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A cosa serve l’Architettura secondo Cristina Donati

2 maggio 2017

Persino il parroco che non disprezza/fra un miserere e un’estrema unzione
il bene effimero della bellezza/la vuole accanto in processione.
E con la Vergine in prima fila/e bocca di rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese/l’amore sacro e l’amor profano.

(De Andrè)

L’Architettura si sa che è il pane dell’Architetto. Quella materia che gli da da mangiare. Quel valore aggiunto che giustifica la fatica (e il compenso) degli Architetti. Ma in cosa consiste realmente questo compenso. Perché un committente dovrebbe mettere mano al portafogli e il più delle volte affrontare difficoltà (burocratiche e tecniche) pur di poter fare di una banale costruzione una Architettura? Ho deciso quindi di cominciare a chiederlo a gli Architetti:

“A cosa serve l’Architettura?”

A questo link trovate la risposta di Raffaele Cutillo che mi ha dato una definizione molto suggestiva, poetica. “L’architettura serve al tradimento”, dice Cutillo, “che non avresti mai commesso”. Una definizione che ti lascia un po’ in sospeso, di quelle su cui rimuginare sopra nell’attesa di una epifania rivelatrice. Di primo acchito, confesso, ho pensato all’Architettura come una puttana; in fondo non stiamo parlando del secondo mestiere più antico del mondo? ma la proposta di Cutillo è molto più raffinata, allude al processo del tradimento, a quel gioco proibito, allo strumento che ti consente di affrontare quel desiderio nascosto e che ti da la forza di accettare mille bugie e contraddizioni che si nascondono dentro una Architettura. Non saprei se Raffaele poi ha provato a ripetere queste parole accompagnandole a una sua lettera di offerta, ma gli auguro che le sue parcelle siano sempre compensatrici di fantastiche scappatelle amorose con la luce e con la materia.

A richiamarmi immediatamente all’ordine del rigore professionale e al significato politico e sociale dell’Architettura ci ha pensato, sentendo la mia domanda, Cristina Donati.

“Bella la domanda! Io comincerei dicendo che esistono tante architetture.”

E’ un grande modo di procedere questo, che ho sempre trovato di estrema intelligenza, per ogni domanda c’è sempre una sola risposta: “dipende”. Non che Cristina mi abbia risposto proprio così ma il senso è quello, così continua:

“Ad esempio quella pubblica e quella privata con finalità diverse. Una sociale, l’altra più rivolta ai bisogni individuali …
Giulio naturalmente considero che con la parola architettura tu non intenda il generale atto del costruire, dico bene?”

Ora immaginate che queste conversazioni avvengono in rete, sarebbe bello descrivervi delle amabili conversazioni seduti sorseggiando Moscow Mule in un locale alla moda lungo i navigli milanesi, ma io sono una povero padre di famiglia, inoltre vivo a Roma mentre Cristina è di Firenze, così tutto avviene in un social, con un testo scritto, e quando leggo “dico bene?” nella mia mente si figura uno sguardo inquisitorio, di quelli che potevi provare in prima liceo quando la professoressa ti chiedeva se avevi fatto la versione: ehm no professoré, ieri mi si è allagata casa, a mia sorella gli è preso il ciclo, mentre mio nonno ha creduto di essere tornato giovanotto quando militava nella decima MAS, così ha cominciato a dare di matto mentre attaccava la sveglia sul frigo pensando di affondare la Viribus Unitis….

Insomma era chiaro che non avevo studiato, mi ero avventurato nei territori sconosciuti della mia domanda senza essermi minimamente preparato, mentre un dico bene scritto così richiedeva una riposta chiara e decisa. Ci ho provato rispondendo che tutto parte in realtà dalla domanda più ampia, cosa è l’Architettura, che cosa distingue quello che gli architetti identificano con Architettura (con la A maiuscola) e che in fin dei conti è la materia della loro professione. Di qui l’esigenza di provare a ribaltare la questione con una domanda diversa.

Questa breve riflessione poi è diventata l’incipit dell’articolo precedente, grazie Cristina!

Comunque a questo punto ero curioso di capire. L’Architettura dunque avrebbe una funzione diversa se parliamo di sfera pubblica e se parliamo di sfera privata? Per capirlo meglio ecco le trenta parole di Cristina (32 per l’esattezza)

“L’Architettura è sempre politica. L’Architettura ‘pubblica‘ dovrebbe servire al ‘bene comune‘, cioè alla creazione della civitas. Quella ‘privata‘ servirà invece a promuovere o soddisfare le ambizioni personali di un patrono”

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Il Centro Civico di Scandicci (Firenze) di Richard Rogers. Tentativo di realizzare un’architettura generatrice di uno spazio pubblico per la gente

 

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La Facoltà di architettura di Oxford (progetto di Design Engine). L’atrio aperto al pubblico

 

London City. Modern skyline of business district.

London City. Modern skyline of business district, espressione emblematica di architettura al servizio di interessi privati

 

Lo skyline di Dubai

Lo skyline di Dubai

 

Riqualificazione di Piazza Caduti della Montagnola a Roma

In un periodo storico sempre più nero per la nostra Capitale, da tutti i punti di vista, ma soprattutto da quello urbanistico architettonico, esistono ancora delle piccole realtà in cui si cerca di fare il proprio lavoro con il massimo dell’impegno per migliorare i luoghi in cui viviamo.

Abbiamo chiesto a una collega architetto, dipendente del Comune di Roma, di raccontarci la propria esperienza nella riqualificazione di una Piazza in una zona semiperiferica della città, con tutte le difficoltà che ci sono oggi nella realizzazione di un’opera pubblica raccontate, per una volta, dalla parte di chi lavora all’interno dell’Amministrazione pubblica.

La nuova sistemazione della piazza caduti della Montagnola,  verrà’ inaugurata venerdì 27 luglio 2012 alle ore 11,00.

Racconto dell’Architetto Daniela Luisa Montuori:

Il progetto,  elaborato internamente all’Amministrazione Capitolina  – nella quale lavoro – ha interessato l’area compresa tra la Chiesa del Gesù Buon Pastore e l’area pedonale centrale, costituita quest’ultima da una sistemazione realizzata nel 2006 dallo stesso Dipartimento, in memoria dei militari e civili caduti negli scontri del 10 settembre 1943 contro le truppe naziste.

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Assumendo l’incarico di progettare il completamento della riqualificazione della piazza, assumevo anche il compito di dare una risposta alle richieste provenienti dal quartiere, contenute all’interno di due risoluzioni approvate dal Consiglio del Municipio Roma XI rispettivamente nel 2009 e nel 2010, dovendo tener conto, tuttavia, delle limitazioni imposte dall’importo – decisamente esiguo – disponibile per i successivi lavori di esecuzione (importo  a base d’asta pari ad Euro  103.888,03).

Si trattava infatti di utilizzare quanto rimaneva del finanziamento con il quale era stata realizzata – a seguito di Progettazione e Direzione Lavori dell’Arch. Alessandro  De Rossi – la sistemazione monumentale centrale.

Si trattava – nondimeno – di intervenire dopo che i lavori per realizzare un precedente progetto di “Riqualificazione di Piazza Caduti della Montagnola – II Stralcio”, redatto anch’esso dallo Studio De Rossi, erano stati interrotti pochi giorni dopo il loro inizio e successivamente  chiusi a causa delle proteste dei cittadini, riuniti in Comitati di quartiere.

Il progetto “bloccato” prevedeva il prolungamento dell’intervento centrale fino alla chiesa, attraverso la pedonalizzazione della sede stradale lì esistente antistante la Chiesa stessa (salvo mantenimento della viabilità di servizio) e la scomparsa delle serie di parcheggi a raso che l’affiancano: le cause scatenanti della reazione di un quartiere nel quale, come in tante zone di Roma, il fabbisogno di posti auto è vissuto drammaticamente.

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E ciò, malgrado l’area in questione fosse occupata da un parcheggio (PUP) sotterraneo che, in realtà, a tutt’oggi, risulta in gran parte inutilizzato.

L’estensione dell’area da riqualificare con il nuovo progetto: circa 2.500  mq, comprese le sedi viarie carrabili.

Un intervento di modeste dimensioni.

Per quali aspetti potrebbe essere considerato significativo?

Perché, pur “costretto” entro margini economici tanto ridotti, sembra essere riuscito a ricucire un piazzale, caratterizzato da parti distinte, trasformandolo in “piazza” attraverso l’applicazione – ai singoli frammenti – di soluzioni compositive minimali poste in reciproca correlazione.

Perché l’apprezzamento mostratomi dagli abitanti del quartiere, già nello svolgimento della Direzione dei Lavori – durante le fasi di un cantiere sostanzialmente “aperto”- mi ha confortato sulla validità delle scelte operate, man mano che i risultati si andavano visualizzando.

L’intento perseguito: creare “qualità urbana” utilizzando un linguaggio architettonico decisamente contemporaneo – senza compromessi  – ma tuttavia immediatamente comprensibile, in grado di materializzare con efficacia le soluzioni “funzionali” volute.

Anche, per dirla brevemente: “dare valore” attraverso un intervento che, in quanto basato sul mantenimento della percorrenza veicolare e della sistemazione con parcheggi a raso preesistente, potrebbe apparire rinunciatario nelle premesse.

Il cantiere. Organizzato per tranches corrispondenti a due distinte aree principali:

1. il marciapiede corrispondente al sagrato della chiesa – riaperto alla fruizione pubblica già nel dicembre 2011;

2. l’area  interposta tra l’ampia carreggiata stradale antistante l’edificio di culto e l’area monumentale centrale.

Si tratta di lavori che ho diretto con una presenza in cantiere assidua, quasi giornaliera, nell’intento di esercitare un controllo costante sull’esecuzione delle opere stesse e di individuare immediatamente, insieme all’impresa, le soluzioni ai frequenti imprevisti, piccoli e grandi.

Il “prima” e il “dopo”. La differenza.

Se non si abita, non si vive giorno dopo giorno uno spazio urbano – una strada, una piazza – è difficile apprezzare il senso di una trasformazione che, osservata da occhi esterni, sembra risolversi in una operazione di “rifunzionalizzazione”, in un semplice esercizio di taglio ed ampliamento di marciapiedi e nella loro “ripavimentazione”.

Ma…“prima”, cosa c’era?

Un  piazzale nel quale l’area verde – al centro –  non comunicava “spazialmente” con il marciapiede della chiesa, marciapiede che, sia pur degradato e poco attraente, rivestiva comunque un ruolo “funzionalmente” importante, sia per la presenza dell’edificio di culto che per il suo connotarsi come corridoio di collegamento tra strade a notevole densità commerciale, all’interno del quartiere stesso (via Fonte Buono e via G. De Ruggero).

La sistemazione monumentale terminava in una pedana, pavimentata in travertino, interrotta bruscamente dalla fascia (riconoscibile per la presenza di due pini) utilizzata come parcheggio per auto, affiancata all’ampia carreggiata stradale.

Per raggiungere in sicurezza quel marciapiede in fondo, il pedone doveva effettuare un percorso piuttosto lungo, utilizzando gli attraversamenti agli angoli con via Fonte Buono-via Vedana oppure con via De Ruggero.

E “dopo”?

Una piazza nella quale l’area centrale si estende, allungandosi sino alla chiesa del Gesù Buon Pastore, attraverso il nuovo intervento.

Una nuova pedana, realizzata in posizione centrale, in prosecuzione di quella preesistente, taglia la fascia-parcheggio, attestandosi al margine della sede stradale e consentendo, con un attraversamento pedonale creato ex-novo, il raggiungimento del sagrato della chiesa.

Grazie all’azione di sfondamento – funzionale e  visivo –  svolto dalla nuova pedana, la facciata della chiesa diventa la quinta, su quel lato, del nuovo “spazio urbano”.

Il sagrato viene avanzato, con la creazione di una pedana inclinata, quasi una piazzetta “carrabile”, realizzata in modo tale da agevolare l’accesso agli autoveicoli autorizzati, in occasione delle cerimonie religiose.

Il marciapiede della chiesa, così raccordato al resto della piazza, viene rimodellato, cioè ampliato, anche nelle zone d’angolo.

Strumenti di ricucitura laterale,  i nuovi marciapiedini con i quali si conclude il passaggio pedonale affiancato su un lato alla fascia di parcheggi e sull’altro alla griglia di aerazione del PUP.

Strumento invece di snellimento della viabilità, è  la creazione, all’angolo con via De Ruggero, di una corsia di “rientro” – concordata con l’XI Gruppo di Polizia Municipale –  che, consentendo di accedere al parcheggio a raso corrispondente al sottostante parcheggio P.U.P., di fatto instaura un sistema  rotatorio tutt’intorno alla piazza, strategico per la “ricerca del posto auto”.

Unico rammarico: l’esclusione dal progetto, per le limitazioni economiche già accennate, dell’area, occupata da eucalipti e pini, che fiancheggia la chiesa a sud-ovest:                     è auspicabile che essa possa essere oggetto – quanto prima – di un intervento specifico.

Le scelte progettuali.

Scendendo nel dettaglio? 

La nuova sistemazione, pur proseguendo, con allineamenti e materiali, i “segni” dell’intervento centrale preesistente, è tuttavia basata sulla ricerca di una maggiore essenzialità compositiva, regolata su una tessitura ortogonale.

Nondimeno, nella pavimentazione, ne riprende il contrasto cromatico travertino/basaltina.

E’ strutturata in “zone” che, pur presentando alcune differenziazioni, di fatto “rimandano” volutamente l’una all’altra.

Strategicamente – l’abbiamo già accenato – la pedana di collegamento con l’area centrale si attesta  sulla strada, anticipando la piazzetta “Sagrato” realizzata sul lato opposto: lì i rettangoli individuati dalle fasce di travertino si intersecano e si sovrappongono, con un disegno che si allarga gradualmente, aprendosi verso la chiesa e concludendosi, davanti all’inferriata/recinzione, in una barra – idealmente una linea, simbolicamente, una “soglia”.

Gli stessi dissuasori a colonnina in acciaio, parte allineati lungo i bordi dei marciapiedi e delle pedane centrali, parte aggiunti in corso d’opera all’interno della piazzetta/sagrato per “difendere” il marciapiede, individuano in realtà un  secondo sistema ad “intreccio” con i rettangoli del disegno a terra – stavolta secondo piani ad esso ortogonali.

Per inciso, i quattro dissuasori centrali sono stati concepiti in modo tale da consentire l’apertura del varco davanti al sagrato e disegnati appositamente.

L’attenzione al particolare.

La scelta degli allineamenti, così come il disegno vero e proprio della pavimentazione, è stata attentamente curata, anche e soprattutto in corrispondenza dei margini, nelle zone di “attacco” con i marciapiedi e le pavimentazioni preesistenti, nell’intento di ottenere, allo stesso tempo, continuità funzionale e continuità visiva.

In particolare, sul marciapiede adiacente la chiesa: in corrispondenza dell’angolo con via Vedana ed in contiguità con la zona – pavimentata in asfalto – occupata dall’edicola dei giornali, le fughe sono state alternate in maniera tale conferire ad alcune lastre una funzione di “filtro visivo”.

In sostanza: un progetto con un’impostazione generale per molti versi rigorosa, parzialmente contraddetta – tuttavia – dalla disposizione “libera” di alcuni elementi di arredo – le fioriere  che, allineate secondo spezzate irregolari, fanno da contrappunto alle vicine panchine.

Dipartimento “Politiche per la Riqualificazione delle Periferie”  di  Roma Capitale  (Assessorato ai Lavori Pubblici e Periferie).

Progettista e Direttore dei Lavori:  Arch. Daniela Luisa Montuori

Biennale 2012 – Il Padiglione fatto di Materia grigia

18 aprile 2012

A quattro mesi dall’inaugurazione sembra che il Ministero non abbia ancora nominato il curatore del padiglione Italia.
Da una parte chissenefrega!
Dall’altra sembra che il vuoto stia lasciando spazio per occasioni ed opportunità.
Luca Diffuse ha lanciato un’idea, quella di creare un luogo in rete dove depositare in maniera libera e partecipata le proposte per un Padiglione Italia del tutto nuovo, quello che non c’è, o meglio quello che c’è più di qualsiasi altro padiglione immaginabile in un luogo reale.
D’altra parte se lo scopo di un padiglione è la rappresentazione di qualcosa, di farsi portatore di un sentimento culturale nazionale condiviso, probabilmente il vuoto lasciato dai nostri ministeriali non è che la massima rappresentazione di questa Italia allo sbando, ed è estremamente coerente con la filosofia depressiva che caratterizza questo governo, che sembra dipingerci come un popolo di incapaci e di inetti ai quali non affidare alcunché.
Ma Luca non è nuovo alle azioni di occupazione in rete che sollecitano la partecipazione contaminante di soggetti interattivi (come funghi), e con questa proposta ci offre una piccola occasione di rilanciare noi stessi, definirci in un gesto, una semplice presa di posizione, autodeterminata e collettiva, espressa tramite l’esercizio della nostra unica risorsa, il nostro intelletto.

Un occasione in più per ribadire che la rete non è mera virtualità, avulsa da quanto comunemente si definisce spazio reale; la rete è un luogo reale a tutti gli effetti, parte integrante dell’esistenza di ciascuno di noi, talmente preponderante nella nostra esperienza quotidiana dall’avere superato l’idea stessa di puro strumento; la rete ci circonda, caratterizza ogni cosa che facciamo e come tale può e deve essere abitata, utilizzata, vissuta, occupata esattemente come avviene con lo spazio pubblico urbano:

Occupy the net!

Per raccorgliere i contributi e le discussioni qui c’è il gruppo su FB e qui vengono rilanciati i contributi raccolti.