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Rigenerare Corviale versus Demolire Robin Hood Gardens. Roma e Londra: Due casi studio a confronto

25 Aprile 2016

Roma e Londra rivisitano le utopie del Moderno e affrontano lo stesso dilemma: come sanare le ferite urbane di due architetture che hanno fallito la loro missione sociale. Due condomini degli anni ’70, due progetti firmati da colti architetti, due architetture che trasformano la missione sociale del Movimento Moderno in ideologia del sociale.

Due opere di circa 40 anni fa, criticate e apprezzate, simboli delle conquiste del welfare del dopo guerra. Progettate sul modello dell’Unità di Abitazione di Le Corbusier, Padre del Moderno. Modello applicato a molti interventi delle periferie italiane del boom edilizio dagli anni ’60, tra i molti il quartiere Zen di Palermo.

Corviale (Roma)_Mario Fiorentino e altri.

Un problema, due soluzioni.

ROMA, 1972. L’IACP (oggi ATER) affida al Team guidato da Mario Fiorentino il progetto del complesso del Corviale che si costruirà nella periferia sud-ovest della Capitale, nei pressi di via Portuense.

LONDRA, 1972. L’allora GLC (Greater London Council) affida ad Alison and Peter Smithson il progetto di Robin Hood Gardens, in un quartiere dell’est di Londra, poco lontano da Canary Wharf.

ROMA, 2015. L’ATER lancia un Concorso e stanzia 7,2 milioni di euro per una prima fase di lavori per rigenerare Corviale.

LONDRA 2015. Al capolavoro brutalista degli Smithson non viene concesso il vincolo storico-monumentale, nonostante la richiesta della Twentieth Century Society. L’intero complesso è in attesa di essere demolito e sostituito da un nuovo masterplan che prevede 200 nuovi alloggi entro il 2020.

Robin Hood Gardens_designed by the Smithson

Vorrei sollecitare due riflessioni e un interrogativo sui modelli abitativi contemporanei.

La prima riguarda la flessibilità degli strumenti procedurali e attuativi con cui due Nazioni della Comunità Europea, come l’Italia e l’Inghilterra, affrontano il tema della rigenerazione urbana ed in particolare delle periferie. Demolire, creare alloggi volano (come avviene comunemente anche in Olanda) e ricostruire condomini dignitosi, sostenibili e in sintonia con le nuove performance di risparmio energetico è possibile nel nostro Paese oggi?

La seconda riguarda la salvaguardia degli edifici storici. Nonostante Robin Hood Gardens sia un’opera di due Maestri come Peter e Alison Smithson, il Governo ha ritenuto, -senza niente togliere al valore del miglior Brutalismo anglosassone-, che non si dovesse applicare il vincolo storico monumentale. In Italia, siamo afflitti da falsi capolavori intoccabili, li potremo mai rivalutare e forse demolire?

Unité_d'Habitation_Designed by Le Corbusier

Ed infine un interrogativo: esiste un interesse concreto verso il rinnovamento tipologico del social housing del futuro? Se a Londra le ‘streets in the sky’ di Robin Hood Gardens sono state considerate un disastro sociale, perché Interlace, la mega struttura residenziale di Ole Scheeren e OMA a Singapore ha ricevuto la nomina di “World Building of the Year 2015” al World Architecture Festival?

The Interlace, Condominium_Designed by Ole Scheeren / OMA

Autore: Cristina Donati
Foto: internet
Editing: Giulio Paolo Calcaprina

Europakwartier Est en Oost in OrganischeStedenbouw: nuove regole per costruire

12 Agosto 2011

Ancora una volta ad attrarre la mia attenzione lo sviluppo della periferia come prodotto di un processo culturale che genera edifici e spazi studiati a misura d’uomo, dove è l’uomo, e non l’automobile, ad essere oggetto di una strategia studiata a tavolino, che produce strade che funzionano, edifici progettati non per essere  contemplati, ma per venire abitati, con tutti i servizi ad essi connessi, e piste ciclabili, scuole, supermercati, spazi di ritrovo, luoghi di una socialità che elevano la qualità urbanistica dell’intervento in oggetto.

Lo spunto per questa riflessione mi viene dalla lettura di un paio di articoli sulla rivista Architectenweb, che ho letto l’altro giorno sul numero di giugno, che mi arriva a casa. Nel primo di questi articoli è riportato il discorso integrale che l’Architetto Neuteling ha tenuto durante la presentazione alla Bouwfabriek, il 22 aprile scorso, al quale già avevo acccennato. Bene.

A questo punto vorrei collegare la descrizione del progetto di Almere con un discorso più ampio sulla periferia olandese, che sento profondamente diversa da quella italiana, ed attraverso spesso meravigliato di tanta perfezione: limiti, rialzi, curve a gomito, rotatorie, paletti, canali, piste

ciclabili e quant’altro…senza inventare nulla, ma semplicemente applicando le regole del movimento moderno. il 27 giugno, a Radio Onda Italiana ho intrvistato Lucia Proto, responsabile IDV donne Abruzzo, con la quale ho parlato proprio di periferia, ma con l’accezione più ampia che questo termine può avere, comprendendo infatti, oltre ai quartieri fuori città, il prodotto culturale di un’epoca, e l’espressione del moderno sentire.

Ecco, tornando all’architetto Neuteling, nelle sue parole si percepisce l’urbanistica olandese come il prodotto dei tempi che cambiano, e l’esperienza ad Europakwartier Oost come la risposta al problema dell’edilizia senza qualità, delle costruzioni che sostituiscono alla qualità la quantità, e che fanno della “ripetzione lo strumento base, proponendo per i nuovi edifici un sistema di produzione unico al mondo, dove lo scheletro in cemento armato di una casa viene ultimato in 24 ore”. Bene.

Ma cominciamo a parlare di Almere, dove l’architetto propone un ritorno all’antica stedenbouw: la sua è “un’urbanistica discreta, che rimanda a ciò che ancora non c’è; che lascia spazio ad inizitive su piccola scala di numerosi attori…” e ancora: “ci sono semplici regole, che per ciascun abitante sono le stesse, ma all’interno di queste regole c’è molta libertà: non c’è bisogno che ogni edificio diventi un modello…”, ma invece in ogni edificio viene inserito un mix di attività: abitazioni e lavoro coesistono, e fanno si che questa urbanistica, non solo sia organica, ma sia anche durevole. Viene presa in esame la possibilità, per esempio, di ampliare la propria abitazione, variandone al tempo stesso le destinazioni d’uso, generando così un processo dinamico, che varia nel tempo, e che può, di conseguenza, variare il volto della città tutta.

Neuteling descrive due momenti della sua esperienza professionale, le cui risposte hanno alla fine prodotto l’esperienza della Bouwfabriek.

Il primo ad Amsterdam, in cui il suo studio doveva disegnare una serie di abitazioni standard, nella zona del vecchio porto.

Qualche tempo dopo laconsegna del lavoro gli architetti avevano ricevuto infinite richieste di modifiche, molte delle quali aveva già elaborato, ma che poi erano state accantonate per adeguarsi alle esigenze dell’impresa. Il secondo momento a Rotterdam, dove gli architetti avevano proposto per la realizzazione di un intervento un soffitto di m 2,70, mentre l’imprenditore aveva ritenuto sufficiente un’altezza interpiano di m 2,40. Un pò di tempo dopo, tornati a casa dell’imprenditore, che intanto aveva costruito un attico, avevano notato che il soffitto era stato portato a tre metri, quindi ad un’altezza superiore a quella standard. Bene.

“La morale di questo aneddoto è che chiunque costruisca per se stesso sa preventivamente che cosa vuole e per quale qualità è disposto a pagare”.

Per dare una soluzione ai problemi descritti in questi due esempi il Weetouder (Assessore) Adrivan Duivenstein ha sperimentato con successo il Particulier Opdrachtgeverschap, cioè l’iniziativa privata alla piccola scala. E la rivelazione è stata che questo metodo ha funzionato, perchè così facendo il cittadino non ha più vincoli da rispettare: “…è responsabile del suo spazio, che non è più rappresentato solo dal suo piccolo lotto, ma è invece la città tutta”, il prodotto culturale di un’epoca, appunto! Bene.

Mi volevo soffermare un momento nel dettaglio sulle indicazioni suggerite da Neutelings e tornare sulla qualità della periferia di cui parlavamo all’inizio. Ad Almere, durante la presentazione, oltre a mostrare il plastico in scala 1:200 dell’intera area, distribuivano anche n.16 tavole formato A3 a colori, nelle quali venivano classificate le categorie del progetto urbanistico: dalla descrizione del territorio alla morfologia, dai sistemi alle tipologie adottate, dalle strade ai palazzi.

Nel discorso introduttivo l’architetto poneva l’accento sul metodo, completamente nuovo, adottato nella localizzazione delle varie attività, che veniva definito come durevole…venivano descritte poi le strade, a partire dal DREEF, largo m40, un vero e proprio viale alberato, che chiude tangenzialmente l’intervento e guarda verso ovest le dune, per proseguire con il BOULEVARD, largo m50, dove si localizzano i negozi, con il parcheggio antistante, e la pista ciclabile, larga m4, su cui affacciano i palazzi più alti, ed i FLAT, con un altezza massima di 24 metri. Parallela al boulevard corre la LAAN, larga 30m, su cui transitano anche gli autobus, e dove è anche consentito il parcheggio, mentre ortogonalmente corrono i KADE NOORD, ed a sud si trovano i KADE ZUID, le strade che affacciano sul canale (qui la differenza di larghezza è data dall’aspetto privato-pubblico del lungocanale, 24 e 10 metri), ed ortogonalmente corrono le STRAAT, larghe 18m, strade ortogonali sulle quali è consentito il transito a doppia corsia, ma non il parcheggio, che avviene invece su BENELUXLAAN. Bene.

Su ogni strada affaccia un tipo diverso di edificio; ne vengono descritti sette: il FLATGEBOUW, il RIJWONING, la HERENHUIS,  loSTADPALEIS, la VRIJSTANDEWONING, il TWEE- ONDER-EEN KAPWONING,  ed il WATERWONING, ognuno secondo un suo propio schema, ognuno secondo dei suoi propri limiti, che saranno gli unici a variare, e che faranno della città ancora da costruire un complesso di URBANISTICA ORGANICA. Nel disegno urbano molta importanza viene affidata ai palazzi d’angolo, le quinte, che servono a chiudere gli isolati, riprendendo in qualche modo il PLA’ CERDA per Barcellona del secolo scorso, e completando così il riferimeto all’antico. Vengono quindi definiti i lotti, che ad Europakwartier hanno una dimensione di multipli di 1,5 metri: m4,5 è infatti la larghezza minima, m12 la larghezza  massima: la larghezza del lotto su Europalaan è pari ad ¼ dell’edificio, per consentire una certa varietà nell’immagine dell’intero blocco dalla strada.

“Così facendo un vantaggio dell’urbanistica organica ad Europakwartier Est ed Ovest sarà che i lotti saranno più grandi degli edifici su di essi costruiti.” E questo per quanto riguarda il disegno della città.

Ma la novità di Europakwartier Oost en West è che per la prima volta in Olanda viene introdotta la pratica del particulier opdrachteverschap alla grande scala: la possibilità, cioè, per i privati, di costruire una casa rispondente alle loro esigenze, ed alle proprie tasche, magari insieme, in modo da poter risparmiare per esempio sugli impianti, o sui pannelli solari, ed in modo durevole, quindi prevedendo a livello normativo delle trasformazioni nel tempo. BENE.

Da ultimo una descrizione dei tempi di realizzazione degli interventi dimostra l’ulteriore convenienza insita nell’iniziativa privata: dai dieci anni stimati dal Comune per lo sviluppo di Homeruskwartier, l’ultimo grande intervento di urbanistica tradizionale ad Almere si passa ai tre anni per realizzare Europakwartier. Ecco quindi una che si configura una nuova frontiera dell’urbanistica, per una periferia che funzioni, fatta a misura d’uomo, ma che abbia anche una marcia in più, quella del CPO, che consentirà all’economia, ferma, di ripartire, essendo basata sul principio che l’unione fa la forza, e che l’unico modo per uscire dalla crisi è investire sulle risorse esistenti, per ottenere con il minimo sforzo il massimo risultato, anche nella definizione della periferia, intesa come il prodotto finale della cultura di un popolo.

Di necessità virtù

24 Settembre 2010

Non si è ancora spento l’eco delle inaugurazioni del MAXXI e del MACRO con una grande partecipazione di persone e di addetti ai lavori. A Roma, negli ultimi venti anni si è costruito l’Auditorium di Piano, la contestatissima Ara Pacis di Meier, la chiesa “Dio misericordioso” a Tor Tre Teste dello stesso Meier e si sta costruendo il nuovo centro congressi “La nuvola” di Fuksas,  che avrà vicino altri edifici progettati da Piano e più in là, sempre in zona EUR, ci saranno le torri di Purini. Ma c’è un’altra Roma: quella delle periferie, quella degli “accordi di programma”, tra politica e grandi costruttori, che cambiano e snaturano quelle che erano le indicazioni e le prescrizioni del nuovo PRG, quella delle Nuove Centralità Urbane che dovevano essere il fiore all’occhiello del nuovo PRG di Campos Venuti e che o non sono state realizzate oppure, come  abbiamo cercato di testimoniare con il nostro video su Ponte di Nona (ma è così anche a “Bufalotta-Porta di Roma”),  si trovano in condizioni di grande disagio per la mancanza di servizi ed infrastrutture a parte il Centro Commerciale. Questa Roma, noi di “AMATE L’ARCHITETTURA”, spesso sui mass media non la troviamo, oppure quando c’è non è rappresentata con la dovuta importanza e con la giusta dimensione che merita.

La ragazza “Lucia” del video ci ha dato una piccola lezione di urbanistica dicendo che una volta si costruiva un quartiere intorno ad una chiesa o ad una piazza, oggi si costruisce un quartiere intorno ad un Centro Commerciale. “Che può anche andare bene” ribadisce con il timore di aver detto qualcosa che non è più di moda, di aver espresso un concetto oramai superato; però “fa effetto” è la sua conclusione. Noi siamo completamente d’accordo con “Lucia”.

Se le linee guida di sviluppo di un territorio e la relativa pianificazione vengono affidate alla collocazione “strategica” di un Centro Commerciale (Nuovo TOTEM della modernità) noi pensiamo che forse qualche problema c’è.

Finiamola di pensare che poche architetture firmate da archi-star possano contrastare il boom edilizio e possano riscattare l’anonimato e il degrado delle nostre periferie.

È necessaria una cultura del progetto condivisa dai progettisti, dal potere politico, dai committenti, dalle imprese e dai mezzi di comunicazione.

C’è un’ importante, e non più procrastinabile, operazione di recupero e di riqualificazione di quartieri e di periferie in quasi tutte le nostre città, che dovrebbe essere al primo punto di qualsiasi programma politico ed urbanistico.

Dobbiamo fare qualcosa soprattutto per la difesa del progetto, della qualità dell’architettura e dell’architetto, al quale deve essere restituito il ruolo di protagonista all’interno dell’iter progettuale di qualsiasi opera, ruolo che invece, oggi in Italia, viene continuamente mortificato.

Concludendo ci piacerebbe leggere spesso o che si parlasse sui mass media di architettura come ne ha parlato per esempio Alain de Botton in un articolo sul Daily Telegraph in occasione dei 10 anni della Tate Modern Gallery reinventata dagli architetti Herzog e de Meuron in una ex centrale elettrica sulle rive del Tamigi.

La società britannica affronta ancora diversi problemi sociali, dal vandalismo al degrado dei mezzi d’informazione e del sistema politico, ma non per questo dobbiamo rinunciare a progettare edifici che propongono ideali alternativi. Al contrario questi problemi sottolineano il bisogno di un’architettura ispirata, proprio come la Tate, che rappresenta uno strumento di difesa contro la corruzione e la scarsa immaginazione.

Al di là della sua funzionalità, l’architettura contemporanea dovrebbe spingere i cittadini che si riconoscono nelle sue qualità a migliorare la realtà. L’edificio della Tate è un faro che indica doti dimenticate nella vita di tutti i giorni: la progettualità, la riflessione, la calma, la gentilezza e il coraggio. Si esce dal museo con la sensazione di aver ritrovato, anche se solo per poco tempo, qualità essenziali dell’essere umano.”

Alain de Botton è uno scrittore svizzero nato a Zurigo.

Internazionale 845    7. maggio. 2010

VISIONATE IL VIDEO

Demolire le torri di Tor Bella Monaca? Ragioniamo.

Alcune proposte per una nuova urbanistica a Roma.

Dopo anni in cui le passate giunte capitoline proponevano per la città solo grandi interventi puntuali di grande risonanza e limitavano la riflessione architettonica alla città storica (lasciando campo libero in periferia alla lobby dei costruttori), la nuova giunta Alemanno si lancia in proposte per la periferia.

Tralasciando le prime proposte di sapore elettorale (la possibilità di costruire case popolari in terreni agricoli, di dimensioni limitate, ad una distanza massima da infrastrutture di trasporto su ferro, in deroga al piano) le prime idee arrivarono in occasione del workshop internazionale di architettura e urbanistica del 09/04/2010 all’auditorium: si crescerà “in verticale” nelle nuove periferie, per non consumare più l’agro romano.

Egli dichiarò: «fino a che punto si può arrivare con la densificazione? come si può conciliare la verticalità, i grattacieli, in periferia e soprattutto con la tutela dell’ambiente?» e inoltre: «Ci sono troppi centri commerciali, siamo arrivati oltre il limite. Quindi nei cambi di destinazione d’uso per il piano casa azzereremo tutte le cubature che riguardano queste strutture».

Queste dichiarazioni perciò possiamo considerarle come il punto di partenza della politica urbanistica della nuova giunta capitolina.

Ora nell’inconsueto periodo agostano, il sindaco propone la demolizione delle torri di Tor Bella Monaca, causa principale, a sua detta, del degrado del quartiere.

A questa prima dichiarazione risponde il gotha dell’architettura romana: gli architetti Portoghesi Fuksas e Cesare Valle jr con posizioni differenti tra loro, propongono l’abbattimento delle torri (per Fuksas in modo più puntuale insieme a integrazioni), mentre secondo Renato Nicolini un quartiere si può recuperare costruendo e non demolendo.

Purtroppo, seguendo una pessima tradizione degli ultimi vent’anni di politica, in una successiva dichiarazione il sindaco Alemanno ci fa capire che era una boutade e la butta in caciara. In agosto ai politici è permesso di dire tutto e il contrario di tutto.

Dovremo aspettare ottobre, pare, per vedere delle proposte concrete.

In tutti i casi il sindaco è da ringraziare per almeno due motivi: pone l’architettura e l’urbanistica al centro dell’attenzione e offre spunto per una riflessione sullo sviluppo della città e del territorio.

A differenza dell’acredine di Teodoro Bontempo per Corviale, che sembra più di origine ideologica, l’esternazione di Alemanno su Tor Bella Monaca, sembra più pragmatica, anche se non è sostenuta da un pensiero sistematico.

Quando parla (seriamente) dice cose vere: la politica dei suoli in Italia è fallita: l’esproprio dei terreni (per l’edilizia popolare) costa troppo; ci sono dei quartieri 167 (popolari) che sono delle vere cisti urbane. Per non parlare dello stato di molti di questi edifici che, frutto della prefabbricazione spinta (e della mancata manutenzione) cascano a pezzi.

Alle dichiarazioni frettolose dei notabili vorremmo aggiungere un nostra un poco più articolata.

Partiamo dalla definizione di quartiere-ghetto. E’ vero. Quartieri come Tor Bella Monaca, Corviale, Laurentino 38 sono un ghetto. Lo sono perché sono stati costruiti come un ghetto e perché sono stati popolati come un ghetto.

Se si costruisce un quartiere senza l’idea di mescolare classi sociali, funzioni residenziali e servizi, senza collegarlo decentemente al resto della città, si crea un ghetto.

Abbiamo perciò individuato una priorità sociale per una eventuale linea di azione della giunta comunale.

Inoltre, partendo dall’indiscutibilità del degrado dei suddetti edifici, aggiungiamo che, quando non siano fatiscenti (Corviale), questi non corrispondono più ai criteri di efficienza energetica richiesta attualmente. Ecco una seconda priorità.

Un terzo spunto importante riguarda l’utilizzo dei premi di cubatura ai costruttori. Alemanno dichiara: “puntiamo ad edificare le aree circostanti con premi di cubatura da dare ai costruttori, quindi senza esborsi per l’amministrazione comunale.”

E’ vero che il premio di cubatura è una leva importantissima (e forse l’unica nel panorama attuale), ma attenzione a come la si usa. Vogliamo soffermarci un attimo sui quartieri di recentissima costruzione: Ponte di Nona, Bufalotta, ecc. Questi “gioielli” sono esclusivamente opera dei grandi costruttori/speculatori romani, nel senso che sono stati costruiti nella totale assenza di pianificazione da parte dell’amministrazione comunale, in deroga o nelle falle dell’appena approvato PRG, viatico per il nuovo Sacco di Roma.

( vedi il link della trasmissione Report )

Non sono composti da case popolari, ci abitano tutti quelli che non si possono permettere case più centrali (in massima parte famiglie giovani). Ma vivono bene lì? Sono ben serviti?

(si veda l’inchiesta di Amate l’Architettura su You Tube:  parte 1 parte 2 )

Paradossalmente questi quartieri sono ancora più privi di servizi di Tor Bella Monaca e degli altri ghetti. L’unica differenza che non li fa connotare come ghetti è di tipo sociale.

Ponte di Nona e simili sono abitati dalla piccola borghesia e dai lavoratori non proletari (ci si perdoni questa distinzione un po’ manichea) mentre, come sappiamo, gli altri addensano classi sociali disagiate.

Proporre, come fa Alemanno, lo “spostamento” degli abitanti delle torri in case nuove limitrofe non crediamo possa risolvere i problemi del quartiere. Come anche fornire finalmente di decoro e servizi il quartiere (ma anche semplicemente manutenerlo), come propone l’urbanista Pier Paolo Balbo, può migliorare la situazione ma non risolverla. Neanche dare iniezioni di cultura come sostiene Asor Rosa risolve. Aiuta, semmai.

A Tor Bella Monaca, con grandi difficoltà, opera da anni un teatro e coraggiose compagnie. Ma il degrado resta.

Ecco allora il nostro piccolo contributo al dibattito con alcune proposte schematiche:

1) Priorità sociale: mescolare le classi sociali in tutta la città. Utilizzare strumenti come i premi di cubatura e altro per dotare il Comune di un consistente patrimonio edilizio anche in zone centrali e semicentrali come si fa nel Comune di Parigi. Queste case potrebbero essere affittate non solo a persone disagiate ma a qualsiasi tipo di lavoratore, giovani soprattutto, che lavorino nelle zone centrali con canoni proporzionati al reddito. In caso ci sia ancora del patrimonio pubblico che non sia stato dismesso, questo dovrebbe essere preservato.

2) Priorità energetica/manutentiva: monitorare il patrimonio di edilizia pubblica e valutare la convenienza della demolizione/ricostruzione o del restauro e dell’adeguamento. La convenienza dell’operazione sarà nella maggiore economicità della gestione negli anni a venire. Si può pensare anche di fare una convenzione con società private a fronte di concessioni ventennali o trentennali.

3) Affrontare finalmente il problema del controllo delle graduatorie e della regolarità degli occupanti delle case popolari. Questa è l’unica azione politica forte che nessuna giunta ha avuto il coraggio di fare.

4) Approntare dei nuovi piani di densificazione dei quartieri periferici (non solo i 167), con il contributo eventuale delle associazioni di quartiere e dei privati e la regìa di urbanisti assoldati dalla pubblica amministrazione.

5) Sia per i nuovi quartieri che per la densificazione degli esistenti le risorse ricavate devono prioritariamente andare a servizi di trasporto su ferro. Anzi le nuove edificazioni devono essere subordinate ad una realizzazione delle infrastrutture.

6) Riprendendo la proposta del Presidente della Provincia Zingaretti è necessario creare un coordinamento tra Comune, Provincia e Regione per le espansioni edilizie nella logica della città metropolitana. L’espansione incontrollata delle città satelliti dell’hinterland romano non può pesare e mettere in ginocchio, come avviene ora, la viabilità della capitale.

Dai punti che abbiamo elencato si evince come sia da giocare una partita tutta politica nel senso alto del termine. Politici che abbiano il coraggio di mettersi a tavolino e confrontarsi con altre giunte o poteri, anche di altro schieramento politico, per mettere in atto delle vere strategie i gestione del territorio darebbero finalmente un segnale di rinnovamento che Roma (ma il criterio è applicabile anche ad altre metropoli) attende da decenni.

C’è un elettorato numeroso, tra cui il sottoscritto, che è pronto ad appoggiare chi riesce a non prostituirsi ai nuovi “re di Roma”, come li definì la Gabanelli e che è lo stesso che ha affondato la vecchia giunta.

Contro il concetto di patrimonio inviolabile e contro il vincolo

12 Aprile 2009

Ho di recente letto Manifesto del Terzo paesaggio, di Gilles Clément.

E’ uno scrittore, giardiniere, paesaggista, entomologo, ed ingegnere agronomo francese.

Definirlo è complesso poiché egli non incarna una figura professionale collocabile e definibile. Lo si può definire Paesaggista – scrittore, filosofo – giardiniere, ma il modo che scelto, pur non conoscendolo di persona, è uomo appassionato della vita naturale.

Questa passione la ho portato a teorizzare il giardino planetario e il giardino in movimento, concetti da cui è scaturito il Manifesto del Terzo Paesaggio.

paesaggio

Ho approcciato questo libro alla ricerca di più risposte partendo da alcune domande:

Questo testo è la introduzione a un modo di leggere lo spazio che ci circonda? Come si colloca l’architettura?

Come leggere, da architetto, un libro scritto da un paesaggista come Gilles Clement che ritiene l’architettura come una forza contraria che ostacola la biodiversità e il paesaggio?

La  concezione biologica, non economica, del territorio,  e la assunzione del concetto di paesaggio come essere vivente come può convivere con la minerale natura dell’architettura?;

Se il manifesto scritto da C. può essere uno strumento nelle mani del paesaggista è possibile che si inneschi un dispositivo traslabile proficuamente in quelle dell’architetto?

Considerazioni

Il Terzo paesaggio “riposa sull’idea che i lotti abbandonati o i frammenti non curati del giardino planetario siano il rifugio della biodiversità terrestre, e che in questi si trovi il nostro avvenire biologico” (Alessandro Rocca, “Il Giardino nomade. Il Viaggiatore permanente”, In: Gilles Clément – Nove giardini planetari. A cura di Alessandro Rocca, 22 Publishing srl, Milano, 2007, p. 36.).

Nell’elaborazione del Manifesto GC non cita mai il paesaggio, il verde, il biologico. Compaiono piuttosto le parole spirito, politica, equilibrio, potere, progetto, vita.

La disciplinata impostazione concettuale e scientifica che imposta nel testo contiene in se il germoglio di ragionamenti forse trasferibili in ambiti come per esempio quello dell’architettura e della società.

Se per quest’ultima si può intendere che le risorse più ricche per il nostro futuro politico e per lo sviluppo sociale siano i rami non controllati dal sistema attuale, lo stesso si può pensare per l’architettura?

Se gli spazi non controllati sono quelli che sfuggono al checkup economico e sociale come può l’architettura avvalersi di questi principi per sviluppare ipotesi future?

L’architettura è un organismo visibile solo alla scala umana. Dalla sua scala prescinde la sua esistenza?

Se il terzo paesaggio individua residui e riserve come spazi concreti sui quali intervenire e creare interrelazioni lo stesso approccio potrebbe essere adottato sulla città contemporanea intesa globalmente (dal satellite) come un microsistema? (non come insieme di microsistemi).

Come possiamo interpretare il termine “vivente” in campo architettonico, riferendoci in senso stretto al tema della progettazione o della composizione?

In che termini l’architettura della città può accogliere in se il tema del vivente vegetale senza che esso sia marginalmente risolto in aiuole e parchi? Come eliminare il recinto, la linea che separa naturale da minerale?

Se la città è un essere vivente perché in Italia le è negato uno sviluppo, una evoluzione naturale?

Se applicassimo le teorie di Darwin o di Lamarck (pur diverse fra loro) alla città, ci accorgeremmo che da un lato, l’organismo “centro storico” è più vicino alla pratica della mummificazione che a qualsiasi teoria dell’evoluzione e dall’altro, la periferia è laboratorio per il largo uso della clonazione di abominevoli esseri auto-simili.

Mi si risponderà che la città non è un organismo in senso stretto, risponderò che è sicuramente figlia dell’Homo Sapiens Sapiens.

I danni di questo atteggiamento paleo-fantascentifico non sono qui citati perché ovvi, ma resto tuttavia sconvolto per quello che accade oggi in Abruzzo.
Penso che il mio ruolo sia quello di offrire gratuitamente il mio studio professionale per la progettazione di un centro storico e di strutture necessarie agli abitanti delle zone colpite da Madre Natura e dalla cieca, ingiustificabile, bigotta, colpevole, ipocrita ignoranza di chi non ha saputo limitare i danni.

Come per GC mi è Inevitabile infine è il rinvio, per l’architettura al Terzo stato.

Fa riferimento al pamphlet dell’abate Emmanuel Joseph Sieyès del 1789: «Che cos’è il terzo stato? Tutto. Che cosa è stato finora? Nulla. Che cosa chiede? Chiede di essere qualcosa».

E l’architettura? Anche.

Libertà di cambiare

Come un orologio fermo può segnare l’ora esatta due volte al giorno, così anche il nostro Presidente del Consiglio può fare delle proposte interessanti.

Da buon ex palazzinaro sa bene che l’edilizia è uno dei grandi motori economici di un paese, di sicuro il meno delocalizzabile (se non per la mano d’opera).

Se non ci facciamo accecare dal filtro ideologico come hanno fatto i nostri vetero-maestri d’architettura, sottoscrittori del manifesto contro la legge sull’edilizia (http://www.repubblica.it/speciale/2009/appelli/legge-ed-edilizia-del-governo/index.html), potremo vedere anche la metà piena del bicchiere che ci è stato offerto.

palazzina

Questa palazzina è per sempre.

Analizziamo la situazione attuale: il patrimonio edilizio italiano è trattato dalla normativa come un qualcosa di immodificabile, indistruttibile, eterno.

La maggioranza degli edifici esistenti sul nostro territorio è stata costruita a partire dal secondo dopoguerra. La qualità media di questi edifici sotto il profilo energetico, funzionale ed estetico è terrificante. Abbiamo saccheggiato il territorio disseminando le costruzioni, abbandonando un modello di città compatta. A differenza di altri paesi europei, in molte aree italiane non esiste più il confine tra città e campagna.

Eppure se si va a richiedere un permesso di costruire in un piccolo comune dell’alto Lazio, come è capitato al sottoscritto, il proprietario del fondo ti affianca un tecnico locale “perché così non rischiamo”. Se si va a richiedere il permesso di cambiare colore ad un fabbricato intensivo di un quartiere romano periferico, come è successo al sottoscritto, il geometra a capo dell’ufficio tecnico ti nega l’autorizzazione perché “archité, sto’ colore nun se può guarda’, stona coll’artri affianco (che sono di color cacca)”, però visto che sa che stai lavorando per un importante impresa aggiunge “fallo uguale, tanto nun te controlla nessuno”.

In quarant’anni è stata una mostruosa macchina burocratica, il cui fine è quello di alimentare se stessa e gli amici connessi, incapace di salvaguardare il nostro paese.

Quando il governo di un territorio non si basa sull’incentivo alla convenienza del rispetto delle regole comuni ma su quello dell’obbedienza a incomprensibili regole vessatorie, il risultato è il condono edilizio. Un rito catartico che si ripete con una cadenza fisiologica.

Pianificare, pianificare.

Vogliamo parlare di pianificazione? Il Comune di Roma, dopo decenni di travaglio finalmente approva il nuovo Piano Regolatore. Dopo un iter travagliatissimo nel quale si sono scontrate le componenti verdi e quelle immobiliariste sui metri cubi costruibili e sulle aree verdi da salvaguardare nella cinta romana, finalmente viene partorito questo piano sofisticatissimo, corredato di ottomila tavole, definizioni, indici e compagnia bella regolato secondo il principio delle “nuove centralità”: tutti i quartieri nuovi costruiti devono avere un mix funzionale (uffici, negozi, abitazioni, ecc.) ben dosato che riduca al minimo la necessità di spostarsi in altri quartieri. Peccato che immediatamente dopo l’approvazione del piano, prima delle elezioni comunali (che la sinistra ha perso chissà perché?) si sia andati in deroga al piano: contrordine compagni si fanno quartieri-dormitorio perché così piace ai costruttori!

Però ora che abbiamo cambiato amministrazione, sicuramente i nuovi arrivati, censori della vecchia amministrazione, cambieranno registro.

Ebbene, il sindaco Alemanno ha deciso che per ovviare alla mancanza di abitazioni si può costruire su aree agricole, a macchia di leopardo, con un unico criterio basato sulla distanza dalla metropolitana.

E il piano? Carta straccia.

Ma dove vivono gli italiani?

Ho sentito dire all’on. Dario Franceschini che la maggior parte della gente vive in palazzi multipiano. Non è vero. La maggior parte delle abitazioni italiane è fatta di piccole case mono e bifamiliari. La maggiore aspirazione degli Italiani è di trasformarsi in “tavernicoli”. Ci sono regioni, come il Veneto, dove non c’è più spazio per costruire o allargare strade perché è stata costruita al margine di esse una ininterrotta sequenza di case e capannoni, capannoni e case.

Dobbiamo distinguere quindi le possibilità d’intervento a seconda delle tipologie edilizie: come non è vero che non è possibile intervenire su edifici multipiano (basti vedere gli esempi di riqualificazione energetica ed estetica che hanno operato su esempi berlinesi) così è vero che nelle piccole abitazioni mono-bi-quadrifamiliari, con minori vincoli strutturali e spaziali, c’è la maggiore possibilità di riqualificazione.

Come intervenire.

Cominciamo a fissare dei punti per trarre profitto da questa proposta di Berlusconi:

  1. Il patrimonio edilizio comune (cioè non di pregio) deve essere facilmente modificabile a patto che la modifica risponda alle esigenze attuali della sostenibilità ambientale.
  2. Più si riqualifica un edificio più si può premiare il promotore dell’opera attraverso cubature aggiunte. Le riqualificazioni possono essere volte al contenimento energetico o alla riqualificazione estetica. Per fare un esempio un edificio ad emissioni zero può essere ricostruito con una cubatura maggiore di uno con un contenimento energetico inferiore. Se esiste un progetto integrato (che preveda di sanare tutte le superfetazioni o di modificare l’aspetto generale delle facciate) di riqualificazione estetica di un edificio non vincolato, questo non può essere respinto da un’amministrazione, fatti salvi i casi in cui esista un vincolo. Anzi diamo un incentivo alla voglia di cambiare.
  3. Passiamo dal concetto di piano regolatore, con vincoli rigidi imposti dall’alto, al concetto di piano autoregolatore, dove io, proprietario, posso apporre modifiche al mio fabbricato se non ledo i diritti degli altri abitanti interni e limitrofi. Di quali diritti parlo? Dei diritti alla luce solare, alla vista che hanno i miei vicini, alla stabilità delle strutture dello stabile e dei terreni circondanti il mio edificio, al rispetto delle falde acquifere, alle emissioni che emetto con la tecnologia e materiali che uso, agli scarichi di combustioni e acque reflue che produco.
  4. Modifichiamo la normativa in modo che sia conveniente intensificare le costruzioni in ambienti già semiurbanizzati per salvaguardare le aree rurali coltivate e non che non siano state compromesse o quasi dall’urbanizzazione. La sopravvivenza delle generazioni a venire si baserà sulla salvaguardia delle aree coltivate e delle foreste.
  5. Distinguiamo, come già detto, le possibilità di intervento a seconda delle tipologie edilizie, fatti salvi limiti inderogabili come altezze massime, distacchi e altri.

In Italia, fino al XX secolo gli edifici erano sottoposti ad una continuo e proficuo aggiornamento funzionale ed estetico. La città mutava continuamente seguendo le esigenze delle persone e i mutamenti culturali della società. L’organismo urbano era un work-in-progress dove gli errori delle generazioni precedenti venivano corrette dalle successive. Ora è una palude immobile nella quale si ritiene che le modifiche dell’esistente possono essere solo peggiorative.

Io dico lasciatemi essere arbitro delle mie scelte, lasciatemi plasmare la città con il segno del mio tempo.

Quelli che verranno dopo di me giudicheranno cosa sarà opportuno mantenere e cosa cambiare di ciò che ho fatto.

Città con identità ed identiche città

3 Febbraio 2009

Politiche d’amministrazione territoriale.

roma

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La trasformazione delle città con l’organizzazione degli spazi vuoti e costruiti, le loro relazioni, e il conseguente sviluppo sono questioni che usualmente si tenta di indirizzare attraverso gli strumenti urbanistici della programmazione ed attuazione.

Nel caso della maggior parte delle città italiane tali strumenti hanno raccolto il dato di fatto edificatorio risultato di costruzioni molteplici e successive, antiche e recenti, di pregio e della peggiore specie edificatoria.

Ogni città in espansione si è data, fin dagli anni Sessanta, una pianificazione territoriale in funzione della necessità abitativa ed economica stabilendo le regole di trasformazione del territorio destinate a gestire il consolidamento della città storica, il recupero urbano e la nuova edificazione.

Agli strumenti classici di controllo territoriale come i piani regolatori generali e i piani particolareggiati, si sono man mano associati altri strumenti di trasformazione territoriale più confacenti ai tempi odierni perché più adatti alle città metropolitane che sono in stretto contatto con la loro provincia e al recupero delle loro parti degradate.

Le prime periferie costruite tra gli anni ’70 e ’90 in regime di edilizia economica e popolare o sorte in aggregazioni abusive si sono rivelate terreno fertile per il proliferare di gravi problematiche sociali.

Interi quartieri, destinati a ceti meno abbienti, in zone residuali del territorio comunale, in assenza di adeguati servizi ed infrastrutture, sono stati costruiti con materiali dalla durevolezza irrisoria e posti in opera in maniera non conforme alla salubrità degli spazi interni: il danno sociale per l’intera città e per la totalità della cittadinanza è stato e continua ad essere enorme.

Si approntano piani di recupero urbano che intendono colmare il vuoto culturale attorno al quale si sono addensate molte periferie. Alcune vengono recuperate e inglobate nell’espansione accentratrice del nucleo economico principale della città (spesso coincidente con il centro storico): godono dei servizi culturali e terziari della zona centrale.

Altre zone marginali, meno fortunate, si devono accontentare di micro interventi, perché affrontare alla radice il problema sarebbe un onere troppo pesante per le amministrazioni e una battaglia politica non conveniente da affrontare.

Il panorama dell’espansione urbana odierna continua ad essere desolante e, pur rimanendo le infrastrutture delle grandi città fortemente inadeguate a sorreggere la mole del traffico urbano, continuano a crescere quartieri (milioni di metri cubi) in zone già altamente congestionate.

A questo che è un nuovo problema per le grandi città italiane se ne aggiunge uno già conosciuto in precedenza: la mancanza di identità. Sebbene la storia della città attribuisca proprio all’Italia l’invenzione della forma urbana con spazi dall’identità irripetibile, con le piazze più belle del mondo, con i centri urbani strutturati in maniera ideale o conformi ai dettami geografici del territorio, oggi sembra che abbiamo disimparato a pensare e progettare la città.

La politica di museificazione dei centri storici come Roma, Firenze, Venezia, fa sì che non ci sia possibilità di aggiungere lo strato del contemporaneo alla sovrapposizione delle epoche storiche, attira i turisti orientali e americani e respinge gli abitanti ai margini, costringendoli ad un pendolarismo spesso difficile per le condizioni del traffico.

Le zone di espansione vengono oggi identificate con i vari centri commerciali: edifici residenziali dalla identità incerta e omogenea si accorpano attorno a polarità di scarso valore urbano e civile come i centri commerciali di questa o quella catena multinazionale.

Anche gli spazi pubblici aperti raramente riescono ad essere poco più che parco giochi (prefabbricato) per bambini ed aiuola da non calpestare: si fanno progetti di parchi urbani e piazze che hanno difficoltà ad essere realizzati, perché esulano dalla logica del profitto di quei sistemi per il consumo.

Invece la qualità dello spazio pubblico potrebbe contribuire in maniera determinante nella valorizzazione di identità precipue di ogni luogo ed incentivare aggregazioni sociali importanti per il benessere della gente.

L’uguale città, quella dei centri commerciali e degli edifici residenziali perimetrali, costituisce la più grande occasione urbanistica e architettonica persa di poter creare la tanto teorizzata città policentrica, destinata a defaticare il centro cittadino, e insieme rappresenta, con la sua vacuità intellettuale, il più grande esproprio d’anima del territorio urbano ridotto a territorio di conquista del commercio delle grandi imprese multinazionali.

Con questo non si intende minare la funzione economica della città, visto che senza di essa verrebbe a mancare un presupposto fondamentale della ragion d’essere di ogni aggregato urbano, ma sarebbe auspicabile rifocalizzare la politica delle amministrazioni puntando, attraverso l’ausilio di strumenti di managerialità territoriale, così poco praticata in Italia, alla valorizzazione di ogni singolo comparto territoriale dotandolo di un cuore culturalmente riconoscibile e assolutamente unico: qualcosa attorno alla quale gli abitanti di quel centro periferico possano catalizzare una propria originale identità.

Questo è il fondamento viscerale attorno al quale le città policentriche possono funzionare, ogni altra soluzione che non faccia presa sulle anime delle persone è destinata a generare malessere e cattiva educazione civica.

Non vogliamo essere cittadini di città impersonali, uguali, piramidali, sclerotizzate dal mancato pensiero, progettate da tecnici impreparati ad affrontare problematiche complesse che sottendono alla generazione di città vivibili. E ancora non vogliamo essere cittadini-ingranaggio di meccanismi economici sballati.

Un’alternativa auspicabile a questo sistema potrebbe essere quella descritta dall’Arch. Massimiliano Fuksas sulle pagine del periodico italiano “L’espresso”: Fuksas propone che i tecnici consiglieri degli amministratori comunali e delle alte cariche dello stato dovrebbero essere in carica per un tempo limitato con la speranza che prima o poi un tecnico capace possa indirizzare le questioni dell’espansione territoriale secondo equilibri economici e culturali adeguati prescindendo da qualsiasi pressione di parte.

E mentre le carenze infrastrutturali, vecchie e nuove, dannano la vita quotidiana di molti cittadini “metropolitani” e le architetture dei nuovi insediamenti urbani dannano l’anima di molti bravi architetti (metropolitani e non), sono da segnalare alcuni interventi di ottima qualità architettonica e politica: la fiera di Milano ( progetto dell’arch. Fuksas) segna indelebilmente, stavolta in positivo, la periferia nord di Milano divenendone centro di sviluppo culturale ed economico; la chiesa del Millennio di Meier a Roma nella zona periferica di Tor Tre Teste anch’esso ormai centro identificativo della zona; Foster restaura un quartiere intero della periferia milanese; Niemeyer progetta un auditorio a Ravello nella regione campana; Renzo Piano realizza l’auditorium di Roma; Zaha Hadid sta realizzando il museo del XXI secolo; Las Casas sta lavorando a Sorrento e ancora tanti altri nomi del firmamento architettonico.

Negli ultimi dieci anni si sono moltiplicati i concorsi banditi dalle autorità pubbliche (quasi sempre purtroppo vinti da firme internazionalmente riconoscibili) e molti i giovani architetti italiani si fanno conoscere con progetti ben disegnati e ben realizzati.

La battaglia urbanistica per la città metropolitana policentrica per ora sembra compromessa, ma una nuova vitalità architettonica e culturale ci spinge a sperare nel futuro perché quegli interventi che oggi sono così sporadici possano coinvolgere l’intera genesi dello sviluppo urbano.

Arch. Christian Rocchi + Arch. Valeria Caramagno