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Sulla poetica del camouflage (un articolo non basta).

6 Gennaio 2020

“Sono molto felice per questo prestigioso premio, perché si tratta di un riconoscimento all’innovazione nell’ambito dell’architettura. È un invito a pensare all’architettura come un’anticipazione del futuro per ognuno di noi, non solo come l’affermazione di uno stile o di un linguaggio”. (Stefano Boeri, vincitore nel 2014 con il “Bosco Verticale” dell’International Highrise Award, competizione internazionale a cadenza biennale per l’assegnazione del premio di grattacielo più bello del mondo).

In foto: Bosco Verticale a Milano (2014), progetto Stefano Boeri.

Il Bosco Verticale è costituito da due edifici residenziali, di 18 e 26 piani, realizzati nel Centro direzionale di Milano, ai margini del quartiere Isola. Peculiare è la presenza di piante, perlopiù arbusti, sui balconi per adornare i prospetti. Il progetto ha avuto un grande consenso internazionale con un gran numero di articoli elogiativi e, se vogliamo, meritati.

Boeri ha realizzato un progetto, divenuto “icona” dello sviluppo sostenibile Made in Italy (con la leadership milanese a giocare un ruolo di primo piano). Icona prima, poi paradigma, cioè progetto in predicato di replicabilità, di riproduzione. Mi incuriosisce il fenomeno: in primis dal punto di vista dello stesso autore – che ha accolto il “riconoscimento” generale del progetto e ne ha fatto un marchio di fabbrica. I principi su cui si basa il progetto, in particolare rispondere al bisogno di verde dei cittadini, scaturisce in un modello architettonico non facilmente replicabile all’interno di una strategia urbana, specialmente per gli intuibili maggiori costi di costruzione e di gestione. Il suo desiderio di innovare il linguaggio e i temi dell’architettura, al di là del noto e dello sperimentato, non troverebbe un solido appoggio teorico-pratico. Mi incuriosisce molto, anche, potere comprendere se i numerosi progetti analoghi proliferati nel mondo scaturiscono tutti dallo stesso ceppo milanese o siano germogli di altri semi. Non mi spaventa in sé neanche l’effetto Boeri in quanto fashion design, ovviamente, mi preoccupa più l’emulazione meccanica in nome di una retorica ecologista, retorica in quanto rimuove l’insostenibilità di realizzazione, al netto anche di un suo possibile uso per legittimare eventuali speculazioni edilizie.

Facciamo qualche esempio di “ripetizione” del Bosco Verticale, con le costanti e le differenze progettuali, cercando di comprenderne i meccanismi.

 

Magic Breeze Sky Villas

 “Crediamo che ai giorni d’oggi un modo sostenibile di costruzione sia più prezioso che mai”. (Dayong Sun e Chris Precht, Penda Architecture)

Nell’immagine: Giardino verticale “Magic Breeze Sky Villas” a Hyderabad, India (2016), progetto Penda Architecture.

Effetto Boeri? Non sembrerebbe. Lo studio, con sede a Pechino e Vienna, ritiene che il loro agire sostenibile, orizzontale e verticale possa essere utilizzato per la città del futuro in quanto lo stato attuale dell’irresponsabile pianificazione urbana, dell’inquinamento atmosferico e della crisi economica chiedono agli architetti di ripensare il processo di costruzione. Proprio sotto questi auspici nasce il progetto per il complesso residenziale chiamato “Magic Breeze”, dove il verde offre grande senso di vitalità, oltre a fornire ventilazione naturale a tutto il complesso. In questo caso, rispetto a Milano, per il giardino verticale è stato sviluppato un sistema di fioriere modulari all’esterno dei balconi di ogni unità abitativa con funzione di orto domestico, auspicando ambiziosamente l’autosufficienza alimentare. Anche il balcone è progettato come una superficie erbosa, per evocare la tipologia di “casa privata con giardino”. Inoltre, i progettisti dichiarano che l’intero complesso è stato modellato dalle regole del Vaastu, sistema architettonico indù tradizionale, che prescrive principi di orientamento e layout per l’abitare in armonia con la natura. Infine, il sito del complesso è circondato da un lago naturale sul confine sud orientale, che viene utilizzato a scopo irriguo per il verde orizzontale e verticale. I Penda, a differenza di Boeri, cercano una soluzione più versatile di “parete vivente”, si impegnano sul piano della manutenzione e gestione del verde. In tutti i casi, però, non si riesce a leggere una riflessione teorico-filosofica a cui segue la sperimentazione pratica, fermo restando che l’integrazione edificio-natura è un fatto complesso, che non consente scorciatoie. È chiaro, però, che approcciare il tema con la sciatta retorica “green”, oggi tanto popolare e sempre più pervasiva, si rischia di considerare l’architettura come minaccia piuttosto che risorsa, inducendo conseguentemente a camuffarla con il verde.

 

Valley

“Tutti gli alberi tagliati per far posto al nuovo edificio saranno ripiantati in quota”. (Winy Maas, MVRDV)

Nell’immagine: “Valley” edificio ad uso misto ad Amsterdam, Paesi Bassi (ultimazione prevista 2021), progetto MVRDV.

Winy Maas è a capo con Jacob van Rijs e Nathalie de Vries dello studio MVRDV, ormai di fama internazionale, con circa 250 dipendenti, diversi progetti in progress un po’ ovunque nel mondo, in evidenza per soluzioni sfrontate, spettacolari e a volte ironiche. Quello che incuriosisce anche in loro è il recente cambio di approccio, un tentativo di impattare meno che però non ha nulla a che fare con il genius loci, più con la facile retorica ecologista. Ad oggi, pur provenendo da progetti “spavaldi”, vedo un loro avvicinamento al camouflage, almeno in teoria. Forse l’avere fortemente burocratizzato l’edilizia in nome della sostenibilità sta distruggendo l’architettura? Ad Amsterdam, l’edificio “Valley” è a uso misto, 75.000 metri quadrati nel quartiere degli affari, unità abitative, uffici, parcheggio, sky bar, spazi commerciali e culturali. Un edificio che vuole essere vitale, per trasformare il quartiere degli affari in un luogo più umano e vivibile. Il progetto, come al solito spregiudicato, prende la forma di una scatola impilata a terrazze che sale a tre picchi di diverse altezze, la più alta di 100 metri con lo Sky Bar a due piani. La facciata residenziale, rivestita in pietra naturale scolpita, è stata progettata in modo parametrico per consentire alla luce solare di penetrare in tutti i 196 appartamenti del complesso, tutti caratterizzati da una pianta unica. In quanto edificio ad uso misto, anche esternamente si legge la transizione tra le tipologie diverse per creare un paramento esteriore rispettoso e coerente. In diretto contrasto con questo, come già accennato, la facciata residenziale interna è definita da una serie di robuste terrazze in pietra ma, da notare, con grandi fioriere che ricoprono l’edificio di vegetazione, “gli alberi tagliati per far posto al nuovo edificio saranno ripiantati in quota”. È sicuramente un cambio di tendenza, concordo sulla necessità di riprendere un dialogo architettura-natura ma seriamente, senza facile retorica, senza furbizia, senza speculazione culturale, senza codardia nel presentare dei giganti edilizi camuffati da operazioni ecosostenibili.

 

Acquarela community

 “Una posizione culturale in architettura è una necessità. Ciò comporta il rifiuto di soluzioni già pronte o facili a favore di un approccio che sia globale e specifico”. (Jean Nouvel)

Nell’immagine: Acquarela community a Quito, Ecuador (2019), progetto Jean Nouvel.

Quito è la capitale dell’Ecuador, si trova ai piedi delle Ande a un’altitudine di 2850 metri, costruita sulle tracce dell’antica città inca. Per la periferia di Quito, una zona rurale ad est della città, Nouvel ha progettato un importante complesso residenziale. Il progetto comprende nove blocchi avvolti da balconi curvilinei rivestiti in pietra. Le pareti interne hanno ampie vetrate che si aprono sullo sfondo montuoso. Come in un singolare cohousing, si prevede la condivisione di piscine, club house con tanti servizi, pista da bowling, pista di pattinaggio, sala yoga, sala musica, mini-golf e un cinema. Altre strutture includono l’accesso a campi da calcio, squash e tennis; aree progettate per bambini e ragazzi; aree di lavoro, parrucchiere, spazi per eventi, palestra, SPA e quant’altro. Insomma un grandioso complesso residenziale con servizi di lusso e tanto verde all’interno dei balconi realizzato proprio in modo da scorrervi sopra i bordi.

Qualcosa, però, non torna. Jean Nouvel è uno dei nomi più grandi dell’architettura mondiale. È promotore negli anni 70 di una vera e propria rivoluzione della cultura architettonica francese. Classe 1945, nel 1966 si classifica primo al concorso di ammissione della Scuola delle Belle Arti a Parigi, dove si diplomerà nel 1972. Durante gli anni di formazione viene a stretto contatto con la filosofia di due grandi menti dell’architettura come Claude Parent e Paul Virilio. Inizia una carriera costellata di premi, fino al Pritzker nel 2008. La sua visione innovativa, il suo andare contro i limiti della specificità dell’architettura, lo hanno sempre caratterizzato. Allora, come classifichiamo questo progetto?

È frutto di motivi commerciali e di marketing? Probabilmente è solo la tendenza attuale che coinvolge lo starsystem, per cui gli architetti si ritrovano impegnati con i costruttori a inventare stratagemmi per continuare a speculare indisturbati e, nel contempo, nascondere la banalità, la brutalità, la violenza delle loro costruzioni, camuffate con il verde ai balconi e alle terrazze. È un circolo vizioso, perché è lo stesso verde che richiede costose soluzioni di impermeabilizzazione e di manutenzione, che fa lievitare il valore immobiliare, in modo che i futuri proprietari di queste residenze di “lusso” saranno quelle stesse famiglie facoltose che potranno vantarsi di abitare in appartamenti firmati e pubblicizzati da architetti famosi.

Non mi piace per niente, voglio dire che il successo mediatico delle fioriere (aiutato o meno, meritato o meno) ha distorto un po’ i contenuti del progetto, impegnandosi ad assecondare convenientemente la retorica ecologista con le apparenze attraverso una sostanziale insostenibilità. Un solo progetto lo avrei sottoscritto come manifesto ma non come prototipo. L’effetto replica che lo stesso Boeri ha fatto del Bosco Verticale in giro per il mondo o l’emulazione generatasi ha travisato il senso dell’architettura. Concordo, tuttavia, sulla necessità di riprendere seriamente un dialogo architettura-natura ma senza facile retorica, con un ritorno all’etica di vitruviana memoria, l’architettura strumento di adattamento dell’uomo alla natura, senza prevaricazione ma in armonia. Assimilare l’innovazione sino a farla diventare un modello ripetibile. Per questo serve un metodo, una teoria, del tempo. Arte/filosofia/sociologia/linguistica/poetica devono confluire nella concretezza dell’opera architettonica, quale organismo urbano, utile, funzionale, efficiente, non retorico. Questi esperimenti finora incontrati non pare riescano a rappresentare una sintesi teorico-pratica del pensiero progettuale, non identificano l’opera d’architettura benché riescano ad accreditarsi nella contemporaneità. È l’era del fashion design trasposto all’architettura, una tendenza che si è accreditata con la figura dell’archistar, nulla a che vedere con i maestri dell’architettura. Inoltre, gli architetti dello starsystem, chiamati e utilizzati dai costruttori per legittimare le loro scatole vuote vestite di verde ecologista. Forse per cambiare le cose, però, un articolo non basta.

 

Testo di: Santo Marra
Foto: Bosco Verticale © Giulio Paolo Calcaprina; Acquarela: render di Jean Nouvel Architecte; Valley: render di MVRDV architects; Magic Breeze Sky Villas: render di Penda Architects
Editing: Giulio Paolo Calcaprina

Architettura per Emergency – Lo scandalo della bellezza

2 Agosto 2015

Non conoscevo l’esperienza dell’architetto Raul Pantaleo (Tamassociati) e il suo stretto rapporto con Emergency, a dire il vero non conoscevo neanche troppo bene la filosofia che guida l’operato di Emergency nei suoi progetti.

Per ragioni fortuite e personali ho avuto modo di partecipare ad alcuni degli incontri informativi che organizzano presso le loro sedi.

Questi incontri hanno scatenato la mia curiosità e ho iniziato ad approfondire la cosa.

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Il testo che più mi ha colpito è stato “Attenti all’uomo bianco”. Si tratta di un diario scritto dall’architetto Pantaleo che racconta la sua esperienza nella realizzazione del Centro Salam di Cardiochirurgia di Emergency in Sudan. Accanto agli aspetti più sociali ed umanitari che mettono in luce le difficoltà di chi vive in quei paesi, ho trovato di notevole interesse anche la parte più tecnica, dove con la stessa passione si raccontano gli aspetti più legati alla conduzione del cantiere: le sofferenze, la ricerca delle soluzioni pratiche, le tensioni con le imprese e il rapporto con gli operai, fino alla soddisfazione finale e il senso di straniamento che si prova al termine del cantiere. Parliamo di un mondo lontano anni luce dal nostro, dove si lavora con difficoltà pratiche inimmaginabili per noi occidentali; eppure non ho potuto evitare di riconoscere in quel racconto le stesse identiche forme di relazione umana che si instaurano in ogni cantiere, gli stessi legami affettivi che si sviluppano sul luogo “cantiere”; la sofferenza che si prova quando si ha la sensazione che i problemi non finiscano mai e la soddisfazione che arriva puntuale quando si cominciano ad apprezzare i progressi fisici (lo scavo, le fondazioni, le strutture, l’involucro esterno, ecc.).

Leggendo il diario ho dovuto rivedere alcuni dei miei pregiudizi; al tempo stesso ho trovato conferme in molte delle mie convinzioni.

Cominciamo dai pregiudizi.

Chi l’ha detto che un intervento umanitario, ancorché in una zona disagiata, in emergenza, priva delle risorse più elementari, non debba avere lo stesso identico livello di qualità che viene garantito in occidente?

Siamo così abituati a dare per scontato il disagio del Terzo Mondo che tendiamo a ritenere che qualunque aiuto, anche minimo, sia meglio di niente. L’idea di fondo è che dove le persone non hanno nulla, allora anche avere un qualcosa di malmesso, rotto o non completamente funzionante è sempre meglio di niente.

Con questa logica si accetta l’idea che un prodotto di natura umanitaria possa in qualche modo essere de-specificato rispetto ai normali livelli di qualità. Per chi non ha nulla, in fondo possono essere sufficienti anche gli scarti di produzione, o le attrezzature per noi obsolete.

Per chi rischia di morire di fame vanno bene anche i cibi scaduti.

Per chi non ha una casa dove vivere, in fondo una lamiera potrebbe essere più che sufficiente.

Non è così.

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La prima conseguenza di questo modo di pensare è che si preferiscono interventi a pioggia, poco risolutivi e che trasmettono un messaggio di ineluttabilità delle condizioni di disagio: “noi che siamo il ricco occidente siamo quelli buoni e disponibili a inviarti il nostro aiuto, ma non pretenderai mica di vivere nelle nostre stesse condizioni?”. Ogni aiuto è benvenuto purché si mantenga inalterata la gerarchia sociale tra noi, i ricchi e loro, i poveri del mondo.

La seconda conseguenza è la totale assenza di un volano sociale: una volta esaurito il flusso degli aiuti, si ferma tutto.

Certo, in quel tipo di economia, sapersi arrangiare con quello che si ha, è fondamentale anche solo per garantirsi la sopravvivenza, ma è una logica che non può è non deve funzionare quando l’obbiettivo è il miglioramento permanente delle condizioni di vita delle persone.

La logica dell’azione di Emergency ribalta la prospettiva. Se la salute è un diritto inalienabile dell’uomo questo diritto deve essere garantito per tutti gli esseri umani con gli stessi livelli di qualità ovunque: livelli di qualità comparabili con quelli occidentali.

Gli ospedali di Emergency impiegano i migliori medici del mondo (e formano le risorse locali in maniera da continuare a garantire quei livelli nel tempo), utilizzano le migliori attrezzature e realizzano strutture degne delle migliori cliniche europee.

Ma soprattutto fanno gli ospedali belli: scandalosamente belli!

E qui veniamo alle conferme.

Già perché l’approccio di Emergency entra a gamba tesa sul tema della funzione dell’Architettura.

L’architettura non salva le vite umane, a quello ci pensano i medici, e non è in grado da sola di modificare il mondo. Eppure l’architettura è un media, portatore di senso e significato; come tale è in grado di trasmettere il messaggio, di farsi essa stessa messaggio.

E il messaggio in questo caso è chiaro, un messaggio di speranza che dice: “Eccomi, sono qua, sono il meglio che ci sia al mondo. Non importa se sei ricco o sei povero, se sei maschio o sei femmina, se si mussulmano cristiano o ortodosso. Chiunque tu sia hai diritto a ricevere il meglio.”

E il meglio si riveste anche di architettura bella, sostenibile e al tempo stesso  moderna, senza cedere al vernacolare.


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Una lezione valida anche per noi che ci siamo nel tempo assuefatti al brutto delle periferie e alla loro malagestione; che finiamo per accogliere con rassegnazione interventi condotti sotto tono; che ci pare un miracolo quando le cose vengono fatte, anche se male, purché onestamente; che ci accontentiamo dell’anonimato.

Gli interventi di Emergency ci insegnano a non rassegnarci al peggio; ci insegnano a pretendere sempre e ovunque città sostenibili, vivibili, funzionanti e anche scandalosamente belle!

Nota: i virgolettati sono miei, le immagini sono tratte dalla pagina ufficiale di Emergency