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Carlo Aymonino ed il Gallaratese di Milano: una serie di equivoci

19 luglio 2010

Lo spunto per parlare di architettura mi è venuto questa volta dalla risposta sul web ad un mio commento sulla pagina Facebook di Amate l’Architettura, in merito alla scomparsa del prof. Carlo Aymonino. Un primo commento alla notizia della sua morte lo celebrava come uno dei maestri dell’Architettura italiana dell’ultimo trentennio del secolo scorso, al che io rispondevo con una domanda, se effettivamente Carlo Aymonino, con la sua opera, abbia plasmato, soprattutto attraverso la costruzione del Gallaratese di Milano, l’architettura italiana. I commenti seguenti specificavano che l’influenza di Aymonino sarebbe arrivata in Spagna: Renato Nicolini, citato in uno dei post, faceva addirittura riferimento ad alcune opere di Oriol Bohigas, che prenderebbero spunto dalle opere del maestro italiano. Io, chiamato in causa dai sostenitori della tesi che l’Architetto abbia plasmato le generazioni successive, mi limitavo a rispondere che la forza espressiva del lavoro di Carlo Aymonino stava più che altro negli schizzi che elaborò durante la sua esperienza di assessore capitolino.

Ricordo quando, nel 2001, insieme ad alcuni amici, Barbara Bulli ed Alessandro De Santis, vinsi un concorso indetto dal Rotary club Roma Parioli, sulla sistemazione dell’Arsenale Papale a Porta Portese. Allora il Rotary mi fece omaggio di una pubblicazione che raccoglieva tutto il suo lavoro al Comune di Roma, dalla quale si colgono la potenza del segno, la perfezione dei rapporti nella rappresentazione della figura umana, l’esattezza delle proporzioni, e da cui emergono, attraverso gli appunti sempre presenti a lato degli schizzi, ragionamenti e processi mentali che solo un grande Architetto, o un grande artista può fare. Ecco, un grande artista, ed un bravo profesisonista: questo secondo me era il professor Aymonino, più che un Architetto che lasciò la sua influenza nel mondo…

Credo che il Gallaratese di Milano, come il Corviale di Fiorentino a Roma, o il quartiere Zen a Palermo, come veniva giustamente osservato nei commenti seguenti di Amate l’Architettura, parta dall’equivoco di fondo che il concetto dell’Unité d’Habitation di Marsiglia di Le Corbusier si possa applicare dovunque e comunque. Le megastrutture portano sempre con sé una serie di problematiche che non possono essere calate in qualsiasi ambiente: Lambertucci al prenestino ha creato una stecca di trecento metri che funziona, e Marrucci e Cao hanno realizzato le torri del Laurentino 38, che funzionano: perché? Ora, io sono d’accordo che l’Architettura è figlia del proprio tempo e che produce una sintesi della cultura dominante, da cui il palazzo lungo un chilometro, ma allora Mario Fiorentino si doveva fermare al palazzo di giustizia, dove il pavimento è fatto di sampietrini ed evoca la suggestione di un esterno, senza arrivare a promuovere un Architettura avulsa dal contesto.

E l’Urbanistica? L’urbanistica è altro: sono convinto che se non si fanno studi a priori, se non si esamina il territorio con le sue specificità e la sua morfologia e non da ultimo il tessuto sociale con le sue esigenze, si rischia di commettere degli errori, o di generare “mostri”, come forse il Gallaratese di Milano, o il Corviale di Roma, o lo Zen a Palermo…ricordo il prof. Fausto Ermanno Leschiutta, che progettò trent’anni fa una scuola per circa duecento bambini, che fu costruita vent’anni dopo, quando la scuola non serviva più e fu modificata la sua destinazione d’uso.  Bene!

L’architettura, dicevamo, è figlia del proprio tempo, ma se poi le opere realizzate, come nel caso del palazzo di giustizia di Firenze, dello studio Ricci, vengono realizate 20 anni dopo la loro progettazione, si perde il contatto con il contesto, si rischia di creare un architettura autoreferenziata, che celebra un dato momento storico, passato, e non è più neanche figlia del proprio tempo. Bene. E l’urbanistica? Secondo me, in Italia non esiste: d’altronde, in mancanza di urbanistica, si rischia di affidarsi ad un grande del passato, come Kenzo Tange, per elaborare il planovolumetrico del Centro Direzionale a Napoli, che lo studio ti spedisce da Tokio, insieme ai plastici ed ai disegni, e si rischia che l’area venga competamente rasa al suolo e ridisegnata secondo assi e percorsi che mai possono avere forti relazioni con il contesto, altro che Piacentini a Roma con la spina dei Borghi: almeno lì c’è il collegamento visuale con S. Pietro che gli dà un senso!!!

A Napoli no! Bene.

Non volevo però dilungarmi sugli errori dell’urbanistica italiana, quanto piuttosto cercare un confronto con il modo di operare olandese, più rilassato, più cauto ma assai più acuto: ho partecipato al laboratorio Home Made, il n. 9 di una serie di ricerche nell’ambito dell’iniziativa “Nederland Wordt Anders”, che vuol dire l’Olanda diventa altro, promossa dal ministero della ricerca urbanistica e da altri enti olandesi, per trovare nuove soluzioni al problema abitativo, dato che il mercato è fermo.

Home Made ha studiato, in particolare, la pratica del Po e del Cpo, cioè l’iniziativa privata volta a favorire lo spazio collettivo, come soluzione per la crisi, ed è giunto alla conclusione che costruire insieme è il futuro.

Siamo infatti partiti, qui si, dalla considerazione propria del movimento moderno, che le condizioni per un’elevata qualità della vita siano lavorare, abitare ed impiegare il proprio tempo libero. Una volta individuate queste condizoni, abbiamo studiato tutte le implicazioni socio-culturali che intervengono a modificare il costo del suolo, e solo in un secondo momento siamo passati all’individuazione delle matrici concettuali, per adattarle al territorio di Oosterwold, un’area a Nord-Est della nuova città di Almere, nata negli anni ’70 come sbocco di Amsterdam, dove non c’era più terreno edificabile a disposizione. Le matrici concettuali sono state calate sul territorio combinando lo spazio collettivo con le varie tipologie, in maniera da avere un’infinità di combinazioni.

Il compito principale di questo laboratorio era infatti quello di studiare un sistema per abassare i costi delle abitazioni e far ripartire il mercato. Il risultato è chiaro: costrure insieme significa coinvolgere gli abitanti nel processo produttivo, creando cataloghi e sistemi per abbreviare i tempi ed ridurre i costi. Bene.

Ora, io non dico che bisogna prendere esempio dalla città di Almere, uno dei laboratori più all’avanguardia del mondo, e neanche dall’esperienza di Oosterwoold, perché sarebbe veramente troppo arguto, ma forse prendere esempio dall’Urbanistica della piatta Olanda per generare anche in Italia meno mostri e commettere meno errori, questo si…

Libertà di cambiare

Come un orologio fermo può segnare l’ora esatta due volte al giorno, così anche il nostro Presidente del Consiglio può fare delle proposte interessanti.

Da buon ex palazzinaro sa bene che l’edilizia è uno dei grandi motori economici di un paese, di sicuro il meno delocalizzabile (se non per la mano d’opera).

Se non ci facciamo accecare dal filtro ideologico come hanno fatto i nostri vetero-maestri d’architettura, sottoscrittori del manifesto contro la legge sull’edilizia (http://www.repubblica.it/speciale/2009/appelli/legge-ed-edilizia-del-governo/index.html), potremo vedere anche la metà piena del bicchiere che ci è stato offerto.

palazzina

Questa palazzina è per sempre.

Analizziamo la situazione attuale: il patrimonio edilizio italiano è trattato dalla normativa come un qualcosa di immodificabile, indistruttibile, eterno.

La maggioranza degli edifici esistenti sul nostro territorio è stata costruita a partire dal secondo dopoguerra. La qualità media di questi edifici sotto il profilo energetico, funzionale ed estetico è terrificante. Abbiamo saccheggiato il territorio disseminando le costruzioni, abbandonando un modello di città compatta. A differenza di altri paesi europei, in molte aree italiane non esiste più il confine tra città e campagna.

Eppure se si va a richiedere un permesso di costruire in un piccolo comune dell’alto Lazio, come è capitato al sottoscritto, il proprietario del fondo ti affianca un tecnico locale “perché così non rischiamo”. Se si va a richiedere il permesso di cambiare colore ad un fabbricato intensivo di un quartiere romano periferico, come è successo al sottoscritto, il geometra a capo dell’ufficio tecnico ti nega l’autorizzazione perché “archité, sto’ colore nun se può guarda’, stona coll’artri affianco (che sono di color cacca)”, però visto che sa che stai lavorando per un importante impresa aggiunge “fallo uguale, tanto nun te controlla nessuno”.

In quarant’anni è stata una mostruosa macchina burocratica, il cui fine è quello di alimentare se stessa e gli amici connessi, incapace di salvaguardare il nostro paese.

Quando il governo di un territorio non si basa sull’incentivo alla convenienza del rispetto delle regole comuni ma su quello dell’obbedienza a incomprensibili regole vessatorie, il risultato è il condono edilizio. Un rito catartico che si ripete con una cadenza fisiologica.

Pianificare, pianificare.

Vogliamo parlare di pianificazione? Il Comune di Roma, dopo decenni di travaglio finalmente approva il nuovo Piano Regolatore. Dopo un iter travagliatissimo nel quale si sono scontrate le componenti verdi e quelle immobiliariste sui metri cubi costruibili e sulle aree verdi da salvaguardare nella cinta romana, finalmente viene partorito questo piano sofisticatissimo, corredato di ottomila tavole, definizioni, indici e compagnia bella regolato secondo il principio delle “nuove centralità”: tutti i quartieri nuovi costruiti devono avere un mix funzionale (uffici, negozi, abitazioni, ecc.) ben dosato che riduca al minimo la necessità di spostarsi in altri quartieri. Peccato che immediatamente dopo l’approvazione del piano, prima delle elezioni comunali (che la sinistra ha perso chissà perché?) si sia andati in deroga al piano: contrordine compagni si fanno quartieri-dormitorio perché così piace ai costruttori!

Però ora che abbiamo cambiato amministrazione, sicuramente i nuovi arrivati, censori della vecchia amministrazione, cambieranno registro.

Ebbene, il sindaco Alemanno ha deciso che per ovviare alla mancanza di abitazioni si può costruire su aree agricole, a macchia di leopardo, con un unico criterio basato sulla distanza dalla metropolitana.

E il piano? Carta straccia.

Ma dove vivono gli italiani?

Ho sentito dire all’on. Dario Franceschini che la maggior parte della gente vive in palazzi multipiano. Non è vero. La maggior parte delle abitazioni italiane è fatta di piccole case mono e bifamiliari. La maggiore aspirazione degli Italiani è di trasformarsi in “tavernicoli”. Ci sono regioni, come il Veneto, dove non c’è più spazio per costruire o allargare strade perché è stata costruita al margine di esse una ininterrotta sequenza di case e capannoni, capannoni e case.

Dobbiamo distinguere quindi le possibilità d’intervento a seconda delle tipologie edilizie: come non è vero che non è possibile intervenire su edifici multipiano (basti vedere gli esempi di riqualificazione energetica ed estetica che hanno operato su esempi berlinesi) così è vero che nelle piccole abitazioni mono-bi-quadrifamiliari, con minori vincoli strutturali e spaziali, c’è la maggiore possibilità di riqualificazione.

Come intervenire.

Cominciamo a fissare dei punti per trarre profitto da questa proposta di Berlusconi:

  1. Il patrimonio edilizio comune (cioè non di pregio) deve essere facilmente modificabile a patto che la modifica risponda alle esigenze attuali della sostenibilità ambientale.
  2. Più si riqualifica un edificio più si può premiare il promotore dell’opera attraverso cubature aggiunte. Le riqualificazioni possono essere volte al contenimento energetico o alla riqualificazione estetica. Per fare un esempio un edificio ad emissioni zero può essere ricostruito con una cubatura maggiore di uno con un contenimento energetico inferiore. Se esiste un progetto integrato (che preveda di sanare tutte le superfetazioni o di modificare l’aspetto generale delle facciate) di riqualificazione estetica di un edificio non vincolato, questo non può essere respinto da un’amministrazione, fatti salvi i casi in cui esista un vincolo. Anzi diamo un incentivo alla voglia di cambiare.
  3. Passiamo dal concetto di piano regolatore, con vincoli rigidi imposti dall’alto, al concetto di piano autoregolatore, dove io, proprietario, posso apporre modifiche al mio fabbricato se non ledo i diritti degli altri abitanti interni e limitrofi. Di quali diritti parlo? Dei diritti alla luce solare, alla vista che hanno i miei vicini, alla stabilità delle strutture dello stabile e dei terreni circondanti il mio edificio, al rispetto delle falde acquifere, alle emissioni che emetto con la tecnologia e materiali che uso, agli scarichi di combustioni e acque reflue che produco.
  4. Modifichiamo la normativa in modo che sia conveniente intensificare le costruzioni in ambienti già semiurbanizzati per salvaguardare le aree rurali coltivate e non che non siano state compromesse o quasi dall’urbanizzazione. La sopravvivenza delle generazioni a venire si baserà sulla salvaguardia delle aree coltivate e delle foreste.
  5. Distinguiamo, come già detto, le possibilità di intervento a seconda delle tipologie edilizie, fatti salvi limiti inderogabili come altezze massime, distacchi e altri.

In Italia, fino al XX secolo gli edifici erano sottoposti ad una continuo e proficuo aggiornamento funzionale ed estetico. La città mutava continuamente seguendo le esigenze delle persone e i mutamenti culturali della società. L’organismo urbano era un work-in-progress dove gli errori delle generazioni precedenti venivano corrette dalle successive. Ora è una palude immobile nella quale si ritiene che le modifiche dell’esistente possono essere solo peggiorative.

Io dico lasciatemi essere arbitro delle mie scelte, lasciatemi plasmare la città con il segno del mio tempo.

Quelli che verranno dopo di me giudicheranno cosa sarà opportuno mantenere e cosa cambiare di ciò che ho fatto.

Città con identità ed identiche città

3 febbraio 2009

Politiche d’amministrazione territoriale.

roma

ico_flickr1 Vedi il set di immagini su Flickr

La trasformazione delle città con l’organizzazione degli spazi vuoti e costruiti, le loro relazioni, e il conseguente sviluppo sono questioni che usualmente si tenta di indirizzare attraverso gli strumenti urbanistici della programmazione ed attuazione.

Nel caso della maggior parte delle città italiane tali strumenti hanno raccolto il dato di fatto edificatorio risultato di costruzioni molteplici e successive, antiche e recenti, di pregio e della peggiore specie edificatoria.

Ogni città in espansione si è data, fin dagli anni Sessanta, una pianificazione territoriale in funzione della necessità abitativa ed economica stabilendo le regole di trasformazione del territorio destinate a gestire il consolidamento della città storica, il recupero urbano e la nuova edificazione.

Agli strumenti classici di controllo territoriale come i piani regolatori generali e i piani particolareggiati, si sono man mano associati altri strumenti di trasformazione territoriale più confacenti ai tempi odierni perché più adatti alle città metropolitane che sono in stretto contatto con la loro provincia e al recupero delle loro parti degradate.

Le prime periferie costruite tra gli anni ’70 e ’90 in regime di edilizia economica e popolare o sorte in aggregazioni abusive si sono rivelate terreno fertile per il proliferare di gravi problematiche sociali.

Interi quartieri, destinati a ceti meno abbienti, in zone residuali del territorio comunale, in assenza di adeguati servizi ed infrastrutture, sono stati costruiti con materiali dalla durevolezza irrisoria e posti in opera in maniera non conforme alla salubrità degli spazi interni: il danno sociale per l’intera città e per la totalità della cittadinanza è stato e continua ad essere enorme.

Si approntano piani di recupero urbano che intendono colmare il vuoto culturale attorno al quale si sono addensate molte periferie. Alcune vengono recuperate e inglobate nell’espansione accentratrice del nucleo economico principale della città (spesso coincidente con il centro storico): godono dei servizi culturali e terziari della zona centrale.

Altre zone marginali, meno fortunate, si devono accontentare di micro interventi, perché affrontare alla radice il problema sarebbe un onere troppo pesante per le amministrazioni e una battaglia politica non conveniente da affrontare.

Il panorama dell’espansione urbana odierna continua ad essere desolante e, pur rimanendo le infrastrutture delle grandi città fortemente inadeguate a sorreggere la mole del traffico urbano, continuano a crescere quartieri (milioni di metri cubi) in zone già altamente congestionate.

A questo che è un nuovo problema per le grandi città italiane se ne aggiunge uno già conosciuto in precedenza: la mancanza di identità. Sebbene la storia della città attribuisca proprio all’Italia l’invenzione della forma urbana con spazi dall’identità irripetibile, con le piazze più belle del mondo, con i centri urbani strutturati in maniera ideale o conformi ai dettami geografici del territorio, oggi sembra che abbiamo disimparato a pensare e progettare la città.

La politica di museificazione dei centri storici come Roma, Firenze, Venezia, fa sì che non ci sia possibilità di aggiungere lo strato del contemporaneo alla sovrapposizione delle epoche storiche, attira i turisti orientali e americani e respinge gli abitanti ai margini, costringendoli ad un pendolarismo spesso difficile per le condizioni del traffico.

Le zone di espansione vengono oggi identificate con i vari centri commerciali: edifici residenziali dalla identità incerta e omogenea si accorpano attorno a polarità di scarso valore urbano e civile come i centri commerciali di questa o quella catena multinazionale.

Anche gli spazi pubblici aperti raramente riescono ad essere poco più che parco giochi (prefabbricato) per bambini ed aiuola da non calpestare: si fanno progetti di parchi urbani e piazze che hanno difficoltà ad essere realizzati, perché esulano dalla logica del profitto di quei sistemi per il consumo.

Invece la qualità dello spazio pubblico potrebbe contribuire in maniera determinante nella valorizzazione di identità precipue di ogni luogo ed incentivare aggregazioni sociali importanti per il benessere della gente.

L’uguale città, quella dei centri commerciali e degli edifici residenziali perimetrali, costituisce la più grande occasione urbanistica e architettonica persa di poter creare la tanto teorizzata città policentrica, destinata a defaticare il centro cittadino, e insieme rappresenta, con la sua vacuità intellettuale, il più grande esproprio d’anima del territorio urbano ridotto a territorio di conquista del commercio delle grandi imprese multinazionali.

Con questo non si intende minare la funzione economica della città, visto che senza di essa verrebbe a mancare un presupposto fondamentale della ragion d’essere di ogni aggregato urbano, ma sarebbe auspicabile rifocalizzare la politica delle amministrazioni puntando, attraverso l’ausilio di strumenti di managerialità territoriale, così poco praticata in Italia, alla valorizzazione di ogni singolo comparto territoriale dotandolo di un cuore culturalmente riconoscibile e assolutamente unico: qualcosa attorno alla quale gli abitanti di quel centro periferico possano catalizzare una propria originale identità.

Questo è il fondamento viscerale attorno al quale le città policentriche possono funzionare, ogni altra soluzione che non faccia presa sulle anime delle persone è destinata a generare malessere e cattiva educazione civica.

Non vogliamo essere cittadini di città impersonali, uguali, piramidali, sclerotizzate dal mancato pensiero, progettate da tecnici impreparati ad affrontare problematiche complesse che sottendono alla generazione di città vivibili. E ancora non vogliamo essere cittadini-ingranaggio di meccanismi economici sballati.

Un’alternativa auspicabile a questo sistema potrebbe essere quella descritta dall’Arch. Massimiliano Fuksas sulle pagine del periodico italiano “L’espresso”: Fuksas propone che i tecnici consiglieri degli amministratori comunali e delle alte cariche dello stato dovrebbero essere in carica per un tempo limitato con la speranza che prima o poi un tecnico capace possa indirizzare le questioni dell’espansione territoriale secondo equilibri economici e culturali adeguati prescindendo da qualsiasi pressione di parte.

E mentre le carenze infrastrutturali, vecchie e nuove, dannano la vita quotidiana di molti cittadini “metropolitani” e le architetture dei nuovi insediamenti urbani dannano l’anima di molti bravi architetti (metropolitani e non), sono da segnalare alcuni interventi di ottima qualità architettonica e politica: la fiera di Milano ( progetto dell’arch. Fuksas) segna indelebilmente, stavolta in positivo, la periferia nord di Milano divenendone centro di sviluppo culturale ed economico; la chiesa del Millennio di Meier a Roma nella zona periferica di Tor Tre Teste anch’esso ormai centro identificativo della zona; Foster restaura un quartiere intero della periferia milanese; Niemeyer progetta un auditorio a Ravello nella regione campana; Renzo Piano realizza l’auditorium di Roma; Zaha Hadid sta realizzando il museo del XXI secolo; Las Casas sta lavorando a Sorrento e ancora tanti altri nomi del firmamento architettonico.

Negli ultimi dieci anni si sono moltiplicati i concorsi banditi dalle autorità pubbliche (quasi sempre purtroppo vinti da firme internazionalmente riconoscibili) e molti i giovani architetti italiani si fanno conoscere con progetti ben disegnati e ben realizzati.

La battaglia urbanistica per la città metropolitana policentrica per ora sembra compromessa, ma una nuova vitalità architettonica e culturale ci spinge a sperare nel futuro perché quegli interventi che oggi sono così sporadici possano coinvolgere l’intera genesi dello sviluppo urbano.

Arch. Christian Rocchi + Arch. Valeria Caramagno