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Architettura gassosa, un dibattito effervescente all’interno della Biennale

22 novembre 2018

Si è svolto all’interno della Biennale di Architettura di Venezia il workshop “Architettura gassosa”, un evento che fa parte del progetto “Becoming” ideato dalla curatrice Axtu Aman all’interno del Padiglione di Spagna. All’interno di questo progetto “Amate l’Architettura” ha dato il suo sostegno all’iniziativa, per le tematiche innovative presentate che costituiscono un nuovo impulso e arricchimento al dibattito architettonico contemporaneo.  Il laboratorio aperto a tutti, è stato organizzato in collaborazione con lo IUAV di Venezia e con La Universidad de Arquitectura de Xalapa (Veracruz, Messico).

Si tratta di una progetto teorico di Emanuele Lo Giudice sugli orientamenti futuri dell’architettura, in linea con le trasformazioni della società contemporanea e delle sue nuove forme di vita, di lavoro, di relazione e le dinamiche sociali in atto indotte dalla rivoluzione dei sistemi di comunicazione e connessione globale: si potrebbe dire “l’architettura ai tempi del digitale”.

Nella stessa maniera in cui sono cambiate le modalità di relazionarsi passando da una modalità solida (sistema di relazioni regolate da una struttura sociale gerarchica rigida) a una modalità liquida (relazioni rese fluide da una società orientata non più secondo una struttura una ma secondo dinamiche economiche e di mercato), siamo ora giunti ad una modalità gassosa, nella quale la contemporaneità delle connessioni e delle comunicazioni, la sincronicità degli eventi resa possibile dalle connessioni digitali, ha fatto esplodere i legami, creando un sistema complesso di reti intersecanti, attraverso le quali la comunicazione viaggia trasversalmente seguendo un percorso non più lineare ma caotico, che può essere assimilato al moto disordinato delle particelle di un gas.L’architettura, che per sua natura prende forma dai legami sociali e dalle sue dinamiche, si configura non più come un sistema più o meno ordinato secondo leggi di composizione o scomposizione e radicato in un luogo preciso, ma si frammenta come un insieme di elementi funzionali ed esplode proiettandosi in diverse possibilità di collocazione: viene superata quindi la relazione fra luogo ed edificio che ha sempre caratterizzato l’architettura.

In questo lavoro teorico Emanuele Lo Giudice ipotizza nuovi scenari architettonici che si prefigurano immaginando uno dei futuri possibili ed il workshop si è posto come esplorazione delle nuove dinamiche, partendo dall’ambito circoscritto di un frammento di museo gassoso. Il museo oggi infatti, è una delle tipologie architettoniche più rappresentative del vivere contemporaneo, luogo di aggregazione ed incontro di flussi di persone, scambio di informazioni, fruizione di spazi che cambiano e contengono oggetti e temi diversi.

Creare un allestimento di un prodotto artistico secondo un’idea gassosa diventa un mezzo di analisi e penetrazione di una nuova modalità di costruire un museo, uscendo dalla concezione classica di spazio espositivo statico per entrare in una visione dinamica, dove gli allestimenti viaggiano nel mondo insieme agli spazi che li contengono, non più come oggetti contenuti in un contenitore, ma come un’unità espositiva autonoma costituita da spazio-oggetto. Attualmente il museo risulta un sistema di aggregazione di spazi secondo una data configurazione e secondo legami che tengono unite e collegano le parti, nel museo gassoso i legami non sono più statici e definiti una volta per tutte, ma temporanei e modificabili nel tempo, gli elementi che lo costituiscono possono essere scomposti e ricomposti secondo un nuovo ordine, essere spostati in
un altro posto e prendere una nuova configurazione, si potrebbe parlare di cellule espositive che viaggiano insieme alle mostre in luoghi e tempi diversi.

La domanda che ha contrassegnato il laboratorio di Venezia è riferita a come va concepito e come si configura un allestimento all’interno di un museo gassoso, questa domanda non poteva essere posta solamente agli architetti, ma andava a coinvolgere un insieme eterogeneo di competenze che ruotano intorno al tema: prima di tutto gli artisti stessi e poi altre figure come direttori di musei, esperti in semiotica…..ecc.

Il workshop quindi è stato concepito seguendo due impostazioni parallele: da un lato il dibattito teorico degli esperti chiamati ad argomentare sul tema e dall’altro un laboratorio costituito da un insieme di tavoli di lavoro guidati da un artista che proponeva un’opera o processo creativo, di cui un gruppo di studenti doveva immaginare l’allestimento, affiancati da un tutor-architetto (fra cui la sottoscritta membro di Amate l’Architettura), con il compito di sostenere e seguire lo sviluppo del tema.

Fra gli intervenuti nel dibattito: Giorgio De Finis, direttore artistico del Macro di Roma, Maria Rosa Jijon, attivista e segretario culturale dell’IILA (Istituto Italo Latino Americano), Agostino De Rosa, architetto e docente presso lo IUAV di Venezia, Tiziana Migliore, docente di semiotica presso l’Università di Tor Vergata di Roma, Renato Bocchi, architetto e docente presso lo IUAV di Venezia

Fra gli artisti che hanno condotto i laboratori: Massimo Mazzone, scultore e docente presso l’Accademia di Brera di Milano, Clemencia Labin, artista visuale venezuelana, Daniele Scarpa Kos, artista veneziano e Eleonora Gugliotta, giovane performer milanese.

Fra gli attori del dibattito, ritengo che sia stato particolarmente interessante, al fine di individuare le tendenze attuali nella gestione e configurazione dell’idea di museo contemporaneo, l’intervento di Giorgio De Finis, in qualità di direttore artistico del Macro, dove sta conducendo un esperimento di “Museo Asilo”, ovvero di museo contenitore indifferenziato e omni-accogliente della produzione artistica del presente. Questa esperienza si colloca all’interno di una concezione di museo aperto o museo contenitore neutro, che si propone di rappresentare attraverso l’abbandono di ogni intenzione interpretativa, uno spaccato dell’arte in progress. Questa idea di museo si configura molto vicina all’idea di museo gassoso, che perde le caratteristiche di monumento stabile e diventa un processo dinamico in grado di seguire le trasformazioni ed evoluzioni del modo di fare museo.

Altro contributo particolarmente pertinente è stato quello di Maria Rosa Jijon, che come promotrice culturale, ha descritto un progetto attualmente in corso in Sud America di “Museo Nomada”, cioè di museo senza museo, di un insieme di opere senza contenitore e quindi in grado di spostarsi ed essere ospitate in qualsiasi sede dislocata in qualsiasi posto, quindi la frantumazione del concetto di museo e la sua scomposizione in diverse realtà contemporanee.

Nei tavoli di lavoro del laboratorio sono stati elaborati diversi tipi di allestimento, dall’idea di Clemencia Labin di creare un ambito dedicato ad ospitare un quadro vivente, tipico della sua colorata e folklorica produzione vicina alla santeria sud americana, al processo creativo proposto da Daniele Scarpa Kos, come scomposizione e ricomposizione di tale processo in uno spazio pensato per far vivere al fruitore un frammento della creazione di un’opera.

La conclusione del workshop, che si è inevitabilmente configurato anche lui stesso come gassoso, apre la parola a nuovi scenari di interpretazione e ha rappresentato una piccola o grande provocazione che si propone di riattivare la capacità di immaginare il futuro come esercizio di pensiero.

L’evento è stato patrocinato da: “Amate l’Architettura” che ha contribuito anche in modo attivo con la partecipazione di alcuni membri dell’associazione; IUAV di Venezia, Ambasciata del Messico; Ambasciata Spagnola; Istituto Cervantes; Università di Architettura di Xalapa (Vera Cruz – Messico); Ordine degli Architetti di Roma; Ordine degli Architetti di Venezia.

 

Foto: Emmanuele Lo Giudice e Elena Padovani

Editing: Daniela Maruotti

Becoming/Arquitectura gaseosa – un workshop alla Biennale

18 ottobre 2018

Emmanuele Lo Giudice, per la Biennale di Architettura di Venezia del 2018, ha concepito un workshop come evento collaterale del progetto becoming del Padiglione Spagna nei Giardini della Biennale di Venezia. Amate l’Architettura sostiene questa iniziativa nella quale ci sarà una partecipazione attiva di alcuni membri del Movimento.

Con il progetto becoming, presentato dalla curatrice Atxu Amann per la 16a Biennale di Architettura di Venezia, lo spazio del padiglione spagnolo non è più una semplice area espositiva, ma si trasforma in un luogo di sperimentazione, uno spazio vitale, sede di processi e di riflessioni sul modo di pensare e fare architettura.

Il workshop becoming – arquitectura gaseosa si presenta come un momento di analisi e approfondimento delle tematiche del padiglione spagnolo, rielaborate sotto forma di laboratorio didattico. Punto focale del laboratorio è la “costruzione” di una vitale essenza processuale attraverso cui raccontare, fare e pensare l’architettura.

Il workshop analizza l’idea di un’architettura gassosa, un progetto teorico di Emmanuele Lo Giudice, che si propone come strumento operativo per una possibile interpretazione architettonica delle varie trasformazioni che la società contemporanea sta vivendo in questi ultimi anni. Il programma dell’architettura gassosa non segue un progetto predefinito, ma prevede l’idea di un’architettura immanente, non più legata ad una ricerca puramente formale, ma alle proprietà che la caratterizzano.

Il tema che si analizzerà nel workshop è il museo, per mezzo del quale si affronteranno alcune tematiche ritenute peculiari per l’architettura contemporanea. Il museo gassoso è uno spazio architettonico interattivo, aperto, che si adatta a qualsiasi situazione, che costruisce un sistema di relazioni privo di gerarchia, cosmopolita, narrativo, indipendente, sociale, ludico, atmosferico, sostenibile, in rete, critico, politico, ecc.

Questo museo sarà il risultato del dialogo tra artisti, architetti, studenti e professionisti di varie nazionalità che lavoreranno insieme alla definizione di questo ipotetico museo, la cui proprietà principale è data dalla relazione che esiste tra l’opera d’arte che si espone e lo spazio che la accoglie.

I partecipanti saranno suddivisi in gruppi, ognuno dei quali avrà un artista di riferimento con cui progetteranno un dispositivo espositivo pensato appositamente per una o più opere dell’artista designato.

L’obiettivo del workshop è di creare l’hardware necessario a una nuova visione di sviluppo urbano dove le forze creative del territorio messe a sistema possano dare vita ad un innovativo progetto culturale.

Voglio trovare un senso a questa storia. Anche se questa storia un senso non ce l’ha. (Vasco Rossi, 2004)

17 aprile 2018

Le mie velleità di scrittore, ancora una volta, si infrangono nella consapevolezza dell’inutilità della storia che sto per raccontare, una storia patriota di un’Italia senza obblighi né aspirazioni.

Questo scritto è stimolato da un flashback avuto lo scorso 17 marzo, quando mi è tornata in mente la storia delle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia, in particolare quegli anni precedenti in cui valutavo con altri amici di partecipare alla gara per la ristrutturazione del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, inclusa appunto tra le grandi opere dei festeggiamenti patrioti. Non partecipammo! …perché circolavano voci di esiti precostituiti di 8 appalti integrati con 8 imprese già accreditate.  Adesso, con il beneficio della serenità derivante da un fatto ormai “lontano”, non ho rimpianti ma solo curiosità di sapere quello che è rimasto di tutto quell’investimento pubblico e ricercare il disegno che stava alla base dei preparativi per celebrare l’atteso anniversario dell’Unità d’Italia.

Una piccola ricerca sul web fa emergere molte cose, alcune singolari altre raccapriccianti, annunci pomposi e fallimenti annunciati, pregiudizi e giudizi sulla gestione dei fondi e la scelta delle opere che avrebbero dovuto rappresentare l’importante ricorrenza, uno su tutti Ernesto Galli della Loggia che ne fa quasi una battaglia di donchisciottiana memoria. Io dico: se è vero che l’Unità d’Italia doveva essere festeggiata, se è vero che tutto il Paese è pieno di piazze e strade intitolate a Garibaldi, allora è anche vero che le celebrazioni dovevano essere concepiti all’altezza del rango.

“Prende il via la preparazione del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia, che cadrà nel 2011 e vedrà la realizzazione di opere significative in molte regioni italiane; interventi a carattere culturale, scientifico, ambientale ed infrastrutture destinati a lasciare dei segni importanti nel territorio nazionale. …”, così iniziava il comunicato stampa pubblicato il 31 dicembre 2007 sul sito del MIBACT che con facile entusiasmo proseguiva con l’indicazione delle prime opere: “…a Venezia la realizzazione del Nuovo Palazzo del Cinema e dei Congressi; a Firenze la realizzazione del Nuovo Auditorium; a Perugia l’ampliamento dell’aeroporto internazionale dell’Umbria S. Egidio; a Torino il Nuovo Parco Dora Spina, lotti primo secondo e terzo, aree Vitali, Ingest e Michelin; a Novara il restauro, risanamento conservativo, consolidamento strutturale, adeguamento tecnologico e allestimento museale del complesso edilizio del Broletto; a Imperia il completamento del parco del Ponente Ligure, riuso del deposito merci ex-Stazioni, impianti sportivi, punti ristoro, parcheggio con fotovoltaico e verde attrezzato nonché realizzazione destinata al riuso dell’ex-stazione per sede Municipio; a Reggio Calabria la ristrutturazione e adeguamento funzionale del Museo Nazionale; a Roma la costruzione della Città della Scienza e delle Tecnologie; a Isernia, infine, la realizzazione del Nuovo Auditorium e la delocalizzazione del campo di calcio. I lavori dovranno svolgersi entro la fine del 2010; nei primi mesi del 2008 verrà concluso l’iter di esame degli altri progetti presentati… Il Governo ha reso disponibili i primi 150 milioni di euro…”.

Pare tutto inizi a fine 2007 – con irresponsabile ritardo direbbe un tedesco, con fiducia e ottimismo controbatte l’italiano – quando il governo Prodi  decide che “l’Italia intende celebrare in modo innovativo il compleanno della Nazione… gli interventi saranno distribuiti in tutto il territorio nazionale sulla base delle proposte pervenute”, senza una vera strategia, con contributi a pioggia per opere non omogenee e non armonizzabili al tematismo guida, peggio, se accettiamo che sia stato plausibile la scelta di quelle opere il cui progetto era già pronto e su di esse gravava già una richiesta pressante di finanziamento. Infatti, l’elenco delle opere (una decina sono quelle che sono riuscito a verificare e una di esse è diversa rispetto all’elenco delle opere citate nell’originario comunicato stampa) dimostra che non c’è alcun senso tematico con la ricorrenza da celebrare e, infatti, una sola opera tra quelle documentate è riuscita ad essere pronta per salutare il 150° anniversario dell’unità d’Italia il 17 marzo 2011 (ricordiamo la proclamazione del Regno d’Italia avvenuta il 17 marzo 1861), l’eccezione che conferma la regola: 1.GENOVA_Parco Costiero del Ponente Ligure; 2.FIRENZE_Realizzazione del Nuovo Auditorium; 3.PERUGIA_Ampliamento dell’Aeroporto Internazionale S. Egidio; 4.CASERTA_Parco della Reggia di Caserta e nuovo parco urbano per Caserta nell’area ex-Macrico; 5.REGGIO CALABRIA_Ristrutturazione ed ampliamento del Museo Archeologico Nazionale; 6.ISERNIA_Nuovo Auditorium; 7.TORINO_Parco Dora; 8.VENEZIA_Palazzo del Cinema; 9.NOVARA.Restauro del Broletto.

Quello che ci interessa maggiormente conoscere, a 7 anni dalla famosa deadline (cioè a 157 anni compiuti il 17 marzo 2018), è la storia dei nobili cantieri nonché quante delle grandi opere previste sono state ultimate e quali ancora sono quelle da completare. Ma soprattutto come si accordano i sentimenti di unità nazionale con queste opere, cosa rimane dell’amor patrio che avrebbe dovuto rinnovare il solenne festeggiamento o è stata buttata via una grande occasione – un’altra – per raccontare ai giovani cosa è costata l’Unità d’Italia in termini di lotte, di sangue, di persecuzioni.

Foto1.GENOVA_Parco Costiero del Ponente Ligure: pista ciclo-pedonale Sanremo realizzata su ex percorsi ferroviari, progetto Area24 società ligure di gestione.

GENOVA. Il Parco Costiero del Ponente Ligure è stato realizzato in parte con i finanziamenti previsti per il 150° dell’Unità d’Italia. 11 milioni di euro per completare l’operazione di riuso di un pezzo della storica linea ferroviaria Genova–Ventimiglia (opera realizzata nel lontano 1872 e dismessa dal 2001 grazie allo spostamento a monte del tracciato), 24 chilometri di pista ciclabile da Ospedaletti a San Lorenzo al mare (il progetto interessa nel complesso circa 75 chilometri, divisi in tre tratti, gli altri due sono: San Lorenzo al Mare–Andora 21km e Andora–Finale Ligure 30km), all’interno di un parco urbano costiero attrezzato, progettato in house da Area24 (società di scopo mista a maggioranza pubblica, costituita nel 2002 per l’acquisto e la valorizzazione delle aree dell’ex ferrovia). Grazie al graduale recupero delle aree dismesse è stato reso possibile l’accesso continuo al litorale, prima solo consentito da passaggi a livello e sottopassi, liberando così Sanremo e i piccoli borghi attraversati da una ferrovia che li tagliava in due parti. Risorse spese utilmente per un’opera qualificante anche se poco congruente con il programma nazionale delle Celebrazioni per i 150 anni dell’Unità. Inoltre, è stata inaugurata il 22 marzo 2014, tre anni dopo la rotonda ricorrenza.

Foto2.FIRENZE_Realizzazione del Nuovo Auditorium: Disegno della sezione principale, progetto Studio ABDR Roma.

FIRENZE. Il Nuovo Auditorium (dentro il comparto delle Cascine al confine con il centro storico, comprendente aree produttive in dismissione, verde pubblico, impianti sportivi e la nuova struttura della Stazione Leopolda) è stato realizzato come opera celebrativa dei 150 anni dell’Unità d’Italia direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, a seguito di appalto integrato, aggiudicato alla fine del 2007. L’ATI, guidata dalla romana SAC S.p.A., per il progetto architettonico si è affidata ai romani di ABDR Arlotti Beccu Desideri Raimondo Architetti Associati. A gennaio 2009 la posa della prima pietra; il 21 dicembre 2011 l’inaugurazione parziale (le cronache parlano di 156 mln spesi e ne servono ancora altri 100 per completarlo; l’intervento pare sia costato complessivamente un quarto di miliardo di euro mentre il costo a base di gara pare fosse di 82,5 milioni) con la Nona sinfonia di Beethoven diretta dal maestro Zubin Mehta. Il cantiere riprenderà dopo l’intenso programma natalizio: Claudio Abbado, Stefano Bollani Trio e festa per salutare il nuovo anno. Senza alcuna gratitudine, il nuovo Auditorium non riporterà nel nome alcuna traccia dell’anniversario ma si chiamerà “Teatro dell’Opera di Firenze, Maggio Musicale Fiorentino”, aprendo definitivamente al pubblico solo il 10 maggio 2014, insieme alla piazza antistante, intitolata a Vittorio Gui, fondatore della Stabile Orchestrale Fiorentina.

Foto3.PERUGIA_Ampliamento dell’Aeroporto Internazionale S. Egidio: Plastico generale, progetto Gae Aulenti (1927-2012).

PERUGIA. L’Aeroporto Internazionale dell’Umbria “San Francesco d’Assisi” in località Sant’Egidio è stato completamente rinnovato ed ampliato con i fondi dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia (42.5 milioni di euro) ma inaugurato un anno e mezzo dopo, il 10 novembre 2012. Inaugurato anche poco dopo la dipartita della progettista, Gae Aulenti (4 dicembre1927 – 31 ottobre 2012). “La nuova aerostazione di 4700 mq è composta da 8 padiglioni a pianta quadrata in cemento armato dipinto di rosso con coperture a falda in rame di colore verde e ampie vetrate sulla vista di Assisi. I padiglioni contengono, verso il land side, le sale di attesa, una caffetteria, una sala conferenze ed una espositiva. Verso l’air side si trovano invece le sale arrivi e partenze. Dell’edificio che ospitava il vecchio terminal viene mantenuta solo la struttura. Gli spazi interni vengono completamente ridisegnati: al centro una galleria commerciale con ai lati due file di negozi ed alle loro spalle, distribuiti in maniera autonoma e controllata, gli uffici dei vari enti che operano in aeroporto. Il ristorante è costituito da due padiglioni affiancati, analoghi per forma e dimensioni a quelli della zona passeggeri. All’esterno i parcheggi piantumati con alberi di ulivo che fanno ombra alle auto in sosta e ci ricordano che siamo in Umbria. Dalla sapiente mano dell’Architetto Gae Aulenti è nata una delle infrastrutture più confortevoli e innovative della nostra penisola” (tratto dal sito istituzionale airport.umbria.it). L’unica traccia del 150° è il cemento armato dipinto di colore rosso Garibaldi.

Foto4.CASERTA_Nuovo Parco Urbano nell’area ex Macrico: il cimitero dei mezzi corazzati in attesa del progetto di un parco

CASERTA. Nel 2007 la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Commissario Delegato per le Celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia inserisce tra le opere da finanziare, con 30 milioni di euro, il “Grande Pto del MIBACT che con facile entD composto dal Parco Urbano nell’area ex Macrico unito al Parco della Reggia di Caserta. Conseguentemente, nel 2008, Regione, Provincia e Comune sottoscrivono un protocollo d’intesa, stanziando rispettivamente 75, 10, 8 milioni di euro per il Centocinquantenario nell’ambito del “Programma Integrato Urbano della città di Caserta nell’area ex MACRICO”: un programma da oltre 120 milioni di euro per la rigenerazione di 324 mila metri quadrati, con: 1.Orto Botanico al servizio dell’Università Federico II; 2.strutture sportive e per il tempo libero; 3.polo dedicato alle nuove tecnologie; 4.plesso polifunzionale per attività museali e congressuali. Tutto questo, però, senza fare i conti con i proprietari. Il Macrico è sempre stato dell’IDSC (Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero), per secoli questa fondazione religiosa ha utilizzato l’area come residenza Vescovile con tanto di giardino e vigna ma nel 1854 i Borbone chiesero e ottennero l’uso in enfiteusi (una specie di affitto) per farne un campo d’addestramento per le truppe; dopo la caduta del Regno, l’esercito italiano rinnovò quell’accordo destinando l’intera area alla rimessa dei carri armati, da qui la denominazione Ma.C.Ri.Co. (Magazzino Centrale Rimessa Mezzi Corazzati). Per quasi un secolo al suo interno sono state addestrate diverse generazioni di carristi mentre le tante officine hanno rimesso su strada migliaia di mezzi blindati. Nel secondo dopoguerra il Ministero della Difesa decise di spostare il magazzino altrove, abbandonando progressivamente tutta l’area. Nel 1984 la Cassazione riconobbe la proprietà dell’IDSC, riconsegnando alla Curia gli oltre 33 ettari nel cuore di Caserta, non più con giardino e vigna ma un’area completamente da bonificare da enormi capannoni in amianto e rottami sparsi in giro, inevitabilmente destinata all’abbandono. All’inizio del 2000 iniziano le ipotesi di riuso, si interessano all’acquisto prima costruttori campani poi lo Stato con il progetto per i 150 anni dell’Unità d’Italia, quindi la mobilitazioni del comitato Macrico Verde che chiese la restituzione dell’area alla città per farne un parco pubblico. Su quest’ultima scia la Soprintendenza dei beni architettonici e paesaggistici pose il vincolo sull’area, praticamente di inedificabilità totale, ma nel 2012, accogliendo il ricorso dell’IDSC, il Tar della Campania lo annullò, rimettendo di fatto il terreno sul mercato edificatorio al prezzo fissato dai proprietari di 40 milioni di euro. Probabilmente la soluzione del problema richiederà ancora del tempo, poiché il PUC, il cui incarico è stato affidato nel 2014 e la nuova documentazione progettuale è stata presentata nel febbraio 2017, deve tuttora completare l’iter approvativo. Nel frattempo una nuova proposta è quella di un parco aerospaziale.

Foto5.REGGIO CALABRIA_Ristrutturazione ed ampliamento del Museo Archeologico Nazionale: prospetto principale, da cui sono evidenti l’audace sopredificazione e la necessità di qualificare l’area antistante e la piazza.

REGGIO CALABRIA. Dentro i festeggiamenti per il 150° dell’Unità d’Italia è saltata anche l’inaugurazione del restauro del Museo Archeologico Nazionale. La causa, come per altre opere, pare sia stata il non puntuale trasferimento da parte del Cipe dei milioni necessari, compresi quelli aggiuntivi: adeguamento sismico, allestimento museale e impianti speciali della sala dei Bronzi. Nel 2008 l’impresa pugliese Cobar S.p.A. si era aggiudicata l’appalto per circa 11,2 milioni di euro ma il 30 aprile 2016 il Museo riapre, dopo 5 anni di cantiere e quasi 34 milioni di euro La problematica, qui come altrove, pare sia da imputare all’appalto integrato su base del progetto preliminare, che si presta a vedere lievitare i costi già nello sviluppo progettuale dei livelli definitivo ed esecutivo. Ci sono, comunque, delle singolarità: la prima riguarda il progetto preliminare, redatto direttamente dal direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici della Calabria Francesco Prosperetti, che propone l’audace modifica architettonica di Palazzo Piacentini con la chiusura della corte e la soprelevazione per la caffetteria panoramica; la seconda, riguarda l’impresa aggiudicataria, che pare sia stata vincolata ad affidarsi in itinere allo studio ABDR per il progetto esecutivo; infine, sempre Prosperetti, nell’incertezza economica del cantiere in corso, continua a pensare in grande espletando il concorso d’idee a inviti per l’ampliamento del Museo in ipogeo nell’area antistante, vinto nel maggio 2011 da Nicola Di Battista, previsti circa 7 milioni con finanziamento dal Piano operativo interregionale (Poin), sfumati nel nulla come anche il progetto. Dopo la ristrutturazione, il Museo è oggi funzionante e ben gestito, giustamente noto in tutto il mondo per i Bronzi di Riace e la straordinaria collezione della Magna Grecia; inoltre, la chiusura della corte ha generato un nuovo spazio fruibile, una pregevole piazza interna grazie all’opera site-specific di Alfredo Pirri. Del 150° anniversario dell’Unità d’Italia non rimane alcuna traccia.

Foto6.ISERNIA_Nuovo Auditorium: schizzo, progetto Pasquale Culotta, ambizioni disattese di un progetto firmato.

ISERNIA. Nuovo Auditorium di Pasquale Culotta (Cefalù, 30 luglio 1939 – Lioni, 9 novembre 2006), che nel 2005 si aggiudica il concorso internazionale promosso dal Comune. Nel 2007, un anno dopo la morte del progettista, la realizzazione dell’Auditorium viene inserita nell’elenco degli edifici “urgenti” da realizzare per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, intervento che passa alla direzione diretta del Consiglio dei Ministri e delle ordinanze della Protezione Civile. L’Auditorium salta però le celebrazioni dell’anniversario dell’Unità d’Italia e viene inaugurato l’anno successivo il 31 marzo 2012. Pare l’opera sia costata circa 50 milioni di euro, dieci volte di più di quanto preventivato nel 2005, ma in compenso l’auditorium viene intitolato all’Unità d’Italia.

Foto7.TORINO_Parco Dora: riqualificazione e riuso edilizio post-industriale, progetto Peter Latz.

TORINO. L’intervento di rigenerazione urbana post-industriale del Parco Dora (456.000 m²) nell’autunno 2007 viene inserito tra le opere da realizzare per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Il progetto del parco è il risultato di una gara internazionale a procedura aperta, avviata nella primavera 2004 da cui è risultato vincitore il gruppo italo-tedesco guidato da Peter Latz, già autore del parco Thyssen nel Bacino della Ruhr. A inizio 2008 vengono aggiudicati gli appalti per l’affidamento dei lavori dei primi lotti, che partono concretamente nell’estate. Il 4 maggio 2011, per i festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia, sono stati inaugurati e aperti al pubblico i primi tre lotti: Ingest, Valdocco e Vitali. Nel 2012 è stato ultimato anche il lotto Mortara. Nell’estate 2015, infine, è stato completato e aperto al pubblico il lotto Michelin. Il progetto del parco prevede inoltre la strombatura della Dora e la trasformazione a verde della parte del lotto Valdocco situata a nord della Dora, occupata dal cantiere del Passante Ferroviario e da una sperimentazione di bonifica dei terreni attraverso fitorisanamento. Efficace esempio di riqualificazione urbana, Parco Dora procede nel suo processo di rigenerazione con un nuovo concorso di idee, in scadenza in questi giorni, per creare un itinerario museale sulla Torino industriale.

Foto8.VENEZIA_Palazzo del Cinema: progetto 5+1AA con Rudy Ricciotti, proposta del “Sasso” rimasta nel cassetto.

VENEZIA. Il Sasso e il Buco. Il Ministro dei BB.CC. Rutelli nel 2007 ha annunciato con più spocchia che convinzione che Venezia nel 2011, per i 150 anni dell’Unità d’Italia, avrà finalmente “una delle opere più importanti da inaugurare”: il nuovo Palazzo del Cinema al Lido. Nessuna “profezia” fu peggio disattesa. Bisogna ricordare che già nel 1991, in occasione della XX Mostra internazionale di architettura, venne indetto un concorso a inviti per la progettazione del nuovo Palazzo del Cinema, ritenendo ormai insufficienti le strutture esistenti per il crescente numero di spettatori. Vinse il progetto di Rafael Moneo ma l’edificio venne ritenuto troppo costoso e il Comune abbandonò l’idea. Ma la necessità pressante di nuovi spazi e la volontà di riorganizzare l’intera area ha portato la Fondazione Biennale di Venezia a bandire nel 2004un nuovo concorso per la progettazione del Palazzo del Cinema insieme alla sistemazione delle aree limitrofe, aggiudicato nel 2005 al team italo-francese 5+1AA con Rudy Ricciotti. Nell’agosto del 2008 parte il cantiere, superando ogni vincolo e le opposizioni degli ambientalisti sul taglio di tutta la pineta, per essere pronti per il Centocinquantenario. La costruzione del “Sasso”, così viene chiamato il nuovo palazzo multisala da 3310 posti per 73 milioni di euro, è legata ad una complicata operazione immobiliare che dovrà sovvenzionare l’opera. Il fallimento dell’operazione e il ritrovamento di amianto durante gli scavi fanno però fermare il cantiere lasciando un enorme “buco”. A fine 2015 i giornali scrivono che non sarà più prevista alcuna costruzione ma la chiusura del buco permetterà la realizzazione di un giardino. Nel 2016 per la Mostra del Cinema, verrà edificata una struttura provvisoria, proprio nello spazio dove sarebbe dovuto sorgere il nuovo palazzo del cinema. È la nuova “Sala Giardino”, un cubo rosso da 446 posti e circa 500 mila euro, simbolo di un’Italia indecisa e anni di ritardo.

Foto9.NOVARA_Restauro del Broletto: regolarmente inaugurato in occasione del Centocinquantenario, al termine dei lavori di restauro, con tanto di mostra e catalogo sul Risorgimento.

NOVARA. Una su nove ce la fa. Cuore pulsante della vita economica e politica della Civitatis Novariae, il complesso del Broletto, la cui fondazione risale agli inizi del XIII secolo, appare oggi costituito da quattro edifici posti intorno ad un ampio spazio aperto (l’antico broletum).
Fra gli edifici il più noto è il Palazzo Arengario, situato sul lato nord, imponente nelle sue forme architettoniche medioevali (secoli XIII-XIV); quello più suggestivo il Palazzo del Podestà, per le finestre ad arco acuto decorate da importanti cornici di terracotta (fine secolo XIV, inizio XV). A questi si affiancano ad est il Palazzetto dei Paratici, il cui corpo antico ascritto alla metà del secolo XIII è nascosto dalla loggia dai caratteri barocchi (secolo XVIII); a ovest il Palazzo della Refenderia ampiamente ristrutturato nel Novecento in forme quattrocentesche (eretto fra la fine del secolo XIV e il XV, documentato come sede di uffici nel 1618). Nel 2011 in occasione del Centocinquantenario, terminati i lavori di restauro dell’intero complesso durati oltre due anni, è stata riaperta al pubblico la prestigiosa Galleria d’arte moderna Paolo e Adele Giannoni, formata dalla collezione di quasi 1000 opere, tra dipinti, sculture e disegni d’arte italiana che vanno dalla seconda metà dell’Ottocento alla prima metà del Novecento, raccolta da Alfredo Giannoni e donata al Comune di Novara tra gli anni ’20 e ’30 del ‘900. Oggi, gli spazi del Complesso (Arengo, sala dell’Accademia e Cortile) ospitano regolarmente eventi e manifestazioni di carattere culturale e ricreativo. Il restauro del complesso monumentale del Broletto e il suo adeguamento a sede museale ed espositiva è l’intervento più significativo delle Celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia: l’investimento finanziario è stato di poco inferiore ai 12 milioni di euro, dei quali la parte preponderante (8,5 milioni) messa a disposizione dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Unità Tecnica di Missione e la parte residua dal Comune di Novara che ha usufruito di un contributo di 2 milioni di euro da parte della Fondazione Cariplo. Inoltre, in occasione delle celebrazioni per l’anniversario dell’Italia unita, il 19 marzo è stata inaugurata anche la mostra «Dalla battaglia all’Unità. Il percorso di Novara nel Risorgimento», realizzata dall’associazione Amici del Parco della Battaglia.

Alla fine di questo excursus rileviamo che, mentre nel 1911 (50 anni) e nel 1961 (100 anni) l’anniversario è stato solennemente festeggiato, in occasione del Centocinquantenario è stato fatto molto poco, nonostante l’impegno ingente di risorse per i cantieri, le grandi opere non sono state inaugurate per tempo. Rimane l’affaire grandi cantieri, costi fuori controllo e affidamenti borderline, distribuzione a pioggia dei finanziamenti ma soprattutto appare quasi come una provocazione che il 17 marzo 2011 è stata proclamata la festa nazionale con scuole, uffici e attività lavorative sospese. Voglio trovare un senso a questa storia. Anche se questa storia un senso non ce l’ha. (Vasco Rossi, 2004)

P.S. Vi sarete chiesti perché manca Roma tra le città patriote. In realtà l’ho omessa perché merita una storia a se.

Foto10.ROMA_Città della Scienza e della Tecnica: disegno della proposta redatta dall’ufficio tecnico di Missione per le Celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

ROMA. Pensate un po’ cosa era stato proposto per il Centocinquantenario dell’Unità D’Italia, partorito direttamente dall’ufficio tecnico della “Missione per le Celebrazioni”, il progetto per la Città della Scienza nello spazio marginale su via Masaccio lasciato libero dal Maxxi di Zaha Hadid, un’area di 3.000 mq, quanti ne occupa normalmente una modesta palazzina. Del progetto non v’è rimasta traccia, svanito nel nulla. Non è la prima volta, però, che si proponeva il progetto di una città della scienza nella capitale. Tra i vari, il progetto che era stato portato più avanti, nell’arco degli ultimi decenni, è quello nato a metà degli anni novanta nel quartiere Ostiense-gazometro (coordinatore del progetto Paco Lanciano); di questo ultimo tentativo fallito rimane solo il Ponte della Scienza che doveva segnare l’accesso al polo scientifico. Nel maggio del 2014, nell’ambito dell’assemblea cittadina del processo partecipativo del Progetto Flaminio per la nuova Città della Scienza (questa volta all’interno del più ampio intervento di riqualificazione dell’ex caserma “Stabilimento militare materiali elettronici e di precisione” di Via Guido Reni di fronte al MAXXI) – a cui ho partecipato – lo stesso Paco Lanciano, presente insieme a Giovanni Caudo assessore alla trasformazione urbana della giunta Marino, manifestava la sua delusione ad aver lavorato tanto per poi vedere quel progetto perdere di valore con il passare del tempo. Devo dire che anche l’assessore, di fronte alla circostanza dei fatti rappresentati da Lanciano, ha avuto parole prudenti nel corso della stessa assemblea sul futuro del Progetto Flaminio. Con la stessa amministrazione seguì il concorso di progettazione assegnato poi nel giugno 2015 al progetto Viganò ma, in questa occasione felice, Caudo abbandona la prudenza e dichiara: “Nel 2016 i cantieri”. Ma Oggi, il progetto del Museo della Scienza pare momentaneamente accantonato.

 

Fonte foto: Web

Editing: Daniela Maruotti

Scoprire l’Architettura viaggiando

Amate l’Architettura, fin dalla propria nascita, si è sempre posta come priorità delle proprie linee d’azione la diffusione della cultura architettonica, specialmente dell’architettura contemporanea.

In linea con questo nostro desiderio/obbiettivo nasce la collaborazione con Stella Errante, una Associazione che organizza viaggi di conoscenza.

Cureremo la conoscenza architettonica (monumenti da visitare, cultura architettonica) nell’ambito dei viaggi organizzati da questa associazione.

Un membro del nostro Movimento accompagnerà i gruppi nei viaggi, fornendo le informazioni e le indicazioni sui luoghi da visitare, all’interno del programma prestabilito, che abbiano un particolare interesse o rilevanza architettonica.

Ma ancor più di questo cercheremo di sviluppare un dialogo ed un interesse attorno alla prima delle artes reales (come era definita nel quadrivio), durante gli itinerari.

Ci si interesserà di architettura di ogni epoca, perché i luoghi spesso sono segnati da interventi stratificati nei secoli, ma, quando sarà possibile, porremo l’accento sulla Architettura Contemporanea, che è “ragione sociale” per la quale siamo nati.

Ecco dunque il primo programma dei viaggi nato dalla nostra collaborazione. Ci auguriamo che ci seguiate numerosi in questa nostra iniziativa.  La prima occasione di incontro sarà un viaggio di visita alla Biennale di Architettura a Venezia (programma), dal 20 al 22 giugno 2014, con una escursione nelle ville venete della Riviera del Brenta, testimonianze dell’opera di Palladio, Tiepolo e di quella fioritura artistica che ha reso unica al mondo Venezia ed il suo entroterra.

Appello per la prossima Biennale di Architettura di Venezia

Indubbiamente l’aver assegnato lo scorso maggio la cura del padiglione italiano per un evento previsto a fine agosto non ha agevolato la riuscita del padiglione.

L’insistenza su temi triti, trattati per di più con superficialità e senza guizzi, ha poi fatto il resto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, almeno fino a fine novembre, quando l’inutile e costoso allestimento verrà finalmente smantellato. Tutto ciò va capitalizzato al meglio per le prossime edizioni.

Per prima cosa è il momento di chiedere al Ministro di assegnare il prima possibile la prossima cura; ricordo che il prossimo anno ci sarà l’edizione dedicata all’arte e la cura è stata già affidata.

Per l’architettura si chiede di poter far ciò anche prima, così che quasi in contemporanea con la chiusura del padiglione di questa edizione possa essere annunciato il curatore della prossima. Penso che sia anche adeguato ripensare al sistema di assegnazione della cura che andrebbe organizzato attraverso un concorso a procedura aperta, o almeno facendo in modo che una parte degli invitati siano scelti attraverso concorso.

Se sposate questa iniziativa mandate una mail con il vostro nome e indirizzo ad “Amate l’architettura” (info@amatelarchitettura.com) entro il 6 dicembre 2012

Biennale 2012 – Il Padiglione fatto di Materia grigia

18 aprile 2012

A quattro mesi dall’inaugurazione sembra che il Ministero non abbia ancora nominato il curatore del padiglione Italia.
Da una parte chissenefrega!
Dall’altra sembra che il vuoto stia lasciando spazio per occasioni ed opportunità.
Luca Diffuse ha lanciato un’idea, quella di creare un luogo in rete dove depositare in maniera libera e partecipata le proposte per un Padiglione Italia del tutto nuovo, quello che non c’è, o meglio quello che c’è più di qualsiasi altro padiglione immaginabile in un luogo reale.
D’altra parte se lo scopo di un padiglione è la rappresentazione di qualcosa, di farsi portatore di un sentimento culturale nazionale condiviso, probabilmente il vuoto lasciato dai nostri ministeriali non è che la massima rappresentazione di questa Italia allo sbando, ed è estremamente coerente con la filosofia depressiva che caratterizza questo governo, che sembra dipingerci come un popolo di incapaci e di inetti ai quali non affidare alcunché.
Ma Luca non è nuovo alle azioni di occupazione in rete che sollecitano la partecipazione contaminante di soggetti interattivi (come funghi), e con questa proposta ci offre una piccola occasione di rilanciare noi stessi, definirci in un gesto, una semplice presa di posizione, autodeterminata e collettiva, espressa tramite l’esercizio della nostra unica risorsa, il nostro intelletto.

Un occasione in più per ribadire che la rete non è mera virtualità, avulsa da quanto comunemente si definisce spazio reale; la rete è un luogo reale a tutti gli effetti, parte integrante dell’esistenza di ciascuno di noi, talmente preponderante nella nostra esperienza quotidiana dall’avere superato l’idea stessa di puro strumento; la rete ci circonda, caratterizza ogni cosa che facciamo e come tale può e deve essere abitata, utilizzata, vissuta, occupata esattemente come avviene con lo spazio pubblico urbano:

Occupy the net!

Per raccorgliere i contributi e le discussioni qui c’è il gruppo su FB e qui vengono rilanciati i contributi raccolti.

Venezia 2010… appunti di viaggio 2° parte

14 gennaio 2011

Camminando per Venezia si è immersi nell’arte, c’imbattiamo nei meravigliosi spazi “acquisiti” da Francois Pinault Foundation: Palazzo Grassi (con la parte epidermica interna, ristrutturata da Tadao Ando con estrema eleganza: pareti chiare con travetti grigio chiaro che portano l’illuminazione) e Punta della dogana “restaurata” meravigliosamente da Tadao Ando (un grande quadrato centrale dove si affacciano gli altri spazi) creando un luogo che sembra essere stato sempre presente a Venezia e di cui non si può far più a meno.

All’interno ci sono parte della collezione della Francois Pinault Foundation, con opere molto recenti che danno un’immagine del contemporaneo che molti musei non possono permettersi.

Camminando per Venezia si ha modo di parlare con che vive, lavora e/o passa per Venezia, conversando si può avere una percezione che la maggior parte delle persone (anche da chi abitando nelle vicinanze stava sotto inondazione), non pensa che Venezia debba morire sotto l’effetto di Ruskins, ma piuttosto si evolva insieme al nostro tempo.

Nelle opere presenti nella Francois Pinault Foundation s’intravede nell’arte una paura del presente, la paura della decadenza un ricercare un appiglio.  Si ha un po’ paura, una volta si sarebbe detto, di questi tempi calamitosi. S’intravede tra isole e icone, anche un fuggire da tutto ciò e un rifugiarsi in spazi estetici neo, a volte neo neo manieristi e la malinconica nostalgia del passato, di un passato ideale che spesso non è mai esistito e si trasforma a volte in un paesaggio decadente alla Ruskins.

Noi vediamo ciò che vogliamo vedere, spesso non guardiamo, vediamo una nostra verità o spesso la verità che viene raccontata dal nostro cervello che è frutto della nostra esperienza, non la realtà, come si evince nella stanza del Museo della Mente di Roma (Santa Maria della Pietà di Roma ex-manicomio) dove si vedono le stanze storte percependole in realtà squadrate (da una visita guidata organizzata da Urban Experience – happening, performing media, progettazioni urbanistiche partecipate, nuovi format di comunicazione pubblica interattiva).

Alla biennale nel padiglione Rumeno c’è invece un vuoto, un foglio bianco osservabile da un foro, la casa tipo di Bucarest completamente vuota, un foglio bianco: paura o libertà. Proviamo a riscrivere una storia.

Per scrivere una storia immaginiamo, spesso a torto di avere bisogno di qualcosa di rassicurante, piuttosto che di noi stessi, dei manga onnipresenti che combattino i draghi monocromatici della tradizione (Takashi Murakami Palazzo Grassi – alcune opere sono presenti alla Gagosian Gallery di Roma  termine mostra 15 gennaio 2011 ) fino alla ricerca del superoe nell’opera di Mike Kelley  (Kandors full set  2005-2009 Mostra Punta della Dogana). Nell’opera di M Kelley si entra in uno spazio fantastico tra vetro e colori delicati, dove si sente la presenza del buio, reale ma anche di pericolo e dove interviene l’eroe di turno, Superman esempio della lotta contro gli ostacoli della vita, una vita a volte repressa da troppi costringi-menti; se per un po’ la città deve essere nascosta nella Fortezza della Solitudine, in ampolle di vetro, il superoe “poi” riesce a salvarla definitivamente.

I manga entrano sempre di più nell’immaginario mondiale, una famosa casa di moda quest’anno in occasione del lancio dei suoi prodotti ha proposto il concorso per inventare tre nuovi personaggi manga possibilmente supereroi (già nel 2007 la casa di moda aveva disegnato i vestiti per un video d’animazione). I BIG, gruppo di progettazione danese (Bjarke Ingels Group) hanno raccontato i loro progetti anche attraverso i fumetti ( nella loro mostra e loro libro: Yes is More).

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Camminando per la Punta della Dogana (Fondazione) s’imbatte in un’opera di  Sonne Mond und Sterne (Sole, Luna e Stelle 2007-2008)  dove c’è il bisogno di fare il punto della situazione sulla storia di una persona. La storia di tutti. L’artista colleziona tutti i momenti della vita, attraverso delle icone pubblicitarie (676 pagg. – la pubblicità è presente anche nella Biennale dove diventa città è  presente nella città dove circonda l’arte, Ponte dei Sospiri), una catalogazione che trasforma, qualcosa di negativo in un racconto epico. In molte civiltà il passato è avanti a noi e non dietro, cioè è ben visibile e utile come insegnamento.

Nella Biennale in alcuni stand si cerca di fare un importante punto della situazione, l’analisi del recente passato  e del presente raccontando: Roma come sarebbe diventata se fosse stato costruito il progetto per lo SDO, il Sistema Direzionale Orientale di Roma, cinquant’anni di cultura architettonica in Italia, sessant’anni di costruzioni (Padiglione dell’In Arch); i meravigliosi anni di Brasilia e le architetture post Brasilia (padiglione del Brasile curatore Ricardo Ohtake); la storia dei Kibbutz nello stand d’Israele.

Alcuni espositori della Biennale riescono a fare un’analisi del presente con spunti per il prossimo futuro. Momenti di cambiamento lo troviamo negli Stati Uniti, l’esibizione Workshopping, An American Model of Architecture Practice, rappresenta la voglia di cambiare in meglio del paese americano e la certezza che l’architettura possa a  questa missione; la Francia racconta l’organizzazione che sta improntando nelle sue città di Bordeaux, Lione, Marsiglia, Nantes e l’Atelier International du Grand Paris, un padiglione per raccontare come non essere solo una nazione parigina ma nello stesso per fare una grande Parigi.

Alcune risposte arrivano dalle culture ex-positiviste, dalla Danimarca, che hanno abbandonato da decenni la cieca fiducia nelle macchine e hanno riscoperto l’idea delle persone che s’incontrano attraverso il progetto e l’architettura.

La Danimarca forte di meravigliose realizzazioni, spesso ispirate ai maestri olandesi, facenti parti di un sistema, un progetto per stili di vita ecocompatibili, propone sia i suoi masterplan (tra cui Orestad di ARKKI e Daniel Liebeskind), sia le nuove costruzioni. Un fare sistema esemplare, un modello già oggi all’avanguardia, che perfezionerà ancor di più nel prossimo futuro, rappresentato sia con plastici delle realizzazioni architettoniche, sia con video e disegni:VM Housing di Plot; Danish Jewish Museum di Studio Daniel Libeskind, Skuespilhus di Lungaard e Tranberg Arkitektfirma A/S; IT University HLT University di Larsens Tegnestue A/S; Orestad Gymnasium di 3X Nielsen; Ordrupgaard Museum di Zaha Hadid, the Playhouse e Tietgenkollegiet di Lundgaard e Tranberg Architects, Bjerget di Plot (JDS più BIG 90 persone che stanno progettando nel mondo con estrema eleganza di novità di una sapienza antica) etc…….. E’ facile trovare a Copenaghen nei musei, nei parchi, negli spazi pubblici l’incontrarsi tra generazioni, amici e fidanzati. Nelle stagione di luce il punto d’incontro è lo spazio esterno. Molto ben curato e rispettato. Funzionano i trasporti con un sistema misto, metro,  bici, treno, bus trasporto privato.

Camminando per Venezia s’incontrano molti giovani che fotografano: si vedono utilizzare zoom e lavorare sui particolari e sulla materia. Lavorare sulla materia è una necessità, lavorare su gli elementi: aria, terra, acqua, fuoco. Nella biennale è molto  presente il lavoro sulla materia e sui particolari, specialmente sulla riscoperta del legno. Il padiglione della repubblica Ceca e repubblica Slovacca mette in mostra il legno, meraviglioso e prezioso materiale, mentre il tema del Belgio Usus/Usures è l’usura dei materiali utilizzati nei luoghi con molto passaggio di persone e come il progetto non debba perdere il  fascino dalla costrizione dai materiali ma al contrario esserne esaltato.

Il prossimo decennio, forse già i prossimi anni, sarà fondamentale per le scelte che saranno fatte, per rinnovare completamente un sistema di consumo odierno non più sostenibile. Si stanno modificando le dinamiche culturali e sociali, si sta avvertendo, anche se in anni di crisi, la necessità di nuovi stili di vita a cui occorre dare risposte anche con l’architettura.

E ‘ presente a Venezia il progetto di Aldo Cibic descritto nel libro RETHINKING HAPPINESS : Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te ( Corraini libri:“Questo volume raccoglie quattro esempi progettuali che affrontano il tema delle nuove comunità possibili.

L’esperienza di Rethinking Happiness si è infatti riproposta di “azzerare” l’osservazione di un modello di sviluppo urbano, ripartire da una situazione di “tabula rasa” e ridefinire bisogni, abitudini, attività e sogni rispetto alle nuove coordinate del presente.
In altre parole, ragionare su un’aggiornata idea di contemporaneità in un laboratorio aperto al contributo di economisti, sociologi, architetti, designer, urbanisti, paesaggisti e semplici cittadini chiamati a collaborare alla progettazione dell’identità di uno spazio.
Le singole discipline infatti, in mancanza di visioni generali a monte, non sembrano più in grado di fornire da sole delle risposte in grado di spiegare “come” e “a che condizioni” si possano operare delle trasformazioni sul tessuto del contemporaneo. “ – H20 Milano.org:” (…)Nuove comunità, nuove polarità (la situazione: una comunità di giovani lavoratori creativi – in ogni senso – piomba in un paese prealpino e, con l’obiettivo di integrarsi nel tessuto sociale esistente, crea un nuovo polo che arricchisce a sua volta il terreno d’origine. In sintesi: “Lo spazio per integrarsi e diventare una risorsa per il territorio”) (…)Un campus tra i campi (situazione: una comunità ideata da una start-up ad alto tasso tecnologico per sviluppare un terreno agricolo in laguna. (..)Urbanismo rurale (situazione: un centro rurale a bassa densità nei pressi di Shanghai, sistemato su palafitte e normato in maniera spiccatamente partecipata. (…)Superbazar (situazione: metropolitana e passante ferroviario s’incrociano e, anziché dar vita all’ennesimo non luogo milanese, si crea una zona densa di servizi e ricca di luoghi di lavoro e di vita low cost. In sintesi: “Un nuovo spazio pubblico che o spita attività funzionali”). Racconta gli edifici bioclimatici l’interessante padiglione Spagnolo. Nel design il presente è già nuovo, low cost ecologico, eco sensibile è si sta confrontando le vecchie e le nuove generazioni.

Sejima crede in una commistione tra natura e architettura tra reciproche trasparenze, il tutto nel punto di arrivo, dopo estremo e duro lavoro, di ricerca della semplicità.

Una serenità che si trova anche  in altri mondi fantastici: le magie delle foreste dei Paesi Nordici, dove le foto raccontano splendide realizzazioni di spazi  tra scenari naturali, dove le persone amano incontrarsi.

In altri padiglioni si legge l’esigenza di tornare nelle proprie case,  dei pescatori del regno del Bahrain (Leone d’oro per la migliore partecipazione nazionale), nelle residenze antiche della Corea e nei propri giardini e orti, ispirati da alcuni versi di un poeta (padiglione Serbo).

Nella biennale la poesia può essere di supporto  alla mancanza di luogo, ricreare o creare vuol dire porsi domande non solo di equilibrio, sonoro, estetico, etico, strutturale sociale, cercando una sintesi che ricomponga il tutto: Padiglione ungherese, Borderline Architecture di Zsolt Petrànyi,  il centro è il disegno, il visitatore è invitato a inventare il proprio disegno; Padiglione Canadese di  Hylozoic Ground dove tutto è vita; Padiglione Austriaco Under Costruction curato da Eric Own Moss: in corso d’opera (work in progress) lavorare confrontandosi con il processo produttivo, mentale – materiale che sia.

Può ispirare più una poesia che una foto vista di sfuggita, mai come in questa Biennale, in questa Venezia, al loro ritorno  i visitatori ci hanno raccontato il senso di ciò che avevano visto: appunti, esigenze, ricordi, foto.

Da Sejima sono arrivati degli spunti,  alcune idee e alcune considerazioni, sta alle persone e alle genti applicare le proprie idee sulle proprie reali necessità.

In questo momento in alcuni parti del mondo in  crisi si cerca il ritorno nella campagna come nel padiglione della Grecia allestito da Phoebe Giannisi e Zissis Kotionis,The Ark. Old Seeds for New Cultures: si raccolgono tutte le sementi, ma anche tutti i disegni antichi del territorio, ispirazione per futuri progetti (come una realizzazione  architettonica nelle terre spagnole che ha usato per ispirazione le maglie della campagna circostante).

Racconta il dolore di  perso tutto sono le fotografie e video del padiglione del dove si è rappresentato l’effetto-terremoto.

Persone, genti, People meet in architecture: ad una domanda alla Sejima, quale tema proporrebbe per una prossima biennale, l’architetto ha risposto che l’importante è che vi sia la parola people, aggiungiamo l’architettura ha un senso se risponde ai bisogni delle persone.

Una chiara risposta al tema della biennale è stato dato da un concorso nazionale in Thailandia: ‘WHERE SHALL WE MEET?’ A Bangkok mancano spazi verdi pubblici, le otto risposte selezionate hanno preso in esame la riqualificazione di spazi abbandonati trasformandoli in punti d’incontro: schermi che possano riunire persone distanti, un nuovo campo magnetico che appanna tutti gli strumenti elettronici e aumenta la voglia d’incontrarsi, palloni che gonfiandosi creano nuovi spazi nelle piazze, una coperta come tetto che protegga chi vi è sotto, un pannello che unisca gli opposti, scalini per meditare, spazi di riposo per organizzare la politica costituiti da unità abitative intorno ad alberi di tamarindo noti come simboli di raduni cerimoniali.

«L’architettura oggi deve essere capace di comunicare nuovi valori, di anticipare sogni e direzioni di una società in movimento». Parola di Kazuyo Sejima.

Pensavamo che avremmo trovato una biennale da cartolina, un mondo di certezze, un catalogo del decennio, torniamo con molti appunti, ci aspettavamo un’idea globale dell’architettura, torniamo con un quaderno ricco di storie di tanti paesi, con un’idea di un’architettura che torna ad essere locale con un pensiero globale (l’architettura bioclimatica necessariamente nasce come architettura regionale), per dire che è possibile una buona architettura, dove si possano incontrare le persone, la natura e la materia, senza bisogno di supereroi che giochino a salvare il mondo bloccandolo spesso in campane di vetro …. se poi riuscissimo a metterci anche un po’ di poesia!! …