Articoli marcati con tag ‘urbanistica’

In bilico fra il “non più” e il “non ancora” ovvero rammendare non basta, serve ricamare…fosse solo perché contiene la parola amare.

6 giugno 2018

Il quartiere “Le Albere” di Trento (inaugurato nel 2013) è uno dei progetti di riqualificazione urbana più famosi ed esemplari in Italia, per la notevole operazione architettonica e urbanistica realizzata sull’area dell’ex stabilimento Michelin (1927-1997), di ricostruzione del rapporto fra la città e l’Adige, e per il “MUSE” (Museo di Scienze Naturali), forte attrattore culturale di rilevanza internazionale. Come tutti i progetti firmati Renzo Piano Building Workshop, è tecnicamente perfetto, niente è lasciato al caso: “Le Albere” (traduzione di pioppi in dialetto trentino, da cui l’omonima fortezza cinquecentesca che dominava il grande parco prima che venisse ridotto dalla ferrovia e dallo stabilimento) è costituito da edifici di quattro o cinque piani, sistemati in linea o a corte con l’intento di richiamare quelli del centro storico; il motivo caratterizzante è l’uso di montanti in legno lamellare di larice che scandiscono tutte le facciate; i particolari sono ben studiati e la qualità dei materiali non è in discussione; molto curato l’aspetto energetico con buoni isolamenti, connessione alla teledistribuzione di energia alternativa, schermi di piante rampicanti sulle facciate, pannelli fotovoltaici su tutte le coperture; un parco, con piazze, piste ciclopedonali e percorsi d’acqua; garage interrato per liberare la superficie delle auto.

Nonostante queste pregevoli premesse, ancora l’eco-quartiere non riesce ad esercitare la spinta rigenerativa auspicata.

Probabilmente, ci troviamo di fronte ad un intervento troppo omogeneo, che ha bisogno di tempo per rompere i confini e relazionarsi alla città; probabilmente, con l’elevata qualità degli appartamenti, si rivolge a un ceto sociale medio-alto che non è numericamente sufficiente a occupare un quartiere di queste dimensioni.

O forse, nella progettazione del quartiere, è mancata quella mobilitazione e responsabilizzazione dell’intera comunità, che prende comunemente il nome di processo partecipativo, quale sarebbe potuta/dovuta avvenire nei giusti termini, attraverso strumenti di animazione prima e generazione territoriale dopo, invece di scommettere solo (probabilmente) sul mercato globale?

Certamente un investimento sulla comunità avrebbe potuto dare un altro significato alla realizzazione del nuovo quartiere cittadino, del quale il Muse poteva rappresentare (e ancora rappresenta) il motore economico, culturale e sociale. Sono certo che sarebbe stato davvero tutto diverso se, oltre alla confluenza di tante risorse, competenze e professionalità, ci fosse stato un investimento in “amore” per la comunità, cosicché oggi quegli stessi corpi (edilizi) vivrebbero pienamente dell’operosità delle famiglie e delle grida dei bambini.

Venirne a capo adesso significa (e certamente lo si starà già facendo) rinegoziare con la proprietà migliori condizioni di mercato del patrimonio abitativo che non può rimanere vuoto lì in attesa, ma anche investire sugli spazi esterni e nei dintorni, con l’appropriarsi dell’area verde come spazio dell’intera città, facilitando la nascita di esperienze generatrici di idee e di lavoro, ricongiungendo l’anima del quartiere – non solo il corpo – alla città.

Foto: Web

Editing: Daniela Maruotti

UNA ALTRA OCCASIONE PERSA …….ALMENO IL SILENZIO!!! TERREMOTO E TECNICI.

5 settembre 2016

Stupisce vedere quell’orrore provocato dalla forza della natura, Stupisce e lascia (o dovrebbe lasciare) senza parole l’odore del sangue, l’immagine della morte, che questo terremoto ha lasciato dietro di sè.
Amo l’Italia ma non mi sento partecipe delle “idiozie”  che a volte e per fortuna solo “alcuni” italiani si scatenano a dire in caso di eventi del genere.
Mi sento innanzitutto chiamata in causa come “cittadina”.
La mia massima solidarieta’ alle popolazioni colpite, per gli affetti strappati, per ferite che cicatrizzeranno, ma saranno sempre vive.

Amatrice, Basilica di San Francesco - Immagine tratta da artibune.com

Amatrice, Basilica di San Francesco – Immagine tratta da www.artibune.com

Mi metto a disposizione, come persona, e come faccio sempre con chiunque ne abbia bisogno, per poter aiutare, ma con la stessa coscienza con cui mi rendo disponibile capisco che la priorita’ in questi casi è recuperare quante piu’ persone, VIVE e l’Italia, vuoi per le grandi competenze e professionalita’, vuoi per il grande senso di solidarieta’, negli anni ha messo a punto una grande ed efficiente macchina del pronto intervento e soccorso.Questo mi rende fiera di essere Italiana.
Dopo la prima fase di soccorsi, quando ahime’ si contano le vittime, sono coinvolta come tecnico libero professionista.
E qui la cosa si complica.
Si complica perche’, nell’immediato, con internet, con tutti imezzi di comunicazione esistenti, con i social, ognuno si sente autorizzato a parlare, complice anche la informazione spicciola operata da alcuni cronisti, e dico alcuni, perche’ altri con grande professionalita’ rispettano le persone e svolgono in modo ineccepibile il loro lavoro.
Ho assistito ad affermazioni di sicuro ad effetto, che fanno leva sui sentimenti ed emozioni della gente, la giornalista che si china sulle macerie della scuola di #Amatrice e raccoglie il polistirolo, materiale chiaramente non resistente….
Bene, quel materiale è un isolante non certo parte della struttura portante, oppure il cronista  che di fronte ad altre macerie fa notare la trave del tetto ( in cemento armato) integra e comincia a disquisire sui pesi del tetto e la capacita’ delle murature  insinuando gravi responsabilita’ sostenendo che la polizia scientifica aveva gia’ effettuato sopralluogo e tratto rilievo fotografico.
Ebbene vorrei dire che prima di mandare alla gogna la gente, bisognerebbe farsi un esame di coscienza, magari quei tecnici, le verifiche imposte dalla legge vigente al momento della realizzazione del tetto , le hanno fatte e RISPETTATE TUTTE, NON DIMENTICATE CHE LE NORME TECNICHE PER LE COSTRUZIONI IN ZONE SISMICHE  è DEL 2008 e la classizicazione del 1975 era soltanto in due zone,  ma non voglio entrare nello specifico, voglio solamente sostenere che i tecnici avranno operato secondo quanto era prescritto al momento dell’intervento…..

http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/leg_rischio_sismico.wp

ma questo non serve a placare gli animi, prima tutti allenatori di calcio, ora tutti tecnici esperti in sismologia, scienza delle costruzioni, tecniche costruttive nonche’ giustizialisti, hanno gia’ trovato i colpevoli.

Vorrei portare all’attenzione di chi legge alcune cose che sono passate in sordina:

1- a differenza di tanti altri paesi al mondo, abbiamo un patrimonio edilizio “vecchio”.
Esso fa parte di quel patrimonio storico culturale che deriva dall’esistenza di borghi medievali, centri storici di altri secoli                (abbiamo una ricca storia, quindi del 500 piuttosto che 600, 700 o 800).
e’ quel patrimonio che tanto ci rende fieri di essere italiani, che alimenta il turismo ma che forse non abbiamo saputo tenere in opportuno conto.
Con questo voglio dire che in Italia non esiste la cultura della manutenzione,in nessun campo.
Anche gli edifici hanno una loro storia e se non sono tenuti in buono stato di efficienza  vengono pregiudicate le risposte che ad esso erano state attribuite.

Riporto di seguito quanto scritto in altra sede dal collega arch. Matteo Capuani con il quale ho condiviso molte battaglie per i professionistii:

“……vorrei ricordare che proprio la regione lazio nel lontano 2002 aveva adottato attraverso legge regionale il cosiddetto “fascicolo fabbricato” (di cui oggi tutti si riempiono la bocca sgranato gli occhi)…..il “fascicolo fabbricato” della regione Lazio veniva però cassato nello stesso 2002 dai giudici del consiglio di stato con ordinanza 2714/02…quella legge regionale fortemente voluta dai professionisti all’epoca è stata avversata come se fosse un business di categoria e non un interesse dei cittadini…..ricordo sempre per chi non c’era che tutte le categorie tecniche avevano concordato delle prestazioni calmierate per il fascicolo fabbricato cosicché l’operazione costasse ai cittadini solo qualche centinaio di euro…..non migliaia….
…ora io vorrei invitare tutti a riflettere su questa cosa e cercare di capire come mai nel nostro paese iniziative del genere vengono solo invocate in TV è mai perseguite veramente…e come è facile cercare sempre la strada del giustizialismo senza assumersi il ruolo di cambiare le cose anche magari provando a intaccare qualche potente lobby che non sono certamente i professionisti italiani…e finalmente pensare un po al futuro del nostro malandato paese…
..e se nel 2002 il fascicolo fabbricato non fosse stato cassato…forse dico orse oggi non staremmo piangendo i morti di questo ultimo sisma.”

Mi sento di condividere anche le virgole di quanto scrive Matteo, poiche’ conosco la storia di questa altra battaglia , che ora è opportuno divulgare.
Ora tutti , mossi da motivazioni varie, di nuovo si riempiono la bocca con questo fascicolo del fabbricato, ma in verita’ noi architetti ci avevamo lavorato gia’ dal 2001……probabilmente non si era pronti…….

2- viviamo in un paese ipocrita, dove molti parlano di resistenza delle strutture, tecnici incompetenti, senza ricordare che, dal 1985 al 2004 abbiamo avuto 3 condoni edilizi per legittimare gli illeciti…..e magari coloro i quali parlano sono proprio quelli, che , in barba a tutte le leggi, ancora si sentono dire, ma si facciamolo questo ampliamento, tanto poi esce il condono e se non uscisse, ma chi ti dice nulla?

Mappa della classificazione sismica - tratta da http://www.protezionecivile.gov.it

Mappa della classificazione sismica – tratta da www.protezionecivile.gov.it

Le vere responsabilita’ dei tecnici sono da additare al fatto che non riescono ad essere corporativi e a far sentire forte la loro voce…..
questo oggi io vorrei dire al #Premier #MatteoRenzi

Più che di un medico, Roma ha bisogno di un architetto.

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I due anni di “politica marziana” del dimissionario sindaco Marino ci hanno permesso di focalizzare meglio le dinamiche della Capitale, grazie proprio a quello che è stato e non è stato fatto.

Marino ha contribuito a portare in luce le dinamiche perverse della gestione degli appalti, delle partecipate comunali, dei potentati mafiosi.

Questo gli va riconosciuto.

Marino ha avuto anche il merito di spingere fortemente verso una partecipazione cittadina allo sviluppo della città. Noi di Amate l’Architettura abbiamo avuto esperienze dirette in due occasioni: nell’area delle ex caserme di via Guido Reni (Qui i nostri sette articoli sulla vicenda delle ex caserme: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7) e per i cosiddetti piazzali est e ovest della stazione Tiburtina.

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Purtroppo la sua azione non è andata molto oltre, sicuramente anche a causa della assoluta inadeguatezza delle persone che compongono il suo partito a Roma.

Colpisce tuttavia, sui mezzi di informazione, l’assenza da tutti i commenti su una questione che a noi risulta lampante: questa consiliatura, come tutte le precedenti degli ultimi 30 anni, non ha mai proposto un’idea di città.

Sembra un discorso un po’ astratto, da architetti frustrati, ma a pensarci bene per una città, con problemi enormi e pochi soldi per risolverli, il modo migliore di razionalizzare le soluzioni è progettarle, possibilmente con soluzioni creative.

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Facciamo un esempio facile facile.

Il problema dei problemi dell’Urbe è il traffico. Il traffico si risolve con un trasporto pubblico efficiente (non con i parcheggi in centro!) con i disincentivi ad utilizzare mezzi privati ad elevato impatto ambientale (l’automobile) e con l’incentivo ad utilizzare quelli privati sostenibili.

Riguardo a questo punto è dimostrato dall’esperienza di altri contesti che la creazione di una rete efficiente di ciclabili, unita alla possibilità di utilizzo con bici dei mezzi pubblici, può scaricare un minimo di un 20% – 30% del traffico. L’unica proposta pervenuta in questi due anni, mentre andavano in malora le ciclabili esistenti, è stata quella di creare un circuito cittadino, il GRAB con l’unione di parchi, ciclabili esistenti e un paio di chilometri di ciclabile nuova.

Peccato che questo circuito sia un anello fine a se stesso, un percorso di svago per i fine settimana.

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Ben altra cosa era un progetto di ciclabili su sette strade consolari romane uniti a due percorsi anulari di congiunzione, presentato da #salvaiciclisti e rete mobilità nuova. Un vero progetto di mobilità alternativa, che dovrebbe essere integrato da un piano di riassetto urbano.

Durante questo periodo abbiamo assistito ad operazioni puntuali di immagine (la chiusura di via dei Fori Imperiali senza un piano di riassetto del centro storico), di speculazione (il nuovo stadio della Roma su aree a verde pubblico e privato e su terreno golenale, gravato con cubature incredibili non attinenti allo sport) e addirittura ad iniziative personali contrarie ai risultati di processi partecipativi già avviati, come nel caso del fermo di un anno a causa del sostegno del sindaco al progetto di un parco lineare sulla ex sopraelevata.

Roma ha grandi problemi ma altrettante potenzialità inespresse, come nel caso dei mercati rionali, (dove abbiamo partecipato al convegno “Un mercato non è solo un mercato” organizzato Carteinregola, presente l’Assessore Caudo) e ad un altro dal titolo: “Portare con se la biodiversità: piante e popoli che si muovono” del CNR, all’Expo di Milano 2015 (qui lo storify del nostro contributo) .

Torniamo a pensare ad una idea di città, coinvolgendo la gente, le associazioni e soprattutto quelli che le sanno progettare, gli architetti.

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Il T.U. DELFT per la costruzione del futuro

22 dicembre 2012

L’Olanda è un paese che investe nel futuro… perciò è un paese ricco. Ricco di risorse, ricco di tecnologia, ricco di speranze! Le imprese olandesi sono presenti in tutto il mondo: il governo russo ha chiesto ad un’impresa formata da due fratelli olandesi di recuperare il relitto del Kursk, il sottomarino affondato nel mare di Berens più di dieci anni fa. Anna lavora alla Blue Water, un’impresa che sta lavorando al recupero del disastro ecologico nel Golfo del Messico. Ed ovunque le imprese olandesi esportano tecnologia.

Ho visto un documentario sulla città di Jakarta, in Indonesia, dove gli ingegneri olandesi stanno collaborando con il governo locale perché le autorità si sono accorte che il livello dell’acqua della laguna dove ci sono migliaia di abitazioni sta crescendo a vista d’occhio, e nel giro di pochi anni interi quartieri scompariranno, se non si interviene subito. In particolare i tecnici stanno studiando una soluzione che preveda la costruzione di una diga con l’allagamento di una zona intermedia, poco abitata, ed il conseguente sgombero di n° 500 abitanti.

Il sistema educativo olandese, per quanto chiuso e limitato ad un numero ristretto di persone, procede di pari passo con il mondo del lavoro ed a stretto contatto con le imprese: l’Università costa cara, ma una volta laureato puoi ripagarti tranquillamente  gli studi. Finchè i giovani cioè non sono in grado di pagare da soli, il governo olandese li aiuta, contribuendo per  esempio a ridurre i costi dei trasporti (la Ov chipkaart, che ti consente di viaggiare su tutti i mezzi di trasporto olandesi, per gli studenti fino a 25 anni dal lunedì al venerdì è GRATIS…) o dando agevolazioni a livello scolastico. Una volta laureato il giovane professionista può restituire questi soldi con il frutto del suo lavoro. Nel  percorso formativo è prevista un’esperienza di lavoro all’estero (Erasmus o Leonardo, come in Italia) ma anche uno stage retribuito dal governo in uno studio professionale, che trae si dei vantaggi ma avvia anche il giovane alla professione.

Sono stato la settimana scorsa al TU Delft, e seguire l’Urbanism Week, cinque giorni di workshops e dibattiti serrati sulla città, che mi hanno consentito innanzitutto di entrare in contatto con il mondo dell’Università, ma che ha prodotto tra l’altro un abbozzo di collaborazione con lo studio ZUS di Rotterdam. Zus è l’artefice del recupero dello Schieblok e dell’avvio fra  gli altri  del progetto del Luchtsingel, un ponte pedonale di legno che partendo dall’edificio su citato cammina lungo la ferrovia recuperandone le valenze morfologico-ambientali e riqualificando le  parti di città che collega.

La prerogativa fondamentale di questo progetto è il fatto che è partito senza fondi e si finanzia da solo! Zus ha infatti cominciato con il recupero dello Schieblok, che era iscritto sulla lista degli edidfici da demolire ed è riuscito nel giro di tre anni o poco più a farne uno dei luoghi più frequentati dagli studi professionali e dalle piccole imprese, che ne affittano i locali grazie ai prezzi molto bassi ed alla posizione strategica.

Durante il workshop ho approfondito il tema successivo alla costruzione del Luchtsingel, che prevedeva all’inizio solo la collocazione del ponte a ridosso dello Schieblok per attirare l’attenzione su di esso (sono stato la settimana scorsa a Rotterdam, ed effettivamente il percorso per arrivare al palazzo è stato indicato con vernice gialla, disegnando a terra strisce pedonali o colorando gli androni dei passages di giallo, che non passa certo inosservato…). Si trattava infatti di trovare delle funzioni “aantrekkelijk”, che rendessero cioè il successivo tratto pedonale verso la vecchia stazione interessante per i possibili fruitori: in una torre per 300 studenti realizzata dal Comune il nostro gruppo ha immaginato di realizzare un ristorante dove gli studenti potessero laorare in cucina ed offrire per una cifra modesta (€ 5,00) un pasto completo, creando nello stesso tempo un sito web dove gli occupanti della torre potessero organizzare dei turni, seguendo il motto “Eet meet cook”.

Oltre a questa esperienza, che spero dia i suoi frutti, mi sono imbattuto in un altro gruppo di studenti e giovani professionisti durante il Green Building Week, un’iniziativa promossa dal governo olandese per la diffusione della durabilità, dai materiali, all’energia, alle risorse.

L’evento in questione era organizzato dalla “Safety”, azienda leader nel campo dell’innovazione, che ci ha parlato di un nuovo complesso ad Hoofddorp, dove il tentativo è quello di realizzare edifici con il metodo Cradle to Cradle, cioè ad emissione zero. Questo vuol dire, per intenderci, che tutti i materiali utilizzati nella costruzione sono riciclabili al 100%.

L’artefice di questo progetto, l’architetto inglese Mc Donough, si appoggia per realizzare le sue opere ad imprese olanedesi, quali appunto la Sofety, che però non copre tutto lo spettro delle costruzioni. Il responsabile della Sofety, che è riuscito nonostante questo gap a realizzare tre edifici per uffici nel comprensorio di Hoofddorp, ci parlava delle enormi difficoltà per convincere le singole aziende ad investire nel futuro e nel metodo Cradle to Cradle, che tuttavia non è ancora stato verificato.

In ogni caso il ministero dell’innovazione tecnologica è molto attivo nella promozione di questi metodi; lo stesso ministro delle infrastrutture Jacqueline Cramer, che oggi è a capo dell’Utrecht Sustainability institute (USI) ha dichiarato che la nuova Bouwbesluit, legge sulle costruzioni, varata dal governo nell’aprile 2012, gtende a favorire proprio quelle aziende che investono nella sostenibilità.

A questo punto la domanda sorge spontanea: perchè in Olanda si riescono a promuovere tutte queste interessanti iniziative ed in Italia no?

Come mai l’Olanda è all’avanguardia nell’innovazione tecnologica e l’Italia no?

Perchè in Olanda si investe ed in Italia no?

E’ solo un problema politico dovuto alla corruzione?

E’ soltanto una questione di persone, o piuttosto non è un problema connesso al sistema, che nell’un caso funziona e nell’altro invece fa acqua da tutte le parti?

Sono convinto che investire nel futuro sia la forza di questo paese. Sicuramente l’Olanda ha un’altra serie di problemi, ma gli olandesi guardano con fiducia al domani sapendo che chiunque salga al potere chiederà sempre altri soldi, ma che comunque questi soldi saranno ben spesi e torneranno indietro sotto altra forma. E a chi mi dice perchè te ne sei andato io rispondo senza alcun ripensamento: perchè qui i miei figli potranno crescere sani e sereni.

Appello per Piazzale della Radio a Roma

Continuano gli errori della Giunta Alemanno nella gestione urbanistica e architettonica della nostra città.

Appello per fermare la procedura di approvazione di un parcheggio interrato che stravolgerebbe l’assetto di Piazzale della Radio a Roma.

Non ha fatto tesoro l’amministrazione della vicenda del Pup di Via Enrico Fermi, che da più di un anno ha creato un’ insanabile contrapposizione tra Comune e  Municipio da un lato, e residenti  dall’altro.  Lo stesso copione rischia adesso di ripetersi a qualche centinaio di metri, in Piazzale  della Radio, oggetto del progetto di un parcheggio interrato di circa 500 posti auto, che sta per essere sottoposto al vaglio degli uffici comunali all’insaputa della maggior parte deigli abitanti del quartiere.

Ma a parte il solito interrogativo sull’utilità di un’opera, che è sì vicino alla Stazione Trastevere, ma anche vicino a  un altro Pup in via di ultimazione (Via Rolli) e a un’area,  tra viale Marconi e il  lungo Tevere, che  ha ampi spazi ancora non edificati ed incolti, dove potrebbero essere pianificati interventi molto meno impattanti, per il Pup di Piazzale  della Radio  c’è un’altra aggravante. Infatti  a giudicare dal rendering del progetto presentato nel 2009, che fino a poco tempo fa campeggiava anche sul sito del XV Municipio, l’assetto della piazza verrebbe completamente stravolto, senza alcuna consultazione preliminare né tantomeno processo partecipativo con i cittadini.   Le decine di alberi esistenti, tra cui una ventina di platani di prima grandezza,  verrebbero tagliati o spostati, devastando   una delle poche aree verdi fruibili  della zona. In cambio verrebbe costruita una struttura avveniristica per spettacoli all’aperto, con gradinate per ospitare decine di persone  in una zona densamente abitata.  E in mezzo verrebbe piazzata un’estesa vasca piena d’acqua, decisamente  sconsigliabile in uno spazio che dovrebbe accogliere anche bambini piccoli. E realisticamente,  miracoli  della computer grafica a parte, nell’area si impianterebbero  alberelli  e  cespugli, con  poca ombra per tutti .

C’è da chiedersi se, ammesso che i cittadini siano  favorevoli al parcheggio, non preferirebbero che in superficie  si realizzasse  un normalissimo giardino pubblico, con panchine per gli anziani e giochi per i bambini. E magari usare i soldi riservati alla sistemazione faraonica per lavori più urgenti e indispensabili nel quartiere.  Ma  c’è da chiedersi anche se non sarebbe obbligatorio e comunque opportuno, per uno spazio pubblico così importante ed esteso,  avviare un concorso d’idee per la sua sistemazione, come del resto accade per tutte le opere di questo tipo in tutte le grandi città italiane ed europee.

Il Coordinamento dei Comitati NO PUP e il Comitato No PUP Fermi, insieme a Cittadinanzattiva Lazio Onlus, Amate l’architettura, Coordinamento Residenti Città Storica, Quinto Stato, Respiro verde, Salviamo il paesaggio, Urban Experience, ha inviato un appello al Sindaco Aleamnno, al delegato ai parcheggi Vannini, all’assessore Visconti e  al presidente del XV Municipio Paris, chiedendo di fermare immediatamente le procedure di approvazione del progetto e di aprire un confronto con le associazioni e la  cittadinanza.

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TESTO DELL’APPELLO:

Alla c.a. di

On.  Gianni Alemanno

Sindaco di Roma Capitale

Commissario Straordinario per l’Emergenza Traffico e Mobilità

Fax: 06/67103590- 06/6794759

On. Gianni Paris

Presidente del XV Municipio

Fax:

On. Alessandro Vannini

Consigliere delegato al   Piano Urbano Parcheggi

Fax: 06/671070712

On. Marco Visconti, Assessore all’Ambiente di Roma Capitale

Fax:  06/671071254

Ing.  Angela Mussumeci

UOP Pianificazione delle Infrastrutture Destinate al Parcheggio

Fax: 06/671070712

Dipartimento tutela ambientale e del verde-Protezione civile di Roma Capitale

All’attenzione del Dott. Tommaso Profeta

All’attenzione del Dott. Paolo prosperi

Fax: 06/77205724

Appello per Piazzale della Radio

Roma, 20 luglio 2012

Il Comitato di Via Fermi e il Coordinamento dei  Comitati No PUP, insieme a Cittadinanzattiva Lazio onlus,  da tempo si impegnano  per un Piano Urbano  Parcheggi più  a misura di cittadini  e di città , mettendo in discussione non solo le scelte che riguardano la realizzazione dei singoli interventi, ma i criteri generali  posti dall’amministrazione  a tutela della sicurezza dei cittadini, dell’ambiente e del bene pubblico.

Per  questo non possiamo che esprimere  una grande preoccupazione, oltre che delusione, nell’apprendere che sta proseguendo l’iter procedurale per la realizzazione di altri due parcheggi,  a poche centinaia  di metri di distanza dal Pup di via Fermi, in piazzale della Radio e in Piazza Meucci, senza che, come è accaduto per  Via Fermi, nessuno abbia ritenuto necessario confrontarsi preventivamente con i residenti e con cittadini del quartiere sulla necessità e sulle modalità di tali interventi.

E  noi vorremmo che non si ripetesse lo stesso copione seguito    dall’amministrazione per Via Fermi, che ha portato ad un conflitto pressoché insanabile  con i residenti, in particolare con il  Municipio,  che   dovrebbe essere  il punto di riferimento primario del rapporto tra cittadini e istituzioni.

Da tempo ripetiamo che, al di là della sigla “NO PUP”, non siamo contro i parcheggi “a prescindere”, ma vogliamo che, al contrario di quanto accaduto fino a oggi,  diventino un elemento strettamente collegato a un piano generale della mobilità  e dei  trasporti per la città e alle esigenze della sosta e della viabilità  delle aree interessate dai lavori.  E soprattutto  vogliamo che siano portati avanti nel rispetto delle regole e dei diritti dei cittadini.

Diritti che prevedono, come stabilito  dalla Delibera n. 57/2006, che gli abitanti del quartiere siano chiamati,  non solo ad esprimersi, ma a partecipare attivamente all’elaborazione dei  progetti urbanistici, soprattutto quelli  che stravolgono  completamente l’assetto  di piazze e spazi pubblici importanti, eliminando alberature, inserendo nuovi elementi architettonici, cambiando addirittura la natura degli  spazi e della loro fruizione.  Tutto questo non si dovrebbe poter fare senza un confronto con i cittadini interessati dalle trasformazioni, soprattutto quando queste sono introdotte in funzione della costruzione di un parcheggio con decine di box privati, che non porta loro  alcun beneficio diretto,  ma  anzi può causare notevoli problemi.

Ci riferiamo in particolare al progetto  del  parcheggio interrato di quasi 500 posti in  Piazza della Radio, che dopo una prima presentazione  nel corso di un’iniziativa nel 2009,   è rimasto  per anni  sul  sito del XV Municipio,  anche se ultimamente non ve n’è più traccia.   Ma  se sarà confermato che  il rendering  pubblicato su Arvalia  è effettivamente il progetto su cui saranno chiamati a breve a esprimere il proprio parere i rappresentanti di istituzioni, uffici ed  enti comunali, vogliamo fin d’ora sollevare  una lunga  serie di obiezioni di  merito e di metodo, condivise  con altre associazioni cittadine che insieme a noi  si impegnano per la difesa delle regole e del territorio e che sottoscrivono l’appello.

Cominciamo con le considerazioni di  merito: se è vero che i parcheggi inseriti nel Piano Commissariale dovrebbero essere  opere “di pubblica utilità” e  che l’intervento  potrebbe essere funzionale  alla Stazione Trastevere, bisogna considerare  che proprio a ridosso della stazione, in Via Rolli,  è in via di completamento un altro  parcheggio di 241 posti. E soprattutto che l’area tra viale Marconi e il  lungo Tevere ha ampi spazi ancora non edificati ed incolti, dove potrebbero essere pianificati interventi molto meno impattanti.

Vale la pena  di abbattere e rimuovere decine  di alberi della piazza, tra cui una ventina di platani di prima grandezza,  devastando   una delle poche aree verdi fruibili  della zona ? Qual’è l’interesse prevalente della collettività?

Ma prescindere dalla valutazione sulla opportunità della realizzazione del parcheggio,  su cui dovrebbero esprimersi anche  i residenti e i cittadini del quartiere, vogliamo mettere in discussione soprattutto il metodo che si vuole applicare per la stesura e l’approvazione  del progetto della sistemazione superficiale.  Perché  una trasformazione così radicale di uno spazio pubblico, che tra l’altro richiede un notevolissimo investimento economico,  non può essere valutata e approvata che attraverso una procedura condivisa e trasparente.

Già da una prima  analisi  del rendering di quello  che potrebbe essere il futuro assetto   della piazza,  si possono porre  vari interrogativi:

Se  è veramente prevista la costruzione di una faraonica struttura destinata ad ospitare spettacoli all’aperto, con  maxi schermo e gradinate  per accogliere decine  di persone: non sarebbe meglio sentire anche il parere degli abitanti delle centinaia di appartamenti che circondano la piazza, sul rischio di  rumorosità fuori controllo  nelle ore notturne?

E se ci sarà una  grande vasca piena d’acqua,  non potrebbe diventare un pericolo  per i bambini che , fino  a prova contraria, dovrebbero essere i principali utenti delle aree verdi?

E una simile struttura,  come tutte le opere che richiedono una costante e costosa manutenzione, non  rischia di diventare  in poco tempo  uno dei tanti monumenti al degrado urbano di cui è già sufficientemente costellata la città?

Chi ha pensato tutto questo? A vantaggio di chi?

E  soprattutto, chi gli ha detto che questo era quello di cui avevano bisogno i cittadini del  quartiere?

Non sarebbe meglio confrontarsi con i diretti interessati per capire se a Piazzale  della Radio è più utile una sistemazione così costosa e pretenziosa o se piuttosto basterebbe un normale  spazio verde, con panchine per gli anziani e  giochi per i  bambini, possibilmente all’ombra, quindi con una zolla sufficiente a ospitare alberi veri?

Non sarebbe meglio che la cittadinanza potesse esprimersi anche su come investire  l’eventuale –  e  molto consistente – cifra  degli oneri concessori del parcheggio,  e magari  optare per una sistemazione  meno costosa  per destinare la somma risparmiata  a lavori più urgenti e necessari per il quartiere?

E se invece la scelta dovesse essere comunque quella di rivoluzionare la piazza con soluzioni avveniristiche,  senza nulla togliere alla professionalità del progettista, non sarebbe obbligatorio e comunque opportuno, per uno spazio pubblico così importante ed esteso,  avviare un concorso d’idee per la sua sistemazione, come del resto accade per tutte le opere di questo tipo in tutte le grandi città italiane ed europee?

Comitato NO PUP Fermi
Coordinamento Comitati NO PUP

Cittadinanzattiva Lazio Onlus

Amate l’architettura

Coordinamento Residenti Città Storica

Quinto Stato

Respiro verde

Salviamo il paesaggio

Urban Experience

Per informazioni:

Riccardo Micheli

Anna Maria Bianchi 335/6930035

Riqualificazione di Piazza Caduti della Montagnola a Roma

In un periodo storico sempre più nero per la nostra Capitale, da tutti i punti di vista, ma soprattutto da quello urbanistico architettonico, esistono ancora delle piccole realtà in cui si cerca di fare il proprio lavoro con il massimo dell’impegno per migliorare i luoghi in cui viviamo.

Abbiamo chiesto a una collega architetto, dipendente del Comune di Roma, di raccontarci la propria esperienza nella riqualificazione di una Piazza in una zona semiperiferica della città, con tutte le difficoltà che ci sono oggi nella realizzazione di un’opera pubblica raccontate, per una volta, dalla parte di chi lavora all’interno dell’Amministrazione pubblica.

La nuova sistemazione della piazza caduti della Montagnola,  verrà’ inaugurata venerdì 27 luglio 2012 alle ore 11,00.

Racconto dell’Architetto Daniela Luisa Montuori:

Il progetto,  elaborato internamente all’Amministrazione Capitolina  – nella quale lavoro – ha interessato l’area compresa tra la Chiesa del Gesù Buon Pastore e l’area pedonale centrale, costituita quest’ultima da una sistemazione realizzata nel 2006 dallo stesso Dipartimento, in memoria dei militari e civili caduti negli scontri del 10 settembre 1943 contro le truppe naziste.

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Assumendo l’incarico di progettare il completamento della riqualificazione della piazza, assumevo anche il compito di dare una risposta alle richieste provenienti dal quartiere, contenute all’interno di due risoluzioni approvate dal Consiglio del Municipio Roma XI rispettivamente nel 2009 e nel 2010, dovendo tener conto, tuttavia, delle limitazioni imposte dall’importo – decisamente esiguo – disponibile per i successivi lavori di esecuzione (importo  a base d’asta pari ad Euro  103.888,03).

Si trattava infatti di utilizzare quanto rimaneva del finanziamento con il quale era stata realizzata – a seguito di Progettazione e Direzione Lavori dell’Arch. Alessandro  De Rossi – la sistemazione monumentale centrale.

Si trattava – nondimeno – di intervenire dopo che i lavori per realizzare un precedente progetto di “Riqualificazione di Piazza Caduti della Montagnola – II Stralcio”, redatto anch’esso dallo Studio De Rossi, erano stati interrotti pochi giorni dopo il loro inizio e successivamente  chiusi a causa delle proteste dei cittadini, riuniti in Comitati di quartiere.

Il progetto “bloccato” prevedeva il prolungamento dell’intervento centrale fino alla chiesa, attraverso la pedonalizzazione della sede stradale lì esistente antistante la Chiesa stessa (salvo mantenimento della viabilità di servizio) e la scomparsa delle serie di parcheggi a raso che l’affiancano: le cause scatenanti della reazione di un quartiere nel quale, come in tante zone di Roma, il fabbisogno di posti auto è vissuto drammaticamente.

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E ciò, malgrado l’area in questione fosse occupata da un parcheggio (PUP) sotterraneo che, in realtà, a tutt’oggi, risulta in gran parte inutilizzato.

L’estensione dell’area da riqualificare con il nuovo progetto: circa 2.500  mq, comprese le sedi viarie carrabili.

Un intervento di modeste dimensioni.

Per quali aspetti potrebbe essere considerato significativo?

Perché, pur “costretto” entro margini economici tanto ridotti, sembra essere riuscito a ricucire un piazzale, caratterizzato da parti distinte, trasformandolo in “piazza” attraverso l’applicazione – ai singoli frammenti – di soluzioni compositive minimali poste in reciproca correlazione.

Perché l’apprezzamento mostratomi dagli abitanti del quartiere, già nello svolgimento della Direzione dei Lavori – durante le fasi di un cantiere sostanzialmente “aperto”- mi ha confortato sulla validità delle scelte operate, man mano che i risultati si andavano visualizzando.

L’intento perseguito: creare “qualità urbana” utilizzando un linguaggio architettonico decisamente contemporaneo – senza compromessi  – ma tuttavia immediatamente comprensibile, in grado di materializzare con efficacia le soluzioni “funzionali” volute.

Anche, per dirla brevemente: “dare valore” attraverso un intervento che, in quanto basato sul mantenimento della percorrenza veicolare e della sistemazione con parcheggi a raso preesistente, potrebbe apparire rinunciatario nelle premesse.

Il cantiere. Organizzato per tranches corrispondenti a due distinte aree principali:

1. il marciapiede corrispondente al sagrato della chiesa – riaperto alla fruizione pubblica già nel dicembre 2011;

2. l’area  interposta tra l’ampia carreggiata stradale antistante l’edificio di culto e l’area monumentale centrale.

Si tratta di lavori che ho diretto con una presenza in cantiere assidua, quasi giornaliera, nell’intento di esercitare un controllo costante sull’esecuzione delle opere stesse e di individuare immediatamente, insieme all’impresa, le soluzioni ai frequenti imprevisti, piccoli e grandi.

Il “prima” e il “dopo”. La differenza.

Se non si abita, non si vive giorno dopo giorno uno spazio urbano – una strada, una piazza – è difficile apprezzare il senso di una trasformazione che, osservata da occhi esterni, sembra risolversi in una operazione di “rifunzionalizzazione”, in un semplice esercizio di taglio ed ampliamento di marciapiedi e nella loro “ripavimentazione”.

Ma…“prima”, cosa c’era?

Un  piazzale nel quale l’area verde – al centro –  non comunicava “spazialmente” con il marciapiede della chiesa, marciapiede che, sia pur degradato e poco attraente, rivestiva comunque un ruolo “funzionalmente” importante, sia per la presenza dell’edificio di culto che per il suo connotarsi come corridoio di collegamento tra strade a notevole densità commerciale, all’interno del quartiere stesso (via Fonte Buono e via G. De Ruggero).

La sistemazione monumentale terminava in una pedana, pavimentata in travertino, interrotta bruscamente dalla fascia (riconoscibile per la presenza di due pini) utilizzata come parcheggio per auto, affiancata all’ampia carreggiata stradale.

Per raggiungere in sicurezza quel marciapiede in fondo, il pedone doveva effettuare un percorso piuttosto lungo, utilizzando gli attraversamenti agli angoli con via Fonte Buono-via Vedana oppure con via De Ruggero.

E “dopo”?

Una piazza nella quale l’area centrale si estende, allungandosi sino alla chiesa del Gesù Buon Pastore, attraverso il nuovo intervento.

Una nuova pedana, realizzata in posizione centrale, in prosecuzione di quella preesistente, taglia la fascia-parcheggio, attestandosi al margine della sede stradale e consentendo, con un attraversamento pedonale creato ex-novo, il raggiungimento del sagrato della chiesa.

Grazie all’azione di sfondamento – funzionale e  visivo –  svolto dalla nuova pedana, la facciata della chiesa diventa la quinta, su quel lato, del nuovo “spazio urbano”.

Il sagrato viene avanzato, con la creazione di una pedana inclinata, quasi una piazzetta “carrabile”, realizzata in modo tale da agevolare l’accesso agli autoveicoli autorizzati, in occasione delle cerimonie religiose.

Il marciapiede della chiesa, così raccordato al resto della piazza, viene rimodellato, cioè ampliato, anche nelle zone d’angolo.

Strumenti di ricucitura laterale,  i nuovi marciapiedini con i quali si conclude il passaggio pedonale affiancato su un lato alla fascia di parcheggi e sull’altro alla griglia di aerazione del PUP.

Strumento invece di snellimento della viabilità, è  la creazione, all’angolo con via De Ruggero, di una corsia di “rientro” – concordata con l’XI Gruppo di Polizia Municipale –  che, consentendo di accedere al parcheggio a raso corrispondente al sottostante parcheggio P.U.P., di fatto instaura un sistema  rotatorio tutt’intorno alla piazza, strategico per la “ricerca del posto auto”.

Unico rammarico: l’esclusione dal progetto, per le limitazioni economiche già accennate, dell’area, occupata da eucalipti e pini, che fiancheggia la chiesa a sud-ovest:                     è auspicabile che essa possa essere oggetto – quanto prima – di un intervento specifico.

Le scelte progettuali.

Scendendo nel dettaglio? 

La nuova sistemazione, pur proseguendo, con allineamenti e materiali, i “segni” dell’intervento centrale preesistente, è tuttavia basata sulla ricerca di una maggiore essenzialità compositiva, regolata su una tessitura ortogonale.

Nondimeno, nella pavimentazione, ne riprende il contrasto cromatico travertino/basaltina.

E’ strutturata in “zone” che, pur presentando alcune differenziazioni, di fatto “rimandano” volutamente l’una all’altra.

Strategicamente – l’abbiamo già accenato – la pedana di collegamento con l’area centrale si attesta  sulla strada, anticipando la piazzetta “Sagrato” realizzata sul lato opposto: lì i rettangoli individuati dalle fasce di travertino si intersecano e si sovrappongono, con un disegno che si allarga gradualmente, aprendosi verso la chiesa e concludendosi, davanti all’inferriata/recinzione, in una barra – idealmente una linea, simbolicamente, una “soglia”.

Gli stessi dissuasori a colonnina in acciaio, parte allineati lungo i bordi dei marciapiedi e delle pedane centrali, parte aggiunti in corso d’opera all’interno della piazzetta/sagrato per “difendere” il marciapiede, individuano in realtà un  secondo sistema ad “intreccio” con i rettangoli del disegno a terra – stavolta secondo piani ad esso ortogonali.

Per inciso, i quattro dissuasori centrali sono stati concepiti in modo tale da consentire l’apertura del varco davanti al sagrato e disegnati appositamente.

L’attenzione al particolare.

La scelta degli allineamenti, così come il disegno vero e proprio della pavimentazione, è stata attentamente curata, anche e soprattutto in corrispondenza dei margini, nelle zone di “attacco” con i marciapiedi e le pavimentazioni preesistenti, nell’intento di ottenere, allo stesso tempo, continuità funzionale e continuità visiva.

In particolare, sul marciapiede adiacente la chiesa: in corrispondenza dell’angolo con via Vedana ed in contiguità con la zona – pavimentata in asfalto – occupata dall’edicola dei giornali, le fughe sono state alternate in maniera tale conferire ad alcune lastre una funzione di “filtro visivo”.

In sostanza: un progetto con un’impostazione generale per molti versi rigorosa, parzialmente contraddetta – tuttavia – dalla disposizione “libera” di alcuni elementi di arredo – le fioriere  che, allineate secondo spezzate irregolari, fanno da contrappunto alle vicine panchine.

Dipartimento “Politiche per la Riqualificazione delle Periferie”  di  Roma Capitale  (Assessorato ai Lavori Pubblici e Periferie).

Progettista e Direttore dei Lavori:  Arch. Daniela Luisa Montuori

Architettura: quale futuro?

4 novembre 2011

Dopo il mese di marzo e quello di aprile, trascorsi entrambi alla ricerca di elementi architettonici notevoli sul territorio, tra Haarlem ed Amsterdam, nel mese di maggio ed in quello di giugno mi sono dedicato a seguire una serie di dibattiti, ad Amersfoort, ad Almere, ad Utrecht, ad Amsterdam: l’Olanda si sta muovendo alla ricerca di nuove figure professionali, di nuovi mestieri, e da ogni dove vengono lanciati stimoli per uscire dalla crisi. Bene.

Ricordo ad Amersfoort, per esempio. Durante la prima parte del symposium, organizzato da Sfa (Stimulering fonds voor Architectuur) si parlava del ruolo dello stedenbouw, cioè dell’urbanista, che in questa nuova società, sempre più evoluta, deve per forza cambiare, perchè deve prestare ascolto alle nuove esigenze della collettività, a tutti gli attori che intervengono nella nascita di un nuovo quartiere e nello sviluppo della città. Tra l’altro questo dibattito era stato organizzato in uno studio professionale, in un capannone che faceva parte di un più grande intervento di riqualificazione dell’Oliemolenkwartier, antico mulino industriale, intorno al quale si stanno moltiplicando edifici residenziali, nati proprio per riqualificare la zona.

Nella seconda parte del dibattito Guido Wallach, di Imbo (già incontrato durante l’esperienza di NWA, realizzata nel 2010 in collaborazione con il Ministerie van VROM) ci parlava degli spazi pubblici connessi alle residenze, ma in particolare di quegli spazi favoriti dall’iniziativa privata (Cpo). (Dobbiamo ricordare fra l’altro che in questo caso l’iniziativa privata si avvale delle più avanzate sperimentazioni, come nella casa totalmente in legno, citata nel precedente articolo).

Egli ci ricordava le nuove forme di aggregazione date dall’adattamento del soggetto costruttore al mercato esistente: in Olanda infatti il mercato delle costruzioni è gestito per l’80 % dal governo, che sovvenziona le imprese di costruzioni (ci sono dei fondi all’uopo destinati) e per il restante 20 % dall’impresa privata, concentrata nella zona del Ranstad e ad Almere. Il suo discorso passava quindi a descrivere il ruolo dell’opdrachtnemer, una nuova figura, intesa come collettività, che trova dentro al mercato le soluzioni adatte a proporsi per la realizzazione degli interventi edilizi, proprio come i BOUWGRUPPEN, diffusi in Germania ed in Belgio, citati in una conferenza del NAI a Rotterdam che abbiamo seguito a febbraio (bouwgruppen & Collaborative developement, www.nai.nl). Bene.

Ho già descritto ampiamente quello che è accaduto ad Almere, dove mi colpiva più d’ogni altro l’aspetto normativo nella realizzazione della Bouwfabriek, il nuovo quartiere a sud-ovest della città: una serie di linee guida (i kavelpassporten) danno infatti le principali regole da seguire per costruirsi una casa, a seconda delle proprie esigenze, prestando molta attenzione ai criteri del risparmio energetico e della bioarchitettura. Bene.

Un altro aspetto che sono riuscito a cogliere da questi spunti è quello della partecipazione, che pure avevo toccato con mano nella mia esperienza romana al primo Municipio, con la Casa della Città. Mi sono già espresso sul fallimento di quell’esperienza; ad Utrecht si è trattato di un altro tipo di partecipazione: non solo una partecipazione relativa alla strategia, ma anche uno scambio di idee, concrete, per la realizzazione del Dynamisch Stedelijk Masterplan. Bene.

A marzo infatti ho lanciato tramite internet, come appartenente al gruppo Home Made, una proposta per l’utilizzo di una delle tredici aree scelte dal Comune per l’avvio di un processo partecipativo. All’iniziativa hanno aderito moltissimi utenti, ognuno con un suo progetto, che consisteva nella realizzazione di un collage o di immagini e disegni. A queste proposte hanno fatto seguito numerosi commenti, pubblicati sulla pagina web del Comune di Utrecht e dopo un attento esame delle idee più originali, recentemente nella nuova sede del Comune progettata dall’architetto Eric Miralles se ne è parlato. L’introduzione del dibattito descriveva in linea generale le proposte, e poi le analizzava schematicamente, in base ad una volontà programmatica, mirata cioè a trovare all’interno di esse il fattore temporale: quindi ne faceva una classificazione in base ai tempi, ai costi ed alle necessità di intervento.

Seguivano proposte specifiche di associazioni particolari, come ad esempio quella dell’associazione dei fietsers (ciclisti), che descriveva una serie di percorsi che connettessero tutte le reti di piste ciclabili, in modo da far si che anche intorno al centro storico la bicicletta potesse diventare una valida alternativa all’automobile (per paragoni e confronti vedi articolo Critical Mass). Oppure l’esempio del Rootsord, dove le vecchie unità destinate ad uffici saranno trasformate in residenze: durante l’esposizione  veniva mostrato l’esempio di Zurigo, dove una zona ad uffici è stata convertita proprio in residenze, e gli spazi di connessione sono stati trasformati secondo criteri di bioarchitettura, con materiali ecosostenibili e soprattutto privilegiando il verde.

Molta attenzione naturalmente è stata posta all’aspetto economico: il Comune non ha soldi, e sta perciò cercando di indirizzare le poche risorse disponibili su processi consolidati: la cosa che più mi ha colpito dell’altra sera è che l’assessore ha detto: dobbiamo copiare! Evidentemente non c’è il timore di venire sgamati, e l’osservazione di processi ben riusciti viene presa a modello. Bene.

Ed un modello per il futuro diventa anche il riutilizzo degli spazi destinati ad uffici, non solo ad Utrecht, ma anche nelle altre grandi città: il compito dei membri di Home Made è proprio quello di cercare ciascuno nel proprio territorio iniziative e spunti per l’attivazione di processi, vuoi costruttivi, vuoi partecipativi, con l’interessamento di Corporazioni di abitanti od il convolgimento di Provincie e Comuni: sono stato perciò recentemente ad un’esposizione al Centro di Architettura di Amsterdam, l’Arcam.

Questa mostra, descritta sul sito www.temp.architecture.urbanism descrive cinque tipi di attività edilizie, che possono essere svolte nelle varie aree in oggetto, in base a differenti tipologie di interventi: UNBUILD, URBANS PIONIEERS, INSTANT CITY, PARACITY e LAISSEZ FAIRE.

Ciascuno di questi interventi interessa un’area diversa: SLOTERDIJK, ZEEBURGER EILAND, HOUTHAVENS, NIEUWE WEST, JORDAAN, e per ognuna vengono descritti vari esempi nel mondo (cito solo, perchè ci sono stato personalmente, il quartiere Soho, a new York, paragonato al Jordaan, quartiere industriale popolare che è diventato molto trend grazie all’apertura di locali ed al recupero di un tessuto sociale abbandonato, un pò come a Roma l’Ostiense). La mostra tra parentesi si chiamava leegstand kantoren (uffici vuoti), e su internet c’è una pagina dove è aperta la discussione sul riutilizzo di queste aree. www.amsterdam.nl/kantorenloods.

Le aree ad uffici in disuso sono particolarmente adatte a questo tipo di trasformazioni, perchè l’investimento non è elevato, ci sono a disposizione fondi, ed il processo può partire. Bene

Mi vengono in mente ancora una volta le parole del Weethouder: dobbiamo copiare! Certo, detta così sembra banale, ma poi perchè? L’Olanda è un Paese all’avanguardia nelle sperimentazioni a tutti i livelli: l’altro giorno, alla Beurs Provada, una fiera dell’innnovazione all’Amsterdam Rai, ho incontrato persone disposte ad ascoltarmi, aperte ad ogni soluzione possibile pur di uscire dalla crisi.

C’erano corporaties, c’erano projectontwikkelars, tutti alla ricerca di opportunità per lavorare e far lavorare, sempre tenendo a mente che lo sviluppo non si può fermare: certo,lì c’erano imprenditori e manager forse poco attenti ai problemi della partecipazione e del riutilizzo delle risorse esistenti, ma secondo Home Made è proprio in quel segmento che possiamo trovare i soggetti interessati alle nostre proposte: noi vogliamo privilegiare gli spazi collettivi connessi all’iniziativa privata, e stiamo cercando a 360° gli attori del processo produttivo. Bene.

Quello che mi ha colpito di più in questo Paese, oltre naturalmente alla luce ed all’acqua dei canali, che allietano ormai da tre anni i miei giorni, è questa capacità di credere nel progresso, questa accelerazione sulla tecnologia, questa apertura alle novità, questa continua ricerca delle soluzioni possibili. Tutto questo apre ad un mondo diverso, dove è previsto lo sviluppo: un mondo dove vengono incentivati l’investimento e la ricerca, in una parola al FUTURO…un mondo dove mio figlio potrà nascere sano e sereno.