Articoli marcati con tag ‘MAXXI’

Quartiere Flaminio, Roma, playground urbano

4 settembre 2017
01_campo Basket

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Posso affermare con certezza, perché ci passo davanti a piedi spesso, che questo frammento urbano del noto quartiere (il Villaggio Olimpico) a ridosso del centro storico della capitale, nonostante l’incuria diffusa dell’intorno, l’evidente degrado in cui versa sia il palazzetto dello sport che ogni elemento appartenga all’arredo urbano (aiuole, piantumazioni di alberi, arbusti, prati, marciapiedi, passaggi pedonali, cordoli di bordura tra marciapiedi, spartitraffico e carreggiate stradali), sia intensamente usato e vissuto. Tutti i giorni decine di mamme portano a giocare i figli nell’area dedicata e gruppi di ragazzi si allenano con passione per ore, anche con il sole a picco, nel campo di basket en plein air, tra Nervi, la scultura monumentale di Ceroli, le bellissime palazzine di Viale Tiziano e lo stadio Flaminio (anch’esso di Nervi e abbandonato ormai da anni). Un tassello di città notevole. Siamo tra il MAXXI di Zaha Hadid e l’Auditorium Parco della musica di Renzo Piano. A 4 fermate di tram da Piazza del Popolo. Luoghi di pregio della città come questo non sono solo unici ma anche necessari e vitali. Il Villaggio Olimpico è un’anomalia urbana poiché in una zona piuttosto centrale della città consolidata, contiene un surplus di standard dedicato alle aree pubbliche (parcheggi e spazi verdi) che di solito si può trovare storicamente nelle aree più periferiche della città. Una risorsa urbana straordinaria che necessiterebbe ancor più di maggior attenzione e cura. Certo immagino sia estremamente difficile dirimere le questioni legate all’intreccio di responsabilità sul chi dovrebbe occuparsene (tra ATER, comune di Roma, associazioni di privati cittadini) e intanto il quartiere langue…come il resto della città, difronte ad una “civitas” attonita e imbambolata spaccata in due tra l’abbrutimento degli indifferenti e la rabbia repressa degli impotenti. Credo sia quantomeno doveroso, per l’amministrazione di una capitale e una metropoli come questa (non un capoluogo di provincia) cominciare a battere qualche colpo e dare un qualche segno di vita, non dico per cominciare a “fare” qualcosa di concreto, ma quantomeno per dimostrare l’intenzione di cominciare a farlo. Non è più accettabile lo scarica barile di responsabilità a tutti i livelli e il senso diffuso di impotenza che ne deriva.
Gli architetti sono attoniti, sfiduciati, abbrutiti, stufi. Per primi. Non solo gli altri cittadini. Non hanno più parole. non dicono più niente, non si esprimono. Preferiscono farsi gli affari loro, coltivarsi l’orticello, parlare della Roma e della Lazio. Io d’abitudine invece ne uso sempre molte di parole su argomenti come questo e credo non smetterò. Con tutti poi, belli e brutti. Architetti e non. E’ un mio terribile difetto.
Di idee e progetti sul quartiere ce ne sono sin troppi. Dal Progetto Urbano Flaminio che dovrebbe essere lo strumento primo per attuare tutto il resto, all’ipotesi di trasformazione delle ex fabbriche d’armi di via Guido Reni. Nel 2015 fu indetto un concorso a partecipazione aperta, io come tanti, presentai un’idea (come veniva richiesto da bando) per un nuovo quartiere di case e attività eterogenee e quello che sarebbe dovuto essere il nuovo museo della Scienza (errore congenito). Vinse un progetto dello studio Viganò. C’era di mezzo Cassa Depositi e Prestiti. Per non parlare di ipotesi di trasformazione di  spazi pubblici, aree pedonali, piste ciclabili, linee di tram che in decenni si sono sprecati.
Lo stesso Giovanni  Caudo, assessore alla trasformazione urbana durante la precedente giunta Marino, aveva cominciato a fare delle cose “buone e giuste”. A mettere in moto dei processi che poi, come sempre accade quando c’è un cambio di guardia e non ci sono i garanti della continuità, si è interrotto. Una di queste, i “tavoli partecipati” dei municipi, dove si era cominciato a discutere, parlare, rielaborare idee su progetti, proposte di vario genere e natura anche avanzate da associazioni attive di cittadini. Il concorso sulle ex caserme via Guido Reni in parte scaturì da lì. Qui al Villaggio Olimpico c’è stato per anni un agguerritissimo comitato di quartiere, che so poi essersi spaccato in due. Delle battaglie negli ultimi 10 anni le hanno fatte, qualcosa sono riusciti ad ottenere. Ma ora siamo in generale in una condizione di stallo e cosa ne è di tutta questa energia profusa non ci è dato saperlo. Io vedo un quartiere che langue. Come anche altri. Ma è paradigmatico di una condizione sotto gli occhi di tutti. Mentre scrivo mi sembra di dire un sacco di banalità, di cose già dette, trite e ritrite, che ormai sembrano scontante.  E lo saranno pure. Ma più sto qui, più vengo a conoscenza di certi meccanismi (non entro nel dettaglio di cosa sia la gestione folle delle proprietà ATER!), e più si risveglia in me il desiderio di capire e di ricominciare a fare qualcosa. Di ricominciare quantomeno a parlarne.
Continuo a credere profondamente che il  ruolo degli architetti dovrebbe essere quello non solo di progettare (e farlo bene) ma anche di sollevare le coscienze sui temi attualmente trascurati che devono ritornare ad essere cruciali per i destini di questa  città dell’architettura e dello spazio pubblico e suggerire soluzioni per cercare di intessere un dialogo proficuo tra cittadinanza (tradita e sfiduciata) e istituzioni.

 

Altro sull’argomento è stato pubblicato in questi stessi giorni anche su:

Artribune

Romafaschifo

(Nota degli amministratori – il testo pubblicato è apparso in una prima stesura sulla pagina personale Facebook di Cecilia Anselmi in data 31/08/2017)

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06_Palazzetto dello Sport_Pierluigi Nervi

 

 

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07_Palazzetto dello Sport_Pierluigi Nervi

 

08_viadotto di Corso Francia_Pierluigi nervi

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11_viadotto di Corso Francia_Pierluigi Nervi

 

12_spazi pubblici_villaggio Olimpico

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13_spazi pubblici_villaggio Olimpico

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17_spazi pubblici_villaggio Olimpico

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18_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

 

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19_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

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20_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

 

In contatto con Hadid

17 novembre 2016

UN PLASTICO TATTILE PER LA PERCEZIONE DELLO SPAZIO E PER PARLARE DI ARCHITETTURA

Una conversazione con Stefania Vannini e lo Studio ArchitaLAB.

copertina

In occasione dell’evento che si è svolto al Museo del Maxxi a Roma. durante il quale c’è stato il posizionamento di un plastico tattile all’interno della hall, abbiamo avuto modo di porre delle domande a Stefania Vannini, curatrice del progetto.

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Come è nato questo progetto?

Accompagnando, sin da quando ha aperto il Maxxi, persone con diverse problematiche all’interno degli spazi molto complessi progettati da Zaha Hadid, mi sono resa conto che gli ausili e gli strumenti didattici che avevo pensato di utilizzare non potevano ambire a rendere ottimale l’esperienza che si fa percorrendo il Museo.

Mi sono resa conto che i non vedenti e gli ipovedenti, a causa della loro specifica disabilità, sono impossibilitati o comunque hanno grave difficoltà nella percezione dello spazio.

Da qui è nata la necessità di costruire un plastico tattile.

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E’ iniziato un lungo percorso di fan rating che si è concluso l’anno scorso con l’incontro con il gruppo di Club del Rotary, Inner Wheel Italia_Distretto 208 e con l’allora governatrice Bruna Moretto Volpato, la cui collaborazione è stata validissima perché, insieme, siamo riuscite a sensibilizzare tutte le socie di Roma, del Lazio e della Sardegna.

Tutte si sono appassionate al progetto quando abbiamo spiegato loro che intorno a questo plastico avrebbero potuto esserci sia vedenti sia non-vedenti e che tutti in questo modo avrebbero potuto avere una cognizione attuale e reale delle caratteristiche del Museo, considerato il fatto che le altre due maquette del Maxxi, che sono in collezione e che sono quelle realizzate per il concorso da Zaha Hadid, portano il ricordo di alcuni edifici che non sono mai stati realizzati.

Questo plastico adesso diventa la maquette del Maxxi, diverrà il “luogo dell’integrazione” dove potremmo, tutti insieme, capirne le forme ancor prima di entrare a visitarlo.

Ricordo che la stessa Hadid, passeggiando per il quartiere Flaminio, espresse la propria ammirazione per le architetture di Nervi ed essendo il Palazzetto dello Sport a pochi metri, il Maxxi costituisce un unicum tra due opere d’arte che permarrà nel tempo.

Il percorso “In contatto con Nervi”, che adesso è diventato “In contatto con Nervi e Hadid”, propone le esplorazioni tattili in entrambi gli edifici a partire dal Palazzetto e arrivare al Museo e questo potrebbe diventare un percorso tattile stabile.

Ho riscontrato un grande interesse per l’Architettura nelle persone con gravi disabilità.

Non essendo un architetto, ma una storica dell’arte, l’esperienza trascorsa qui e la possibilità di vivere i sei anni e mezzo di cantiere per la costruzione del Maxxi, mi hanno fatto appassionare all’Architettura. Ho pensato di sciogliere un po’ i tecnicismi e di raccontarla in modo informale ma soprattutto di far sì che se ne parli facendo incontrare diversi tipi di persone.

Il concept “In contatto con Nervi e Hadid” è un percorso nato per coinvolgere e parlare di Architettura in modo informale e diretto tra persone anziane, ragazzi, emigranti, rifugiati, persone con distinte disabilità. E così è avvenuto nelle tre sperimentazioni che fino ad ora abbiamo fatto e che ora diventeranno un’attività stabile dopo aver collaudato il percorso.

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Dove verrà posizionata la maquette?

La maquette verrà messa nella hall del Museo con una copertura al fine di proteggerla dalla polvere. In occasione delle visite e su prenotazione, la maquette verrà aperta.

Chiederò che venga prevista sul sito del Museo, la possibilità per i non vedenti di prenotarsi, di partecipare ai percorsi organizzati o anche, per chi non volesse parteciparvi, di avere la possibilità di fare l’esperienza tattile prenotandosi con tre/quattro giorni di anticipo.

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Una conversazione con gli archh. Mario Boni e Giampolo Barberi, fondatori di ARCHITALAB e realizzatori del plastico tattile.

Che materiali avete usato per realizzare questo plastico tattile?

Diversa entità di materie plastiche quali il Forex, il Polistirolo antiurto, il Plexiglass, il Poliuretano ad alta densità, materie poi tutte quante opportunamente verniciate con l’aerografo e con bombolette contenenti diverse percentuali di colori, al fine di ottenere i vari effetti.

In fase di montaggio tutti i pezzi sono stati tagliati con fresa a controllo numerico e con il laser da orafo, come per gli infissi, ad esempio, ché sono da 0,3mm. In questo modo abbiamo cercato di dare rilievo anche agli spessori minimi e, scegliendo di aumentare leggermente tutti gli spessori di riferimento, attribuendo un maggior rilievo a lesene, cornicioni ed infissi, abbiamo fatto in modo che nell’insieme fosse più leggibile tattilmente.

La parte più suggestiva è quella vista da sopra.

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Il livello tattile è solo percettivo o c’è anche una misurazione di temperature?

No, è solo tattile. L’esperienza ha luogo attraverso la percezione dell’utilizzo di differenti grane. Le superfici vetrate sono in plexiglass completamente liscio, il cemento è stato fatto con una grana fine, il ciottolato è stato fatto con una sabbia, il verde ha spessore diverso.

Differenti grane per ottenere diversi rilievi in modo da dare movimento e far percepire immediatamente i cambi di materiali e di situazioni progettuali.

L’illuminazione come è stata progettata?

Ci sono dei Led a luce naturale che non scaldano.

In realtà la luce che esce è un po’ più fredda ma questo perché, in aggiunta, sul plexiglass è stata passata una finitura bianco-ghiaccio con una bomboletta che opacizza e lo rende uniforme e che abbiamo passato su tutte quante le superfici trasparenti. In questo modo, traspare la luce e non i singoli punti di luce ed essendoci concentrati di più sulle forme del museo, escono fuori i volumi propri della struttura.10

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Abbiamo saputo che vi è stato chiesto di inserire come modulo una macchina in miniatura nell’intorno.

Esatto. E’ stata una bella idea che ci ha suggerito l’Ing. Umberto Emberti Gialloreti, diventato non-vedente da anni e non dalla nascita. Questa precisazione perché la macchina è un punto di riferimento dimensionale che loro hanno.

All’inizio avevamo pensato di inserire degli omini ma poi abbiamo pensato che avesse una superficie troppo esile di incollaggio quindi di difficile gestione nell’atto tattile.

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Il grande valore sociale fa di questo progetto il proprio punto di forza.

Finalmente io e tutti gli altri amici che sono qui presenti, potremmo renderci conto di quella che è l’opera dell’architetto Zaha Hadid”

parla Lucilla D’Antilio, fruitrice da anni del museo del Maxxi

Perché, per quanto noi abbiamo fatto svariate visite, un conto è toccare un edificio nelle sue dimensioni reali, toccare i muri, le pareti, le colonne, un conto è avere l’effetto d’insieme”

Chi ha avuto l’esperienza di non vedere sa che è impossibile avere l’idea di insieme di qualcosa che va oltre quello spazio che le mani possono toccare”

Per chi non vede, entrare in un Museo e poter fare una visita tattile accessibile è fondamentale perché noi non possiamo sfogliare dei libri o consultare delle riviste o vedere dei video. La nostra cultura artistica è accessibile solo attraverso le mani e queste iniziative ci danno la possibilità di com’è una struttura architettonica, che altrimenti non capiremmo.

Questo non solo ai fini di un accrescimento culturale, che è fondamentale per tutti, ma anche perché dà la possibilità ad un non vedente di accedere alla creatività artistica attraverso la realizzazione di plastici come questo”.

Se noi possiamo toccare,

siamo in grado di tirare fuori anche la creatività perché

le mani hanno una capacità di memoria

e così come apprendono

possono restituire creativamente”

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L’ARTE E’ DI TUTTI

Il PERCORSO “IN CONTATTO CON NERVI E HADID”

Stefania VANNINI, responsabile Ufficio Public Engagement

Pietro BARBERA, segretario generale del Maxxi

Margherita GUCCIONE, direttore Maxxi Architettura

Claudia REALE, ufficio mostre del MAXXI

Bruna Moretto Volpato, club del Rotary, Inner Wheel Italia_Distretto 208

Mario BONI e Giampaolo BARBERI, studio ArchitaLAB

Intervista a cura di: Raffaella Matocci e Lucilla Brignola, con Claudia Fano.

Foto di: Raffaella Matocci e ArchitaLAB.

Editing: Giulio Paolo Calcaprina.

Lettera aperta all’Assessore alla Trasformazione Urbana di Roma, Giovanni Caudo

Alla C. A.

di

Giovanni Caudo

Assessore alla Trasformazione Urbana

e pc

Comitati del Flaminio – Villaggio Olimpico

Roma, 4 novembre 2014

Gentile Assessore Caudo,

abbiamo appreso, a margine dell’ultimo incontro nel Laboratorio di Via Guido Reni, che le procedure per l’avvio del Concorso Internazionale per il Progetto del Masterplan dell’area degli ex Stabilimenti Militari, sono già in fase avanzata e che, dopo aver firmato gli accordi con CDP, sono stati “individuati” dall’Assessorato, insieme ad altri soggetti come Ordini degli Architetti ed Università, dei gruppi di progettisti (15 ci sembra di aver capito) da ridurre poi a 6/7. Tutto come nella norma quando si sceglie la procedura ristretta ad inviti.

Alcune delle nostre Associazioni che aderiscono a Carteinregola hanno seguito i lavori del tavolo partecipativo, collaborando alla stesura del documento che farà parte delle linee guida  poste a base del Concorso, soprattutto per sostenere un’iniziativa che inaugurava una nuova stagione della partecipazione della cittadinanza e delle realtà territoriali alle trasformazioni urbane. Infatti abbiamo  considerato il progetto delle “ex caserme” un primo passo significativo e, se vogliamo, anche “simbolico” dello stile della nuova Amministrazione. Per questo, già negli elaborati che abbiamo allegato alle nostre proposte per  le linee guida, avevamo voluto sottolineare l’importanza della trasparenza e dell’impiego di  criteri innovativi e democratici anche nella messa  a punto dei meccanismi di selezione dei partecipanti che sarebbero stati ammessi al Concorso Internazionale di progettazione.

In questa direzione è andato in particolare l’impegno di “Amate l’Architettura” che è un movimento di architetti nato anche per sostenere quelle “buone pratiche”, adottate ormai normalmente in Europa, che offrono a tutti i professionisti della progettazione la possibilità di partecipare e poi di vincere sulla base della competenza e della forza delle idee. Basta andare sul sito di Europaconcorsi per rendersene conto, ma a volte basta anche guardare a realtà più piccole e vicine, come il Molise, che oggi mette a Concorso la progettazione della nuova Sede regionale a Campobasso utilizzando la procedura del Concorso aperto, cambiando metodo rispetto a 4 anni fa quando invece era stato indetto un Concorso ristretto ad inviti, a cui poi non è stato dato nessun seguito. Noi riteniamo importante e significativo, oltre che altamente democratico, che una selezione prima di tutto debba favorire la partecipazione di giovani talenti, visto la drammatica situazione lavorativa che viviamo, e non perpetuare quei meccanismi che troppo spesso più che il merito premiano le capacità di relazione e di visibilità dove spesso trasparenza e correttezza professionale sono purtroppo solo degli “accessori” ininfluenti. Per cui ci preoccupa  la  scelta, seppur corretta dal punto di vista normativo, della procedura ristretta ad inviti, non sappiamo con quali criteri (Curriculum? Fatturati?) e/o in base a quali altri titoli, fatta insieme agli Ordini degli Architetti ed alle Università, ai quali, tra l’altro, da tempo attribuiamo  gestioni poco trasparenti e poco adeguate qualitativamente alle Istituzioni rappresentate. Le chiediamo quindi urgentemente un incontro per presentarLe le nostre  proposte, sperando che ci siano ancora dei margini per far sì che anche questa parte del progetto rifletta lo stesso spirito che abbiamo seguito finora con entusiasmo.

A solo titolo informativo ci teniamo a comunicarLe che per il Concorso Internazionale del Nuovo Museo “Guggenheim” di Helsinki, già da noi citato nei documenti presentati, benchè indetto da una fondazione privata che non era tenuta a fare un Concorso, è stata invece preferita la procedura aperta in due fasi per poter poi scegliere i 6 progetti finali che si contenderanno la vittoria. I progetti che hanno partecipato alla I° Fase appena conclusa sono stati più di 1.700 con un successo di rilievo mondiale non solo organizzativo ma anche di trasparenza e di democrazia. Noi possiamo in questo momento solo immaginare l’importanza, anche dal punto di vista politico, e l’impatto che avrebbe una partecipazione di 300/400 gruppi al Concorso per la Città della Scienza. Probabilmente, la sua più forte obiezione potrebbe essere: “Noi non siamo in grado di gestire organizzativamente, ma soprattutto economicamente, un Concorso di queste dimensioni”.

Noi siamo convinti del contrario e siamo disposti ad aiutarla ed a supportarla anche da un punto di vista organizzativo con lo stesso spirito e lo stesso impegno che abbiamo profuso nel Laboratorio di Via Guido Reni. Per quanto riguarda invece l’aspetto economico, riferito ai costi di un Concorso così impegnativo, Lei ha sempre sostenuto che tutti i costi per il Concorso Internazionale saranno a carico della Cassa Depositi e Prestiti. Quindi sarebbe anche importante che l’Amministrazione Comunale, con operazioni di questo genere, cominciasse ad avere qualche ritorno anche sotto l’aspetto dell’immagine, ultimamente un po’ sbiadita.

Cordialmente

Anna Maria Bianchi Carteinregola

Giorgio Mirabelli e Lucilla Brignola “Amate l’Architettura”

Con la cultura si mangia!

2 agosto 2014

Come ogni anno la fondazione Symbola pubblica un rapporto sullo stato della cultura in italia.

Uno dei risultati più significativi del Report 2014 è la constatazione oggettiva sui numeri dell’industria culturale, che anche in una congiuntura sfavorevole, consente di sfatare una serie di luoghi comuni intorno alla cultura, primo tra tutti il fatto che “con la cultura non si mangia!”

Qui potete trovare un’ottimo riassunto dei miti sfatati in relazione alla cultura.

Il messaggio appare ormai chiaro ed evidente:

CON LA CULTURA SI MANGIA!

Le imprese del sistema produttivo culturale sono 443.458, il 7,3% del totale. A loro si deve il 5,4% della ricchezza prodotta in Italia: 74,9 miliardi di euro.

Già questo dato da solo basterebbe a mettere in discussione la famosa e infelice frase di Giulio Tremonti; il dato più rilevante del rapporto è però il cambiamento di prospettiva rispetto a cosa si intende comunemente come attività culturale.

Non più una cultura intesa solo come studio e conservazione del patrimonio esistente ma anche come produzione creativa di nuovi contenuti culturali. Chi fa cultura, operando nei settori creativi porta un valore aggiunto che si traduce anche in un ritorno economico  molto significativo; per ogni euro prodotto dalla cultura, se ne attivano 1,67 in altri settori.

Ma se la cultura possiede una tale capacità di generare valore, a maggior ragione gli architetti sono tra le categorie che più di ogni altra dovrebbero sapere mettere a frutto questo valore aggiunto. A patto che gli architetti sappiano dove e come indirizzare le loro competenze.

Questo modo di intendere la cultura dovrebbe aiutare a sgombrare il campo una volta per tutte dalla perenne crisi di identità dell’architetto e a dare una definitiva collocazione all’architettura, sistematicamente in bilico tra arte e tecnica, tra creatività e mestiere. Disorientato e vituperato dallo stereotipo del creativo idealista e incapace di portare un reale valore aggiunto all’economia delle costruzioni, l’architetto negli ultimi anni ha ricercato spesso le motivazioni alla propria professione su campi che dovrebbero essere solo complementari all’architettura in senso stretto.

Dovendo competere in un mercato asfittico, ingessato dalla burocrazia e dal clientelismo diffuso, una larga maggioranza di architetti ha progressivamente abbandonato l’idea che la professione dell’architetto potesse essere anche una professione spiccatamente creativa; perdendo di vista e abbandonando sul campo la sola peculiarità che avrebbe potuto (e dovuto) caratterizzare una professione altrimenti non distinguibile dalle professioni concorrenti (ad es. geometri e ingegneri).

Addirittura non è raro incontrare colleghi architetti che attribuiscono alla creatività una accezione manifestamente negativa; come se l’idea stessa che l’architettura possa intendersi come una “arte creativa” sia una cosa deprecabile in senso assoluto. Con lo stesso atteggiamento ho incontrato architetti che pretendevano di poter marcare le distanze dal loro stesso essere architetti: “Ah, io non mi definisco architetto!”. Come se la stessa idea di definirsi architetto fosse il male da estirpare nella professione.

Eppure mentre su campi strettamente tecnico/burocratici (penso ad esempio alla progettazione impiantistica, alla sicurezza, alle pratiche amministrative, ecc.) considerati “necessari” per la realizzazione di un opera, l’architetto non ha da offrire molto di più di quanto i suoi colleghi/concorrenti possano offrire con più competenza ed esperienza, è sul piano della creatività (e della cultura) che si esprime l’unicità della sua offerta professionale; oggi possiamo finalmente affermare che questa unicità è in realtà quella che più di tutte conta in termini di valore economico.

Architetti! non abbiate paura di definirvi una professione culturale e creativa!

Nota a margine.

Nel Rapporto Symbula, la parte relativa all’architettura è stata scritta da Pippo Ciorra con un saggio intitolato “Architettura a due velocità”, intendendo con questo indicare lo scostamento temporale che si genera tra la capacità degli architetti di generare riflessioni sulla evoluzione della città e il tempo fisico necessario per depositare sul territorio i risultati di tali riflessioni. Il saggio si concentra su una serie di best practices di colleghi architetti che hanno saputo dare alla loro attività un respiro più ampio dei confini nazionali, spesso anche con esperienze di studi fondati direttamente all’estero, che operano comunque su scala fortemente transnazionale: architetti quindi che hanno scelto di operare su scala globale, che hanno avuto successo grazie a questa scelta.

Questi architetti vengono finalmente anche premiati dalle istituzioni italiane, nella speranza che il riconoscimento ufficiale li solleciti ad un fertile rientro all’interno del panorama italiano. Si citano i due casi della mostra Erasmus Effect (curata dallo stesso Ciorra) e del Premio Architetto Italiano istituito nell’ambito della Festa dell’Architetto dal Consiglio Nazionale per premiare i talenti italiani (delle cui commissione fa parte lo stesso Ciorra); entrambi meritori nell’aver messo in evidenza e valorizzato le esperienze internazionali.

Entrambe le istituzioni (il premio e la mostra) apparentemente incapaci di rendersi conto di come gli studi premiati abbiano avuto successo proprio perché si sono svincolati dall’ambiente istituzionale e accademico italiano. Un riconoscimento di sicuro aiuta a “riconciliare” le nostre eccellenze internazionali, ma non basta.

Leggendo l’articolo la sensazione che se ne ricava è che le due velocità non siano tanto di carattere tecnico/cognitivo (il tempo che passa dall’elaborazione di una riflessione architettonica alla sua attuazione sul territorio: un dualismo da sempre proprio dell’architettura) quanto di carattere sociale. Si ha l’impressione cioè che continuino a coesistere due mondi architettonici diversi, paralleli e incapaci di comunicare tra loro; due mondi che non sono tanto quelli accennati da Ciorra, Consiglio Nazionale vs ambiente accademico, quanto invece il mondo della massa di piccoli professionisti (precaria, male organizzata e non rappresentata) contrapposto al circolo chiuso delle istituzioni (rappresentati insieme sia dall’accademia che dal sistema degli Ordini).

Se esistono due velocità è proprio perchè le istituzioni (e comprendo in queste anche il circuito delle riviste e della critica di architettura) hanno perso la capacità di stimolare l’ambiente architettonico, riconoscendo la validità di un opera o di un professionista, solo dopo che questa ha ricevuto una qualche forma di riconoscimento estraneo (la vittoria di un concorso o la realizzazione di un’opera di largo respiro – tipicamente ottenuta all’estero), oppure solo perchè il professionista ha avuto la fortuna di fare parte del “giro giusto”. Anche questa seconda opzione, potrebbe ancora andare bene se il “giro giusto” fosse il frutto di una forte riflessione ideologica, capace di identificare un pensiero architettonico condiviso.

Quello che manca quindi è la creazione di una “Classe media” di architetti. Un livello di professionisti intermedi che, pur esercitando il mestiere con una forte attenzione alle esigenze pragmatiche (alle quali in genere i privilegiati dell’Olimpo architettonico non devono sottostare) non vogliono e non devono rinunciare ad essere spiccatamente Architetti creativi.

Laboratorio del processo di partecipazione – Ex caserme di Via Guido Reni, una proposta di concorso internazionale

Dopo la pubblicazione dello schema di proposta per il recupero dell’area delle ex caserme di Via Guido Reni, pubblichiamo oggi la seconda parte del nostro contributo, già presentato al Comune il 15 maggio 2014, che prevede l’organizzazione di un concorso di idee internazionale per la selezione dei progettisti incaricati di progettare il recupero dell’area.

La proposta è stata elaborata da Giorgio Mirabelli, Lucilla Brignola e Santo Marra.

Come sempre siamo aperti ai vostri contributi e suggerimenti.

(qui trovate il pdf del documento)

Qui trovate il post relativo alla nostra proposta di masterplan per il recupero dell’area.

Qui trovate il link a tutti i contributi proposti dalle associazioni che stanno partecipando al laboratorio.

IL CONCORSO

Il Movimento “amate l’architettura”, da tempo impegnato sul tema dei Concorsi di architettura in Italia, si  è fatto promotore della “costruzione” di una rete di Associazioni e di Movimenti di architettura e di architetti con l’obiettivo di realizzare una giornata di studio/convegno a Roma, nel prossimo mese di Settembre, sulle tematiche dei Concorsi di architettura, per affrontare il “nodo” dello strumento concorsuale come unico metodo democratico fondato sulla qualità del progetto. Nella stessa sede, verrà presentato un “documento standard operativo” che verrà discusso e quindi in seguito proposto agli Enti pubblici per unificare i processi concorsuali. In linea con questa attività, “amate l’architettura” intende presentare all’Assemblea, come primo contributo all’interno del “Processo di partecipazione”, il proprio modello ideale del Concorso internazionale di architettura per il Progetto Urbanistico del Quartiere della Città della Scienza. Il modello sarà ispirato agli indicatori qualitativi elaborati da Nib-Rating (progetto nato per la valutazione dei Concorsi), frutto della collaborazione tra professionearchitetto.it (portale di informazione tecnica e culturale degli architetti) e newitalianblood.com (portale dell’omonima associazione nata per dare voce ai giovani architetti).

IL MASTERPLAN

“amate l’architettura” pone la sua azione primaria al servizio della promozione di una maggiore qualità dell’architettura per contrastare la mediocre e purtroppo diffusa pratica costruttiva odierna, operando verso una crescente sensibilizzazione della società su queste tematiche. Nella piena convinzione di dovere intervenire con urgenza per ricostruire rapporti fra istituzioni, professionisti e fruitori finali, improntati ad una maggiore correttezza e responsabilità, il movimento propone riflessioni e apre spazi di confronto su alcune sfide urgenti in ambito sociale, ecologico ed economico a cui l’Architettura può e deve dare risposte. In questo contesto è prioritaria la difesa del progetto e del diritto alle idee, nell’intento di diffondere la consapevolezza che la buona architettura conviene a tutti. In quest’ottica “amate l’architettura” è disponibile, all’interno del processo partecipativo ed in collaborazione con gli altri soggetti, a fornire indicazioni per una lettura più attenta del masterplan, quindi a proporre soluzioni, sul piano strategico-culturale, per l’assetto urbanistico e per la ri-qualificazione eco-sostenibile del patrimonio edilizio, dei parchi e della mobilità, che contribuiscano alla stesura di linee guida per la definizione di un cosiddetto “SMART/Plan”, obiettivo del “Concorso internazionale per il Progetto Urbano Flaminio”.

Format per il Concorso Internazionale di Architettura

Premessa

In Architettura i concorsi, di progettazione e di idee, sono l’unico strumento competitivo per la ricerca della qualità attraverso il valore dei progetti, essenziali per innescare, mediante la competizione, processi di innovazione all’interno della poetica architettonica. Per questo le consultazioni devono essere aperte e trasparenti, garantire giurie qualificate, pretendere bandi semplici ed allo stesso tempo inappuntabili, fondarsi su una seria programmazione dell’opera da realizzare e, soprattutto, devono avere sempre riguardo della dignità professionale dei partecipanti. Un concorso di architettura può risultare di ottimo o di pessimo livello applicando qualsiasi procedura o legge vigente. Il discrimine, data per scontata la buona fede degli organizzatori, risiede soltanto nella professionalità, nell’esperienza e nell’interpretazione delle “regole”. L’efficacia delle procedure concorsuali si può misurare sin dall’inizio attraverso:

un’accorta composizione della Giuria che deve condividere ab-origine il bando;

una corretta concezione del bando, avvalendosi di un esperto programmatore di concorsi;

una seria programmazione strategica e tecnica (mediante un adeguato DPP).

Alla fine di questo percorso è necessaria solo una giusta determinazione per la realizzazione dell’opera e per il

successivo affidamento in gestione. Operazione demandata ad una trasparente attività della politica.

Giuria

La Giuria misura la qualità/affidabilità di un concorso, in quanto garante del suo buon esito. Per questo la sua composizione deve essere esplicitata nel bando con nominativi di esperti e/o di chiara fama. Diversamente il concorso pone motivi di esitazione, allorchè la composizione della Giuria diviene sempre meno precisata e/o specificata, rendendo non consigliabile la partecipazione ad un bando. Qui di seguito proponiamo un’idea di Giuria composta da figure che, a nostro avviso, dovrebbero rappresentare quelle doti di competenza professionale, serietà, prestigio, qualità artistica e culturale, tali da offrire ampia garanzia sulle scelte che saranno effettuate. In questo esempio, per maggiore chiarezza e comprensione, alle figure individuate sono stati affiancati dei nomi che sono da ritenersi puramente indicativi.

1. Presidente della Giuria Sen. Arch. Renzo Piano

Autore dell’Auditorium Parco della Musica nonché del Masterplan “Parco della Musica e delle Arti” per la riqualificazione di via Guido Reni e di tutto l’asse Ponte della Musica-MAXXI-Auditorium, che prevedeva una nuova sede del Teatro dell’Opera proprio nell’ex Stabilimento militare. Recentemente nominato Senatore a vita, con il suo progetto sociale “Rammendare le periferie” prescrive la necessità di intervenire con priorità assoluta sui territori marginali e degradati, siti dismessi e/o da bonificare, con l’irrimandabile obiettivo di recuperare questi luoghi a nuovi spazi di socialità. La rivitalizzazione di queste aree urbane non può non toccare i temi dell’efficienza energetica e della rigenerazione ecosostenibile di edifici e/o di interi quartieri.

2. Rappresentante dell’Amministrazione Capitolina – Arch. Maurizio Geusa

Dirigente dell’ U.O (Unione Operativa) Riqualificazione di ambito urbano e riuso del patrimonio pubblico nonché R.U.P. (Responsabile Unico del Procedimento) per il Progetto Urbano Flaminio.

3. Rappresentante del MIBAC – Arch. Rita Paris (Soprintendenza Speciale Beni Archeologici di Roma)

Gli immobili militari risultano prevalentemente assoggettati alla disciplina prevista dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio di cui al D. Lgs. 22.1.2004, n. 42, pertanto, sarà necessario verificare con la Direzione Regionale del MIBAC. e le competenti Soprintendenze che gli scenari di trasformazione e valorizzazione risultino pienamente coerenti con le esigenze di salvaguardia dei beni oggetto di tutela.

4. Componente dell’ Assemblea di Partecipazione per il Progetto Urbano Flaminio

Riteniamo che la presenza nella Giuria di un componente dell’Assemblea del Processo partecipativo, scelto dalla stessa Assemblea, tra i rappresentanti dei vari Comitati e Associazioni dei cittadini, non potrà che rendere ancora più credibile sotto l’aspetto della democrazia della partecipazione il percorso che l’Amministrazione ha voluto e fortemente sostenuto.

5. Esperto di chiara fama sull’Energia rinnovabile – Prof. Jeremy Rifkin

Guru dello sviluppo sostenibile e di nuove generazioni di sistemi orizzontali diffusi di produzione di energia da fonti rinnovabili da adottare nella riqualificazione del patrimonio edilizio esistente. Convinto che bisogna avere abitazioni autosufficienti ed energeticamente attive, non come opzione ma come obbligo, per far sì che il settore delle costruzioni che oggi è il primo fattore di riscaldamento del pianeta diventi parte della soluzione.

6. Paesaggista – Prof. Arch. Franco Zagari

Figura centrale nella cultura del progetto del paesaggio contemporaneo in Italia e all’estero, affianca l’attività progettuale alla didattica e alla ricerca teorica. I suoi temi privilegiati sono lo spazio pubblico urbano e il giardino. Come consulente di Renzo Piano si è occupato della consulenza urbanistica e degli spazi esterni per l’Auditorium Parco della Musica di Roma.

7. Architetto di chiara fama e prestigio internazionale – Prof. Arch. Richard Burdett

Professore di architettura e urbanistica alla London School of Economics and Political Science, Direttore della Biennale Architettura 2006, succede a Renzo Piano nell’Urban Lab di Genova come nuovo consulente urbanistico della città. Cresciuto e formatosi a Roma ha, tra l’altro, relazionato al Convegno “Roma 2010-2020: Nuovi modelli di trasformazione urbana”.

Bando

La corretta concezione di un bando misura la capacità/consapevolezza dell’Ente promotore a gestire la procedura concorsuale. Gli indicatori di peculiarità del bando forniscono la misura del gradimento dello stesso ovvero dell’ accessibilità a parteciparvi.

a) Aperto a tutti senza vincoli curriculari/esperienziali/reddituali

b) Tempi congrui di consegna elaborati (min. 60 gg)

c) Numero di elaborati congrui

d) Incarico al vincitore

e) Chiarezza e semplicità burocratica di partecipazione

f) Valore dei premi congrui (min. 3 premi, rimborso per tutti gli invitati alla 2^ fase)

Programmazione

Il livello di programmazione strategica e tecnica misura la capacità/volontà dell’Ente promotore a gestire tutta l’operazione per la realizzazione dell’intervento. Gli indicatori sintetizzano i requisiti essenziali che una programmazione deve contenere per dimostrare la fattibilità delle opere e la reale intenzione a realizzarle, nonché la loro previsione di migliore funzionamento a beneficio della collettività, nei tempi e nei modi desiderati.

a) Opera programmata e senza vincoli inibitori (DPP con indirizzi documento di partecipazione)

b) Disponibilità dell’immobile su cui si interviene

c) Quadro delle esigenze ben specificato

d) Opera finanziata (o finanziabile)

e) Tempi di esecuzione dell’opera previsti

f) Individuazione dell’eventuale soggetto per la gestione

Fermi i requisiti dati dagli indicatori esposti, si propone un Concorso Internazionale aperto a tutti, in forma anonima, a due fasi. La Prima Fase, come se fosse un Concorso di Idee, accessibile con la presentazione di n.2 tavole in formato A1 ed una relazione di max 20 pagine formato A4. Questo per avere il massimo coinvolgimento e partecipazione, ricevere il maggior numero di idee progettuali e selezionare le 10 proposte da sviluppare nella Seconda Fase. Seconda Fase che, come un Concorso di Progettazione, servirà per ottenere il Progetto preliminare con un numero di elaborati prefissati, quindi confrontabili. I 10 progettisti scelti ed invitati alla Seconda Fase dovranno avere tutti un congruo rimborso spese se presenteranno un progetto valutabile. Tra questi progettisti saranno scelti i tre progetti primi classificati, i cui premi saranno calcolati in base al valore del corrispettivo del Progetto Preliminare. Se ipotizziamo un intervento complessivo di circa 250 mln di euro possiamo prevedere un corrispettivo di circa 2,5 mln di euro per la Progettazione Preliminare. Il montepremi del Concorso potrebbe quindi essere di circa 260 mila euro, cosi distribuito:

1^ Premio 90 mila euro (importo che verrà poi detratto dalla Parcella professionale)

2^ Premio 40 mila euro

3^ Premio 25 mila euro

Agli altri 7 invitati alla 2^ Fase spetteranno 15 mila euro cadauno.

Laboratorio del processo di partecipazione – Caserme Guido Reni, la nostra proposta

Come avevamo anticipato, Amate L’Architettura sta partecipando al Laboratorio del processo di partecipazione per il Recupero delle Caserme di Via Guido Reni al Flaminio. Dopo una prima fase di interlocuzione i nostri rappresentanti Giorgio Mirabelli, Lucilla Brignola e Santo Marra hanno elaborato una proposta e la hanno presentata nel corso del laboratorio.

Si tratta di uno schema che condividiamo volentieri con tutti quelli che ci seguono e che vorranno darci il loro contributo. Il processo è ancora aperto e la partita tutta da giocare.

Buona partecipazione!

(qui trovate il pdf)

Qui trovate il link a tutti i contributi proposti dalle associazioni che stanno partecipando al laboratorio.

Il MasterPlan o SmartPlan?

Esiste una proposta, elaborata qualche anno fa dall’Arch. Renzo Piano, che riguarda forse la parte più significativa del Quartiere Flaminio, uno dei più interessanti e forse più belli di Roma, in quanto caratterizzato da una serie di impianti e strutture di notevole valenza architettonica. La proposta fu presentata su richiesta dell’allora Sindaco Rutelli, sotto la cui Amministrazione iniziarono i lavori per l’Auditorium-Parco della musica, fu poi accettata dal sindaco Veltroni e perfino dal Sindaco Alemanno. In pieno stile mitteleuropeo, l’Arch. Piano aveva previsto:

“Un grande Parco, denominato “Parco delle Arti”, che, partendo da Villa Glori, attraverso la “Porta delle Arti al Flaminio”, con un Passerella pedonale arrivava all’Auditorium, inglobando poi nel verde il grande Viale De Coubertin fino a comprendere le “architetture sportive” di Nervi padre e figlio, Palazzetto dello Sport e Stadio Flaminio.

Tutti i parcheggi necessari sarebbero stati posizionati in una Piastra sotterranea con la scomparsa totale delle auto in superficie, e per completare i servizi alla musica, nell’area dismessa delle Caserme di Via Guido Reni, era stato previsto il nuovo Teatro dell’Opera.

Via Guido Reni diventava un Boulevard ciclopedonale con un tram che arrivava fino al quartiere Prati, passando sul Ponte della Musica, ed era stata anche prevista una connessione con il Foro Italico, pur se limitata solo all’Accademia della Scherma, già destinata a Museo dello Sport.

Le destinazioni d’uso previste, per valorizzare l’operazione immobiliare pubblico-privata, erano simili a quelle attuali, solo che al posto del Museo della Scienza c’èra il Teatro dell’Opera.

Non era chiaro il ruolo di Piazza Mancini che pur compresa nella proposta rimaneva un po’ isolata e senza una vera definizione e destinazione funzionale, mentre sia il Lungotevere che il Villaggio Olimpico restavano fuori da questa “rigenerazione” che aveva come protagonista assoluto la sistemazione a “verde” delle aree da riqualificare.

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Masterplan della Proposta dell’Arch. Renzo Piano

Calcolo dotazione Standars urbanistici in base alle Superfici previste secondo lo schema fornito

roma_capitale_destinazioni_flaminio

Residenziale = 29.000 mq + 6.000 mq (Alloggi sociali) = 35.000 mq x 3,2 (h) = 112.000 mc

112.000 mc / 80 (mc/ab.) = 1.400 ab. X 22 mq/ab = 30.800 mq

Nella Città Consolidata gli Standards possono essere dimezzati e quindi abbiamo 11 mq/ab = 15.400 mq di cui:  7.700 mq di Verde Pubblico

5.250 mq di Servizi Pubblici

2.450 mq di Parcheggi pubblici

A questi bisognerebbe aggiungere gli Standards per il Museo, per il Commerciale ed il Ricettivo 4mq/ ogni 10 mq di cui il 50% possono essere parcheggi: Museo 27.000 mq + Commerciale 5.000 mq + Ricettivo 5.000 mq = 37.000 mq /10 x 4 = 14.800 mq di cui 7.400 mq possono essere parcheggi.

Quindi se questi calcoli non sono sbagliati dovremmo avere una quantità di standards pari a 7.700 mq (Verde) + 5.250 mq (Servizi) = 12.950 mq quota per il Residenziale + 7.400 mq (Verde + Servizi) quota per il Museo, il Ricettivo ed il Commerciale, per un totale di 20.350 mq che è di molto inferiore ai 14.000 mq di “Attrezzature pubbliche di quartiere” previsti nella Delibera di Variante.

Mancano naturalmente i 2.450 mq + 7.400 mq = 9.850 mq di parcheggi totali che crediamo siano stati previsti nella piastra interrata sotto l’Area di intervento.

C’è da aggiungere però che nella Variante approvata, dei 14.000 mq destinati alle “Attrezzature pubbliche di quartiere” non viene specificato quanto sia il Costruito o la Sul prevista per queste funzioni.

Ma nella riunione del 15 Maggio scorso abbiamo appreso dall’Arch. Geusa che all’interno dei 14.000 mq, per le Attrezzature pubbliche di quartiere sono stati previsti circa 2.000 mq.

Strutture militari

Gli immobili di questo tipo risultano prevalentemente assoggettati alla disciplina prevista dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio di cui al D. Lgs. 22.1.2004, n. 42, pertanto, sarà necessario verificare con la Direzione Regionale ai BB.AA.CC. e le competenti Soprintendenze che gli scenari di trasformazione e valorizzazione risultino pienamente coerenti con le esigenze di salvaguardia dei beni oggetto di tutela.

Secondo quanto riferito verbalmente dall’arch. Geusa, la Soprintendenza ha però certificato, dopo sopralluogo avvenuto qualche mese fa, una assoluta mancanza di interesse storico ed architettonico delle strutture e dell’impianto complessivo delle Caserme.

Sarebbe in ogni caso importante conoscere quanto dichiarato dalla Soprintendenza ed inotre avere:

– Un rilievo dell’Area e degli edifici;

– Sapere se esiste anche una valutazione tecnico-strutturale e dello stato di conservazione dei manufatti e delle strutture;

– Sapere se c’è una volontà di recuperare (se ci fossero le condizioni) almeno quelle strutture e quegli edifici più significativi dal punto di vista architettonico-storico e meglio conservati sotto il profilo strutturale e costruttivo, aldilà di un intrinseco ed effettivo valore storico-architettonico-ambientale.

Se tutto ciò fosse possibile e conveniente si potrebbe recuperare il carattere identitario del luogo attraverso la riqualificazione, almeno in parte, dell’impianto architettonico e tipologico-distributivo. Quantomeno si potrebbe lasciare la facoltà di decidere se recuperare o meno alcune strutture ai progettisti che parteciperanno al Concorso di architettura.

Queste, secondo noi, sono indicazioni importanti che deve fornire l’Assemblea in un senso o nell’altro.

Master Plan

A nostro avviso bene ha fatto l’Amministrazione Comunale a ripartire dal Master Plan che aveva elaborato Renzo Piano facendo proprie alcune di quelle scelte, come quella, certo la più importante, dell’ asse che da Villa Glori -“Porta delle Arti” arriva fino a Monte Mario, sull’altra sponda del Tevere, attraverso il Ponte della Musica. (Volendogli cambiare nome come suggerito dall’Assessore Caudo, lo si potrebbe chiamare Ponte delle Arti e/o della Cultura).

Su questa direttrice, inglobando le strutture sportive del Palazzetto dello sport e dello Stadio Flaminio e la Piazza Apollodoro, si arriva poi in Via Guido Reni ed al Maxxi, con di fronte l’area delle Caserme. Come già detto, al posto del Museo della Scienza, nella proposta di Renzo Piano era stato previsto un Teatro dell’Opera diviso dalle strutture residenziali-commerciali-ricettive da una grande piazza in continuità con quella opposta del Maxxi, ipotesi che trova conferma in quella proposta oggi dal Comune.

Il Quadrante troverebbe così una nuova connotazione dove verrebbero esaltate le varie “vocazioni” e potenzialità che ha questo “brano” di città che a nostro avviso oggi è sicuramente uno dei quartieri più importanti di Roma, non solo per il notevole patrimonio architettonico che già esiste, ma anche per quello che sarà realizzato su questa area. Residenze, Sport (Palazzetto dello sport, Stadio Flaminio, Stadio Olimpico, Foro italico), Arte (Maxxi, Auditorium), Cultura, Musica, Festa del Cinema (Auditorium), Città della Scienza, fino a spingerci verso Piazzale Flaminio/Piazza del Popolo, dove all’altezza del Borghetto Flaminio troviamo il Polo museale Explora ed una sezione della Facoltà di Architettura.

PROPOSTA

Area totale =                            51.000 mq        Costruito 72.000 mq di Sul

Area privata =                          24.000 mq        Costruito 45.000 mq di Sul

(Residenze + Alloggi sociali 17.000 mq-2/3 Piani + Commerciale 5.000 mq + Ricettivo 2.000 mq-2/3 Piani)

Area pubblica edificata =        12.000 mq        Costruito 29.000 mq di Sul

(Museo della Scienza 10.000 mq-3 Piani + Servizi pubblici 2.000 mq)

Area pubblica  =                     15.000 mq

(Piazze, Percorsi pedonali e Sistemazioni a verde)

Rispetto alle destinazioni previste nella Variante di Roma Capitale le differenze della nostra proposta (Planimetria Generale dell’area dell’intervento allegata – Tav. 1) consistono:

1. Nella diminuzione dell’area privata che da 27.000 mq passerebbe a 24.000 mq, ma non cambierebbe la Sul di costruito che resterebbe di 45.000 mq. Le quantità previste di 29.000 mq di Residenziale, 6.000 mq di Alloggi sociali, 5.000 mq di Commerciale e 5.000 mq di Turistico/Ricettivo, resterebbero immutate trovando una diversa definizione architettonica anche in altezza ed arrivando ad un massimo di tre piani, permettendo il passaggio di circa 3.000 mq di area a destinazione privata in quella a destinazione pubblica.

2. Nella previsione di 2.000 mq di “Servizi pubblici di quartiere” che avrebbero dovuto trovare posto nei 14.000 mq di “Attrezzature pubbliche di quartiere” per le quali, però, come già detto, nel Documento di Variante non c’è alcuna quantità di Sul prevista.

3. In una Area pubblica che quindi passerebbe da 24.000 mq previsti nella Variante, con 27.000 mq di Sul, ad un totale di 27.000 mq con 29.000 mq di Sul.

In sintesi le Proposte finali contenute in questo Secondo documento, sono state solo rettificate, ma non si discostano, nella sostanza, da quelle presentate nel Primo documento che sono:

a. Il ricorso al “Concorso di Architettura in due fasi” che sia democraticamente e con trasparenza accessibile a tutti, garantendo che il vincitore sarà chi avrà elaborato il progetto migliore sia sotto il profilo urbanistico-architettonico che sotto quello importantissimo della fattibilità e della sostenibilità dell’opera. Non comprendiamo cosa voglia dire la frase: “Non chiameremo le Archistar, ma saranno 4/5 gruppi internazionali a competere” che l’assessore Caudo ed il suo staff ripetono spesso. Ma soprattutto non abbiamo compreso con quale criterio e da chi saranno scelti questi gruppi e dove sarebbe “la novità” rispetto ai soliti Concorsi ad inviti che si sono fatti fino ad oggi. Crediamo che gli esiti ed i successivi sviluppi che hanno avuto i Concorsi per il MAXXI e per la “Nuvola” di Fuksas (specialmente sotto l’aspetto del costo finale delle opere che sono state realizzate con finanziamenti pubblici) siano sufficienti per pensare di cambiare rotta e dare un preciso segnale di trasparenza e di corretta preparazione per poter gestire un Concorso di architettura a carattere internazionale.

b. Inoltre Riteniamo che la presenza nella Giuria di un componente dell’Assemblea del Processo partecipativo, scelto dalla stessa Assemblea, tra i rappresentanti dei vari Comitati e Associazioni dei cittadini, non potrà che rendere ancora più credibile sotto l’aspetto della democrazia della partecipazione il percorso che l’Amministrazione ha voluto e fortemente sostenuto.

c. Una modifica, crediamo, non molto significativa che faccia prevalere la Superficie Pubblica rispetto a quella Privata, senza peraltro modificare la Sul del costruito, che sicuramente andrà incontro ad un sentire molto “radicato” all’interno dei Movimenti e delle Associazioni dei cittadini del territorio.

d. La possibilità di recuperare il carattere identitario del luogo attraverso la riqualificazione, almeno in parte, di alcune strutture e dell’impianto architettonico e tipologico-distributivo. Quantomeno si potrebbe lasciare la facoltà di questa decisione ai progettisti che parteciperanno al Concorso di architettura.

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Con Alemanno a Roma solo incarichi diretti o gratuiti

Il Sindaco di Roma non finisce di stupirci, dalla stampa apprendiamo che ha tirato fuori dal cilindro un nuovo incarico diretto per un fantomatico Teatro dell’Opera da 3000 posti nel quartiere Flaminio tra il MAXXI e l’Auditorium.

L’autore del progetto dovrebbe essere Renzo Piano che presenterà il progetto a maggio, quindi l’incarico dovrebbe essere già stato dato dal Comune da tempo, avevamo intuito qualcosa diversi mesi fa quando fu presentato un progetto di sistemazione del percorso tra l’Auditorium e il Maxxi ad opera sempre di Renzo Piano con incarico gratuito.

Possibile che a Roma, negli ultimi anni, non esiste la minima possibilità, per un architetto con grandi qualità, di poter esprimere il proprio potenziale intellettuale partecipando a competizioni pubbliche come si è sempre fatto negli ultimi 150 anni?

E’ inutile ricordare che il REGOLAMENTO DI ATTUAZIONE DEL CODICE DEI CONTRATTI – D.P.R. N. 207/2010Art. 252 Comma 3, prevede che: quando la prestazione riguarda la progettazione di lavori di particolare rilevanza sotto il profilo architettonico, ambientale, storico-artistico, conservativo, nonché tecnologico, ai sensi dell’articolo 3, comma 1, lettera l), le stazioni appaltanti riportano nel bando di gara di aver valutato, in via preliminare, l’opportunità di applicare la procedura del concorso di progettazione o quella del concorso di idee ai sensi dell’articolo 91, comma 5, del codice.

Si potrebbe dire che i concorsi di progettazione in Italia vanno profondamente riformati, ma questa è un’altra storia, qui ci troviamo di fronte a un Sindaco che ha riportato una città in una fase di paralisi dell’architettura, dove le opere pubbliche si fanno esclusivamente attraverso Risorse per Roma e Zetema, società a totale capitale pubblico del Comune di Roma, vi ricordo un recente incarico diretto di 280.000 elargito da Risorse per Roma.

In 3 anni e mezzo concorsi soltanto annunciati, incarichi gratuiti a via Giulia e piazza San Silvestro, incarichi diretti a Tor Bella Monaca e ora al quartiere Flaminio, non si fanno più neanche le gare di progettazione.

Ma chi dovrebbe garantire il rispetto della legge?

L’Ordine degli Architetti di Roma, dopo aver dormito per 3 anni, si è accorto improvvisamente che qualcosa non va e ha fatto un comunicato stampa in cui si dice basta al conferimento degli incarichi senza concorso e senza concertazione con parti sociali e cittadini.

Verrebbe da dire meglio tardi che mai, ma non basta fare i comunicati stampa dopo aver partecipato alla manifestazione di Rete attiva per Roma per rilanciare la candidatura a sindaco di Roma di Alemanno.

Bisogna fare azioni concrete, noi di Amate l’Architettura faremo un esposto all’Autorità di Vigilanza sui lavori Pubblici e nelle altre sedi opportune, bisogna reagire a questa situazione che sta portando la capitale d’Italia in una condizione sempre più misera dal punto di vista culturale e della qualità dell’architettura.

Oltre al non rispetto delle leggi, ci troviamo di fronte a un gravissimo problema culturale che ci sta allontanando sempre più dalle altri capitali europee.

Siamo stufi di dover denunciare sempre continui abusi e non poter mai parlare di architettura.

Ho chiesto chiarimenti allo studio di Renzo Piano, chiedendo anche il suo parere sulle modalità con cui vengono conferiti questi incarichi, ricordandogli che deve molto della sua popolarità al progetto per il Beaubourg in cui nel luglio del 1971, una giuria internazionale di architettura, presieduta da Jean Prouvé, scelse, tra 681 progetti presentati, quelli degli architetti Renzo PianoGianfranco FranchiniRichard Rogers.

Aspettiamo una risposta.