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CALL 100 parole: “COSA FARÀ L’ARCHITETTO NEL POST-COVID?”

26 Maggio 2020

“L’avenir, tu n’as pas à le prévoir, mais à le permettre” (il futuro non devi prevederlo, ma permetterlo). Antoine de Saint-Exupery.

“COSA FARÀ L’ARCHITETTO NEL POST-COVID?”

Inviateci 100 e una immagine per descrivere come immaginate la vostra professione e l’architettura nel prossimo futuro.

 

L’attuale crisi legata alla pandemia del Covid è l’ultima delle crisi che stiamo vivendo e non sarà l’ultima, come ci dicono Zygmunt Bauman e Carlo Bordoni, quello che stiamo vivendo in questi ultimi decenni è uno stato di crisi perpetuo, che ci mostra la necessità di un cambiamento e di una trasformazione del nostro modo di vivere e relazionarci. La supermarket city, che ci ha lasciato la modernità e la postmodernità, deve trasformarsi e dar forma a una nuova città e architettura.

Cosa farà l’architetto post-pandemico?

Quale sarà l’architettura e la città del nostro “mondo nuovo”?

Immaginate l’architettura, raccontateci le vostre idee con 100 parole e un’immagine.

Le proposte dovranno essere inviate entro domenica 7 Giugno.

Selezioneremo le più interessanti e le pubblicheremo.

Michel Foucault e lo spazio della città moderna per il controllo delle epidemie

28 Marzo 2020

Rilanciamo una riflessione di Antonio Scarponi originariamente pubblicata sul suo profilo Facebook il 25/03/2020.

Michel Foucault (1926-1984) sosteneva che lo spazio della città moderna sia stato modellato come strategia di contenimento di due malattie: la peste e la lebbra. Alla peste corrisponde la strategia del controllo, casa per casa, porta per porta, famiglia per famiglia, individuo per individuo; alla lebbra invece la strategia dell’isolamento, del nascondere e separare dal resto. Controllare e isolare dunque.

 Va da sé che questi giorni mi fanno pensare al pensiero di Foucault con una certa ironia. Ironia perché immaginare di imporre una forma di “arresto domiciliare” a tutta la popolazione di un paese ha del tragicomico, anche perché effettivamente sembra che sia l’unica vera strategia efficace al contenimento di questa sciagura. O perlomeno io non avrei una idea migliore.

Ma tutto sommato il pensiero di Foucault non mi basta più per capire, interpretare, leggere la complessità di quello che sta succedendo oggi, come ieri. I motivi sono due. Il primo è che l’idea che lo spazio della città sia riconducibile a due malattie, mah, è una bella teoria, e va benissimo, ma rimane una teoria che non ha le pretese di essere vera, anche perché se lo fosse finirebbe di essere una teoria. Una teoria deve essere bella. Quella di Foucault è bellissima ed è questo il mio problema.

 

Una bella teoria come questa racconta un potere univoco, razionale, efficace ed efficiente che governa, controlla, isola e agisce senza anima e senza scrupolo come una macchina burocratica auto-pensante e auto-eseguente. In verità, e la realtà di questi giorni in tutti i paesi europei e non, mostra chiaramente un “potere” pasticcione, goffo, lento, irrazionale, contraddittorio, povero di mezzi ed incapace di usare in modo efficace le tecnologie a disposizione. Mostra, in poche parole un potere umano, virtuoso per certi aspetti, temerario per certi altri, ma anche viziato, vile, corrotto per certi altri ancora.

La mia è una riflessione sull’estetica delle teorie, ma vi prego non prendetemi troppo sul serio. Quella di Foucault, a mio avviso, disumanizza il potere da un lato e dall’altro non riconosce la forza, la resilienza e la capacità degli individui a riorganizzarsi, a combattere. E’ un estetica che ci disappropria delle istituzioni, che invece siamo noi, tutti, ed esse riflettono i nostri vizi e le nostre virtù. Insomma tutto questo per dire semplicemente che nei momenti duri come questi ognuno deve fare la sua parte meglio che può.

Se fossi capace mi piacerebbe elaborare una estetica della filosofia dove i cittadini hanno fiducia nelle istituzioni e le istituzioni nei cittadini e ancora dove i cittadini si pensano come se fossero delle istituzioni: immaginare che ogni singolo individuo possa esprimersi ed agire con autorità, ma non in modo autoritario, naturalmente.

 

Credits

Per illustrare questa nota, originariamente senza immagini, abbiamo scelto insieme con l’autore di prenderne alcune in prestito:

– la maschera del medico della peste è stata presa da questo articolo;

– l’immagine dei lavori in notturna è la seguente: Jules Galdrau, 1816-1898, from L’illustration 30. Septembre 1854 – This image is available from the Brown University Library under the digital ID 1223580988859375.

– L’immagine di Woody Allen e Lynn Redgrave si riferisce al film “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (ma non avete mai osato chiedere) – Gli afrodisiaci funzionano?” ed è tratta da qui

– l’Affresco realizzato nel Trecento da Memmo di Filippuccio a San Giminiano (una donna frusta il marito sotto lo sguardo di un’altra coppia di sposi) è tratto da qui.

Biblioteca d’emergenza- Roma moderna (Da Napoleone I al XXI secolo)

15 Marzo 2020

In questi tempi di crisi, che coinvolge pesantemente molti colleghi architetti, e che ci costringe a rimanere chiusi in casa, non ci rimane che riscoprire le nostre biblioteche. Mandateci una foto dei libri che vi fa piacere segnalare, con le foto della copertina, due pagine interne, e un breve estratto del testo. Noi le rilanceremo qui sul nostro blog.

Un libro che nelle biblioteche degli architetti romani (e non solo) non può mancare….

Italo Insolera, Roma Moderna (Da Napoleone I al XXI secolo), ed. Einaudi, 2011.

 

 

In quegli anni dobbiamo sottolineare una data fondamentale per la storia di Roma: il 28 aprile 1937 Mussolini pianta il primo pino all’E42/Eur e dà il primo colpo di piccone per la demolizione di Borgo: si definisce con ciò non solo come sarà la Roma moderna ma come sarà tutta la Roma futura” pag. 168

 

In bilico fra il “non più” e il “non ancora” ovvero rammendare non basta, serve ricamare…fosse solo perché contiene la parola amare.

6 Giugno 2018

Il quartiere “Le Albere” di Trento (inaugurato nel 2013) è uno dei progetti di riqualificazione urbana più famosi ed esemplari in Italia, per la notevole operazione architettonica e urbanistica realizzata sull’area dell’ex stabilimento Michelin (1927-1997), di ricostruzione del rapporto fra la città e l’Adige, e per il “MUSE” (Museo di Scienze Naturali), forte attrattore culturale di rilevanza internazionale. Come tutti i progetti firmati Renzo Piano Building Workshop, è tecnicamente perfetto, niente è lasciato al caso: “Le Albere” (traduzione di pioppi in dialetto trentino, da cui l’omonima fortezza cinquecentesca che dominava il grande parco prima che venisse ridotto dalla ferrovia e dallo stabilimento) è costituito da edifici di quattro o cinque piani, sistemati in linea o a corte con l’intento di richiamare quelli del centro storico; il motivo caratterizzante è l’uso di montanti in legno lamellare di larice che scandiscono tutte le facciate; i particolari sono ben studiati e la qualità dei materiali non è in discussione; molto curato l’aspetto energetico con buoni isolamenti, connessione alla teledistribuzione di energia alternativa, schermi di piante rampicanti sulle facciate, pannelli fotovoltaici su tutte le coperture; un parco, con piazze, piste ciclopedonali e percorsi d’acqua; garage interrato per liberare la superficie delle auto.

Nonostante queste pregevoli premesse, ancora l’eco-quartiere non riesce ad esercitare la spinta rigenerativa auspicata.

Probabilmente, ci troviamo di fronte ad un intervento troppo omogeneo, che ha bisogno di tempo per rompere i confini e relazionarsi alla città; probabilmente, con l’elevata qualità degli appartamenti, si rivolge a un ceto sociale medio-alto che non è numericamente sufficiente a occupare un quartiere di queste dimensioni.

O forse, nella progettazione del quartiere, è mancata quella mobilitazione e responsabilizzazione dell’intera comunità, che prende comunemente il nome di processo partecipativo, quale sarebbe potuta/dovuta avvenire nei giusti termini, attraverso strumenti di animazione prima e generazione territoriale dopo, invece di scommettere solo (probabilmente) sul mercato globale?

Certamente un investimento sulla comunità avrebbe potuto dare un altro significato alla realizzazione del nuovo quartiere cittadino, del quale il Muse poteva rappresentare (e ancora rappresenta) il motore economico, culturale e sociale. Sono certo che sarebbe stato davvero tutto diverso se, oltre alla confluenza di tante risorse, competenze e professionalità, ci fosse stato un investimento in “amore” per la comunità, cosicché oggi quegli stessi corpi (edilizi) vivrebbero pienamente dell’operosità delle famiglie e delle grida dei bambini.

Venirne a capo adesso significa (e certamente lo si starà già facendo) rinegoziare con la proprietà migliori condizioni di mercato del patrimonio abitativo che non può rimanere vuoto lì in attesa, ma anche investire sugli spazi esterni e nei dintorni, con l’appropriarsi dell’area verde come spazio dell’intera città, facilitando la nascita di esperienze generatrici di idee e di lavoro, ricongiungendo l’anima del quartiere – non solo il corpo – alla città.

Foto: Web

Editing: Daniela Maruotti

UNA ALTRA OCCASIONE PERSA …….ALMENO IL SILENZIO!!! TERREMOTO E TECNICI.

5 Settembre 2016

Stupisce vedere quell’orrore provocato dalla forza della natura, Stupisce e lascia (o dovrebbe lasciare) senza parole l’odore del sangue, l’immagine della morte, che questo terremoto ha lasciato dietro di sè.
Amo l’Italia ma non mi sento partecipe delle “idiozie”  che a volte e per fortuna solo “alcuni” italiani si scatenano a dire in caso di eventi del genere.
Mi sento innanzitutto chiamata in causa come “cittadina”.
La mia massima solidarieta’ alle popolazioni colpite, per gli affetti strappati, per ferite che cicatrizzeranno, ma saranno sempre vive.

Amatrice, Basilica di San Francesco - Immagine tratta da artibune.com

Amatrice, Basilica di San Francesco – Immagine tratta da www.artibune.com

Mi metto a disposizione, come persona, e come faccio sempre con chiunque ne abbia bisogno, per poter aiutare, ma con la stessa coscienza con cui mi rendo disponibile capisco che la priorita’ in questi casi è recuperare quante piu’ persone, VIVE e l’Italia, vuoi per le grandi competenze e professionalita’, vuoi per il grande senso di solidarieta’, negli anni ha messo a punto una grande ed efficiente macchina del pronto intervento e soccorso.Questo mi rende fiera di essere Italiana.
Dopo la prima fase di soccorsi, quando ahime’ si contano le vittime, sono coinvolta come tecnico libero professionista.
E qui la cosa si complica.
Si complica perche’, nell’immediato, con internet, con tutti imezzi di comunicazione esistenti, con i social, ognuno si sente autorizzato a parlare, complice anche la informazione spicciola operata da alcuni cronisti, e dico alcuni, perche’ altri con grande professionalita’ rispettano le persone e svolgono in modo ineccepibile il loro lavoro.
Ho assistito ad affermazioni di sicuro ad effetto, che fanno leva sui sentimenti ed emozioni della gente, la giornalista che si china sulle macerie della scuola di #Amatrice e raccoglie il polistirolo, materiale chiaramente non resistente….
Bene, quel materiale è un isolante non certo parte della struttura portante, oppure il cronista  che di fronte ad altre macerie fa notare la trave del tetto ( in cemento armato) integra e comincia a disquisire sui pesi del tetto e la capacita’ delle murature  insinuando gravi responsabilita’ sostenendo che la polizia scientifica aveva gia’ effettuato sopralluogo e tratto rilievo fotografico.
Ebbene vorrei dire che prima di mandare alla gogna la gente, bisognerebbe farsi un esame di coscienza, magari quei tecnici, le verifiche imposte dalla legge vigente al momento della realizzazione del tetto , le hanno fatte e RISPETTATE TUTTE, NON DIMENTICATE CHE LE NORME TECNICHE PER LE COSTRUZIONI IN ZONE SISMICHE  è DEL 2008 e la classizicazione del 1975 era soltanto in due zone,  ma non voglio entrare nello specifico, voglio solamente sostenere che i tecnici avranno operato secondo quanto era prescritto al momento dell’intervento…..

http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/leg_rischio_sismico.wp

ma questo non serve a placare gli animi, prima tutti allenatori di calcio, ora tutti tecnici esperti in sismologia, scienza delle costruzioni, tecniche costruttive nonche’ giustizialisti, hanno gia’ trovato i colpevoli.

Vorrei portare all’attenzione di chi legge alcune cose che sono passate in sordina:

1- a differenza di tanti altri paesi al mondo, abbiamo un patrimonio edilizio “vecchio”.
Esso fa parte di quel patrimonio storico culturale che deriva dall’esistenza di borghi medievali, centri storici di altri secoli                (abbiamo una ricca storia, quindi del 500 piuttosto che 600, 700 o 800).
e’ quel patrimonio che tanto ci rende fieri di essere italiani, che alimenta il turismo ma che forse non abbiamo saputo tenere in opportuno conto.
Con questo voglio dire che in Italia non esiste la cultura della manutenzione,in nessun campo.
Anche gli edifici hanno una loro storia e se non sono tenuti in buono stato di efficienza  vengono pregiudicate le risposte che ad esso erano state attribuite.

Riporto di seguito quanto scritto in altra sede dal collega arch. Matteo Capuani con il quale ho condiviso molte battaglie per i professionistii:

“……vorrei ricordare che proprio la regione lazio nel lontano 2002 aveva adottato attraverso legge regionale il cosiddetto “fascicolo fabbricato” (di cui oggi tutti si riempiono la bocca sgranato gli occhi)…..il “fascicolo fabbricato” della regione Lazio veniva però cassato nello stesso 2002 dai giudici del consiglio di stato con ordinanza 2714/02…quella legge regionale fortemente voluta dai professionisti all’epoca è stata avversata come se fosse un business di categoria e non un interesse dei cittadini…..ricordo sempre per chi non c’era che tutte le categorie tecniche avevano concordato delle prestazioni calmierate per il fascicolo fabbricato cosicché l’operazione costasse ai cittadini solo qualche centinaio di euro…..non migliaia….
…ora io vorrei invitare tutti a riflettere su questa cosa e cercare di capire come mai nel nostro paese iniziative del genere vengono solo invocate in TV è mai perseguite veramente…e come è facile cercare sempre la strada del giustizialismo senza assumersi il ruolo di cambiare le cose anche magari provando a intaccare qualche potente lobby che non sono certamente i professionisti italiani…e finalmente pensare un po al futuro del nostro malandato paese…
..e se nel 2002 il fascicolo fabbricato non fosse stato cassato…forse dico orse oggi non staremmo piangendo i morti di questo ultimo sisma.”

Mi sento di condividere anche le virgole di quanto scrive Matteo, poiche’ conosco la storia di questa altra battaglia , che ora è opportuno divulgare.
Ora tutti , mossi da motivazioni varie, di nuovo si riempiono la bocca con questo fascicolo del fabbricato, ma in verita’ noi architetti ci avevamo lavorato gia’ dal 2001……probabilmente non si era pronti…….

2- viviamo in un paese ipocrita, dove molti parlano di resistenza delle strutture, tecnici incompetenti, senza ricordare che, dal 1985 al 2004 abbiamo avuto 3 condoni edilizi per legittimare gli illeciti…..e magari coloro i quali parlano sono proprio quelli, che , in barba a tutte le leggi, ancora si sentono dire, ma si facciamolo questo ampliamento, tanto poi esce il condono e se non uscisse, ma chi ti dice nulla?

Mappa della classificazione sismica - tratta da http://www.protezionecivile.gov.it

Mappa della classificazione sismica – tratta da www.protezionecivile.gov.it

Le vere responsabilita’ dei tecnici sono da additare al fatto che non riescono ad essere corporativi e a far sentire forte la loro voce…..
questo oggi io vorrei dire al #Premier #MatteoRenzi

Più che di un medico, Roma ha bisogno di un architetto.

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I due anni di “politica marziana” del dimissionario sindaco Marino ci hanno permesso di focalizzare meglio le dinamiche della Capitale, grazie proprio a quello che è stato e non è stato fatto.

Marino ha contribuito a portare in luce le dinamiche perverse della gestione degli appalti, delle partecipate comunali, dei potentati mafiosi.

Questo gli va riconosciuto.

Marino ha avuto anche il merito di spingere fortemente verso una partecipazione cittadina allo sviluppo della città. Noi di Amate l’Architettura abbiamo avuto esperienze dirette in due occasioni: nell’area delle ex caserme di via Guido Reni (Qui i nostri sette articoli sulla vicenda delle ex caserme: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7) e per i cosiddetti piazzali est e ovest della stazione Tiburtina.

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Purtroppo la sua azione non è andata molto oltre, sicuramente anche a causa della assoluta inadeguatezza delle persone che compongono il suo partito a Roma.

Colpisce tuttavia, sui mezzi di informazione, l’assenza da tutti i commenti su una questione che a noi risulta lampante: questa consiliatura, come tutte le precedenti degli ultimi 30 anni, non ha mai proposto un’idea di città.

Sembra un discorso un po’ astratto, da architetti frustrati, ma a pensarci bene per una città, con problemi enormi e pochi soldi per risolverli, il modo migliore di razionalizzare le soluzioni è progettarle, possibilmente con soluzioni creative.

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Facciamo un esempio facile facile.

Il problema dei problemi dell’Urbe è il traffico. Il traffico si risolve con un trasporto pubblico efficiente (non con i parcheggi in centro!) con i disincentivi ad utilizzare mezzi privati ad elevato impatto ambientale (l’automobile) e con l’incentivo ad utilizzare quelli privati sostenibili.

Riguardo a questo punto è dimostrato dall’esperienza di altri contesti che la creazione di una rete efficiente di ciclabili, unita alla possibilità di utilizzo con bici dei mezzi pubblici, può scaricare un minimo di un 20% – 30% del traffico. L’unica proposta pervenuta in questi due anni, mentre andavano in malora le ciclabili esistenti, è stata quella di creare un circuito cittadino, il GRAB con l’unione di parchi, ciclabili esistenti e un paio di chilometri di ciclabile nuova.

Peccato che questo circuito sia un anello fine a se stesso, un percorso di svago per i fine settimana.

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Ben altra cosa era un progetto di ciclabili su sette strade consolari romane uniti a due percorsi anulari di congiunzione, presentato da #salvaiciclisti e rete mobilità nuova. Un vero progetto di mobilità alternativa, che dovrebbe essere integrato da un piano di riassetto urbano.

Durante questo periodo abbiamo assistito ad operazioni puntuali di immagine (la chiusura di via dei Fori Imperiali senza un piano di riassetto del centro storico), di speculazione (il nuovo stadio della Roma su aree a verde pubblico e privato e su terreno golenale, gravato con cubature incredibili non attinenti allo sport) e addirittura ad iniziative personali contrarie ai risultati di processi partecipativi già avviati, come nel caso del fermo di un anno a causa del sostegno del sindaco al progetto di un parco lineare sulla ex sopraelevata.

Roma ha grandi problemi ma altrettante potenzialità inespresse, come nel caso dei mercati rionali, (dove abbiamo partecipato al convegno “Un mercato non è solo un mercato” organizzato Carteinregola, presente l’Assessore Caudo) e ad un altro dal titolo: “Portare con se la biodiversità: piante e popoli che si muovono” del CNR, all’Expo di Milano 2015 (qui lo storify del nostro contributo) .

Torniamo a pensare ad una idea di città, coinvolgendo la gente, le associazioni e soprattutto quelli che le sanno progettare, gli architetti.

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Il T.U. DELFT per la costruzione del futuro

22 Dicembre 2012

L’Olanda è un paese che investe nel futuro… perciò è un paese ricco. Ricco di risorse, ricco di tecnologia, ricco di speranze! Le imprese olandesi sono presenti in tutto il mondo: il governo russo ha chiesto ad un’impresa formata da due fratelli olandesi di recuperare il relitto del Kursk, il sottomarino affondato nel mare di Berens più di dieci anni fa. Anna lavora alla Blue Water, un’impresa che sta lavorando al recupero del disastro ecologico nel Golfo del Messico. Ed ovunque le imprese olandesi esportano tecnologia.

Ho visto un documentario sulla città di Jakarta, in Indonesia, dove gli ingegneri olandesi stanno collaborando con il governo locale perché le autorità si sono accorte che il livello dell’acqua della laguna dove ci sono migliaia di abitazioni sta crescendo a vista d’occhio, e nel giro di pochi anni interi quartieri scompariranno, se non si interviene subito. In particolare i tecnici stanno studiando una soluzione che preveda la costruzione di una diga con l’allagamento di una zona intermedia, poco abitata, ed il conseguente sgombero di n° 500 abitanti.

Il sistema educativo olandese, per quanto chiuso e limitato ad un numero ristretto di persone, procede di pari passo con il mondo del lavoro ed a stretto contatto con le imprese: l’Università costa cara, ma una volta laureato puoi ripagarti tranquillamente  gli studi. Finchè i giovani cioè non sono in grado di pagare da soli, il governo olandese li aiuta, contribuendo per  esempio a ridurre i costi dei trasporti (la Ov chipkaart, che ti consente di viaggiare su tutti i mezzi di trasporto olandesi, per gli studenti fino a 25 anni dal lunedì al venerdì è GRATIS…) o dando agevolazioni a livello scolastico. Una volta laureato il giovane professionista può restituire questi soldi con il frutto del suo lavoro. Nel  percorso formativo è prevista un’esperienza di lavoro all’estero (Erasmus o Leonardo, come in Italia) ma anche uno stage retribuito dal governo in uno studio professionale, che trae si dei vantaggi ma avvia anche il giovane alla professione.

Sono stato la settimana scorsa al TU Delft, e seguire l’Urbanism Week, cinque giorni di workshops e dibattiti serrati sulla città, che mi hanno consentito innanzitutto di entrare in contatto con il mondo dell’Università, ma che ha prodotto tra l’altro un abbozzo di collaborazione con lo studio ZUS di Rotterdam. Zus è l’artefice del recupero dello Schieblok e dell’avvio fra  gli altri  del progetto del Luchtsingel, un ponte pedonale di legno che partendo dall’edificio su citato cammina lungo la ferrovia recuperandone le valenze morfologico-ambientali e riqualificando le  parti di città che collega.

La prerogativa fondamentale di questo progetto è il fatto che è partito senza fondi e si finanzia da solo! Zus ha infatti cominciato con il recupero dello Schieblok, che era iscritto sulla lista degli edidfici da demolire ed è riuscito nel giro di tre anni o poco più a farne uno dei luoghi più frequentati dagli studi professionali e dalle piccole imprese, che ne affittano i locali grazie ai prezzi molto bassi ed alla posizione strategica.

Durante il workshop ho approfondito il tema successivo alla costruzione del Luchtsingel, che prevedeva all’inizio solo la collocazione del ponte a ridosso dello Schieblok per attirare l’attenzione su di esso (sono stato la settimana scorsa a Rotterdam, ed effettivamente il percorso per arrivare al palazzo è stato indicato con vernice gialla, disegnando a terra strisce pedonali o colorando gli androni dei passages di giallo, che non passa certo inosservato…). Si trattava infatti di trovare delle funzioni “aantrekkelijk”, che rendessero cioè il successivo tratto pedonale verso la vecchia stazione interessante per i possibili fruitori: in una torre per 300 studenti realizzata dal Comune il nostro gruppo ha immaginato di realizzare un ristorante dove gli studenti potessero laorare in cucina ed offrire per una cifra modesta (€ 5,00) un pasto completo, creando nello stesso tempo un sito web dove gli occupanti della torre potessero organizzare dei turni, seguendo il motto “Eet meet cook”.

Oltre a questa esperienza, che spero dia i suoi frutti, mi sono imbattuto in un altro gruppo di studenti e giovani professionisti durante il Green Building Week, un’iniziativa promossa dal governo olandese per la diffusione della durabilità, dai materiali, all’energia, alle risorse.

L’evento in questione era organizzato dalla “Safety”, azienda leader nel campo dell’innovazione, che ci ha parlato di un nuovo complesso ad Hoofddorp, dove il tentativo è quello di realizzare edifici con il metodo Cradle to Cradle, cioè ad emissione zero. Questo vuol dire, per intenderci, che tutti i materiali utilizzati nella costruzione sono riciclabili al 100%.

L’artefice di questo progetto, l’architetto inglese Mc Donough, si appoggia per realizzare le sue opere ad imprese olanedesi, quali appunto la Sofety, che però non copre tutto lo spettro delle costruzioni. Il responsabile della Sofety, che è riuscito nonostante questo gap a realizzare tre edifici per uffici nel comprensorio di Hoofddorp, ci parlava delle enormi difficoltà per convincere le singole aziende ad investire nel futuro e nel metodo Cradle to Cradle, che tuttavia non è ancora stato verificato.

In ogni caso il ministero dell’innovazione tecnologica è molto attivo nella promozione di questi metodi; lo stesso ministro delle infrastrutture Jacqueline Cramer, che oggi è a capo dell’Utrecht Sustainability institute (USI) ha dichiarato che la nuova Bouwbesluit, legge sulle costruzioni, varata dal governo nell’aprile 2012, gtende a favorire proprio quelle aziende che investono nella sostenibilità.

A questo punto la domanda sorge spontanea: perchè in Olanda si riescono a promuovere tutte queste interessanti iniziative ed in Italia no?

Come mai l’Olanda è all’avanguardia nell’innovazione tecnologica e l’Italia no?

Perchè in Olanda si investe ed in Italia no?

E’ solo un problema politico dovuto alla corruzione?

E’ soltanto una questione di persone, o piuttosto non è un problema connesso al sistema, che nell’un caso funziona e nell’altro invece fa acqua da tutte le parti?

Sono convinto che investire nel futuro sia la forza di questo paese. Sicuramente l’Olanda ha un’altra serie di problemi, ma gli olandesi guardano con fiducia al domani sapendo che chiunque salga al potere chiederà sempre altri soldi, ma che comunque questi soldi saranno ben spesi e torneranno indietro sotto altra forma. E a chi mi dice perchè te ne sei andato io rispondo senza alcun ripensamento: perchè qui i miei figli potranno crescere sani e sereni.