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Un anno di amate l’architettura

31 Dicembre 2011

Il 2011 è finito, anno nefasto per la professione, noi di amate l’architettura ci siamo impegnati per denunciare casi di clamorose illegalità e mancanze di intervento da parte delle Istituzioni, l’architettura e gli Architetti sono diventati sempre più inutili socialmente.

Ci impegneremo nel 2012 per invertire la tendenza che porta al declino della professione dell’architetto e dei liberi professionisti, indispensabili per la qualità dell’architettura nel processo di trasformazione del territorio, promuovendo una mobilitazione tra i professionisti, le Associazioni, gli Enti e le Istituzioni nel campo dell’architettura, si comincia il 3 febbraio 2012 con 150K ARCHITETTI.

UN ANNO DI AMATE L’ARCHITETTURA:
  • nel mese di gennaio abbiamo segnalato l’illegalità diffusa nell’assegnazione degli incarichi pubblici in Italia, lamentando la latitanza dell’Ordine degli Architetti e del Consiglio Nazionale;
  • nel mese di gennaio abbiamo segnalato i paradossi del progetto di Alemanno di demolire Tor Bella Monaca di cui non si parla più;
  • nel mese di febbraio abbiamo denunciato la vergogna del decreto milleproroghe che ha portato a tre, il limite dei mandati per i Consiglieri dell’Ordine, limite recentemente emanato (prima non esisteva), permettendo a coloro che siedono sulla stessa poltrona da 15 anni e più di ripresentarsi alle prossime elezioni e successivamente abbiamo evidenziato le incongruenze, tra le dichiarazioni in merito, del Presidente Schiattarella;
  • nel mese di febbraio abbiamo denunciato il caso di via Giulia inviando una lettera al Sindaco Alemanno e al Consiglio dell’Ordine, con il risultato che non si è dato seguito all’iniziativa e il Sindaco ha annunciato un concorso aperto a tutti;
  • nel mese di marzo abbiamo denunciato alcune incongruenze del bilancio dell’Ordine segnalando alcune questioni relative alla casa Editrice Prospettive Edizioni, i primi effetti sono stati una riduzione dei costi di alcune voci e l’approvazione di un regolamento interno per gli incarichi dell’Ordine;
  • nel mese di marzo abbiamo segnalato alcune incongruenze nelle prime dichiarazioni pubbliche del neo Presidente del CNA Leopoldo Freryie;
  • nel mese di aprile abbiamo segnalato il caso dell’architetto Fastoso dove l’Ordine è prontamente intervenuto a differenza di via Giulia, dove non ci risulta alcuna presa di posizione nei confronti dei docenti universitari come segnalato da Progetti e Concorsi;
  • nel mese di maggio abbiamo appoggiato l’iniziativa di Progetti e Concorsi in merito alla Legge per l’Architettura inviando alcuni nostri suggerimenti;
  • nel mese di maggio abbiamo segnalato la nascita di un nuovo blog e Associazione ivaseipartita che si occupa del problema delle finte partite iva in Italia;
  • nel mese di maggio abbiamo segnalato il caso della Presidenza della giuria di un concorso di architettura svolta da un geometra;
  • nel mese di maggio abbiamo inviato una lettera al presidente Nazionale dei Geometri per rispondere alle sue gravi affermazioni fatte in una sua comunicazione ai Collegi provinciali, la lettera è stata una delle tante azioni nei confronti del CNA, CNI e CNG per indurli ad occuparsi del problema delle competenze professionali, recentemente si sono impegnati ad aprire un tavolo di concertazione aspettiamo i fatti;
  • nel mese di giugno abbiamo organizzato un evento sul ponte della Musica di Roma per salutare una nuova architettura della città di Roma, fenomeno sempre meno frequente da quando c’è Alemanno;
  • nel mese di luglio abbiamo denunciato il caso di Pietralata dove l’Università ha incaricato due Dipartimenti della facoltà di Architettura di Roma di progettare un’opera da 100 milioni di euro contro ogni normativa, il rettore ha risposto ad una nostra lettera a cui daremo seguito con un’altra comunicazione per andare in fondo alla questione a differenza dell’Ordine che si è comportato da Ponzio Pilato;
  • nel mese di ottobre abbiamo denunciato il caso di Piazza san Silvestro a Roma dove il Sindaco Alemanno ha dato un incarico illegittimo a Portoghesi, nessuno si è preoccupato più di tanto, approfondiremo la questione con l’Autorità di Vigilanza;
  • nel mese di novembre abbiamo segnalato il caso dell’Architetto Zampolini, esprimendo le nostre perplessità sulla latitanza degli ordini in merito alla deontologia professionale, è nato un polverone sui quotidiani nazionali;
  • nel mese di dicembre abbiamo segnalato il caso del Comune di Manziana che ha bandito una gara per un incarico gratuito, il Comune ha ritirato il bando;
  • nel mese di dicembre abbiamo segnalato il caso di ex presidente dell’OICE che ha vinto una gara con l’80% di ribasso quando in precedenza aveva condannato nettamente i professionisti che facevano questi ribassi;

Continueremo nel 2012 ha compiere le nostre azioni per il bene della collettività e per la qualità dell’architettura che è un valore culturale che appartiene a tutti.

Non sempre le nostre azioni hanno avuto un risultato concreto, ma i rappresentanti di Istituzioni, Ordini, Università e Consigli Nazionali d’ora in poi sanno di essere osservati e controllati in quello che fanno, ma soprattutto in quello che non fanno.

In merito alla proposta di demolizione di Tor Bella Monaca

19 Gennaio 2011

L’insistenza del Sindaco Alemanno a voler procedere con la demolizione di monumenti e parti di città da recuperare, e la sua ferma volontà di passare dalle parole ai fatti, colpisce soprattutto perché utilizza uno strumento, la demolizione appunto, che nelle intenzioni legislative dell’urbanistica nazionale, avrebbe dovuto costituire il principale strumento di lotta, non alla città regolarmente costruita, quanto all’abusivismo.

Premetto subito una cosa: l’idea di una città a misura d’uomo, con edifici di altezza limitata, fondata su un sistema di piazze e strade pedonali a me piace.

Punto!

Detto questo l’intero programma proposto dall’architetto Krier (scaricabile qui) è portatore di una serie di paradossi che vorrei provare ad evidenziare.

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Primo paradosso:

densità abitativa e disponibilità dell’area.

Interventi come quello di Tor Bella Monaca possono essere pensati proprio perché questi quartieri obbedivano ai principi modernisti (Corbuseriani) di concentrare le abitazioni per liberare spazi aperti condivisi.

Così nell’immediato intorno di Tor Bella Monaca c’è ampia disponibilità di aree verdi; terreno vergine ancora da consumare.

Se Alemanno e l’architetto Krier possono ragionare su piani di recupero e sui livelli di densificazione della città è perché qualcuno, che loro oggi criticano aspramente, gli ha lasciato una enorme eredità di spazio e territorio (di proprietà pubblica si badi bene); quello spazio e territorio che loro si accingono a erodere consegnandolo a piene mani alla rendita privata.

Sarebbe interessante approfondire cosa risulterebbe dall’applicazione del metodo Alemanno ai quartieri limitrofi (quelli abusivi per intenderci).

Inoltre proprio all’ombra di questo paradosso si manifesta una piccola imprecisione, laddove si vuole sostenere che il nuovo quartiere sarà “meno denso”.

La cubatura complessiva passerà infatti da circa 2 a 3,5 milioni di mc (+175%); la popolazione da 28.000 a 44.000 (+157%); la SUL da 628.000 a 1.100.000 mq (+175%). Certo l’area complessiva urbanizzata è aumentata in maniera da annacquare il conto; porzioni di terreno che prima erano agricoli ora risultano residenziali e in questo modo si vuole far credere di avere reso la città meno densa. In realtà la superficie fondiaria complessiva passa da 1,7 a 2,4 milioni di mq (+140%). Il risultato è che per ogni abitante ci sarà meno territorio (da 62,6 a 55,6 mq per abitante: -11%); la stessa cosa se si guarda solo alle aree edificate che passeranno da 777.000 a 967.000 mq (+124%) riducendo la superficie per abitante da 27,7 a 21,9 mq per ab. Il conto non migliora se si guarda la SUL complessiva rispetto alle aree edificate (che come da progetto saranno molto compatte); qui si passa da un indice di fabbricazione pari a 0,8 a 1,37 mq/mq. (dalla relazione di presentazione)

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Secondo paradosso:

L’ossessione tradizional/classicistica e la mancanza di connessione del progetto con la realtà esistente.

Proprio non riesco a comprendere perché un programma di recupero urbano come quello proposto da Krier non possa avere uno stile e una immagine schiettamente contemporanea senza per questo pregiudicare il disegno urbano generale, o l’efficacia del programma di recupero.

Tutte le premesse e le considerazioni presentate e sostenute potrebbero, con la stessa forza e coerenza essere presentate modificando radicalmente lo stile e l’immagine delle architetture che si vorrebbero realizzare (anche al limite mantenendo l’impianto urbano generale). Lo dimostra il fatto che tra chi si è dichiarato favorevole all’idea di ricostruire Tor Bella Monaca vi siano personalità diverse (da Portoghesi a Fuksas), provocando la reazione snobistica del Gruppo di Salingaros. Evidentemente da’ fastidio scoprire di avere idee simili a quelle delle archistar. Ancora più fastidio darebbe scoprire che le città sono belle proprio per via della loro varietà e per la molteplicità delle sfaccettature che esse ci offrono.

Ritengo al contrario che se proprio procedere con la realizzazione di questo programma, esso risulterebbe notevolmente più ricco e interessante se si riuscisse a coinvolgere più architetti, facendo della molteplicità degli approcci culturali un motivo di miglioramento.

Ho in mente l’approccio urbanistico utilizzato per la ricostruzione di Berlino, per intenderci.

La sensazione è che l’ossessione di Krier e dei suoi sostenitori sia quella di giustificare il proprio approccio stilistico più per contrapposizione che per intrinseca validità.

Ovvero: “c’è bisogno di fare vedere al mondo dove sta il male per dare forza alle mie idee”. Per questo si tende a costruire realtà preconfezionate e analisi soggettive volte a presentare sempre il lato comodo della storia.

Si intuisce perché per portare avanti l’idea di città che piace a Krier, occorra prima di tutto individuare il moloch, il nemico da abbattere per intenderci.

In realtà Krier finisce per sostituire un atteggiamento illuministico con un altro, finendo con il commettere lo stesso errore ideologico contestato ai progettisti del quartiere: il progettista si sostituisce al committente e progetta senza entrare nel merito delle reali (e molteplici) vocazioni urbane che possono esprimersi dalla voce dei cittadini che abitano il quartiere.

28.000 persone con il loro vissuto e le loro esigenze sono stati già tagliati fuori da qualsiasi processo decisionale; gli si lascia la possibilità di accedere agli atti ma solo quando ormai tutto è già deciso e impostato.

Nessun approccio stilistico, per quanto illuminato, potrà mai restituire ai cittadini la molteplicità delle loro esistenze.

Terzo paradosso:

Roma è una città fondata sull’abuso!

Oltre che sull’abusivismo, diffuso e culturalmente radicato nella popolazione, anche sull’abuso legale e reiterato che le norme ipergarantiste italiane consentono alla rendita finanziaria di ottenere sul territorio ogni sorta di deroga e ridimensionamento.

Interi quartieri “spontanei” si affiancano a zone ad elevata frammentazione costituite da palazzine di 4/5 piani sorti in deroga ai vigenti piani moltiplicando le cubature ai limiti della sostenibilità infrastrutturale.

È sufficiente osservare su googlemap proprio l’area che contorna Tor Bella Monaca per rendersi conto di questo.

La deroga come prassi ha condannato la città eterna ad essere una città eternamente in affanno, ingestibile, che trasmetterà ai posteri il costo del suo lento esosissimo adeguamento.

Se ancora non ne siete convinti vi invito a leggere il saggio di Paolo Berdini “Breve storia dell’abuso edilizio in Italia”. (qui il suo blog); Roma in qualità di capitale, fa la parte del leone. Anche se non condivido la posizione dell’autore sull’Auditorium di Ravello, il libro è interessante ed autorevole.

La storia recente non brilla. La giunta Rutelli/Veltroni ci ha regalato vasti esempi di abusivismo legalizzato, dettati da criteri emergenziali, senza una guida complessiva, supinamente asserviti agli interessi finanziari del potente di turno.

Valga per tutti l’esempio di Ponte di Nona, quartiere dormitorio realizzato senza scuole, parchi, asili, licei, posti di polizia, viabilità, strade di accesso, ferrovie; unico segno recente di infrastruttura il centro commerciale e una chiesa realizzata per spinta popolare dei fedeli locali.

Qui le vie hanno nomi improbabili, oltre che essere dedicate al benefattore del quartiere e filantropo Francesco Gaetano Caltagirone. Si veda in proposito il video realizzato da Zone d’Ombra e Amate l’Architettura

A ponte di Nona gli abitanti hanno votato in massa per Alemanno (si veda in proposito il saggio di Claudio Cerasa “La presa di Roma”).

Fanno eccezione a questa regola pochi quartieri tra i quali proprio quelli di edilizia popolare costruiti tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta; quelli per intenderci su cui adesso le giunte Alemanno e Polverini stanno puntando il dito: Tor Bella Monaca, Corviale, Laurentino.

Questi quartieri, nel bene o nel male, rappresentano tuttora un momento in cui la città (quella rappresentata dalle istituzioni per intenderci), forte di una iniziativa nazionale che lo consentiva (il Piano Casa), ha cercato di riaffermare se stessa. Un momento in cui si è tentato di costruire, non secondo logiche privatistiche e frammentarie, ma tentando una pianificazione organica del territorio costruito, immaginando una città dotata di servizi, con infrastrutture e spazi pubblici pensati in maniera complementare e non residuale alle aree residenziali.

Questi quartieri hanno il difetto di essere stati pensati, dimensionati e progettati dall’alto, senza alcuna partecipazione civile, senza una reale analisi “dal basso” dei requisiti e delle esigenze di chi li avrebbe poi dovuti poi abitare.

“Tutto per il popolo, niente con il popolo!” in fondo è l’ideale illuministico del periodo.

All’epoca questa condizione al contorno era inevitabile; non si poteva sapere in anticipo chi avrebbe abitato quei quartieri, non esistevano gruppi sociali organizzati che potessero rappresentare le istanze popolari; gli architetti hanno così operato “senza committenza” progettando come demiurghi creatori e realizzando le loro fantastiche utopie.

All’epoca si trattava di dare risposta ad un problema sociale, e le occupazioni abusive di quegli anni ne dimostrano l’urgenza; purtroppo anche in questo caso alla fine la logica economica ha prevalso, imponendo e vincolando la disponibilità delle aree o semplicemente frenando e riducendo il completo svolgimento dei programmi edilizi; le amministrazioni pubbliche, per negligenza e cronica mancanza di fondi (e volontà) hanno infine lasciato perdere.

Trovo quindi significativo, e nemmeno troppo sorprendente, che la giunta Alemanno scelga proprio questi ambiti urbani per promuovere la propria idea di città proponendone prima di ogni cosa la demolizione.

Si lascia invece intatta, intoccabile, la parte di città senza idee (senza regole), quella parte anonima, ingestibile, e quindi realmente non recuperabile, che però pesa maggiormente sulla economia generale della città.

Quarto paradosso:

l’utilizzo del capitale privato e la fattibilità economica.

Siamo appena usciti dall’ultimo sacco perpetuato ad opera dei “Re di Roma”, l’errore, largamente riconosciuto, è stato quello di consegnare la città al capitale privato, e ora che facciamo per procedere ad un intervento di recupero urbano? Richiamiamo in massa gli stessi benefattori? Sembra quasi che si voglia dire: “avete finito le aree dove speculare? Non vi preoccupate! Ci sono ancora rimaste le aree comunali. Venite a prendervele!”

L’intero programma parla di 1,1 milione di mq da realizzare, di cui 628.000 da demolire e ricostruire. L’analisi economica si limita ad approfondire la fattibilità finanziaria della parte di proprietà comunale.

In sintesi si demoliscono e ricostruiscono 228.205 mq di SUL attuali ad un costo di trasformazione pari a 1.555 €/mq (comprendente evidentemente anche i costi di demolizione), si consente una SUL premiale di 443.573 mq e si ipotizza un valore di vendita pari a 3.000 € mq con un ricavo prevedibile di circa 1,3 miliardi di euro. Se ipotizziamo un costo di costruzione pari a 1.450 € mq per le nuove edificazioni (immagino che 100 €/mq sia per largo eccesso il costo delle demolizioni), otteniamo un valore complessivo degli investimenti pari a circa 1 miliardo di euro (355 milioni per le cubature esistenti).

Stando ai numeri forniti il programma avrebbe per i privati che dovessero investire, una redditività del 30%.

In realtà non compare una analisi della effettiva domanda di mercato attendibile (che potrebbe influenzare notevolmente il quadro generale e le scelte di progetto), non si sa se vi sono costruttori o sviluppatori interessati all’affare (per i qual magari il 30% potrebbe risultare poca cosa), non è chiaro di chi sia la proprietà delle aree agricole limitrofe su cui dovrebbe espandersi il quartiere (altro elemento fondamentale per capire come si svilupperà il progetto.

Non è chiaro alla fine del processo, che cosa si ritroverà in mano il Comune, quali proprietà, ma soprattutto quali strumenti e sostegni economici necessari per la gestione del nuovo complesso immobiliare.

Su questo aspetto ad esempio potrebbe essere utile verificare la sostenibilità di un modello che non preveda la totale cessione del premio di cubatura ai privati, magari prevedendo che tutta o parte della nuova cubature rimanga di proprietà pubblica che con una gestione locativa sufficientemente accorta potrebbe costituire una fonte di sostegno economico alla gestione ordinaria del quartiere.

Inoltre il progetto proposto parte da un presupposto che viene dato un po’ troppo per scontato; la non percorribilità di un intervento di risanamento degli immobili esistenti.

Su questo punto sembra mancare, se non l’analisi (che si suppone sia stata fatta approfonditamente), come minimo una sua chiara illustrazione: “Nel tempo, finora, si sono succeduti interventi di recupero edilizio che non hanno cambiato significativamente la situazione”, che equivale a dire “non procediamo al risanamento degli edifici esistenti perché gli interventi finora effettuati non hanno prodotto risultati accettabili, gli edifici esistenti così come sono irrecuperabili!”.

Considerata l’entità dei numeri in gioco ci sarebbe invece potuti aspettare almeno una descrizione esauriente degli innumerevoli interventi finora effettuati, del loro costo e dei motivi tecnici che li avrebbero resi così inefficaci o antieconomici. Magari una analisi approfondita avrebbe potuto farci capire che per esempio, non tutti gli edifici sono nelle stesse condizioni e che rispetto alla tabula rasa prevista si sarebbe potuto pensare qualcosa di più mirato.

È evidente che lo stesso meccanismo premiale, ideato per finanziare l’intero intervento funzionerebbe nella stessa identica maniera anche con un progetto di generale risanamento.

Questo approccio, che definirei semplicemente “pragmatico” non fa ovviamente il gioco né degli obbiettivi mediatici dell’amministrazione, né di quelli ideologici del gruppo di progettisti che sostengono l’intervento. Entrambi hanno interesse a creare l’evento di rottura.

Alemanno deve giungere alle prossime elezioni con qualcosa di forte nel suo percorso amministrativo; qualcosa che rompa (anche metaforicamente) rispetto alle precedenti gestioni. Per questo non può aspettare i tempi biblici delle nostre burocrazie ne può contare sul proseguimento di programmi urbani ereditati.

Similmente il gruppo dei sostenitori di Krier sembrerebbe avere altrettanto bisogno di demolire il passato e l’ideologia culturale che non condividono (un po’ come i Buddha giganti abbattuti dal regime talebano), spesso sostenendo le loro tesi con presupposti sbagliati. Ne è un esempio l’idea che Roma sia infestata di stecche e torri brutaliste e che questo si la vera causa del degrado cittadino, sottacendo invece l’abusivismo imperante e incontrollato che ci ritroviamo.

Sempre Paolo Berdini ha evidenziato l’inconsistenza dell’assunto imperante che pretende di associare l’ideologia comunista alla realizzazione di Tor Bella Monaca.

È evidente infatti che se fosse possibile “restaurare” gli edifici esistenti senza abbatterli (magari con costi inferiori a quelli di demolizione e ricostruzione), probabilmente a crollare sarebbe l’intero costrutto logico del programma, e lo stesso premio di cubatura potrebbe essere impiegato per realizzare le stesse infrastrutture comunque previste dal programma di Krier. Questo però è evidentemente un pericolo per entrambi, potenzialmente c’è il rischio che si dimostri con i fatti che il vero problema sta nella gestione della città e nella attenzione ai cittadini.

Insomma sulla fattibilità finanziaria occorre approfondire un po’ la questione, ma evidentemente è preferibile non anticipare troppe analisi che potrebbero rivelarsi poco dei sostegno all’idea di base.

Quinto paradosso:

l’incarico all’architetto.

Si dice che l’architetto Krier abbia redatto il progetto generale gratuitamente. In questa maniera Alemanno giustifica il coinvolgimento diretto dell’architetto senza procedure di selezione per cosi dire, “pubbliche”. Delle due l’una o c’è materia per violazione del codice deontologico, oppure non è vero quanto è stato raccontato e allora c’è materia per la violazione delle norme sui lavori pubblici. Tanto per par condicio si tratterebbe di una pratica inaccettabile anche per selezioni di architetti più affini.

In ogni caso questa scelta riflette l’atteggiamento di chi pretende di far passare l’intera iniziativa come priva di impatto economico spianando la strada a operazioni in cui il progetto viene “offerto” dalle imprese esecutrici; con risultati che tutti potrebbero facilmente immaginare.

In questo la giunta Alemanno non sembra avere agito con particolare innovazione rispetto alle amministrazioni di tutti i colori che si susseguono in Italia.

Per i nostri politici la progettazione ha sempre un valore pari a zero!

Conclusioni

In un colpo solo:

si regala alla speculazione edilizia una delle poche aree tuttora sottratte alla rendita finanziaria; sottacendo il fatto che la cronica mancanza di fondi è ora aggravata dall’abolizione indiscriminata dell’ICI;

si snobbano le istanze dal basso degli abitanti, che vengono equiparati alla stregua di minus habens incapaci di intendere e volere;

si impedisce alla città pianificata di dimostrare fino in fondo le proprie potenzialità, attraverso una seria azione di recupero non distruttiva;

si mascherano i reali problemi della città (l’incapacità di governare e gestire il territorio con efficienza ed efficacia) proponendo modelli di vita, stili e ideologie tradizionalistiche come portatori di per se stessi di maggiore qualità urbana senza che questo sia confermabile o dimostrabile da una analisi oggettiva.

Si reitera il concetto che l’amministrazione pubblica non è in grado di gestire la città

Si pretende di attribuire (con false premesse) ad una certa scuola di pensiero architettonico la capacità di generare un miglioramento urbano.

Controproposte.

pubblicazione aperta e trasparente di tutti i progetti ed as built dei fabbricati esistenti compresi tutti gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria fin qui effettuati.

avvio di un processo di analisi pubblica e condivisa del reale stato di conservazione degli immobili

avvio di un processo di raccolta pubblico e condiviso delle istanze dal basso e delle esigenze di vivibilità espresse dagli abitanti del quartiere (cominciare a trattare i cittadini come esseri capaci di intendere e volere, attribuendo loro il ruolo e la responsabilità di veri stakeholder della città)

costituzione di un consorzio (o altro soggetto giuridico) misto paritetico dove siano equamente rappresentate sia le istituzioni che cittadini residenti;

conferimento al consorzio dei diritti di proprietà immobiliare (comprese le aree urbane e le zone verdi);

attribuzione al consorzio dei diritti legati al “premio di cubatura”, con facoltà di gestirne i benefici finanziari per sostenere i costi di recupero e gestione del quartiere;

mantenimento del potere di veto e di sussidiarietà da parte del Comune per preservare l’intera comunità romana da abusi e deviazioni;

gestione pubblica, condivisa e trasparente della fase di progettazione e selezione dei progetto, dei progettisti e delle imprese esecutrici (con vincolo di separazione tra progettisti e imprese edili);

vincolo di mantenimento di una consistente quota di proprietà anche rispetto alle nuove cubature in maniera da conferire al consorzio la possibilità di un sostegno economico permanente necessario per garantire la gestione ordinaria del futuro complesso.

Solo a questo punto diventerà lecito parlare di demolizione, ristrutturazione, recupero, stile tradizionale, moderno o contemporaneo, borghi, sobborghi o megalopoli ipermoderne, con la consapevolezza che si tratterebbe di città volute pensate e progettate nell’interesse dei cittadini che le abitano e le vivono.

Demolire le torri di Tor Bella Monaca? Ragioniamo.

Alcune proposte per una nuova urbanistica a Roma.

Dopo anni in cui le passate giunte capitoline proponevano per la città solo grandi interventi puntuali di grande risonanza e limitavano la riflessione architettonica alla città storica (lasciando campo libero in periferia alla lobby dei costruttori), la nuova giunta Alemanno si lancia in proposte per la periferia.

Tralasciando le prime proposte di sapore elettorale (la possibilità di costruire case popolari in terreni agricoli, di dimensioni limitate, ad una distanza massima da infrastrutture di trasporto su ferro, in deroga al piano) le prime idee arrivarono in occasione del workshop internazionale di architettura e urbanistica del 09/04/2010 all’auditorium: si crescerà “in verticale” nelle nuove periferie, per non consumare più l’agro romano.

Egli dichiarò: «fino a che punto si può arrivare con la densificazione? come si può conciliare la verticalità, i grattacieli, in periferia e soprattutto con la tutela dell’ambiente?» e inoltre: «Ci sono troppi centri commerciali, siamo arrivati oltre il limite. Quindi nei cambi di destinazione d’uso per il piano casa azzereremo tutte le cubature che riguardano queste strutture».

Queste dichiarazioni perciò possiamo considerarle come il punto di partenza della politica urbanistica della nuova giunta capitolina.

Ora nell’inconsueto periodo agostano, il sindaco propone la demolizione delle torri di Tor Bella Monaca, causa principale, a sua detta, del degrado del quartiere.

A questa prima dichiarazione risponde il gotha dell’architettura romana: gli architetti Portoghesi Fuksas e Cesare Valle jr con posizioni differenti tra loro, propongono l’abbattimento delle torri (per Fuksas in modo più puntuale insieme a integrazioni), mentre secondo Renato Nicolini un quartiere si può recuperare costruendo e non demolendo.

Purtroppo, seguendo una pessima tradizione degli ultimi vent’anni di politica, in una successiva dichiarazione il sindaco Alemanno ci fa capire che era una boutade e la butta in caciara. In agosto ai politici è permesso di dire tutto e il contrario di tutto.

Dovremo aspettare ottobre, pare, per vedere delle proposte concrete.

In tutti i casi il sindaco è da ringraziare per almeno due motivi: pone l’architettura e l’urbanistica al centro dell’attenzione e offre spunto per una riflessione sullo sviluppo della città e del territorio.

A differenza dell’acredine di Teodoro Bontempo per Corviale, che sembra più di origine ideologica, l’esternazione di Alemanno su Tor Bella Monaca, sembra più pragmatica, anche se non è sostenuta da un pensiero sistematico.

Quando parla (seriamente) dice cose vere: la politica dei suoli in Italia è fallita: l’esproprio dei terreni (per l’edilizia popolare) costa troppo; ci sono dei quartieri 167 (popolari) che sono delle vere cisti urbane. Per non parlare dello stato di molti di questi edifici che, frutto della prefabbricazione spinta (e della mancata manutenzione) cascano a pezzi.

Alle dichiarazioni frettolose dei notabili vorremmo aggiungere un nostra un poco più articolata.

Partiamo dalla definizione di quartiere-ghetto. E’ vero. Quartieri come Tor Bella Monaca, Corviale, Laurentino 38 sono un ghetto. Lo sono perché sono stati costruiti come un ghetto e perché sono stati popolati come un ghetto.

Se si costruisce un quartiere senza l’idea di mescolare classi sociali, funzioni residenziali e servizi, senza collegarlo decentemente al resto della città, si crea un ghetto.

Abbiamo perciò individuato una priorità sociale per una eventuale linea di azione della giunta comunale.

Inoltre, partendo dall’indiscutibilità del degrado dei suddetti edifici, aggiungiamo che, quando non siano fatiscenti (Corviale), questi non corrispondono più ai criteri di efficienza energetica richiesta attualmente. Ecco una seconda priorità.

Un terzo spunto importante riguarda l’utilizzo dei premi di cubatura ai costruttori. Alemanno dichiara: “puntiamo ad edificare le aree circostanti con premi di cubatura da dare ai costruttori, quindi senza esborsi per l’amministrazione comunale.”

E’ vero che il premio di cubatura è una leva importantissima (e forse l’unica nel panorama attuale), ma attenzione a come la si usa. Vogliamo soffermarci un attimo sui quartieri di recentissima costruzione: Ponte di Nona, Bufalotta, ecc. Questi “gioielli” sono esclusivamente opera dei grandi costruttori/speculatori romani, nel senso che sono stati costruiti nella totale assenza di pianificazione da parte dell’amministrazione comunale, in deroga o nelle falle dell’appena approvato PRG, viatico per il nuovo Sacco di Roma.

( vedi il link della trasmissione Report )

Non sono composti da case popolari, ci abitano tutti quelli che non si possono permettere case più centrali (in massima parte famiglie giovani). Ma vivono bene lì? Sono ben serviti?

(si veda l’inchiesta di Amate l’Architettura su You Tube:  parte 1 parte 2 )

Paradossalmente questi quartieri sono ancora più privi di servizi di Tor Bella Monaca e degli altri ghetti. L’unica differenza che non li fa connotare come ghetti è di tipo sociale.

Ponte di Nona e simili sono abitati dalla piccola borghesia e dai lavoratori non proletari (ci si perdoni questa distinzione un po’ manichea) mentre, come sappiamo, gli altri addensano classi sociali disagiate.

Proporre, come fa Alemanno, lo “spostamento” degli abitanti delle torri in case nuove limitrofe non crediamo possa risolvere i problemi del quartiere. Come anche fornire finalmente di decoro e servizi il quartiere (ma anche semplicemente manutenerlo), come propone l’urbanista Pier Paolo Balbo, può migliorare la situazione ma non risolverla. Neanche dare iniezioni di cultura come sostiene Asor Rosa risolve. Aiuta, semmai.

A Tor Bella Monaca, con grandi difficoltà, opera da anni un teatro e coraggiose compagnie. Ma il degrado resta.

Ecco allora il nostro piccolo contributo al dibattito con alcune proposte schematiche:

1) Priorità sociale: mescolare le classi sociali in tutta la città. Utilizzare strumenti come i premi di cubatura e altro per dotare il Comune di un consistente patrimonio edilizio anche in zone centrali e semicentrali come si fa nel Comune di Parigi. Queste case potrebbero essere affittate non solo a persone disagiate ma a qualsiasi tipo di lavoratore, giovani soprattutto, che lavorino nelle zone centrali con canoni proporzionati al reddito. In caso ci sia ancora del patrimonio pubblico che non sia stato dismesso, questo dovrebbe essere preservato.

2) Priorità energetica/manutentiva: monitorare il patrimonio di edilizia pubblica e valutare la convenienza della demolizione/ricostruzione o del restauro e dell’adeguamento. La convenienza dell’operazione sarà nella maggiore economicità della gestione negli anni a venire. Si può pensare anche di fare una convenzione con società private a fronte di concessioni ventennali o trentennali.

3) Affrontare finalmente il problema del controllo delle graduatorie e della regolarità degli occupanti delle case popolari. Questa è l’unica azione politica forte che nessuna giunta ha avuto il coraggio di fare.

4) Approntare dei nuovi piani di densificazione dei quartieri periferici (non solo i 167), con il contributo eventuale delle associazioni di quartiere e dei privati e la regìa di urbanisti assoldati dalla pubblica amministrazione.

5) Sia per i nuovi quartieri che per la densificazione degli esistenti le risorse ricavate devono prioritariamente andare a servizi di trasporto su ferro. Anzi le nuove edificazioni devono essere subordinate ad una realizzazione delle infrastrutture.

6) Riprendendo la proposta del Presidente della Provincia Zingaretti è necessario creare un coordinamento tra Comune, Provincia e Regione per le espansioni edilizie nella logica della città metropolitana. L’espansione incontrollata delle città satelliti dell’hinterland romano non può pesare e mettere in ginocchio, come avviene ora, la viabilità della capitale.

Dai punti che abbiamo elencato si evince come sia da giocare una partita tutta politica nel senso alto del termine. Politici che abbiano il coraggio di mettersi a tavolino e confrontarsi con altre giunte o poteri, anche di altro schieramento politico, per mettere in atto delle vere strategie i gestione del territorio darebbero finalmente un segnale di rinnovamento che Roma (ma il criterio è applicabile anche ad altre metropoli) attende da decenni.

C’è un elettorato numeroso, tra cui il sottoscritto, che è pronto ad appoggiare chi riesce a non prostituirsi ai nuovi “re di Roma”, come li definì la Gabanelli e che è lo stesso che ha affondato la vecchia giunta.