Articoli marcati con tag ‘expo 2015’

#MercatiErranti: il diario connettivo

10 ottobre 2015

Il 7 ottobre 2015 ad EXPO Milano si è svolto nella sede del Padiglione Unione Europea la conferenza Portare con sé la biodiversità: piante e popoli che si muovono, organizzato dal CNR Expò lab. Nell’ambito di questa conferenza si è cercato di mettere in relazione il movimento delle piante e dei popoli come una migrazione culturale di usi e costumi che ha la sua massima espressione nei mercati, da sempre luogo di scambio interculturale. Il Live tweeting attraverso i principali mercati italiani, da Torino a Palermo e Catania passando per Firenze, Roma, Bari….e con un rapido sguardo fuori dei confini nazionali, ha messo in luce le trasformazioni e integrazioni che stanno avvenendo su tutto il territorio compresa la remota possibilità di coltivare nello spazio. Attualmente i mercati sono diventati, forse, i luoghi dove la repentina trasformazione rende possibile anche l’integrazione delle genti senza limiti culturali, religiosi o sociali.

Riportiamo lo storify che raccoglie i tweet dell’azione in rete di Amate l’Architettura.

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#MERCATIERRANTI

29 settembre 2015

In occasione della conferenza “Portare con se la biodiversità: piante e popoli che si muovono” che si terrà il 7 ottobre 2015 presso il Padiglione dell’Unione Europea di EXPO 2015, Amate L’Architettura collaborerà con il CNR Expo Lab nella gestione del live tweeting #MercatiErranti.

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Amate l’Architettura dedicherà i suoi contributi per evidenziare come i mercati agroalimentari contribuiscano a “NUTRIRE” le città oltre che da un punto di vista fisico anche da quello prettamente culturale, in quanto luoghi di aggregazione sociale e di incontro.
Partendo dal titolo, “NUTRIRE” preso in prestito da quello dell’EXPO, già rilanciato in occasione della nostra ultima azione con Carte in Regola, cercheremo di fornire una serie di spunti estremamente concreti ma al tempo stesso fortemente “visionari” di come i mercati agroalimentari contribuiscano ad estendere il significato del verbo “NUTRIRE”, che in un’accezione più ampia include la “nutrizione culturale e sociale”, con le quali le attività commerciali devono assolutamente integrarsi e convivere, se vogliamo salvare la funzione importante del mercato rionale e/o cosiddetto di “quartiere”.
E questo deve avvenire attraverso le trasformazioni sia fisiche (quindi architettoniche ed urbanistiche), che di ampliamento e di coinvolgimento di altre attività (ludiche, sociali, culturali, artigianali), affinché i mercati agroalimentari italiani possano continuare ad essere luoghi di preservazione e diffusione nel tempo delle culture e delle abitudini alimentari”.
Al fine di rappresentare casi in cui questa funzione complessiva del “mercato” inteso come luogo di acquisizione di beni ma anche di interscambio tra culture differenti, assolutamente in sintonia con il tema del convegno “su popoli e piante che si muovono”, si è pensato a tre luoghi che possiamo definire “storici” della città di Roma da dove inviare i nostri contributi. Tre Mercati che, pur con caratteristiche diverse, con un diverso sviluppo nel corso delle loro storia e con le ovvie differenze tipiche di altre localizzazioni geografiche, hanno tutti i requisiti per rappresentare e soprattutto testimoniare in modo paradigmatico la validità della tesi qui sopra sostenuta.
I mercati scelti sono a Roma e sono il Nuovo mercato Esquilino – Ex-Piazza Vittorio, il Mercato Metronio e quello di Campo dei fiori.

Nuovo mercato Esquilino – Ex-Piazza Vittorio (Via Principe Amedeo, 184)
Questa realtà nasceva con una localizzazione all’aperto (al centro della piazza) come complemento di un quartiere che era nato come luogo di elezione della burocrazia post unitaria. Di ciò ne è testimonianza evidente la tipologia di architettura prescelta mutuata, quasi pedissequamente, da quella tipica della città di Torino e di molte realtà ad essa riconducibili.  Pur con tutte le limitazioni insiste nei “parallelismi” tra epoche storiche differenti si potrebbe sostenere che come, alle sue origini il quartiere ha ospitato una comunità non propriamente autoctona anche ora, a seguito della massiccia immissione di più comunità provenienti da numerosi paesi extraeuropei il mercato Esquilino può essere considerato, tutt’ora l’emblema dell’interscambio culturale attuato attraverso l’esigenza di reperimento di merci di ogni tipo per il soddisfacimento delle quotidiane esigenze.
Dal 2001 il mercato sia ortofrutticolo che di abbigliamento occupa l’area della ex caserma Sani.
Interviste e foto

Mercato Metronio (Via Magna Grecia, 1956 -1957)
E’ forse l’unico mercato che ha il valore aggiunto di essere stato progettato negli anni 50 dall’Ing.  Ric-cardo Morandi con la finalità di dotare la zona di S. Giovanni di luoghi di aggregazione e di parcheggi. Attualmente la struttura è ancora in uso, sarebbe necessaria una completa riorganizzazione degli spazi, sia al piano terra che a livello ballatoio, anche con l’inserimento di altre realtà per poter ottimizzare la struttura che risulta sottoutilizzata.
Interviste e foto

Mercato di “Campo dei fiori”
Questa realtà, ha subito, soprattutto ad opera delle rappresentazioni cinematografiche e della letteratura, un processo di “mitizzazione” che ha contribuito ad evidenziarla come luogo tipico del “sentire romano”. Si potrebbe quasi sostenere che essa debba, rappresentare pur con le doverose differenze, uno dei tanti monumenti la cui visita sia obbligatoria per chiunque voglia conoscere veramente lo spirito della città. Questa caratteristica, nella quale prevalgono però, le ragioni del “mito” impedisce una visione oggettiva di questa realtà che appare, invece assolutamente allineata agli stilemi ormai comuni che prevedono una caotica commistione di realtà commerciali non propriamente orientate al soddisfacimento dei bisogni quotidiani del quartiere bensì agli onnivori desiderata della clientela turistica per la quale l’unico argomento è, tranne rare eccezioni, che l’oggetto acquistato provenga dal luogo in questione.

A questo link è possibile scaricare il programma.

Seguiteci e rilanciate i vostri contenuti utilizzando l’hashtag #mercatierranti.

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L’Albero della vita – il diritto d’autore in Architettura

4 dicembre 2014

Alle innumerevoli discussioni che stanno accompagnando la realizzazione dell’Expo 2015 se ne è aggiunta un’altra legata al progetto dell’opera simbolo del Padiglione Italia di Expo 2015: “l’Albero della vita“.

Infatti non appena è stato dato il via libera alla gara per la realizzazione dell’opera l’architetto Chris Wilkinson, progettista dei noti “Supertrees” di Singapore, ha subito gridato al plagio.
In effetti non è difficile riscontrare la similitudine tra i due progetti e sembra che l’architetto stia valutando se agire per le vie legali.

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La questione assume una certa rilevanza se si tiene conto del fatto che una delle tematiche cardine dell’EXPO è la lotta alle contraffazioni dei prodotti italiani all’estero.

Ma come? Noi ci lamentiamo tanto del fatto che qualcuno nel mondo ci ruba le idee e i prodotti, con grande responsabilità del lontano oriente, e poi quando dobbiamo scegliere il monumento simbolo della nostra italianità, finiamo per copiare a nostra volta, proprio da qualcosa che proviene dal mondo orientale.

Che c’è di sbagliato in tutto ciò?
C’è che traspare sullo sfondo una precisa visione in tema di copyright.

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Infatti questa storia assomiglia a quella di Walt Disney che dopo aver prodotto Cenerentola (e innumerevoli altre storie tratte da famose favole), ha intrapreso (e tuttora intraprende) una battaglia agguerritissima per preservare i suoi diritti d’autore; facendo di tutto per negare ad altri quella libertà di utilizzo delle idee che a lui ha portato tanta ricchezza.
L’idea, maturata nell’ottocento, e sviluppata nel novecento è che il diritto d’autore sia uno strumento a tutela di chi produce nuove idee; se mi invento una soluzione ad un problema, il diritto d’autore mi consente lo sfruttamento economico della mia innovazione; sulla carta quindi il diritto d’autore, tutelando gli investimenti sul mio progetto, è un elemento di stimolo alla ricerca da parte dei privati e quindi indirettamente, la tutela del diritto d’autore porta un beneficio anche alla comunità.
Oggi il sistema è seriamente messo in discussione per almeno due motivazioni.
La prima è che, con l’evoluzione delle tecnologie digitali, è diventato sempre più difficile esercitare e far valere un copyright. La moltiplicazione dei sistemi di riproduzione e la velocità di circolazione delle informazioni rende praticamente impossibile tenere sotto controllo tutte le innovazioni; soprattutto quelle che si esercitano in campo creativo.
Ne sanno qualcosa le grandi case discografiche e le major cinematografiche, per le quali l’avvento dei sistemi di distribuzione Peer to Peer (da Napster in poi) è stato un autentico disastro; dopo anni di battaglie tecnologiche e legali in difesa del copyright tradizionale, solo recentemente stanno emergendo nuovi modelli di business in grado di sfruttare al meglio le nuove tecnologie disponibili.
La seconda è che, proprio sulle trasformazioni culturali innescate dalla rivoluzione digitale, si sta prendendo coscienza in maniera più stringente, dei limiti che il sistema pone proprio allo sviluppo e all’innovazione. È abbastanza intuitivo il fatto che l’innovazione e l’evoluzione avvengano più facilmente dalla libera circolazione delle idee; le società si evolvono e si sviluppano dove le idee oltre che circolare liberamente, possono anche essere liberamente riutilizzate e manipolate. Ma se su quelle idee vi sono dei limiti giuridici di utilizzo è molto probabile che su di esse non si sviluppi niente di nuovo, generando quindi un danno al potenziale miglioramento dell’intera società. Il diritto d’autore genera una condizione di monopolio, che a sua volta blocca la possibilità di sperimentare sull’oggetto tutelato dal diritto stesso.
Un caso di scuola è costituito dalla storia dell’evoluzione della macchina a vapore; Watt spese molto tempo e denaro per tutelare la sua innovazione (il principio del condensatore separato) con la quale migliorò il primo prototipo di macchina; negli anni di validità del brevetto Watt operò in regime di monopolio impedendo con la legge qualsiasi possibilità di miglioramento che molti concorrenti erano riusciti ad apportare alla macchina di Watt. Il sistema dei brevetti britannico, di fatto, ritardò la possibilità di migliorare la macchina a vapore di almeno 30 anni; per tutto il tempo di validità del brevetto, gli altri inventori non poterono sviluppare nessuna delle loro idee. Il risultato è stato un indubbio danno per l’evoluzione tecnologica della società nel suo complesso. E non solo per la società.
“Per ironia della sorte, Watt non solo usò il sistema dei brevetti come randello legale con il quale demolire la competizione, ma i suoi sforzi per mettere a punto una macchina migliore vennero intralciati dal sistema stesso dei brevetti. Una limitazione importante del motore Newcomen originale consisteva nella sua incapacità di fornire un moto rotatorio costante. La soluzione più conveniente, che implicava l’uso combinato di un pedale e di un volano, si basava su un metodo brevettato da James Pickard, il che impedì a Watt di poterne fare uso.”

Torniamo all’architettura.
Le mie reminescenze universitarie mi insegnano che tutta la storia dell’architettura non è altro che un immenso ripetere di schemi formali e tipologie edilizie; forme e soluzioni formali che si ripetono indefinitamente e senza limitazioni contaminandosi a vicenda con minimi aggiustamenti progressivi.
Oserei dire che proprio la ripetizione tipologica è uno gli elementi che maggiormente determina il valore e l’importanza di una certa opera.
C’è bisogno di esempi?
Parliamo delle cattedrali gotiche e romaniche, degli ordini classici, dei palazzi signorili rinascimentali, delle chiese gesuitiche, delle piramidi, delle costruzioni industriali, delle torri, del modulor di Le Corbusier, ecc.

Tutte soluzioni formali che sono state ripetute e rielaborate nel tempo, per le quali sarebbe semplicemente ridicolo pernsare di attribuire un diritto d’autore al primo archietto che ne ha codificato l’utilizzo (sempre ammesso che si possa rintracciare tale primogenitura).
Persino la contemporaneissima produzione architettonica delle Archistar, apparentemente ispirata dalla sistematica ricerca di una futuristica novità, in realtà non è che un riproporsi di schemi formali, per cui alla fine molte opere finiscono per assomigliarsi tra loro, speso citandosi deliberatamente, spesso riproponendo identiche soluzioni formali senza specifico intento di citazione.

Insomma gli architetti, notoriamente, copiano!

Si tratta di una caratteristica peculiare del loro modo di lavorare.
E quando non copiano in maniera esplicita capita che il loro lavoro sia soggetto ad una forma di “Ripetitività Infettiva”; ovvero quella forma di contaminazione delle idee per cui anche involontariamente, anche frequentando ambienti apparentemente distanti, si finisce per giungere alle stesse conclusioni; si finisce per restituire risposte formali simili.
Si veda in proposito un bellissimo articolo di Luca Silenzi sul tema dei memi, dove tra le altre cose, potete trovare anche l’albero genealogico di Rem Koolhas e dei suoi collaboratori fuoriusciti dal suo studio.
“I memi sono idee o parti di idee – come una lingua, una consuetudine culturale, una religione, una melodia, un valore estetico, un approccio teorico, una particolare soluzione tecnica, o architettonica o formale – che, trasmesse da mente a mente e associate tra loro, acquisiscono una sorta di vita autonoma e manifestano una loro caratteristica capacità di diffusione e replicazione. Si arriva, in certi casi, ad una cosiddetta “ripetitivitè infettiva” del meme, che assume i tratti ben noti del tormentone.”

L’idea di fondo è che le opere di intelletto e quelle scientifiche sono il frutto di un processo cognitivo che va oltre il singolo autore. Le idee si sviluppano secondo modalità simbiotica ed empatica. Come se le idee avessero esse stesse una loro identità autonoma e sfruttassero l’uomo come un veicolo attraverso il quale prendere forma.

“le idee, e il pensiero umano in generale, si formano con la composizione/scomposizione di informazioni che esistevano prima di noi ed entrano presto o tardi nella nostra testa per poi trasmettersi di nuovo agli altri, magari con qualche variazione”.

Questa evoluzione concettuale è il frutto di una parallela evoluzione tecnologica; la rivoluzione digitale, che sta scardinando alla radice il modo con cui si sviluppano le relazioni umane e culturali, moltiplicando sia il numero che la qualità delle comunicazioni, anche in ambito architettonico.

“L’architettura, fino a qualche anno fa la più longa delle arti, in cui c’era ampio margine – in Italia forse anche troppo – per la maturazione di pensieri e riflessioni, è diventata anch’essa qualcosa di fruibile in tempo reale. I filtri si sono assottigliati, spesso annullati. Assistiamo giornalmente allo sviluppo delle varie fasi di progetto di un edificio che ci interessa, e possiamo ammirarne o discuterne l’evoluzione, perfino osservarne le fasi di cantiere. Possiamo anche dichiarare a chi vogliamo, o al mondo intero, se quel progetto ci piace, o commentarlo. E tutti possono farlo, non solo i critici propriamente detti. Si è parlato di vouyerismo pornografico nelle pubblicazioni di architettura on-line, e forse è così. E’ un segno dei tempi, non starei troppo a scandalizzarmi: semplicemente, prima non c’erano i mezzi tecnici per fare tutto questo.”

In questa ottica, l’idea di realizzare un’opera come L’Albero della Vita per il Padiglione Ialia, sembrerebbe inserirsi appieno un un caso di “ripetitività infettiva”.

C’è infine un aspetto più filosofico che attiene all’utilizzo delle categorie mentali. È evidente infatti che se l’arch Wilkinson è stato il primo ad utilizzare una specifica forma, quella ad albero, per una costruzione di grandi dimensioni, questo non gli consente di assumere l’esclusiva su quella forma; a maggior ragione se la forma in questione è una forma di origini organiche percepibile e riproponibile in antura sotto moltissime variazioni. Non è che d’ora in poi chiunque voglia fare una qualsiasi costruzione a forma di albero dovrà necessariamente chiedere il permesso a Wilkinson. Sarebbe come ammettere la brevettabilità dell’idea della sedia.
A mio parere questa non è che una deriva degenerativa del modello architettonico basato sulle archistar; tanto più ci si illude che l’architettura sia un processo riconducibile ad un unico soggetto (l’archistar appunto) tanto più emerge la necessità di tutelarne l’opera secondo le forme classiche novecentesce.

Il novecento infatti era l’epoca delle comunicazioni di massa dove i media mainstream veicolavano le informaizoni in maniera piramidale. Il sistema autoriale era funzionale a questa comunicazione

“da uno a molti”

che utilizzava la televisione e i giornali. L’autorialità e lo Star sistem erano per certi versi anche una froma di garanzia dell’utente sulla qualità del prodotto (identificato dal marchio di fabbrica). Il passaggio alla rete, come veicolo di distribuzione delle informazioni ha trasformato il modello comunicativo in maniera orizzontale; il sistema è divenuto

“da molti a molti”

rendendo sempre meno necessaria l’autorialità verticistica e valorizzando l’apporto “dal basso” nelle produzioni culturali.

Il modello che identifica l’archistar come un unico soggetto detentore delle trasformaizni urbane è quindi una deformazione concettuale ereditata da un modello economico ormai palesemente in crisi; il modello economico coltiva l’illusione che i processi produttivi e le trasformazioni urbane possano essere sotto il controllo esclusivo di pochi soggetti, mentre invece la città si evolve e si trasforma secondo dinamiche che il più delle volte sfuggono al controllo dei singoli centri di potere. Ovviamente in molti ambiti fa comodo illudersi del contrario, esattamente come fa comodo sostenere che il diritto d’autore sia a tutela della crescita culturale.

Forse l’arch Wilkinson, prima di procedere con eventuali azioni legali dovrebbe riflettere meglio su questi aspetti. Prima di lui (che farà ciò che ritiene più giusto per se stesso) mi aspetterei ceh questi temi divenissero oggetto di riflessione anche per l’EXPO 2015, laddove il tema della tutela dei prodotti locali deve necessariamente confrontarsi con la necessità di garantire al prodotto DOP una adeguata diffusione all’interno di un modno oramai totalmente decontestualizzato.

Occorrerà inoltre riflettere come anche sulle caratteristiche di dinamicità della cultura (in questo caso culinaria) e sulla necessità di garantire vitalità ai prodotti nazionali, consentendone la contaminazione e la trasformazione: la pizza avrebbe avuto tanto successo se gli americani non la avessero reinventata alla oro maniera?

A scanso di equivoci, considerato che tuttora esiste un sistema internazionale di tutela del diritto d’autore provo comunque a riproporre alcune opere che a mio parere possono considerarsi dei validi antecedenti.

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Qui invece trovate alcuni esempi di riproposizione della forma ad albero, segno che l’idea è solo agli inizi.

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Expo 2015, un concorso senza coraggio per il Padiglione Italia

8 gennaio 2013

La pubblicazione, tanto attesa, del bando per il concorso del Padiglione Italia all’Expo del 2015 sembra lasciare tutti insoddisfatti.

Le motivazioni di ordine squisitamente tecnico per cui il bando viene definito deludente sono argomentate chiaramente dal CNAPPC in una recente nota, con cui si può a grandi linee essere d’accordo. Ma il bando delude anche sul piano deontologico, poiché per almeno due ragioni non perviene all’obiettivo di preservare la dignità professionale:

primo, è stato enfaticamente annunciato come un concorso per giovani architetti e invece per la partecipazione il bando richiede da subito il possesso di imponenti requisiti tecnico-organizzativi oltre che economico-finanziari, benché si possa ricorre allo strumento dell’avvalimento;

secondo, s’è parlato tanto di padiglione emblema del “Made in Italy” e poi non c’è stato, probabilmente perché prigionieri di una mentalità provinciale, il coraggio di procedere con un concorso riservato a professionisti italiani.

Certo è, che un concorso così rilevante, in un momento storico di particolare crisi per il paese, poteva costituire il giusto mezzo di riscatto per l’Architettura Italiana.

Esaminando il bando si ravvisano sia responsabilità dirette di Expo spa che difficoltà suscitate dal Codice degli Appalti.

In effetti, rispetto alle seconde responsabilità, quelle indotte, è proprio il Codice degli Appalti che non è mai riuscito a fornire una guida decisa, un format di bando chiaro e inequivocabile, vincolante per tutti, onde evitare libere interpretazioni degli enti banditori, specie se chi programma non ha l’esperienza adeguata o non ha a cuore l’architettura. È urgente la riscrittura del Codice.

Una soluzione ci sarebbe, incaricare Perelà di redigere un nuovo Codice (si cita il romanzo futurista di Aldo Palazzeschi), che finalmente risolva ed appiani tutti i problemi lasciati insoluti dalle leggi «decrepite e grinzose» oggi in vigore e dalla ininfluenza dei rappresentanti degli Ordini professionali sempre meno autorevoli nel tutelare la professione, incapaci di conquistarsi la giusta considerazione degli enti banditori.

Non c’è da fidarsi più di nessuno, ogni desiderata dei vertici di “Expo” è stato immediatamente contraddetto dai fatti: “faremo un concorso per giovani talenti”, “stiamo costruendo un bando aperto”, “i criteri premieranno la qualità”. Solo annunci sconfessati da una stesura di bando che ha interpretato nella maniera peggiore e inutilmente restrittiva il Codice, declinata dalla filosofia delle gare per engineering. Niente a che vedere con i concorsi di architettura: giuria a sorpresa, che non aiuta l’ampia partecipazione; criteri molto impegnativi, che possono essere adempiuti solo da società affermate; incertezza nel numero e nel tipo di elaborati, che, per incomparabilità delle proposte, non tutelano i concorrenti di equo giudizio, oltre che, avendo introdotto una approssimativa procedura online, non si chiariscono le modalità con cui la giuria valuterà i progetti (a monitor, proiettati, stampati… tutto insieme).

Di fronte a tanta incertezza milanese ma soprattutto registrando l’ennesima diversa interpretazione procedurale dimostrata con il terzo bando di concorso in breve tempo, dopo Architetture di Servizio e Velodromo Vigorelli, non ci resta che attendere che dal camino scenda il nostro Perelà – eroe di fumo – a riscrivere il Codice.

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Prima dell’uscita del bando di Concorso era stato scritto:

Milano 1906-2015: tutto è cambiato, niente è cambiato.

Milano, 17 novembre 2012, dopo più di un secolo la Città ospiterà nuovamente l’Expo, cosa è cambiato dalla prima volta?

La prima Esposizione Internazionale di Milano si svolse nel 1906 in padiglioni ed edifici appositamente costruiti alle spalle del Castello Sforzesco (l’attuale Parco Sempione) e nell’area dove dal 1923 sorgerà la Fiera di Milano. Per l’occasione le nuove costruzioni furono 225, tra gli interventi più rappresentativi si ricordano quelli dell’architetto Sebastiano Locati, tra cui l’Acquario Civico risultato di particolare pregio in stile liberty. Le nazioni partecipanti furono 40, gli espositori 35.000, i visitatori furono oltre 5 milioni, una cifra record per l’epoca. Il tema fu quello dei trasporti.

L’immagine simbolo dell’esposizione fu realizzata dall’artista triestino Leopoldo Metlicovitz che vinse il concorso per il manifesto, celebrava l’apertura del traforo transalpino del Sempione completato proprio nel 1906 (e da cui il parco prende il nome) rendendo possibile la prima linea ferroviaria diretta tra Milano e Parigi. Il 3 agosto, nella galleria d’Arte decorativa italiana e ungherese scoppiò un incendio che distrusse diversi edifici tra cui il Padiglione dell’Architettura. In quaranta giorni i locali andati distrutti furono ricostruiti e nuovamente inaugurati alla presenza del re Vittorio Emanuele III. Il 1 ottobre fu anche inaugurata la sezione d’arte decorativa ungherese alla presenza del presidente del Consiglio dei ministri Giovanni Giolitti.

La nuova Esposizione Internazionale di Milano si svolgerà tra pochi mesi, nel 2015, su un’area del sito espositivo di 1,1 milioni di mq, a nord-ovest della Città, adiacente al nuovo complesso Fieristico di Rho. Per l’occasione nuove costruzioni, padiglioni ed edifici, saranno appositamente costruiti, tra cui le architetture di servizio. Le nazioni partecipanti al momento sono 108 su 130 stimati, con 21 milioni di visitatori attesi. Il tema è quello dell’alimentazione.

L’immagine simbolo dell’esposizione sarà affidata al Padiglione Italiano, da realizzare sulla base di un primo concept che sarà sviluppato dal regista di spettacoli Marco Balich  su investitura diretta, creativo italiano di fama mondiale per aver curato le cerimonie olimpiche di Torino 2006 e Londra 2012, e già aggiudicatario di Rio 2016. Inoltre, secondo le prime notizie che si apprendono, il Padiglione Italiano, del valore di circa 35 milioni, sarà frutto di un concorso internazionale realizzato in collaborazione con il CNA, aperto anche ai giovani e sarà lanciato entro novembre, per ottenere il preliminare entro il 30 marzo.

Pertanto, esprimiamo piena soddisfazione per la strada finalmente intrapresa dal Commissario Diana Bracco verso l’espletamento dell’atteso concorso internazionale di architettura però allo stesso modo desideriamo che sia un concorso vero, con giuria qualificata, bando esemplare, incarico al Vincitore.