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Il segno del terremoto – Memorie – Dialogo con Anna Marzoli

4 febbraio 2018

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Intervistiamo l’arch. Anna Marzoli, appartenente, da sempre, alla co-munità di Castelsantangelo sul Nera.
“Ci troviamo sulle pendici del Monte Cardosa”, ci racconta visibilmente commossa, “che collega la parte di Norcia, Visso e Castelsantangelo. La faglia si trova sul Monte Vettore, il rilievo montuoso più alto del massiccio dei Monti Sibillini, situato al confine tra Umbria e Marche. Castelsantangelo sul Nera è il Comune nell’epicentro del sisma più danneggiato del Cratere, insieme a Ussita ed a Visso. Secondo i rilievi eseguiti, il 95% delle case è inagibile e vi è un’altissima percentuale di crolli totali e danni so-stanziali. Le case si sono polverizzate e dalle demolizioni non si può recuperare assolutamente nulla. L’amministrazione comunale sta avviando le messe in sicurezza delle strade per eliminare le situazioni di pericolo imminente, che sono dovute sia ai crolli per le continue scosse sia alle piogge. L’unico rumore che si sente da mesi il rumore dei cingoli”.
I primi containers si incontrano nella Piazza del Mercato, Piazzale Piccinini. Sono stati sede del Comune, chi vi lavorava ha operato, da Ottobre fino a Luglio 2017 in condizioni di disagio totale, freddo, gelo, caldo, pioggia.
Ed è qui che Anna ci racconta dei moduli doccia per i residenti accanto alla scrivania del Sindaco e a pochi altri funzionari del Comune.
Ci informa, inoltre, che, attualmente, sono aumentate le coppie di anziani tornate ai loro paesi di origine terminata la disponibilità di accoglienza degli alberghi sulla costa, sopraggiunta la stagione turistica.
Nel momento in cui dovevano riprendere una nuova abitazione hanno preferito farsi questi mesi estivi in roulotte perché ancora in attesa delle casette provvisorie.
La messa in opera dell’area Sae di Castelsantangelo sul Nera ha avuto numerosi problemi. All’inizio non era situata in questo luogo ma in un altro, successivamente ha subìto vari spostamenti ed ad oggi non è stata ancora completata.
La consegna è prevista a fine anno. Tra i residenti ci sono due architetti, proprietari del B&B Fonte dell’Angelo, che era un’antica dimora di fine ‘700 in parte crollata perché la struttura è implosa.
Da dentro si vede la parete interna con le macerie che arrivano fino alle finestre. Loro hanno scelto di rimanere, costruendosi da soli moduli abitativi per la loro vita privata, per lo studio, per l’operaio che li aiuta, rinunciando così alla SAE. Qui, ancora più che a Visso, la situazione di pietre non squadrate, arrotondate senza nessun legante, era ancora più diffusa.
Questo Comune aveva circa trecento abitanti anche se il fatto della presenza degli stabilimenti, quale ad esempio quello di Nerea, faceva sì che ci fosse una buona percentuale di giovani.
Durante la scossa del 30 Ottobre 2016 non vi era quasi nessuno, a differenza del 26 ottobre in cui c’erano tutti, radunati nel piazzale sottostante, ex sede del Comune.
Castelsantangelo sul Nera conta varie frazioni sui Monti, tra cui Gualdo, Vallinfante, Nocelleto, Rapegna, Nocria , Macchie, Spina di Gualdo. Tutti paesini minuscoli, piccoli borghi quasi disabitati; a Macchie viveva solo una coppia di anziani;a Gualdo una trentina di persone.
La maggior parte abitava a Castelsantangelo. La norcineria Alto Nera, altra attività economica di Castelsantangelo, con negozio verso la strada e le abitazioni ai piani superiori e dietro i laboratori, si è trasferita a Osimo e sta attendendo di ritornare in paese, perché la lavorazione della carne al mare non dà lo stesso standard qualitativo.
Le attività commerciali ,che torneranno nel piazzale a valle del Comune, saranno l’albergo Dal Navigante, situato nella frazione di Nocelleto, i due Bar che erano all’entrata del centro e la Norcineria Alto Nera. La deloca
lizzazione delle attività commerciali fa sì che questo sia un caso in cui il tessuto insediativo debba essere ripensato e ridisegnato, nonostante il tessuto urbanistico, composto da strade e volumi, sia ancora visibile. Attualmente le proposte di delocalizzazione sono al vaglio attraverso l’accettazione del Piano Attuativo.
La speranza resta quella di non ripetere gli errori del 1997, in cui le case ristrutturate, dove sono ancora visibili le piastre, si sono completamente sbriciolate nonostante si presumesse fossero state state messe in opera in maniera antisismica.

 

Foto di Monja Zoppi

 

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Il segno del terremoto – Introduzione

3 febbraio 2018

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Ci sono tanti modi per approcciarsi ad un viaggio, viaggio che non è solo sinonimo di partenza, spostamento ed arrivo.
Il viaggio è anche un percorso fatto di passi, suoni, profumi, sensazioni, impressioni.
Impressioni di una gior-nata estiva, iniziata all’alba.
Si parte in macchina da Roma verso alcune delle zone terremotate delle Marche, nello specifico Castelsantangelo sul Nera.

Il tempo è variabile, perfettamente in linea con la mutevolezza delle sensazioni che si hanno nell’ascoltare la voce narrante della memoria, Anna Marzoli, architetta di professione ed appartenente, da sempre, alla comunità che stiamo per incontrare.
“La nostra è un’Architettura molto povera”, ci racconta, “la cosa più importante, ora, non è la ricostruzione ma la ripopolazione.
Vi sono persone disperse. Siamo cresciuti con i terremoti, ma nessuno di noi ne rammenta uno così forte”
Disorientamento.
Forse è questo il sentimento più forte che si respira sentendo parlare Anna; ed è lo stesso che si prova entrando nella Zona Rossa di Visso, presidiata dall’esercito, lo stesso che trasuda dalle parole delle persone che incontriamo lungo il nostro cammino; persone che hanno deciso di rimanere e di rinunciare alla possibilità di essere trasferite lungo la costa Adriatica.

Questi sono piccoli Borghi, piccole realtà sovrastate dalla presenza, tanto protettiva quanto imponente, dei Monti Sibillini che li circondano.
“Queste sono persone di montagna”, dice Anna, “e chi nasce e vive nella montagna, non la abbandona” Eppure questi luoghi sono abbandonati, quasi totalmente.
E’ un deserto di macerie, di crolli, di oggetti rimasti bloccati in un contesto che non esiste più, che non ha più forma.
La natura sembra essere l’unica compagna: il rumore dell’acqua, il canto degli uccelli, il vento, i chiaroscuri delle nuvole che si infrangono sui tagli dei muri crollati.
Allora ti fermi.
Ti fermi a pensare che se la natura non cessa di vivere e di essere presente è perché sta parlando e sta dicendo che la vita di questi centri deve tornare al suo splendore. Deve per tante ragioni.
In primo luogo per chi è rimasto a difesa del territorio e per lottare.
“E’ troppo facile andare via”, dice un ragazzo del luogo, “che ci si mette! Basterebbe così poco.
Ma posso farlo? Posso abbandonare le persone che ancora vivono qui? Che hanno deciso di non andare via? No. Io non me la sento.”
Mi chiedo da cosa nasca la spinta così forte che anima queste parole.
Mi chiedo che nome abbia questo sentimento così assoluto che non lascia spazio a niente altro.
E’ senza dubbio la dignità di persone che vivono da un anno dentro una roulotte, che condividono tutto: il cibo, la quotidianità e la loro vita da quel 24 agosto 2016, giorno della prima scossa.
Paradossalmente giorno oggetto di ringraziamento perché ha permesso una prima evacuazione dai centri urbani e ha fatto sì che il 30 ottobre, alle ore 7.30 del mattino, le mura che sono definitivamente crollate, non abbiano travolto persone al loro interno.
“Qui non ci sono stati morti”, dice Andrea, un volontario che da un anno fa avanti e indietro da Roma per portare viveri e necessità di primo soccorso agli abitanti rimasti, “Nelle altre zone del cratere si piangono i morti, qui fanno paura i vivi”
“Perché?”, chiedo io, “Perché i vivi hanno voce ed hanno delle richieste ben specifiche da fare”, risponde immediatamente lui.
I vivi hanno voce.
E’ vero. Indiscutibile.
Di primo acchito non riesco a capire perché la voce dei vivi sia “scomoda” ma bastano poche altre parole e tutto diventa più chiaro, comincia ad avere un senso.
Il disorientamento che, nel frattempo, non ha smesso di accompagnarci, alla base di tutti i discorsi che ascolto, non è altro che il frutto del disorientamento delle istituzioni.
Non si sa ancora nulla in merito a cosa accadrà in futuro.
“Qualsiasi progetto si deciderà di fare, dovrà rientrare in un Piano di Recupero, come è accaduto per il terremoto del 1997 ”, ci racconta Anna, “tuttavia mancano ancora le perimetrazioni del cratere e forse ci vorranno almeno tre anni perché si possa parlare di un qualsiasi tipo di intervento”.
Quindi, un Piano di Recupero, ma non è sicuro. Deciso e volto a cosa? Non si sa. Ci saranno demolizioni e successive ricostruzioni? Non è dato saperlo.
Ma almeno si sa se verranno stanziati dei soldi? Probabile. Vengo a sapere che una parte del finanziamento è già arrivata.
Per far fronte a cosa nello specifico? Per gli alloggi temporanei.
Temporanei.
Altro termine che suscita disorientamento ed, allo stesso tempo, paura che sia tutt’altro che temporaneo.
L’unico appiglio che ho per non cadere anche io nel disorientamento più totale, sono le parole delle persone che intervisto.
Parole che hanno la stessa forza della voce della Natura che tiene ancora vivi questi luoghi.
Parole che anelano alla vita. Parole di dignità, di etica, di forte dolore ma anche di tanta speranza.
Loro sono il loro stesso punto fermo, il cardine da cui si potrà muovere tutto. Le parole dei vivi.

Grazie a tutti voi vivi. Grazie ad Anna, Fabio, Gianfranco, Renato, Marino, Andrea, Angelo e a tutte le persone vive di cui non conosco il nome ma che sono parte attiva della comunità.

Foto di Monja Zoppi

UNA ALTRA OCCASIONE PERSA …….ALMENO IL SILENZIO!!! TERREMOTO E TECNICI.

5 settembre 2016

Stupisce vedere quell’orrore provocato dalla forza della natura, Stupisce e lascia (o dovrebbe lasciare) senza parole l’odore del sangue, l’immagine della morte, che questo terremoto ha lasciato dietro di sè.
Amo l’Italia ma non mi sento partecipe delle “idiozie”  che a volte e per fortuna solo “alcuni” italiani si scatenano a dire in caso di eventi del genere.
Mi sento innanzitutto chiamata in causa come “cittadina”.
La mia massima solidarieta’ alle popolazioni colpite, per gli affetti strappati, per ferite che cicatrizzeranno, ma saranno sempre vive.

Amatrice, Basilica di San Francesco - Immagine tratta da artibune.com

Amatrice, Basilica di San Francesco – Immagine tratta da www.artibune.com

Mi metto a disposizione, come persona, e come faccio sempre con chiunque ne abbia bisogno, per poter aiutare, ma con la stessa coscienza con cui mi rendo disponibile capisco che la priorita’ in questi casi è recuperare quante piu’ persone, VIVE e l’Italia, vuoi per le grandi competenze e professionalita’, vuoi per il grande senso di solidarieta’, negli anni ha messo a punto una grande ed efficiente macchina del pronto intervento e soccorso.Questo mi rende fiera di essere Italiana.
Dopo la prima fase di soccorsi, quando ahime’ si contano le vittime, sono coinvolta come tecnico libero professionista.
E qui la cosa si complica.
Si complica perche’, nell’immediato, con internet, con tutti imezzi di comunicazione esistenti, con i social, ognuno si sente autorizzato a parlare, complice anche la informazione spicciola operata da alcuni cronisti, e dico alcuni, perche’ altri con grande professionalita’ rispettano le persone e svolgono in modo ineccepibile il loro lavoro.
Ho assistito ad affermazioni di sicuro ad effetto, che fanno leva sui sentimenti ed emozioni della gente, la giornalista che si china sulle macerie della scuola di #Amatrice e raccoglie il polistirolo, materiale chiaramente non resistente….
Bene, quel materiale è un isolante non certo parte della struttura portante, oppure il cronista  che di fronte ad altre macerie fa notare la trave del tetto ( in cemento armato) integra e comincia a disquisire sui pesi del tetto e la capacita’ delle murature  insinuando gravi responsabilita’ sostenendo che la polizia scientifica aveva gia’ effettuato sopralluogo e tratto rilievo fotografico.
Ebbene vorrei dire che prima di mandare alla gogna la gente, bisognerebbe farsi un esame di coscienza, magari quei tecnici, le verifiche imposte dalla legge vigente al momento della realizzazione del tetto , le hanno fatte e RISPETTATE TUTTE, NON DIMENTICATE CHE LE NORME TECNICHE PER LE COSTRUZIONI IN ZONE SISMICHE  è DEL 2008 e la classizicazione del 1975 era soltanto in due zone,  ma non voglio entrare nello specifico, voglio solamente sostenere che i tecnici avranno operato secondo quanto era prescritto al momento dell’intervento…..

http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/leg_rischio_sismico.wp

ma questo non serve a placare gli animi, prima tutti allenatori di calcio, ora tutti tecnici esperti in sismologia, scienza delle costruzioni, tecniche costruttive nonche’ giustizialisti, hanno gia’ trovato i colpevoli.

Vorrei portare all’attenzione di chi legge alcune cose che sono passate in sordina:

1- a differenza di tanti altri paesi al mondo, abbiamo un patrimonio edilizio “vecchio”.
Esso fa parte di quel patrimonio storico culturale che deriva dall’esistenza di borghi medievali, centri storici di altri secoli                (abbiamo una ricca storia, quindi del 500 piuttosto che 600, 700 o 800).
e’ quel patrimonio che tanto ci rende fieri di essere italiani, che alimenta il turismo ma che forse non abbiamo saputo tenere in opportuno conto.
Con questo voglio dire che in Italia non esiste la cultura della manutenzione,in nessun campo.
Anche gli edifici hanno una loro storia e se non sono tenuti in buono stato di efficienza  vengono pregiudicate le risposte che ad esso erano state attribuite.

Riporto di seguito quanto scritto in altra sede dal collega arch. Matteo Capuani con il quale ho condiviso molte battaglie per i professionistii:

“……vorrei ricordare che proprio la regione lazio nel lontano 2002 aveva adottato attraverso legge regionale il cosiddetto “fascicolo fabbricato” (di cui oggi tutti si riempiono la bocca sgranato gli occhi)…..il “fascicolo fabbricato” della regione Lazio veniva però cassato nello stesso 2002 dai giudici del consiglio di stato con ordinanza 2714/02…quella legge regionale fortemente voluta dai professionisti all’epoca è stata avversata come se fosse un business di categoria e non un interesse dei cittadini…..ricordo sempre per chi non c’era che tutte le categorie tecniche avevano concordato delle prestazioni calmierate per il fascicolo fabbricato cosicché l’operazione costasse ai cittadini solo qualche centinaio di euro…..non migliaia….
…ora io vorrei invitare tutti a riflettere su questa cosa e cercare di capire come mai nel nostro paese iniziative del genere vengono solo invocate in TV è mai perseguite veramente…e come è facile cercare sempre la strada del giustizialismo senza assumersi il ruolo di cambiare le cose anche magari provando a intaccare qualche potente lobby che non sono certamente i professionisti italiani…e finalmente pensare un po al futuro del nostro malandato paese…
..e se nel 2002 il fascicolo fabbricato non fosse stato cassato…forse dico orse oggi non staremmo piangendo i morti di questo ultimo sisma.”

Mi sento di condividere anche le virgole di quanto scrive Matteo, poiche’ conosco la storia di questa altra battaglia , che ora è opportuno divulgare.
Ora tutti , mossi da motivazioni varie, di nuovo si riempiono la bocca con questo fascicolo del fabbricato, ma in verita’ noi architetti ci avevamo lavorato gia’ dal 2001……probabilmente non si era pronti…….

2- viviamo in un paese ipocrita, dove molti parlano di resistenza delle strutture, tecnici incompetenti, senza ricordare che, dal 1985 al 2004 abbiamo avuto 3 condoni edilizi per legittimare gli illeciti…..e magari coloro i quali parlano sono proprio quelli, che , in barba a tutte le leggi, ancora si sentono dire, ma si facciamolo questo ampliamento, tanto poi esce il condono e se non uscisse, ma chi ti dice nulla?

Mappa della classificazione sismica - tratta da http://www.protezionecivile.gov.it

Mappa della classificazione sismica – tratta da www.protezionecivile.gov.it

Le vere responsabilita’ dei tecnici sono da additare al fatto che non riescono ad essere corporativi e a far sentire forte la loro voce…..
questo oggi io vorrei dire al #Premier #MatteoRenzi

Gli Scienziati al servizio della politica, una sentenza non solo giusta ma dovuta

7 novembre 2012

Sei anni di reclusione, interdizione perpetua dai Pubblici Uffici e risarcimento alle parti civili per tutti gli imputati. E’ questa la condanna inflitta dal Giudice unico Marco Billi ai componenti della Commissione Grandi Rischi (Mauro Dolce,  Franco Barberi, Bernardo De Bernardinis, Enzo Boschi, Gian Michele Calvi e Claudio Eva), in carica nel 2009, che avrebbero rassicurato gli Aquilani circa l’improbabilità di una forte scossa sismica che invece si verificò alle 3.32 del 6 Aprile 2009.

Alla sentenza di condanna del 22 Ottobre ha fatto seguito una notevole campagna di disinformazione, da parte dei mass media nostrani, volta a delegittimare una sentenza non solo giusta ma dovuta.

Cosa è successo il 22 Ottobre a L’Aquila?

Un giudice, ha applicato, in nome dello Stato Italiano, la Legge.

La sentenza di condanna riguarda l’irresponsabilità di chi, piegando la Scienza ad esigenze politiche, ha portato la popolazione de L’Aquila a ridurre il normale livello di guardia, portandola a non seguire l’istinto primordiale di uscire dalle case e portarsi in luoghi sicuri (luoghi che, peraltro, nessuno aveva ritenuto opportuno individuare ed indicare). Durante le udienze dibattimentali, i familiari e amici di vittime, chiamati a testimoniare, hanno indicato il repentino cambio di atteggiamento dei loro congiunti, prima spaventati dalle scosse, poi, dal 31 marzo, rassicurate da quanto emerso dalla riunione della C.G.R., le vittime hanno cambiato abitudini.

Una corretta analisi dei rischi e una corretta informazione (il Comune de L’Aquila non era dotato del prescritto piano d’emergenza) avrebbero potuto e dovuto suggerire una consapevolezza e una preparazione all’eventuale emergenza. Una corretta analisi dei rischi e una corretta informazione avrebbero potuto e dovuto suggerire misure di prevenzione a livello individuale.

Informazioni che non sono state diffuse, neanche nei giorni successivi al 31 Marzo. Nonostante i membri della C.G.R. fossero a conoscenza dei potenziali rischi per i cittadini di tutto questo non vi è traccia né nel verbale della Commissione Grandi Rischi, nelle comunicazioni ai rappresentanti delle amministrazioni locali e agli organi di informazione, nelle sommarie informazioni rese dai testimoni presenti riunione.

Nonostante quanto a loro conoscenza membri della C.G.R. Hanno rilasciato, prima della riunione della Commissione, delle dichiarazioni che lasciano, quanto meno perplessi.

Come non si è parlato del rischio correlato agli edifici aquilani. Rischio evidenziato da uno studio, del 1999: “Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia”. Studio, sconosciuto ai più, a cui collaborarono anche alcuni degli imputati Barberi, Eva e Dolce.

Il verbale redatto dalla Commissione Grandi Rischi, evidenziava che da vari mesi era in atto una fenomenologia sismica che non esisteva negli anni precedenti e che non era possibile fare previsioni circa l’evoluzione del fenomeno sismico nell’aquilano. In pratica, in base alle conoscenze scientifiche internazionali non si poteva prevedere se poteva verificarsi o non poteva verificarsi un forte sisma. Elemento significativo è rappresentato dalla conoscenza che i sismi di bassa magnitudo fino ad allora verificatisi avevano già causato dei danni e che questi andavano accertati. Il Prof. Dolce aveva evidenziato la vulnerabilità di parti fragili non strutturali e rilevava che era importante, nei successivi rilievi agli edifici scolastici, verificare la presenza di tali elementi quali controsoffittature, camini, cornicioni in condizioni precarie. In pratica il Prof. Dolce riconosceva che vi erano già problemi agli edifici causati dalle scosse di bassa magnitudo fino ad allora registrate ed evidenziava l’importanza di effettuare rilievi agli edifici scolastici. Altro elemento importante evidenziato nel verbale è connesso ai significativi valori dell’accelerazione connessa ai sismi di bassa magnitudo che già superava il valore previsto dai calcoli strutturali per la media sismicità. Agli esperti della commissione era noto che la classificazione sismica de L’Aquila in media sismicità era inadeguata in quanto il territorio era già stato area epicentrale di sismi disastrosi. Rispetto a questi elementi il verbale ha una conclusione non logicamente conseguente e connessa alle conoscenze scientifiche ma di carattere meramente politico, nel verbale, infatti, si da per certo che non si verificheranno forti terremoti, l’attenzione era posta esclusivamente sull’impatto (entità del danneggiamento) che sismi del tipo fino ad allora verificatisi, cioè di bassa magnitudo, possono avere sui manufatti.

Le conclusioni della Commissione furono “non ci sarà un forte terremoto”.

Il processo perciò è stato incentrato su un’accusa molto solida e completamente diversa dalla versione distorta fornita dalla stampa nostrana. Secondo i Sostituti Procuratore Roberta D’Avolio e Fabio Picuti, la Commissione Grandi Rischi, in realtà, non ha esaminato i rischi possibili che ci sarebbero stati nel caso di future scosse. Nonostante avessero documenti ad hoc per verificare.

I Tecnici, Geologi, Architetti, Ingegneri, ognuno per il proprio ambito professionale, hanno un preciso dovere etico, rispondere secondo scienza e coscienza del proprio operato. Mai e poi mai la Scienza, i Tecnici, devono piegare l’Etica professionale a esigenze meramente politiche, come è stato fatto il 31/03/2009, in occasione della riunione della C.G.R. L’Etica impone, a maggior ragione in presenza di situazioni di possibile rischio, di fornire tutte le indicazioni e le informazioni necessarie a preservare la vita. Non è ammissibile che la scienza e la tecnica, per assecondare esigenze di carattere meramente politico, forniscano risposte nebulose e contradditorie, se non addirittura addomesticate, ad esigenze che con la scienza e la tecnica non hanno niente a che fare.

Da quanto esposto possiamo affermare che la sentenza emessa nei confronti della C.G.R. (Commissione Tecnico/Scientifica, non politica) non è una condanna della scienza ma una condanna al servilismo burocratico e politico di una Commissione che andò a L’Aquila, dimenticando i propri specifici compiti, solo ed unicamente per portare a termine “un’operazione mediatica, per tranquillizzare la popolazione.

PER APPROFONDIMENTI VAI AL LINK

Ripensare L’Aquila

17 gennaio 2010

In televisione scorrono le immagini delle macerie, tonnellate di pezzi di cemento, di enormi travi, dalle sezioni di un metro e mezzo della Casa dello Studente, vedo che i tondini sono in quantità esigua e di sezione sottilissima, dicono che sotto ci sono ancora cinque ragazzi o forse di più, ho un nodo nella gola, il dolore insieme alla rabbia per queste vite spezzate che guardavano al futuro; e ripenso a me, quando ero studente, ai sogni di ciò che avrei potuto fare una volta laureata, di ciò che avrei potuto creare, questi ragazzi avevano gli stessi sogni e credevano in un Italia migliore di quella che è oggi.

Adesso, è necessario ripartire, ricostruire, si, il più velocemente possibile per tutte le persone che non hanno più niente, per un territorio che deve vivere; ma è doveroso, non ripercorrere gli stessi errori, cercare di fare meglio, avere la forza e il coraggio di cambiare, di ricercare e sperimentare nuove tecnologie architettoniche.

Ripartire dalla conoscenza del proprio territorio, individuare le aree sicure, funzionali, in equilibrio con la natura ed il paesaggio, non rifare involucri, scatole dislocate casualmente.

Il patrimonio artistico architettonico di L’Aquila e dei paesi limitrofi è andato in gran parte distrutto, è bene iniziare a gestire questo patrimonio in modo diverso, ricostruirlo consolidandone le strutture, ma anche dandogli una funzionalità diversa.”

Così terminava il mio articolo “Cronaca di un terremoto annunciato”, scritto il giorno seguente al terremoto del 6 Aprile scorso, ed è proprio da qui che voglio ripartire facendo alcune considerazioni che possano aiutarci a riflettere sul “futuro di L’Aquila”.

Siamo arrivati a Novembre, il periodo dell’anno in cui da millenni, civiltà diverse, politeiste e monoteiste, laiche e religiose hanno da sempre ricordato i “morti”; allora oggi voglio ricordare 300 persone che sono morte nel terremoto del 6 Aprile 2009 a L’Aquila e 35 persone che sono morte nella frana di Messina il 1 Ottobre scorso. Quanti morti ci dovranno ancora essere perché i nostri governanti e gli Italiani acquisiscano la coscienza del rispetto dell’ambiente? Che vivere in un territorio non significa semplicemente occuparne un qualsiasi spazio fisico, ma convivere con esso e trarre una crescita e un arricchimento reciproco?

Non sono un abitante di L’Aquila e conosco questa bellissima Città da pochi anni; ogni qualvolta mi ci sono recata ho ammirato il suo intenso paesaggio caratterizzato dalle alte e imponenti montagne, innevate in inverno e boscose in estate, che la circondano ad anfiteatro e creano prospettive diverse.

Solitamente arrivo a L’Aquila dall’autostrada e, dopo alcune lunghe gallerie, dinanzi a me si apre una valle dalle profonde visuali ma nello stesso tempo raccolta, quasi protetta dal cielo e dalle montagne. Sotto, ai due lati della carreggiata, si dispiega un tessuto quasi fastidioso, disomogeneo, fatto di capannoni industriali, grossi centri commerciali mescolati ad appezzamenti di terreni agricoli e ad edifici residenziali: è la periferia di L’Aquila.

Una periferia frastagliata, nella quale non è possibile individuare un margine tra il costruito e la campagna, tra il così detto “centro abitato” e il territorio agricolo, il verde pubblico o privato che sia, necessario per la nostra sana evoluzione.

Certo questa caratteristica non è propria solo di L’Aquila ma purtroppo di gran parte del territorio delle città italiane. Si calcola che le costruzioni mangino circa 280.000 ettari di terreno sgombro, libero, verde all’anno.

Tutta la vallata è costruita, senza soluzione di continuità; edifici sparsi dalle tipologie e funzioni più varie arrivano, corrodendo la natura, fin quasi a metà del pendio delle montagne. Zone industriali e residenziali dei Comuni limitrofi si addossano l’una all’altra, seguendo le stesse vecchie vie di accessibilità e traffico.

Non esiste una destinazione d’uso precisa delle aree territoriali e tutte vengono costruite senza parametri architettonici, senza tecnologie e materiali appropriati per ogni tipologia geologica degli appezzamenti e senza una relazione corretta con l’ambiente storico – naturale.

Sui terreni alluvionali di valle che rispondono in generale negativamente alle scosse sismiche, poiché sono molto molli e trasmettono completamente l’energia cinetica agli edifici soprastanti, sono stati costruiti anche palazzi di più piani.

Come può rispondere un edificato di questo tipo ad eventuali scosse?

Come si può parlare di sicurezza e prevenzione quando sul territorio governano spesso politiche dettate da Piani Urbanistici che vengono modificati a seconda delle esigenze particolari di chi ha più peso economico e politico, esigenze di votanti, di costruttori, di industriali, di privati e di amici e parenti a cui vengono date concessioni edilizie anche su terreni inadatti ad essere costruiti?

Ricordo bene cosa illustravano tanti disegni dei bambini della scuola elementare Giovanni XXIII, quando nel Dicembre 2008 mi recai a fare delle giornate a spiegare che cosa è l’Architettura: c’era la città delle residenze, con i fiori e le piante, le pasticcerie, poi un ponte altissimo la divideva dalla città delle fabbriche, dell’industria, grigia e priva di servizi.

Poi ancora disegni di architetture con volumetrie fantasiose e non scatolari, dalle bucature irregolari, con pannelli solari, fotovoltaici, pale eoliche, immerse in parchi, giardini bellissimi, con enormi piscine, fontane, giochi.

Questi sono i desideri dei nostri bambini, espressione di una maggiore sensibilità verso l’ambiente, valori che dovremmo noi adulti recuperare, per vivere veramente in sintonia con la società e la natura. Che i bambini vedano meglio di noi?

Non esiste in Italia la coscienza di un governo del territorio inteso come insieme di componenti sociali, culturali, economiche, ma anche naturali, vegetali ed animali.

E’ mai possibile che in una porzione di Regione con la massima presenza di Parchi Naturali al mondo ci si permetta una gestione del territorio con scopi di tipo esclusivamente speculativo ed industriale?! Bisognerebbe invece sviluppare l’industria del turismo. Oggi, dalla seconda posizione in Europa, siamo retrocessi al settimo posto anche dopo la Germania che non ha certo la ricchezza storico-artistica e paesaggistica della nostra terra.

Gli abitanti di L’Aquila nel Medioevo avevano una piena coscienza di cosa significa abitare in sintonia questo territorio, infatti la parte antica della città ancora, dopo secoli, rimane il contesto urbano meglio inserito architettonicamente e funzionalmente di tutta l’urbanizzazione che si è sviluppata a venire.

Da qui anche il grande fascino e la bellezza del centro storico di L’Aquila, un edificato arroccato, tipico delle forme urbanistiche medioevali con piazze funzionali: quella destinata al mercato, quelle relative allo spazio religioso e quelle che esaltavano visualmente, dandone più prestigio, i palazzi signorili e borghesi; piazze e piazzette che purtroppo, già prima del terremoto, avevano perso la loro identità diventando degli ammassi di auto parcheggiate. Nello stesso tempo, il contesto medioevale si era relazionato con l’intorno ambientale e naturale della valle, attraverso scorci prospettici e belvederi. Ma ciò che appare istantaneamente al visitatore è il grande distacco urbanistico e architettonico tra il centro storico e la città subito prospiciente a questo, è come se il tessuto posteriore si fosse sviluppato senza chiare linee urbanistiche, disordinatamente o non fosse riuscito a trovare delle soluzioni appropriate per superare con più omogeneità la particolare morfologia del territorio.

Un centro storico quasi morto, tenuto in vita soprattutto dalla commercializzazione di tipo ormai globale, in parte dormitorio degli studenti universitari, ma nello stesso tempo abbandonato e modificato inopportunamente proprio per meglio ottemperare a queste funzioni. Una visione che grottescamente affascinava e nel contempo sconcertava, un reticolo di antichi vicoli penetrati dalla nebbia che in inverno si confondeva con le poche luci delle ormai rare botteghe di vecchi sarti o calzolai artigiani.

Si sentiva grande tristezza. Purtroppo oggi si continuano ad incentivare le zone industriali e i centri commerciali senza favorire vecchie arti e mestieri che anche in tempi di crisi tengono in vita i centri storici favorendo la convivenza residenziale, l’occupazione e il turismo.

L’aspetto positivo è che a differenza di città universitarie come Perugia che hanno perso completamente un carattere cittadino e sono state snaturate, divenendo del tutto a servizio degli studenti, L’Aquila aveva mantenuto un aspetto provinciale che l’aveva salvata dalla “globalizzazione dello studio” anche nel suo abbandono dell’antico.

Un’economia parzialmente basata sul supporto dei privati verso l’Università – fast food, bar, camere e appartamenti da affittare – e sull’industria, ma per niente o solo marginalmente sul turismo e sull’incentivazione della cultura ad alti livelli, invece attestata solo a livello locale. Mi avevano sempre colpito nel profondo i numerosi edifici di importanza storica, completamente chiusi e abbandonati, con i tetti e gli infissi rotti, dai quali era possibile intravedere soffitti altissimi probabilmente affrescati.

Bisognava avere il coraggio di chiudere tutto il centro storico di L’Aquila al traffico, si sarebbero dovuti creare dei parcheggi esterni con collegamenti continui di ascensori e funicolari. Solo le vie principali avrebbero dovuto essere percorribili con piccoli mezzi elettrici; certamente non era stata una bella idea quella della Metro leggera, sia per la particolare morfologia del terreno, sia perché avrebbe danneggiato le funzioni storiche delle strade. A Via Roma, larga solo qualche metro, erano già state chiuse quelle poche attività artigianali esistenti, come una nota pasticceria, perché non si sarebbe potuto attraversare la strada.

Una città in cui lo Stato, sia in passato e ancor più oggi, dopo il terremoto, non ha supportato i proprietari residenti e non, per una politica di mantenimento e recupero del patrimonio artistico allo scopo di incentivare un turismo di carattere Europeo. In futuro si spera che almeno in una città di montagna, con un clima freddo e tanti giovani, si possano realizzare uno stadio del ghiaccio e strutture sportive collaterali, dove svolgere incontri di hockey, competizioni di pattinaggio artistico e corsa.

In tutto questo contesto si dovrà tenere conto del grossissimo problema della viabilità, che non viene studiata affatto prima della urbanizzazione ma che rimane, da sempre, la stessa anche quando si vanno a modificare le funzionalità del territorio.

Ricordo molto bene la difficoltà a spostarsi nell’area periferica e dei Comuni limitrofi già qualche mese dopo il terremoto, quando mi recavo come volontaria a fare i sopralluoghi in zona rossa: pochissime vie di accesso e di dimensioni del tutto insufficienti rispetto al carico di urbanizzazione.

L’Aquila, come tutto l’Abruzzo manca dei grandi mezzi di comunicazione, c’è ancora una rete ferroviaria obsoleta, lenta e inefficiente, a binario unico. Le stazioni sono abbandonate con motrici e vagoni vetusti, è certo che se dobbiamo riattivare l’economia e la vita di questa Città non possiamo fare a meno di un ammodernamento e uno sviluppo dei servizi primari ed essenziali del trasporto. L’automobile non è il simbolo della modernità ma della individualità ed è un intralcio al progresso della collettività e di tutte le classi sociali.

Oggi, si potrebbe fare molto per cercare soluzioni valide a questi problemi passati ai quali si sono aggiunti quelli più gravi delle perdite di vite umane e del patrimonio storico – artistico della Città. Si ha la possibilità di modificare quelle dinamiche che prima erano problematiche e che hanno portato anche la città antica ad essere così devastata dal terremoto stesso.

Prima di tutto, si dovrebbero rimettere insieme tutti gli studi sul territorio che sono stati fatti e verificarne la validità e lì dove si ha carenza di informazioni valide farne di nuovi, ma attraverso l’aiuto delle Facoltà Universitarie, e non assegnando incarichi a professionisti “ammanicati”.

Il lavoro dovrebbe avere un’alta qualità, essere connotato dallo spirito d’innovazione e di ricerca, quindi non è possibile seguire le solite strade clientelari che caratterizzano spesso le nostre politiche territoriali.

All’estero in Paesi dove c’è un’alta qualità architettonica, ed intendo quindi funzionale, si incentivano i giovani architetti promuovendo concorsi di idee e di progettazione che portano a creare dei tavoli di collaborazione tra professionisti con varie specializzazioni per realizzare progetti innovativi e futuribili. Nel nostro Paese, purtroppo, si “scelgono” sempre le stesse strade probabilmente per mancanza di una vera volontà di progredire.

In tal senso, il progetto C.A.S.E. non risulta una architettura di qualità, né dal punto di vista estetico e né da quello funzionale ed ecologico, i bagni e le cucine sono prive di finestre ed hanno sistemi di areazione forzata alimentati da batterie al litio, sostanza altamente inquinante. Dove andranno in seguito a gettare queste batterie? Dove gettano anche l’amianto, in nessun luogo o in tutti i luoghi?!

Da queste prassi viene fuori l’anomalia del cattivo comportamento politico e professionale atto a non ricercare risultati di alta qualità ma a distribuire il lavoro sempre ai soliti canali clientelari. Non è certamente così che si otterrà sicurezza e qualità architettonica.

In Friuli (Gemona), dopo il terremoto, i cittadini si mobilitarono e sentirono l’esigenza, poiché  già educati a curare e proteggere contemporaneamente il bene pubblico e quello privato, di partecipare attivamente alla ricostruzione. In Abruzzo invece si è abituati ad attendere la mano protettiva assistenziale dello Stato, il quale spendendo cifre enormi ed incontrollate, giustificandole solo con l’urgenza, soddisfa solo esigenze personali, senza progettare un futuro per tutti.

Sino ad ora sono stati edificati agglomerati di case prefabbricate che diverranno certamente dei quartieri ghetto e che non hanno alcun legame con la Città antica.

Si sarebbe già dovuto iniziare da tempo a recuperare il centro storico; fra poco sarà passato un anno e tutto è ancora fermo, magari agendo per lotti e programmando gli interventi per almeno 5 anni anche sulla base dell’accessibilità e viabilità. Molti dei proprietari di case del centro storico non sanno quale sarà il loro destino. Tutto sembra programmato secondo una regia a sorpresa.

E’ necessario che tutti i cittadini si responsabilizzino per recuperare l’Aquila; costruire il nuovo e restaurare criticamente l’edificato storico, mediante tecnologie moderne e contemporanee sperimentate, innesti tra antico e contemporaneo studiati appositamente per ogni particolarità sociale – architettonica, è un dovere di una società e di un Paese veramente evoluto e moderno.

Lucia Proto

L’Aquila com’era dov’era ?

11 giugno 2009

Il primo postulato sostenuto dal Prof. Marconi è che vi sia in realtà una esigenza di “rimozione collettiva”, volta a cancellare ogni traccia dei danni e dei traumi subiti, ricostruendo appunto tutto come prima, come se nulla fosse mai accaduto.

Questa prima premessa però non è suffragata da alcun dato oggettivo o scientifico; non è dato al momento sapere se TUTTI gli abitanti de L’Aquila hanno veramente intenzione di ricostruire TUTTO com’era prima; per saperlo veramente bisognerebbe avviare un’indagine statistica, un referendum; fare un’operazione di architettura partecipata; ma anche in questo caso i risultati sarebbero necessariamente schematici, parziali. 

E’ probabile che vi sia qualcosa di simile ad un sentimento collettivo verso i principali monumenti, magari diverso da monumento a monumento; magari molti cittadini sono legati al tessuto urbano condiviso, ma non alle singole abitazioni (le quali anche nel centro storico potrebbero essere state costruite in diverse epoche e con diversi linguaggi).

Siamo sicuri che ogni singolo proprietario di casa, che ha visto quella stessa casa tremargli e crollargli sotto i piedi, dove magari ha perso la vita qualcuno, ora non veda l’ora di rientrarci? Ma soprattutto siamo sicuri di voler applicare lo stesso metodo ad ogni brano architettonico distrutto? Anche a voler attuare un processo “dal basso” di autoricostruzione della città non credo che molti architetti esulterebbero dalla gioia, Marconis in primis.

Non sappiamo inoltre se la via della “rimozione” della memoria sia in sé la strada concettualmente corretta da seguire. 

Ritengo in generale poco utile, e in genere fuorviante, applicare all’architettura criteri metodologici di altre scienze (come ad esempio la filologia….). In questo caso la premessa vorrebbe applicare una forma di psicanalisi di gruppo all’urbanistica. 

Ma se anche fosse possibile questa trasposizione scientifica, chi ci dice che la rimozione sia veramente la strada corretta da seguire per superare una sorta di crisi post traumatica sociale? ed ancora, come mai per rimuovere un ricordo spiacevole dalla memoria di un soggetto traumatizzato, si sceglie di ricostruirgli così com’era “la scena del delitto”? 

Nella mia superficiale conoscenza delle cose, mi pareva che la rimozione della memoria fosse il male da curare, non la cura! anni di monumenti alla memoria buttati al vento!

Non so’ dare risposte, ma credo che prima di dare soluzioni precostituite, sarebbe opportuno come minimo approfondire l’analisi.

La seconda tesi portata avanti è tratta dalla citazione di Umberto Eco, che evidenzia la funzione fàtica (espressiva) dell’architettura. In tal senso un fatto architettonico deve essere letto non solo per la funzione che svolge, o per la quale è stato realizzato, ma anche per il messaggio culturale che porta. Questa interpretazione dell’architettura sembrerebbe mirare a giustificare un approccio storicistico della progettazione mettendo in crisi la branca dell’architettura moderna che si rifà a criteri di oggettività e funzionalismo. In realtà tutte le più importanti realizzazioni dell’architettura contemporanea e larga parte delle architetture novecentesche (comunque moderne) dimostrano ampiamente di avere recepito l’importanza comunicativa dell’architettura.

Il solito esempio di Bilbao illustra bene il significato della funzione fàtica dell’architettura sfruttandone a pieno le potenzialità per veicolare il rilancio di una città in crisi, non devastata da un terremoto, ma certamente bisognosa di “ricostruzione” economica e culturale.

Che messaggio vogliamo dare per la ricostruzione di una città che era già in crisi prima del terremoto? 

Che ricostruzione vogliamo attuare? Quale messaggio di speranza e fiducia nel futuro?

Vogliamo pensare ad una città che crede nel suo presente, proiettata nel futuro, o ad una città che si ritrae in se stessa incapace di ricercare nuove energie, nuovi progetti, nuove idee od ideali?

Il prof. Marconi, prosegue lo svolgimento della sua tesi portando ad esempio interventi di restauro su singoli manufatti edilizi; restauro e ricostruzione puntuali; in questo cita Renzo Piano quando suggerisce l’uso del legno per la ricostruzione; questa citazione, che appare un po’ decontestualizzata, ha una sua validità per gli interventi di ricucitura di fabbricati parzialmente danneggiati; non sembra generalizzabile al caso di ricostruzione di edifici completamente crollati; tantomeno è applicabile alla ricostruzione di interi agglomerati urbani.

La seconda citazione, ancora a proposito di un restauro di un singolo edificio, tende a reiterare un disguido; in pratica Roberto Cecchi, Direttore Generale per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Ministero per i Beni Culturali, sembrerebbe citare a sproposito il restauro della cattedrale di Noto parlando di integrazione tra vecchio e nuovo anche per la ricostruzione di una città; il prof. Marconi ci dimostra dove sbaglia, ricordando che gli interventi di ricucitura della cattedrale non avevano nessun inserto moderno (ci mancherebbe altro, era un intervento di restauro!); il professore però commette involontariamente lo stesso errore di Roberto Cecchi, pretendendo di applicare ad una città criteri e filosofie di progettazione utilizzate per un singolo intervento edilizio.

Comunque è il professore stesso che ci ricorda che nella ricostruzione della cattedrale di Noto non si è trattato di una semplice “anastilosi”, non un semplice com’era dov’era, ma di un’autentica riprogettazione dell’opera, in alcuni casi diversa dall’originale, utilizzando però stili e “linguaggi” affini a quelli originali. In questo caso, se applicato questo criterio alla città de L’Aquila, è evidente e un po’ banale che l’obiettivo non sarebbe, ricostruire com’era né dov’era, ma: come sarebbe e dove sarebbe! soprattutto se a costruirla sarebbe stato il prof. Marconi. Una sorta di archistar in stile.

Veniamo al tema del linguaggio. La tesi proposta è di nuovo una operazione di trasposizione scientifica; Marconi sostiene che per la progettazione di un’opera in un centro storico non solo occorrerebbe conoscerne le caratteristiche “linguistiche e filologiche” (cosa che ritengo per certi versi, sacrosanta), ma anche utilizzarne il lessico, il vocabolario linguistico, nelle nuove realizzazioni (il discorso sembrerebbe allargarsi anche a tutti i campi della progettazione). In tal senso invita tutti ad esercitarsi “nella filologia: quella Scienza umana relativa alla ricostruzione e alla corretta interpretazione dei documenti di un ambiente culturale definito”. 

Egli sostiene che come chi volesse esercitarsi nell’emendare un documento antico dovrebbe necessariamente studiare prima il linguaggio e la sintassi della lingua utilizzata nel documento, così anche chi volesse realizzare un opera in un contesto consolidato dovrebbe necessariamente utilizzare lo stesso linguaggio. Inoltre porta ad esempio la sensazione di ‘spaesamento’ che “proveremmo se qualcuno ci parlasse senza preavviso in una lingua diversa dalla nostra lingua materna”.

Ora a me paiono evidenti due cose. 

In primis non capisco per quale motivo uno studioso di Cicerone, pur conoscendo perfettamente la sua opera, pur avendone studiato a fondo la filologia, dovrebbe esercitarsi nella ricostruzione di brani latini mancanti, utilizzandone la stessa lingua e sintassi? Forse per qualche produzione cinematografica, o peggio per frode; certo è che se quello stesso studioso intendesse divulgare i risultati delle sue ricerche, comunicare il proprio evento culturale, utilizzerebbe l’italiano, o addirittura l’inglese, lingue terribilmente brutte rispetto alla eleganza del latino, capisco, ma sicuramente più efficaci a trasmettere il messaggio; più efficaci a diffondere la conoscenza di quella stessa lingua antica.

Inoltre, quando parlo, scrivo, comunico, agisco, lo faccio in un contesto contemporaneo ed utilizzo i mezzi e gli strumenti che la contemporaneità mi ha messo a disposizione (sono compresi anche il legno, e i mattoni); lo spaesamento che si prova quando ci si ritrova all’improvviso in un contesto differente, non è necessariamente negativo. Anzi spesso c’è bisogno di cambiare, rivoluzionare, per risolvere situazioni di stagnazione.

Concludendo 

Un approccio metodologico che ritengo corretto dovrebbe innanzitutto seguire un metodo che presupponga l’analisi preliminare dei bisogni espressi dalla popolazione colpita. Non parlo di operazioni di architettura partecipata (salvaguardiamo il ruolo della professione: che diamine!), Però sarebbe utile passare attraverso una operazione, preliminare di analisi oggettiva dei bisogni, espressi e non, di chi la città la usava, la utilizzerà, ma soprattutto la usa oggi (presente indicativo).

Nella definizione degli interventi, lungi dal volere dare alla progettazione un approccio funzionalistico, ritengo opportuno attuare proprio l’approccio fàtico accennato, con l’intento di esprimere in maniera palese e non subalterna la modernità e la contemporaneità dell’intervento.

Nella definizione specifica degli interventi nel centro storico, personalmente credo che possa essere pensato un approccio misto che tenda a distinguere in maniera il più possibile netta gli interventi più propriamente di restauro, dagli interventi di ricostruzione; in ogni caso dovrà essere pensato un approccio che coniughi tecnica e tecnologia compatibili, con l’esigenza di comunicazione contemporaneistica dell’intervento. L’utilizzo di tecniche e materiali “tradizionali” non necessariamente dovrebbe comportare la creazione di forme e stilemi conservatori.

Ritengo che la strada per il superamento di una crisi sia la ricostruzione positiva e migliorativa, il perseguimento di un’idea di città rinnovata; L’Aquila, prima del terremoto, era una città in crisi, adesso, nella disgrazia, ha l’occasione di ripartire, ricostruire la propria città, in senso nuovo. C’è bisogno certamente di rispetto del passato, ma soprattutto di fiducia nel presente e di una visione per il futuro. 

Per chi volesse leggere il testo di Marconi, è sempre un esercizio di erudizione interessante.

http://www.stefanoborselli.elios.net

La ricostruzione in Abruzzo: la bozza del DL

Lo scorso 23 aprile 2009 il Consiglio dei Ministri ha varato la bozza di decreto legge per l’Abruzzo, pubblicata sul Sole 24 ore del 24 aprile, che riguarda gli interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici del 6 aprile 2009 e ulteriori interventi di protezione civile. 

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La bozza si articola in sei parti riguardanti gli “interventi immediati per il superamento dell’emergenza”, le “misure urgenti per la ricostruzione”, gli “interventi per lo sviluppo socio-economico delle zone terremotate”, le “misure per la prevenzione del rischio sismico”, le “disposizioni di carattere fiscale e di copertura finanziaria” e ulteriori disposizioni accessorie.

Argomenti di maggiore interesse per il nostro ambito disciplinare sono soprattutto gli interventi per l’emergenza, per la ricostruzione e quelli per la prevenzione del rischio sismico.

 La prima questione affrontata, tra gli interventi immediati per il superamento dell’emergenza, riguarda il problema degli alloggi (Capo I), attraverso la costruzione di nuovi “moduli abitativi” e il recupero del patrimonio edilizio esistente.

In particolare per i nuovi alloggi, il Commissario delegato dovrà provvedere alla progettazione e realizzazione di «moduli abitativi destinati ad una durevole utilizzazione, nonché delle connesse opere di urbanizzazione e servizi». Tali moduli abitativi dovranno garantire “elevati livelli di qualità, innovazione tecnologica orientata all’autosufficienza impiantistica, protezione dalle azioni sismiche anche mediante isolamento sismico per interi complessi abitativi, risparmio energetico e sostenibilità ambientale» (art.2). 

A tale scopo verrà definito un Piano degli interventi, che indicherà le aree in cui localizzarli anche in deroga alle previsioni urbanistiche vigenti, e che verrà approvato dal Commissario delegato  previo parere di una  apposita conferenza dei servizi.

Rimane ambiguo il significato di “moduli abitativi” di “durevole utilizzazione”, non essendo chiaro se si tratta di costruzioni temporanee o di edificazioni permanenti. Risulta oltretutto difficile comprendere come questi moduli possano rispondere ai caratteri prestazionali richiesti, soprattutto trattandosi di costruzioni temporanee e a basso costo.  

E’ da notare che la notifica ai proprietari del vincolo preordinato all’esproprio e i tempi per le osservazioni e opposizioni saranno ridotti a 10 giorni, e che sarà possibile rifarsi a procedure di esproprio di cui all’art. 43,  del dpr 327/2001 (“Utilizzazione senza titolo di un bene per scopi di interesse pubblico”).

Per quanto riguarda l’affidamento degli interventi, questo avverrà entro 30 giorni dall’entrata in vigore del decreto legge, con le modalità dell’art. 57 dlgs 163/2006 (“Procedura negoziata senza previa pubblicazione di un bando di gara”), compatibilmente con l’emergenza e la collaborazione delle associazioni di categoria di settore anche di ambito locale. 

Nonostante appaia giustamente condivisibile l’utilizzo di procedure straordinarie atte all’esproprio dei terreni necessari ai nuovi interventi, ci si augura la massima trasparenza nelle procedure di assegnazione della progettazione ed esecuzione dei lavori, anche alla luce delle indicazioni riguardo la prevenzione dalla infiltrazione della criminalità organizzata (art.16).

In generale il decreto promette numerose forme di contributi e finanziamenti agevolati (anche con la modalità del credito d’imposta) che verranno concessi per sostenere la ricostruzione e riparazione degli immobili destinati ad abitazione principale o per l’acquisto di nuove abitazioni sostitutive, ma anche per il recupero di immobili non destinati ad uso abitativo; ulteriori indennizzi saranno poi attribuiti alle attività produttive che hanno subito conseguenze economiche sfavorevoli, a quelle che hanno subito danni ai beni mobili e a tutte le strutture adibite ad attività sociali, ricreative, sportive e religiose che sono state danneggiate. 

La ricostruzione ed il ripristino della funzionalità degli edifici e dei servizi pubblici, oltre che attraverso il trasferimento di alcuni immobili di proprietà dello Stato, gestiti dall’agenzia del Demanio, alla regione Abruzzo e ai Comuni interessati dal sisma, verrà affrontata con la  predisposizione di un piano di interventi urgenti, da parte del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti con il  presidente della Regione Abruzzo, per il recupero degli stabili pubblici danneggiati (in particolare le strutture edilizie universitarie del Conservatorio di musica dell’Aquila,  le caserme, le proprietà ecclesiastiche civilmente riconosciute di interesse storico artistico).

La copertura finanziaria è ancora da definire.

Alcune risorse sono già disponibili per la ricostruzione delle infrastrutture viarie e ferroviarie (fondi Anas Spa e Rfi Spa), per gli  interventi in materia di edilizia scolastica (quota aggiuntiva da delibera Cipe), per gli arredi scolastici in modo da assicurare la ripresa delle attività didattiche (risorse del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) e per l’edilizia  sanitaria.

Tra le altre indicazioni del Capo I si trovano provvedimenti in favore delle famiglie, dei lavoratori e delle imprese. 

In particolare sono da segnalare gli interventi previsti per sostenere il recupero di adeguate condizioni di vita delle famiglie, per un ammontare massimo di 12.000.000 di euro a valere sulle risorse del Fondo per le politiche della famiglia, finalizzati alla costruzione e attivazione di servizi socio-educativi per la prima infanzia, di residenze per anziani, di residenze per nuclei monoparentali madre-bambino e la realizzazione di altri servizi da individuare.

Nel Capo II, tra le misure urgenti per la ricostruzione vengono esplicitati anche problemi  concreti quali lo stoccaggio, il trasporto e lo smaltimento dei materiali provenienti dalle demolizioni. Per assicurare la continuità delle attività di smaltimento di tali materiali, classificati come rifiuti urbani, ed evitare emergenze ambientali e igienico sanitarie del territorio interessato, la Regione Abruzzo individuerà nuovi siti di discarica, già citati nel decreto, nel rispetto della normativa comunitaria tecnica di settore.

Ulteriore aspetto rilevante del decreto, nel Capo IV, riguarda le misure per la prevenzione del rischio sismico. Il Dipartimento della Protezione civile dovrà avviare un “piano di verifiche speditive finalizzato alla realizzazione di interventi volti alla riduzione del rischio sismico di immobili strutture e infrastrutture prioritariamente nell’area dell’Appennino centrale contigue a quelle interessate”, in collaborazione con gli enti locali, autorizzando una spesa di 1,5 milioni di euro annui a decorrere dal 2009 (art. 11). 

E’ importante sottolineare che ai soggetti privati, obbligati ad effettuare gli interventi necessari per mettere in sicurezza gli immobili, in seguito alle verifiche effettuate, sarà concesso un credito di imposta pari al 55% delle spese sostenute,  utilizzabile in 5 quote costanti di pari importo e indicato nella relativa dichiarazione dei redditi.

L’ultimo articolo del decreto riguarda lo svolgimento del G8 all’Aquila, la cui copertura finanziaria è ancora in via di definizione. 

Almeno due sembrano gli aspetti da sottolineare in questo decreto: le caratteristiche prestazionali richieste alle nuove edificazioni e la promozione di una politica di prevenzione sismica. 

Richiedere edifici che rispondano ad  elevati livelli di qualità, che abbiano caratteristiche di alta tecnologia, risparmio energetico, sostenibilità ambientale, nonché, ovviamente, resistenza alle azioni del sisma, rispecchia principi oggi imprescindibili in una progettazione contemporanea e aperta al futuro. Proporre questi caratteri anche in una condizione di emergenza e necessità di assicurare al più presto un tetto agli sfollati, per quanto solo citato in linea indicativa, tuttavia fa ben sperare.  

In secondo luogo l’esplicita attenzione alle misure di prevenzione del rischio sismico, apre la strada ad una politica che da decenni viene promossa in alcune regioni italiane, come l’Emilia Romagna, l’Umbria e le Marche, e che in questa occasione è sostenuta da un finanziamento annuale a decorrere dal 2009. Il decreto non entra nel dettaglio dei metodi con cui queste valutazioni verranno svolte, e non da indicazioni riguardo ad una possibile riduzione della vulnerabilità urbana oltre che dei singoli edifici. Bisognerà aspettare che queste indicazioni diventino operative per poter commentare la loro utilità reale.