Articoli marcati con tag ‘turchia’

Una piazza Taksim per gli architetti

6 Giugno 2013

“A Istanbul, nella piazza Taksim, dove si trova il Gazi Park, Erdogan voleva tagliare seicento alberi per costruire una moschea e un centro commerciale. Lunedì della settimana scorsa, quando si sono presentate le ruspe, la piazza era occupata, i «nuovi indignati» erano accampati nel parco.”

Preciso subito che l’intera protesta turca ha ragioni ben più profonde e radicate che vanno oltre la difesa del Gazi Park. Sarebbe riduttivo pensare che la rivolta dei giovani turchi sia riconducibile a una questione di semplice gestione del territorio. E’ indubbio però che una questione urbanistica è divenuta un simbolo forte nel quale si sta catalizzando tutto il malcontento di un popolo che si sente evidentemente escluso e insoddisfatto dal governo di una nazione.

In ogni caso, se fossi il sindaco di una qualsiasi città, oggi ci penserei due volte  prima di aprire un nuovo centro commerciale. Cercherei di capire come migliorare i processi decisionali di trasformazione del territorio; lascerei perdere tutte le pianificazioni “dall’alto” e darei immediatamente ascolto alla cittadinanza. Attiverei subito dei seri processi di partecipazione: non sia mai mi scatenano una protesta come quella di Gozi Park.

Sembra infatti che i cittadini stiano cominciando a pretendere di entrare nel merito delle scelte che si fanno sulla città; pare anche che se non li ascolti tendano ad incazzarsi.

E gli architetti, in questa storia, da che parte si collocano?

Domanda scomoda; secondo me siamo esattamente a metà del guado.

Già, perché il lavoro dell’architetto si esercita costruendo!

Costruendo edifici (anche centri commerciali e chiese); sottraendo cioè terreno per fare spazio a nuove costruzioni; in ogni caso abbattendo e riqualificando manufatti; sempre, per definizione, intervenendo su tessuti esistenti; magari anche tessuti ed ambiti urbani che toccano corde sensibili della cittadinanza; luoghi urbani densi di significato.

Se non si costruisce non si lavora, se non si lavora non si mangia.

Ma quando gli architetti chiedono di lavorare, cosa chiedono, se non nuove costruzioni, nuove opere? Quando a chiederlo sono in centocinquantamila architetti siamo poi così sicuri che per farli lavorare tutti (proprio tutti) ci si possa limitare a dei programmi di riqualificazione? siamo sicuri che non finiamo per intaccare nemmeno un metro quadro di terreno vergine? siamo sicuri che non finiamo per intervenire su opere ed architetture importanti? siamo sicuri che non finiamo per costruire nuovi centri commerciali all’interno di un Gozi Park?

Una posizione scomoda; fare lavorare gli architetti significa intervenire, abbattere, ricostruire. Non costruire significa per corollario non fare lavorare gli architetti. Volete il parco? licenziate gli architetti!

Su un piano opposto, che definirei deontologico, l’architetto dovrebbe, per formazione professionale, essere una figura che difende e tutela il territorio. Una figura che dovrebbe essere in prima fila tra i manifestanti di piazza Taksim, a protestare contro il consumo indiscriminato e inutilmente speculativo del territorio (sia pure un parco urbano). A difendere l’importanza di un luogo che acquisisce valore in virtù proprio dell’assenza dell’architetto.

Un luogo che acquisisce valore, si fa spazio simbolico, si riempie di senso, quindi si fa necessariamente architettura, malgrado (forse proprio grazie a) l’assenza totale di un architetto.

Sono sicuro che tra i manifestanti c’erano anche molti e numerosi architetti. Il mio pensiero ed affetto va integralmente a loro che si sono presi botte e lacrimogeni per la nobile causa di un parco da preservare. Affianco a loro c’erano dei cittadini che con forza chiedevano di partecipare alle scelte che interessano la città: chiedevano di fare a meno degli architetti.

Sembra di vedere un operaio della Fiat che protesta perché si costruiscono troppe automobili. Da una parte è giusto così; c’è l’inquinamento, la mobilità sostenibile, il consumo di petrolio, ecc. Ma l’operaio/architetto che protesta è consapevole che tra un po’ dovrà cercarsi un’altro lavoro? lo sa che deve cominciare a specializzarsi nella produzione di biciclette?

La difesa di questo parco è insieme la difesa di un modello che non sembra più avere bisogno né di architetti né di architettura; almeno nella forma e nei modi in cui siamo abituati a esercitare la professione. Chi ha bisogno di architetti in un mondo che non vuole più costruire nuovi edifici? Quale municipalità può avere bisogno di architetti se le scelte di trasformazione del territorio sono espresse e pilotate direttamente dai cittadini?

Di fronte alla doverosa difesa del parco Gozi dobbiamo pensare a quale ruolo possono o devono avere gli architetti all’interno di un modello che tende ad escluderli. Dobbiamo pensare a come fare evolvere una professione in maniera da dare risposte alle esigenze di una società che rifiuta gli architetti.

Mi consolo pensando che un giorno, non lontano, quando la professione di architetto sarà quasi estinta, e il suo esercizio sarà considerato un valore antico da tutelare, ci sarà sempre un gruppo di nostalgici pronti a incatenarsi prima del nostro ultimo inesorabile abbattimento.

Allora, solo allora, ci sarà una piazza Taksim anche per gli architetti.