si guarda alle realtà più famose si osserva come nella fascia mediterranea il mercato è un elemento caratterizzante del paesaggio urbano. Il luogo mercato è uno spazio talmente forte e attrattivo da essere l’elemento trainante non solo del paesaggio urbano ma anche dell’immaginario turistico culturale della città. Citiamo innanzitutto il Mercato Egizio a Istanbul (mercato delle Spezie), secondo mercato cittadino dopo il Gran Bazar; il Suk di Marrakech e la rete di mercati popolari che caratterizzano Palermo (Ballarò, Vucciria, Capo). In tutti questi casi la tradizione del mercato agroalimentare è connaturata con la cultura e con il territorio e l’elemento mercato costituisce l’ossatura portante della vita urbana. Rimanendo in area mediterranea ma in epoca più recente abbiamo individuato alcuni esempi ottocenteschi di mercati coperti, che indipendentemente dalle modalità di gestione costituiscono esempi di “architetture” fortemente caratterizzanti della struttura urbana. Dalla variegata esperienza iberica citiamo il Mercado Central di Valencia e il Mercado Bolhao di Oporto; entrambi mercati storici pienamente attivi e molto frequentati anche da turisti. Allo stesso modo il mercato Les Halles di Narbonne si caratterizza pere essere un centro nevralgico in una città altrimenti povera di altre emergenze architettoniche significative.
Abbandonando la fascia mediterranea, tipicamente legata a tradizioni agroalimentari molto forti, scopriamo come anche nelle regioni scandinave e anglosassoni, dalle quali ci si aspetterebbe meno attenzione a questa tipologia urbana, si registrano esperienze nelle quali la destinazione d’uso agroalimentare viene fortemente valorizzata e sostenuta. È il caso dei due mercati di Saluhall a Stoccolma e di Kauppahalli a Helsinki. Un discorso leggermente separato che vale la pena citare è il caso del Covent Garden a Londra dove le attività turistico culturali hanno progressivamente soppiantato il vecchio mercato (attivo fino al 1974); di cui oggi restano solo poche bancarelle.
Al di fuori delle esperienze europee abbiamo ritenuto opportuno inserire due esempi diametralmente opposti. Da una parte nel solco della tradizione occidentale vale la pena citare il Chelsea market a New York, dove non a caso Giovanni Rana ha previsto uno dei suoi cinque ristoranti aperti in tutto il mondo; segno evidente che l’ambiente del mercato è internazionalmente riconosciuto come un luogo di attrattiva. Dall’altra, spostandoci in oriente abbiamo voluto citare il mercato Ben Thanh di Ho Chi Minh City realizzato in epoca coeva alla realizzazione delle poste attribuite a G. Eiffel; il mercato mantiene quello spirito ingegneristico. è interessante notare come la struttura nasca dall’esigenza ottocentesca (e coloniale) di dare alle zone di mercato preesistenti una organizzazione che ne consenta la gestione urbanistica e ne favorisca il controllo sociale; i cittadini vietnamiti hanno tuttavia saputo appropriarsi nel tempo dello spazio e tuttora costituisce uno dei luoghi più interessanti e visitati della città.
Da questa prima carrellata appare evidente come il luogo mercato sia di per se un luogo universalmente riconosciuto come luogo di attrazione. In generale una tipologia di spazio che conferisce valore all’ambiente urbano. Non è quindi puramente retorico affermare che la rete dei mercati rionali romana contenga al suo interno già ampie potenzialità di valorizzazione in grado di fare leva principalmente sulla destinazione d’uso agroalimentare. Da questo punto di vista riteniamo estremamente interessanti sia gli interventi di natura storica (Do.co.mo.mo. e altri) che quello del dipartimento Risorse per Roma che hanno ben evidenziato quanto sia ricca estesa e radicata la rete mercatale. È tuttavia evidente che per estrarre questo potenziale è necessario prevedere una trasformazione delle modalità di fruizione dei mercati che ne stimolino da una parte la frequentazione anche in orari diversificati e dall’altra consentano l’ottimizzazione degli spazi consentendo utilizzi e destinazioni d’uso diversificate.
La panoramica prosegue quindi riportando esempi di strutture europee che hanno come elemento caratteristico la diversificazione e l’efficientamento dell’offerta (o al contrario per alcuni casi limite la loro estrema specializzazione), sia introducendo nuove funzioni e sia attuando nuove politiche di orario. Si parte di nuovo dall’esperienza iberica citando la Bouqueria di Barcellona che oltre ad essere il fulcro della Rambla è famosa per la possibilità di consumare pasti a pranzo; il mercato ospita inoltre una scuola di cucina molto attiva. A Lisbona merita di essere citato il Mercado da Ribeira completamente ristrutturato e destinato per metà ad ospitare banconi per la consumazione dei pasti e negozi. Tornando in Spagna a Madrid il Mercado de San Miguel, dichiarato Bien de Interés Cultural, è stato recuperato con un intervento finanziato da privati e riaperto al pubblico nel 2007; dove al suo interno sono ospitati, oltre al mercato, anche diversi negozi e ristoranti. Con lo stesso spirito risultano degni di attenzione il Mercato Centrale Nagycsarnok a Budapest, il Borough Market a Londra e il Central Market Hall di Sofia. Completano questa sequenza l’Arminius Marketkhalle di Berlino, recuperato grazie ad una azione popolare che si è opposta alla sua demolizione, e il Mercato centrale di San Lorenzo a Firenze, recuperato su progetto di Archea.

L’ultimo capitolo della nosstra carrellata si concentra sulle esperienze che si caratterizzano per una maggiore presenza architettonica contemporanea. un primo esempio tutto itlaiano è caratterizzato dall’intervento di risistemaizone di Porta Palazzo a Torino, uno dei più grandi mercati all’aperto d’europa, fulcro di un piano più ampio di recupero del Quadrilatero; oltre alla sistemaizone e alla riorganizzazione delle strutture esistenti l’intervento si caratterizza anche per l’edificio di supporto logistico progettato da Fuksas. Il progetto per il recupero del Mercato di Santa Caterina a Barcellona, dello studio Miralles Tagliabue, si caratterizza per la il grande impatto architettonico della copertura, al tempo stesso estremamente moderna ma, grazie all’uso delle piastrelle policrome di rivestimento, anche molto bene inserita nel contesto.
Per richiamare di nuovo una esperienza extraeuropea vale la pena citare, per l’equilibrio formale e materico, il mercato di Yusuhara progettato da Kengo Kuma.
Concludiamo questo “viaggio nei sogni” con il progetto  per il Markthall a Rotterdam di MVRDV. Un intervento di recupero urbano per il quale il Comune di Rotterdam ha lanciato un bando di concorso tra cinque diversi svuluppatori di Real Estate; l’idea finale prevede un edificio multifunzione (residenziale, commerciale, sociale) centrato appunto sulla presenza al suo interno di un mercato agroalimentare.

Un cenno a parte è stato fatto sulla possiblità dei mercati di fare rete. Soprattutto a Roma, che vanta una diffusione capillare degli spazi in tutto il territorio urbano, varrebbe la pena sfruttare questa capillarità, anche seguendo il modello delle mappe digitali parigine, per diventare fulcro di relazione delle amministrazioni con il territorio. una tecnologia facilemtne impiegabile è quella di iBeacons, già adesso utilizzata ad esempio per EXPO2015.

Concludendo l’intervento abbiamo focalizzato le principali caratteristiche dei mercati analizzati:
– Centralità del mercato,
– Multifunzionalità,
– Differenziazione dell’offerta,
– Politica degli orari,
– Partecipazione,
– Attività sociali ed artigianali

Qui di seguito riportiamo il video realizzato appositamente per l’evento da Tiziana Amicuzi con fotografie di Giulio Paolo Calcaprina e di di Giorgio Mirabelli, musiche di Francesco Ornielli.

Gruppo di lavoro di Amate l’Architettura: Tiziana Amicuzi, Lucilla Brignola, Giulio Paolo Calcaprina, Ilaria Delfini,  Giorgio Mirabelli, Giulio Pascali

Processo di partecipazione al “Progetto Urbano Flaminio” – Amate l’Architettura ci sarà.

È ufficialmente partito il tanto atteso processo di partecipazione per la riqualificazione delle Caserme di via Guido Reni, progetto al quale gli arch.tti G. Mirabelli e L. Brignola, in rappresentanza di “Amate l’Architettura”, sono stati invitati a partecipare.
Questo compito sarà per noi molto importante e lo porteremo avanti con impegno per lasciare il nostro contributo in questo brano di città “puntellato” da grandi opere che purtroppo non hanno avuto il merito di riqualificare e riorganizzare il quartiere.
Più volte, nel corso di questi ultimi anni coordinando attività in quella zona, ci siamo resi conto di quale tesoro architettonico nasconda e di quanta potenzialità inespressa abbia quel quartiere e sarebbe un peccato, in questo momento storico, non mettere a disposizione le nostre competenze a servizio della cittadinanza.

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Il 25 Marzo u. s. al Cinema Tiziano abbiamo preso parte al secondo incontro che ha ufficialmente aperto e costituito l’Assemblea pubblica per il “Processo Partecipativo” sul progetto di “Riqualificazione dell’ex Stabilimento militare materiali elettronici e di precisione (SMMEP)” di Via Guido Reni, promosso dall’Amministrazione capitolina insieme al II° Municipio.
L’incontro è stato preceduto da un sopralluogo dell’area oggetto dell’intervento, quella delle “Caserme”, ed ai locali ricavati al suo interno che costituiranno, da questo momento, la Sede per i lavori dei tavoli di partecipazione formati dalle Associazioni, dai Comitati di quartiere e dai cittadini con i responsabili tecnici dell’Assessorato alla trasformazione del territorio guidato da Giovanni Caudo.

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Il Progetto di recupero dell’ex Caserma prevede la cessione dell’area di proprietà dell’Agenzia del Demanio a Cassa Depositi e Prestiti e la conseguente Variante al Piano Regolatore per la realizzazione di una serie di funzioni già decise dal Consiglio Comunale: Nuove residenze private (29.000 mq), Alloggi di Housing sociale (6.000 mq), Struttura ricettiva (5.000 mq), Attività commerciali (5.000 mq) e Città della Scienza (27.000 mq).
L’Amministrazione confida che La Città della Scienza e tutta la sistemazione della parte pubblica dell’area (27.000 mq di costruito/24.000 mq di area) possa essere realizzata grazie ai proventi derivanti dalla valorizzazione dell’area attraverso l’intervento del privato (45.000 mq di costruito/27.000 mq di area).

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L’iniziativa è stata coordinata dal Presidente del II° Municipio Giuseppe Gerace, coadiuvato da Luca Lo Bianco Responsabile dell’Ufficio di Gabinetto dell’Assessore Giovanni Caudo, dal Responsabile dell’U.O. Riqualificazione di ambito urbano e riuso del patrimonio pubblico di ROMA CAPITALE, nonché Responsabile del Procedimento Arch. Maurizio Geusa.
Gli interventi dei partecipanti all’Assemblea si sono concentrati principalmente sulla richiesta di Spazi pubblici per il quartiere e Servizi essenziali, Ambulatori e Guardie mediche, Centri di ritrovo per giovani e per anziani, ma anche rilocalizzazione di Istituti scolastici e Dipartimenti universitari.
Altri interventi invece hanno esternato la preoccupazione ed il timore che un ulteriore carico di funzioni (Residenze e soprattutto la Città della Scienza) possano congestionare ulteriormente la mobilità, esprimendosi perciò a favore di una riorganizzazione dei trasporti pubblici, con particolare attenzione alla riqualificazione di Piazza Mancini.
Soluzione che dovrebbe puntare ad una maggiore connessione tra i quartieri Parioli e Prati, attraverso il Ponte della Musica, e la riqualificazione del quartiere Flaminio in un’ottica complessiva che riguardi l’intero quadrante e dove trovi spazio anche una rete ciclo-pedonale verde che parta dal Villaggio Olimpico.
L’iter del processo partecipativo prevede che ognuno dei prossimi incontri avrà un solo Tavolo Tematico che, per quanto riguarda i primi due già fissati, quello dell’8 Aprile sarà dedicato ai “SERVIZI” mentre quello del 17 Aprile sarà dedicato alla “MOBILITA’”.
Dal dibattito infine è emerso anche che il primo obiettivo dell’Assemblea, attraverso il Percorso Partecipativo, è quello di definire le “Linee di indirizzo” del “Documento Preliminare” che fornirà la base al “Concorso Internazionale per il Progetto Urbanistico del Quartiere della Città della Scienza (Utilizzazione delle aree pubbliche, indicazioni sulle distribuzioni delle parti private e sulle relazioni tra le stesse).
Il secondo passo sarà la definizione del Progetto Urbano Flaminio (ossia la destinazione d’uso del Quartiere della Città della Scienza associato alle altre aree del quartiere Flaminio) per l’adozione definitiva della Variante al PRG.

il Forum “Corviale 2020”

20 novembre 2013

Amate l’Architettura sostiene da anni il recupero di strutture e di quartieri che sia dal punto di vista architettonico ed urbanistico che da quello sociale ed economico, mostrano di possedere potenzialità fuori dal comune, grazie anche a persone ed associazioni impegnate da anni a promuovere soluzioni volte alla loro completa riqualificazione.
E’ il caso di Corviale, edificio residenziale popolare, realizzato negli anni ‘70 da una equipe di architetti romani (Federico Gorio, Piero Maria Lugli, Giulio Sterbini, Michele Valori) coordinati da Mario Fiorentino, da anni divenuto un laboratorio di studio per la sua riqualificazione. Il Forum, giunto alla seconda edizione, è il fulcro dell’attività e del confronto tra i suoi protagonisti e i cittadini.

Promosso dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, dal Dipartimento Architettura e Progetto dell’Università di Roma La Sapienza e da Roma Capitale con la collaborazione dell’Associazione Corviale Domani, Corviale 2020 si snoderà in una serie di appuntamenti ed eventi tra giovedì 21 novembre 2013 e sabato 23 novembre 2013.

Amate l’Architettura, presente anche alla prima edizione del Forum, nel 2012, parteciperà con un contributo di Giorgio Mirabelli nei cosiddetti “Cantieri”, due confronti pubblici, che si terranno rispettivamente alla Sala Consiliare del Municipio XI (venerdì dalle 9.00) e al Mitreo – Arte Contemporanea, sui seguenti temi:

Un piano strategico condiviso per lo sviluppo locale di conoscenze, formazione, ricerca e innovazione, basato su economia verde e reti, in un contesto di rinnovata qualità urbana e paesaggistica. Verso le linee guida per un concorso internazionale.” e

Benessere Equo e Sostenibile (BES) la prevenzione, la coesione sociale e territoriale, l’occupazione, il recupero del disagio, i beni comuni e relazionali, arte, cultura, sport, tempo libero, gli orti urbani, il valore dei rifiuti del riuso e dello spazio pubblico, l’economia civile e partecipata. Profitti sociali per la qualità della vita.”

Invitiamo i nostri lettori romani ad intervenire o semplicemente a lasciare un loro contributo personale su Corviale in questo blog.

Qui il programma del Forum Corviale 2020: programma_forum_corviale

Qui uno straordinario contributo di Salvatore D’Agostino e Isidoro Pennisi sul blog Wilfing Architettura, che ripropone la videoregistrazione e la trascrizione di un’intervista nella quale Mario Fiorentino espone il progetto di Corviale, mostrata presso la Galleria di Arte Moderna di Roma e la Triennale di Milano nel 1981: link

Qui il link all’Associazione “Corviale Domani”

E qui, proprio per chi non sapesse nulla riguardo a quest’opera emblematica, la voce di Wikipedia su Corviale.

Le aree dismesse per rivitalizzare la Città di Pisa

27-28 Aprile 2013

Il Municipio dei Beni Comuni presenta:

LE AREE DISMESSE PER RIVITALIZZARE LA CITTA’ DI PISA

Due giorni di riflessione e confronto con urbanisti a partire da un’area dismessa e recuperata dalla cittadinanza.

Oggi le Amministrazioni (Pisa, Calci, Vicopisano, San Giuliano, Vecchiano, Cascina) hanno intrapreso il percorso per la formazione del Piano Strutturale d’area, è quindi il momento per definire obiettivi e regole per una programmazione che esprima i bisogni e i desideri della comunità.

E’ il momento delle scelte responsabili, tra cui il destino delle aree dismesse, abbandonate. Si rende indispensabile affrontare una discussione costruttiva sul ruolo di queste aree, superando il concetto di “valorizzazione” immobiliare e dell’ irremovibilità del costruito. Le aree produttive dismesse dovranno essere considerate quali aree da pianificare unitariamente in un processo partecipativo, in cui si affronti e si verifichi il loro valore d’uso, facendo emergere in via prioritaria l’interesse della collettività.

E’ una scommessa ardua, ma in questo momento favorito dalla crisi del mercato immobiliare in atto, la politica deve confrontarsi su questi temi. Basta consumare suolo e risorse, attraverso il Piano Urbanistico partecipato, si deve avviare un processo lungimirante che valorizzi l’impegno sociale attraverso la rigenerazione delle aree dismesse.

La riflessione è aperta. L’ex Colorificio Liberato si pone quale laboratorio sperimentale di pratiche capaci di costruire scambi a partire dalle relazioni anche con altre esperienze nazionali ed internazionali, in modo da creare una rete di aree dismesse da far conoscere e rivitalizzare.

Scopriamo insieme queste aree abbandonate e confrontiamoci sulle strategie per una visione alternativa che consideri lo spazio urbano e il territorio un bene comune da curare e progettare collettivamente secondo i reali bisogni dei cittadini che lo vivono quotidianamente.

PROGRAMMA

Sabato 27
Ore 16:30 Visita guidata nell’area dismessa/liberata: Il Colorificio Toscano. Saranno presenti alcuni ex lavoratori della fabbrica
Ore 18 Presentazione dell’ultimo numero della rivista  Millepiani/Urban “Cartografia del desiderio – Per la creazione di una nuova Polis”.
Inteviene: Enzo Scandurra – Prof. di Urbanistica – Università di Roma La Sapienza
Ore 19:30 Apericena a cura di Radio Roarr

Domenica 28
Ore 10 Introduzione al tema: le aree dismesse a Pisa a cura di Arch. Chiara Ciampa
Ore 10,15 “Chi è e cosa pensa chi frequenta il Colorificio”Considerazioni  su un’indagine didattica e partecipata, a cura di:
– Federica Molea – Laureanda  della Facoltà di Architettura
– Prof. Sonia Paone – Docente di Sociologia Urbana
Ore 11,30 Alla scoperta del patrimonio dismesso e delle relazioni urbane.
(Passeggiata in bicicletta attraverso luoghi simbolo dell’abbandono della città di Pisa, è previstaa una sosta per pranzo al sacco nell’area verde dell’ex Ospedale Santa Chiara)
Ore 17,30 Riflessioni, proposte e scommesse sui luoghi abbandonati da rigenerare
intervengono:
– Paolo Berdini – Urbanista
– Mauro Baioni  – Urbanista
– Francesco Careri – Stalker, Laboratorio di Arti Civiche Università Roma Tre
– Giorgio Pizziolo – Architettura di Firenze

Organizza Progetto Rebeldia in Collaborazione con  Legambiente Pisa – Radio Roarr – Ciclofficina del Progetto Rebeldia -presso Ex Colorificio Liberato,  Via Montelungo 70/633 Pisa

Il T.U. DELFT per la costruzione del futuro

22 dicembre 2012

L’Olanda è un paese che investe nel futuro… perciò è un paese ricco. Ricco di risorse, ricco di tecnologia, ricco di speranze! Le imprese olandesi sono presenti in tutto il mondo: il governo russo ha chiesto ad un’impresa formata da due fratelli olandesi di recuperare il relitto del Kursk, il sottomarino affondato nel mare di Berens più di dieci anni fa. Anna lavora alla Blue Water, un’impresa che sta lavorando al recupero del disastro ecologico nel Golfo del Messico. Ed ovunque le imprese olandesi esportano tecnologia.

Ho visto un documentario sulla città di Jakarta, in Indonesia, dove gli ingegneri olandesi stanno collaborando con il governo locale perché le autorità si sono accorte che il livello dell’acqua della laguna dove ci sono migliaia di abitazioni sta crescendo a vista d’occhio, e nel giro di pochi anni interi quartieri scompariranno, se non si interviene subito. In particolare i tecnici stanno studiando una soluzione che preveda la costruzione di una diga con l’allagamento di una zona intermedia, poco abitata, ed il conseguente sgombero di n° 500 abitanti.

Il sistema educativo olandese, per quanto chiuso e limitato ad un numero ristretto di persone, procede di pari passo con il mondo del lavoro ed a stretto contatto con le imprese: l’Università costa cara, ma una volta laureato puoi ripagarti tranquillamente  gli studi. Finchè i giovani cioè non sono in grado di pagare da soli, il governo olandese li aiuta, contribuendo per  esempio a ridurre i costi dei trasporti (la Ov chipkaart, che ti consente di viaggiare su tutti i mezzi di trasporto olandesi, per gli studenti fino a 25 anni dal lunedì al venerdì è GRATIS…) o dando agevolazioni a livello scolastico. Una volta laureato il giovane professionista può restituire questi soldi con il frutto del suo lavoro. Nel  percorso formativo è prevista un’esperienza di lavoro all’estero (Erasmus o Leonardo, come in Italia) ma anche uno stage retribuito dal governo in uno studio professionale, che trae si dei vantaggi ma avvia anche il giovane alla professione.

Sono stato la settimana scorsa al TU Delft, e seguire l’Urbanism Week, cinque giorni di workshops e dibattiti serrati sulla città, che mi hanno consentito innanzitutto di entrare in contatto con il mondo dell’Università, ma che ha prodotto tra l’altro un abbozzo di collaborazione con lo studio ZUS di Rotterdam. Zus è l’artefice del recupero dello Schieblok e dell’avvio fra  gli altri  del progetto del Luchtsingel, un ponte pedonale di legno che partendo dall’edificio su citato cammina lungo la ferrovia recuperandone le valenze morfologico-ambientali e riqualificando le  parti di città che collega.

La prerogativa fondamentale di questo progetto è il fatto che è partito senza fondi e si finanzia da solo! Zus ha infatti cominciato con il recupero dello Schieblok, che era iscritto sulla lista degli edidfici da demolire ed è riuscito nel giro di tre anni o poco più a farne uno dei luoghi più frequentati dagli studi professionali e dalle piccole imprese, che ne affittano i locali grazie ai prezzi molto bassi ed alla posizione strategica.

Durante il workshop ho approfondito il tema successivo alla costruzione del Luchtsingel, che prevedeva all’inizio solo la collocazione del ponte a ridosso dello Schieblok per attirare l’attenzione su di esso (sono stato la settimana scorsa a Rotterdam, ed effettivamente il percorso per arrivare al palazzo è stato indicato con vernice gialla, disegnando a terra strisce pedonali o colorando gli androni dei passages di giallo, che non passa certo inosservato…). Si trattava infatti di trovare delle funzioni “aantrekkelijk”, che rendessero cioè il successivo tratto pedonale verso la vecchia stazione interessante per i possibili fruitori: in una torre per 300 studenti realizzata dal Comune il nostro gruppo ha immaginato di realizzare un ristorante dove gli studenti potessero laorare in cucina ed offrire per una cifra modesta (€ 5,00) un pasto completo, creando nello stesso tempo un sito web dove gli occupanti della torre potessero organizzare dei turni, seguendo il motto “Eet meet cook”.

Oltre a questa esperienza, che spero dia i suoi frutti, mi sono imbattuto in un altro gruppo di studenti e giovani professionisti durante il Green Building Week, un’iniziativa promossa dal governo olandese per la diffusione della durabilità, dai materiali, all’energia, alle risorse.

L’evento in questione era organizzato dalla “Safety”, azienda leader nel campo dell’innovazione, che ci ha parlato di un nuovo complesso ad Hoofddorp, dove il tentativo è quello di realizzare edifici con il metodo Cradle to Cradle, cioè ad emissione zero. Questo vuol dire, per intenderci, che tutti i materiali utilizzati nella costruzione sono riciclabili al 100%.

L’artefice di questo progetto, l’architetto inglese Mc Donough, si appoggia per realizzare le sue opere ad imprese olanedesi, quali appunto la Sofety, che però non copre tutto lo spettro delle costruzioni. Il responsabile della Sofety, che è riuscito nonostante questo gap a realizzare tre edifici per uffici nel comprensorio di Hoofddorp, ci parlava delle enormi difficoltà per convincere le singole aziende ad investire nel futuro e nel metodo Cradle to Cradle, che tuttavia non è ancora stato verificato.

In ogni caso il ministero dell’innovazione tecnologica è molto attivo nella promozione di questi metodi; lo stesso ministro delle infrastrutture Jacqueline Cramer, che oggi è a capo dell’Utrecht Sustainability institute (USI) ha dichiarato che la nuova Bouwbesluit, legge sulle costruzioni, varata dal governo nell’aprile 2012, gtende a favorire proprio quelle aziende che investono nella sostenibilità.

A questo punto la domanda sorge spontanea: perchè in Olanda si riescono a promuovere tutte queste interessanti iniziative ed in Italia no?

Come mai l’Olanda è all’avanguardia nell’innovazione tecnologica e l’Italia no?

Perchè in Olanda si investe ed in Italia no?

E’ solo un problema politico dovuto alla corruzione?

E’ soltanto una questione di persone, o piuttosto non è un problema connesso al sistema, che nell’un caso funziona e nell’altro invece fa acqua da tutte le parti?

Sono convinto che investire nel futuro sia la forza di questo paese. Sicuramente l’Olanda ha un’altra serie di problemi, ma gli olandesi guardano con fiducia al domani sapendo che chiunque salga al potere chiederà sempre altri soldi, ma che comunque questi soldi saranno ben spesi e torneranno indietro sotto altra forma. E a chi mi dice perchè te ne sei andato io rispondo senza alcun ripensamento: perchè qui i miei figli potranno crescere sani e sereni.

co/A – una proposta di concorso innovativa

23 dicembre 2011

aulettaIn un mio precedente post ho provato a delineare i principi di base che, a mio parere dovrebbero fondare la gestione dei concorsi di progettazione. Il tema dei concorsi pubblici e della loro regolamentazione è uno di quei temi caldi che animano la discussione sul miglioramento della qualità delle nostre città e noi intendiamo discuterne durante l’assemblea dei 150K.
La mia proposta mirava alla definizione di un processo che garantisse la qualità della scelta, la responsabilizzazione dei soggetti conivolti nel processo di ideazione (progettisti e amministrazioni in primis) e il coinvolgimento partecipativo e “connettivo” di tutti gli stakeholders del processo di trasformazione urbana.
L’approccio del post, come di molti altri validissimi che si incontrano nella rete, aveva come sottintesa una naturale diffidenza verso la capacità del genere umano ad autoregolarsi e, conseguentemente la attribuzione alla norma di una sorta di potere taumaturgico nella risoluzione dei problemi.
Si tratta di un riflesso ideologico difficile da spezzare: alla identificazione di un problema, alla individuazione di una possibile soluzione, si agisce pensando ad una legge.
Ma prima della legge, se si vuole incidere seriamente su un problema, occorre lavorare sulle consuetudini. Se si vuole dimostrare che una idea, un principio sono migliori di altri (a tal punto da meritarne l’istituzionalizzaizone normativa) occorre dimostrarne sul campo la validità e magari, senza necessariamente aspettare una nuova legge lavorare con quello che si ha.
Aggiungo che per le amministrazioni pubbliche che hanno la reale volontà di risolvere i problemi della trasformazione del territorio in maniera non burocratica e soprattutto non populista, non è necessario attende alcuna nuova norma, potendo già ora autoregolamentarsi.
E’ fondamentale quindi prima di tutto lavorare direttamente sulle amministrazioni pubbliche, agendo sulla loro sensibilità e sulla loro reale volontà di gestire positivamente il territorio. Se ci sono delle buone pratiche è doveroso segnalarle e promuoverle.

Ritengo quindi doveroso segnalare il concorso di idee che ha lanciato il comune di Auletta per la valorizzazione del Parco a ruderi sorto dalla riqualificazione del centro storico (distrutto dal terremoto del 1980) che approfondisce in maniera innovativa diversi aspetti del concorso di idee.
Il bando si caratterizza per la definizione chiara dei requisiti da parte del Comune, che ha coinvolto in questo progetto l’associazione RENA (Rete per l’Eccellenza Nazionale), e per  il programma coraggioso che si propone di ricercare soluzioni innovative a problemi e obbiettivi complessi; soprattutto si nota la ricerca di metodologie innovative proprio nelle metodologie procedurali di selezione dei progetti vincitori.
Ad un tema è importante quale quello della memoria collettiva di un dramma storico si cerca di fornire risposte in maniera “connettiva”.
Altamente innovativa, sia sotto il profilo organizzativo che metodologico, la previsione di un meccanismo partecipativo rivolto non tanto ai cittadini (che comunque vengono coinvolti trasparentemente in ogni fase del progetto) quanto alla categoria dei progettisti che vengono spinti a condividere contenuti e proposte secondo modalità Creative Commons.
Si ribalta di fatto il tradizionale concetto di partecipazione, restituendo contemporaneamente dignità e responsabilità alla categoria di progettisti i quali sono chiamati a operare in maniera multidisciplinare e soprattutto aperta.
Notevoli anche la cura della grafica e della comunicazione (si nota come gli organizzatori stessi abbiano ricorso agli stessi processi produttivi che richiedono ai progettisti) dalla quale si intuisce lo sforzo per sfruttare ogni possibilità offerta dal web 2.0 finalizzato alla selezione del miglior progetto possibile.
Gli aspetti di regolarità burocratica e funzionale sono in secondo piano. Non è importante che sia rispettata una procedura, è importante che quella procedura consenta di selezionare la miglior soluzione possibile; smbra banale ma evidentemente non lo è.
Il percorso delineato prevede una prima fase più tradizionalmente concorsuale, una seconda, caratterizzata da un workshop durante il quale si svilupperanno le migliori idee selezionate e una finale nella quale i vincitori affineranno le idee per produrre gli elaborai destinati alla gara d’appalto; il tutto sempre e costantemente ricorrendo a procedure aperte, visibili e condivisibili dall’esterno.

Ci auguriamo quindi il pieno successo dell’iniziativa, e soprattutto siamo curiosi di vederne i risultati concreti, nella speranza che questa esperienza stimoli anche altre amministrazioni a modificare almeno in parte le remore e le ritrosie che permangono nell’utilizzo di strumenti concorsuali aperti e partecipativi.

co/A è coordinata da RENA, su incarico della Fondazione MIdA, dall’Osservatorio sul Doposisma e del Comune di Auletta. Con la consulenza tecnica del gruppo SNARK, RENA ha lavorato alla definizione e diffusione del bando di idee.
Il concorso resterà aperto fino al 30 gennaio 2012.