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Conoscere e cooperare per potere dire veramente “Buona Scuola”! L’Embodied Cognition spiegata dai ricercatori e applicata sul campo dai docenti, intervengono la prof.ssa E. Buondonno, il prof. F. Gomez Paloma e l’arch., docente L. Vaccaro.

30 giugno 2018

Accingendomi a scrivere questo testo mi accorgo che prendo mentalmente a canticchiare il geniale brano di Elio e le Storie tese “La terra dei Cachi” (1996). Il titolo di questa canzone mi fa da sempre pensare ad un passo dell’Iliade (libro IX, vv 83-103) nel quale si narra dell’approdo di Ulisse e dei suoi alla terra dei Lotofagi. Tale popolo si nutriva esclusivamente del “dolce frutto del loto” (popolarmente detto anche “caco”), il quale aveva la caratteristica di gettare la mente di chi lo mangiasse nell’oblio, di far perdere la memoria, motivo che spinse Ulisse a ricondurre con la forza i suoi uomini sulle navi allorché mangiato il frutto stavano per dimenticare la patria e abbandonare il viaggio verso di essa!

In questa nostra Italia fortemente burocratizzata, afflitta da corruzione e abitudini difficili da estirpare tra vincere un concorso e vedersi affidato l’incarico, tra l’inizio dei lavori e la fine degli stessi, passano anni segnati da inchieste, commissariamenti, vertenze, disguidi di vario genere per cui il progetto che nel momento del suo concepimento aveva caratteri innovativi diventa obsoleto nel momento della sua realizzazione (quando questa va a buon fine), in tal modo il Paese non è mai al passo e si arretra. Leggi entusiasmanti ed encomiabili sulla carta si risolvono in un nulla di fatto. Talvolta i rallentamenti sono dovuti a contraddizioni rilevate in ritardo, a concorso in fase di svolgimento o già svolto. È il caso del concorso “Scuole Innovative”, arenatosi nelle incongruenze notificate dall’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) con delibera n. 185/2018 al MIUR (Ministero Istruzione Università e Ricerca). Restano perciò ancora bloccati i fondi stanziati dalla legge “Buona Scuola” (Legge 107/2015) in base ai quali era stato indetto il concorso per la realizzazione di scuole innovative tanto dal punto di vista strutturale della costruzione, dei materiali e degli impianti quanto dal punto di vista degli interni architettonici perciò degli ambienti di apprendimento. Di tali innovazioni si è maturato il bisogno per migliorare le prestazioni della nostra scuola adeguandola a modelli più all’avanguardia già in uso in altre parti d’Europa e del mondo.

In un Paese, dunque, dove sovente si verificano situazioni come queste, dove tutti i tempi di attesa sono dilatati, gli atti ufficiali giacciono ammonticchiati in pile negli uffici pubblici in attesa di essere trascritti definitivamente nei pubblici registri, i reati, anche quelli gravi, cadono in prescrizione, sembra che gli italiani siano destinati a smarrire la memoria delle loro speranze, dei loro investimenti di tempo, delle aspettative riposte nei governi eletti, delle promesse dei politici e debbano rassegnarsi a smettere di andare verso la realizzazione dei propri progetti. Sembra che la memoria degli italiani venga messa a mollo in uno stato di sospensione e di distrazione per allentare la pressione di chi aspetta su chi deve fornire risposte, riscontri, soluzioni. Chi può fare la parte di Ulisse, scuoterci con forza e riportarci a riprendere diritti il nostro cammino? Nessuno se non noi stessi attraverso la nostra coscienza civica. Ognuno ha il dovere di non lasciarsi assuefare e la responsabilità civile di sostenere per se stessi e per la comunità il valore dei progetti, di alimentarli e portarli avanti, di non lasciarsi stancare, di vegliare, di chiedere, di pretendere che le cose si facciano, di dare voce in ogni modo ai disagi, ai bisogni, di tenere in piedi il confronto e nutrire il senso critico. Ognuno deve operare in funzione del bene proprio e di tutti impegnandosi come può e incarnando un esempio positivo! Ecco perché la passione e la tenacia degli insegnanti, degli architetti, dei dirigenti scolastici (unita a quella di allievi, genitori e cittadini) che investono le loro personali energie per migliorare la scuola, impegnandosi oltre i confini dei compiti a loro formalmente spettanti, costituiscono un esempio virtuoso da tenere in conto, valorizzare e diffondere. Ed è per questo che avendo potuto osservare uno di questi esempi attraverso il convegno “Scuole innovative: Embodied Cognition Design come paradigma dei nuovi spazi scolastici” , tenutosi lo scorso 31 maggio al Liceo Classico G. Vico di Napoli, ho pensato di scriverne per onorare certi valori e principi in cui credo, anche da cittadina. In un precedente post ho presentato il progetto nei suoi tratti generali, mentre in questa seconda occasione, accogliendo alcune richieste di approfondimento, sono felice di entrare più nel dettaglio del tema e dei progetti che sono stati illustrati al convegno da una ventina di scuole di Napoli e provincia i cui docenti hanno avuto la possibilità di partecipare ad un corso di formazione volto all’acquisizione di strumenti per la progettazione di nuovi spazi scolastici, promosso dall’Ordine degli Architetti, P.P. e C. di Napoli e Provincia in collaborazione con il liceo ospitante, sotto il coordinamento della Prof. Emma Buondonno (Università Federico II) e la guida scientifica del prof. Filippo Gomez Paloma (Università degli Studi di Salerno).

Ci conducono più addentro al progetto: la prof. Buondonno, il prof. Gomez Paloma, l’arch. Vaccaro a cui ho rivolto qualche domanda.

La prof. Emma Buondonno, che ha aderito all’organizzazione del Corso di Formazione sull’ Embodied Cognition Design come paradigma dei nuovi spazi scolastici per le Scuole Innovative soprattutto per consolidare il processo di cooperazione istituzionale tra i soggetti e gli enti coinvolti, conduce e coordina un gruppo di ricerca di progettazione architettonica e ambientale e di urbanistica i cui risultati sono periodicamente pubblicati sulla collana da lei diretta giunta ormai al 20° numero. Un ambito degli studi riguarda la progettazione partecipata con i bambini e le bambine in cooperazione con il Laboratorio Regionale della Città dei Bambini e delle Bambine di San Giorgio a Cremano e con le scuole di Napoli e provincia. In questo campo ha promosso numerosi laboratori interdisciplinari con agronomi e architetti tra i quali “Il giardino della mia scuola sarà pieno di fiori”, “Germogli”, “Un albero per ogni bambino nato o adottato” per le scuole di Melito di Napoli e di Calvi Risorta e il “Piano delle aree di gioco urbane”.

C.S.: Prof.ssa Buondonno, nell’ambito del progetto che stiamo esplorando, lei si è occupata del coordinamento tra i diversi attori intervenuti, aspetto particolarmente delicato in un progetto sperimentale, interdisciplinare e complesso come questo. Può tracciare per noi lo scenario architettonico, sociale e normativo che si delinea intorno alla scuola italiana in questo momento storico, per capire qual è il punto di partenza nel progetto?

E. B. : Prima di tutto desidero rivolgere due grandi e sinceri ringraziamenti, il primo, al prof. Filippo Gomez Paloma che ha generosamente coinvolto gli architetti in questo percorso scientifico interdisciplinare che ha molti traguardi da raggiungere e, il secondo, a te Cristina per esserti fermata ad approfondire ed indagare le ragioni che hanno spinto un team di architetti e ricercatori ad offrire un contributo per il dibattito aperto sul mondo della scuola e dei giovani tra disfunzioni attuali e proiezioni verso il futuro.

Questi primi decenni del nuovo secolo sono attraversati da dilemmi umanitari di portata epocale e globale. La grande crisi energetica degli anni ’70, la grande crisi politica dei paesi social-comunisti e maoisti alla fine degli anni ‘80 e la grande crisi finanziaria del 2008 hanno messo in luce i punti di debolezza dei sistemi politici ed economici iperliberisti e neocapitalisti.
Nell’architettura e nell’urbanistica si riflettono direttamente gli effetti di questi tre principali fattori che conducono alla crisi umanitaria dei nostri giorni e al divario sempre più incolmabile tra concentrazioni di ricchezze in poche mani e allargamento delle fasce a impoverimento progressivo fino alla povertà assoluta. Sovrappopolazione e sovra-urbanizzazione sono gli aspetti complementari della stessa medaglia i rischi ambientali del pianeta e di sopravvivenza delle specie viventi.

Da tale consapevolezza nasce la necessità di codificare i nuovi paradigmi dell’architettura e dell’urbanistica contemporanee:

1. Consumo di suolo zero/Bio-remedation;

2. Costruire sul costruito lasciando alla natura il tempo di reagire;

3. Architettura bioclimatica che produce energia piuttosto che consumarla;

4. Architettura e Natura, architettura come protesi della natura;

5. Cooperazione tra costellazioni di città in antitesi alla competizione tra metropoli – decentramento contro densificazione/desertificazione;

6. Flessibilità e reversibilità dell’Architettura con impiego di materiali riciclabili – Riuso e Recupero prudente;

7. Nuova etica dell’Architettura.

Se dovessimo sviluppare il settimo paradigma andrebbe declinato proprio nella logica dell’Embodied Cognition e nella sintesi delle relazioni tra il corpo dell’architettura e il “corpo” della comunità.
La sperimentazione progettuale non può più prescindere da tale considerazione se si intende concretamente “umanizzare” edilizia e quartieri che in molte città metropolitane amplificano invece di ridurre il disagio sociale e le condizioni di diffusione di patologie, fino a quelle neurodegenerative. Proprio in quest’ultimo campo scientifico si stanno promuovendo importanti studi per stabilire l’influenza dell’organizzazione spaziale dei quartieri e dell’asemanticità degli edifici sia pubblici che privati che conducono all’isolamento degli anziani e all’alienazione sociale dei gruppi di diverse etnie sempre più esposti alle patologie neurodegenerative. L’incremento delle patologie neurodegenerative genera a sua volta l’incremento della spesa sanitaria a carico dello Stato e quindi migliorare le condizioni di vita e di salute dei cittadini si traduce in politiche di prevenzione e di cura piuttosto che di intervento sanitario certamente più costoso. Gli strumenti conoscitivi e delle competenze ingegneristiche ed architettoniche non sono più adeguati rispetto alle problematiche attuali e in particolare proprio l’architettura scolastica e dei luoghi dell’istruzione e della formazione risentono del conflitto crescente tra finanziarizzazione dell’edilizia e scopo virtuoso dell’industria delle costruzioni.
Non si deve dimenticare, inoltre, l’evoluzione normativa in materia di edilizia scolastica come l’adeguamento antisismico, l’eliminazione delle barriere architettoniche per le diverse abilità, il sistema di controllo e di risparmio energetico, il controllo dell’efficienza impiantistica e tecnologica e il rispetto normativo dei rapporti illuminanti, di esposizione e di disposizione degli arredi. Normalizzazione ed efficientamento che tendono alla standardizzazione e all’asemanticità dei luoghi preposti all’apprendimento e, dunque, che allontanano piuttosto che fare incontrare le esigenze ed i fabbisogni di bambini e di adolescenti nelle loro attività di sviluppo conoscitivo.

Gli ordinamenti didattici, in più, devono adeguarsi ed aggiornarsi in edifici scolastici progettati e realizzati nel tempo con funzioni ed ordinamenti diversi dagli attuali; si evidenziano, quindi, due ordini di problemi, da un lato il patrimonio architettonico che ereditiamo dal passato con la necessità di adeguarlo alle normative in materia di sicurezza e, dall’altro lato, la spinta verso forme contemporanee di organizzazione didattica molto spesso costretta in edifici non rispondenti alle nuove istanze dell’apprendimento.
Analizzando il primo aspetto del problema bisogna precisare che il patrimonio scolastico che ereditiamo dal passato può essere diviso in tre distinte categorie:

1. Gli edifici scolastici costruiti prima della seconda guerra mondiale che rappresentano il patrimonio d’interesse storico ed anche le scuole dove una data comunità si riconosce; per questi edifici, per i quali non sempre è possibile garantire i livelli di adeguamento alle nuove normative, è opportuno il restauro ed il risanamento conservativo con la destinazione d’uso più adeguata come ad esempio “casa della cultura e dell’istruzione” e memoria storica delle scuole di una città o di un paese. In questo caso prevale la “ragione storica” ed è principalmente questa a dover essere salvaguardata.

2. Gli edifici scolastici costruiti tra il 1950 ed il 1970, cioè antecedenti alla prima legge antisismica. Generalmente si tratta di edilizia priva di qualità architettonica, obsoleta dal punto di vista impiantistico, tecnologico, a rischio sismico, energivora ed avulsa dai contesti urbanistici poiché generalmente le scuole di tale periodo sono state edificate nelle aree verdi dei centri storici o nei quartieri di espansione urbana. Questo patrimonio edilizio è quello che certamente deve essere destinato alla “rottamazione edilizia” poiché i costi del recupero anziché della ristrutturazione edilizia ed urbanistica sarebbero certamente superiori alla costruzione ex-novo con tecniche all’avanguardia per il risparmio energetico e rispondenti alle esigenze didattiche attuali.

3. Gli edifici scolastici costruiti successivamente all’entrata in vigore della prima legge antisismica e in particolare l’edilizia post sisma ’80 che in Campania ha visto la realizzazione dei comparti della legge 219 con quartieri del programma straordinario di edilizia residenziale pubblica e le relative scuole. In questo caso le costruzioni sono state del tipo della prefabbricazione con un tempo di ciclo di vita previsto di circa trent’anni, dunque si tratta di edilizia già senescente con pochi margini di recupero ed anche in questo caso è opportuno prevedere la sostituzione edilizia ex-novo.

Per quanto riguarda, invece, il secondo aspetto del problema è maturo il tempo di una congruenza a livello europeo degli ordinamenti didattici e percorsi formativi internazionali in scuole adeguate alle future esigenze.
In sostanza si è di fronte ad una stagione fondamentale possiamo dare gambe al progetto di costruzione della comunità europea partendo proprio dalle ‘generazioni erasmus’ che si sono formate attraverso gli scambi di studenti tra le scuole e le università europee; adesso però tocca alla costruzione di scuole europee ed internazionali all’altezza delle richieste per le future generazioni. Si deve portare l’Europa fisicamente con le nuove architetture nei territori, nelle città, nei paesi dell’Italia. La sfida è tra rafforzare i principi democratici di scuole pubbliche aperte ai territori di aiuto alle comunità per essere capaci di crescere culturalmente, socialmente ed economicamente insieme o far prevalere paure e pregiudizi sulle nuove povertà globali. Certamente non è possibile vincere questa sfida senza la cooperazione istituzionale del mondo della scuola come del mondo dei comuni e delle province e degli architetti e dell’università.

Nel corso di formazione per le Scuole Innovative alla luce dell’Emboided Cognition Design come nuovo paradigma degli spazi scolastici si è inteso sperimentare con dirigenti scolastici e docenti le possibilità di flessibilità e di adeguamento dell’architettura alle nuove istanze dell’EC stesso.

L’architettura è il risultato dell’integrazione di elementi di natura empatica come l’idea originaria del progetto, lo scopo e i significati e di elementi fisici come i materiali, le tecniche costruttive, la struttura portante di un edificio e le sue funzioni.

Dalla composizione delle due sfere, degli elementi di natura empatica e degli elementi di natura fisica, si possono decodificare i quattro poli dell’architettura: forma/scopo da un lato e struttura/funzione dall’altro. Nella storia dell’architettura di volta in volta le poetiche moderne e contemporanee si sono misurate con questi quattro poli e, in particolare, l’Emboided Cognition coinvolge la sfera con i due poli di Forma e Scopo e di come questi interagiscono con la percezione da parte del corpo umano dello spazio architettonico reale.
Il corso ha rappresentato un primo tassello di congiunzione tra la sperimentazione scientifica interdisciplinare da un lato e la pratica applicativa con le scuole dall’altro. La strada da percorrere è ancora in fase sperimentale ma lo scopo di ampliare l’idea di progettare nuove scuole che aiutino docenti e studenti a lavorare sempre meglio insieme per sé stessi e per gli altri forse potrebbe apparire ingenuo e debole alla luce di quanto leggiamo quotidianamente sui giornali di casi di bullismo giovanile contro studenti e docenti o di vandalizzazione e distruzione di scuole predate di attrezzature innovative che lasciano un profondo segno di violazione nei luoghi destinati proprio ai bambini e ai ragazzi. In realtà il percorso intrapreso è rivolto ad affermare l’importanza di ripensare alla scuola partendo da tutti i soggetti effettivamente coinvolti e non con modelli precostituiti e imposti che schiacciano l’intero corpo del mondo della scuola e dell’università e l’umanità che tali mondi generano.

Delineato il quadro generale nel quale è nato e si e sviluppato il progetto, lasciamoci condurre al cuore del tema sul quale esso è imperniato dal prof. Gomez Paloma che conduce e coordina un gruppo di ricerca sull’Embodied Cognition orientata all’applicazione in ambito pedagogico, il quale vede la partecipazione di due docenti di Università campane, Prof. Marco Borrelli dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” e Prof. Domenico Tafuri dell’Università degli Studi di Napoli Parthenope, nonché dell’architetto Marina Calò nella veste di docente di Arte e Immagine presso l’I. C. Savio – Alfieri.

C.S.: Prof. Gomez Paloma cosa è l’“Embodied Cognition”, la “Cognizione Corporea”, e quali discipline coinvolge il suo studio e la sua definizione?

F.G.P.: Gentile Cristina, innanzitutto grazie per avermi interpellato su un tema a me tanto caro. L’Embodied Cognition (EC) è un paradigma interdisciplinare, a carattere internazionale, sorto intorno agli anni ‘80 che accomuna più teorie, di matrice umanistica e scientifica, finalizzate alla valorizzazione del corpo nei processi cognitivi dell’essere umano. Si spazia dalla Filosofia alle Neuroscienze, dalla Biologia alle Scienze dell’Educazione, dalla Psicologia all’Antropologia: in tutte queste discipline le energie euristiche sull’EC confluiscono sul significativo ruolo del corpo nei processi cognitivi. Sia ben chiaro, per processi cognitivi non intendiamo solo meccanismi relativi all’apprendimento, ma anche tutto ciò che si esprime nei comportamenti attraverso e grazie ai pensieri e alle emozioni di tutti i giorni. Cognizione ed emozione, infatti, sono oggi intese come un “tessuto epigenetico” a carattere bio-psico-sociale, all’interno del quale la corporeità riveste un ruolo di collante di percezione e azione.

C.S.: L’Architettura e l’uomo sono entrambi dotati di un “corpo”, in che relazione stanno fra loro questi due corpi? Può quello dell’Architettura essere considerato un ampliamento del corpo umano nello spazio?

F.G.P.: È proprio così, lo spazio architettonico, inteso come ambiente percettivo e interattivo del e per l’essere umano, rappresenta sicuramente un’estensione del corpo umano. Non per niente le ricerche sull’EC confermano che gli stimoli ambientali, che derivano anche dallo spazio architettonico, incidono sulla mente del soggetto che lo vive, modificando strutturalmente, a livello anatomico e fisiologico, gli stessi neuroni e le stesse sinapsi del vivente, predisponendo circuiti nuovi e funzionali a soddisfare l’ambiente. Corpo architettonico, quindi, inteso come modulatore del cervello biologico dell’uomo. Dal momento che l’apprendimento umano avviene in risposta ad un adattamento cerebrale sollecitato dall’ambiente, si comprende facilmente come lo spazio architettonico possa giocare un ruolo primario a livello percettivo e di benessere (a livello embodied appunto) per tutte le “funzionalità” cognitive dell’essere che lo vive.

C.S.: Lo spazio definito dall’architettura può considerarsi come il tessuto connettivo che tiene insieme gli uomini, ha un peso sulle loro relazioni, le può indurre, modificare, qualificare?

F.G.P.: La storia e la sua evoluzione ci hanno insegnato da sempre che spazio e relazioni umane hanno avuto ed avranno sempre un grande nesso. La logica vorrebbe che il divenire culturale e sociale dell’uomo, nell’evolvere continuo delle dinamiche relazionali di cui si nutre, orienti l’architettura ad adattare l’allestimento dello spazio alle esigenze dei viventi. Credo invece che oggi possa accadere anche l’inverso: lo spazio architettonico, nella sua implicita connotazione specifica, a seconda di come è configurato, può modellare e qualificare (nel bene e nel male) le modalità di conduzione e di relazione sociale dei soggetti che lo vivono. Questo accade proprio perché il corpo, quale entità percettiva dell’ambiente, assorbe sollecitazioni che inducono la mente ad elaborare processi comportamentali consoni e funzionali alla configurazione dello spazio circostante. Va specificato, però, che il grado di tale assorbimento dipende dal filtro percettivo con cui l’essere vivente si pone, filtro che varia la sua larghezza delle “maglie” a seconda dei modelli sociali a cui afferisce e dell’esperienza di vita personale condotta.

C.S.: I criteri dell’Embodied Cognition sono concretamente applicabili a tutti i tipi di scuole che possono riscontrarsi sul territorio italiano di cui ha avuto modo di analizzarne con il suo lavoro numerosi esempi? Oppure costituiscono un deterrente all’applicazione del paradigma le condizioni economiche, le caratteristiche fisiche della struttura / architettura di partenza?

F.G.P.: Il fatto che l’EC non rappresenti un protocollo vincolante e dogmatico, con specifici veti o postulati tali da giustificarne l’esistenza e la sua significazione, ci consente di calibrarne il costrutto e di modularne l’applicabilità. Questo significa che non è detto che esistano due categorie di scuole: con e senza principi dell’EC. Piuttosto esistono vari principi dell’EC, alcuni applicabili in talune scuole, altri consoni ad altre tipologie di istituzioni scolastiche. Questo perché i principi dell’EC afferiscono non solo a variabili architettoniche, ma anche a variabili umane legate a competenze professionali dei docenti, dei dirigenti, delle famiglie, a sensibilità degli EE.LL. (economia giustappunto), a politiche del territorio (piano regolatore ad esempio). Certo, qualora la struttura scolastica fosse storica, toccherà lavorare sì sull’allestimento degli spazi già esistenti (riqualificazione), ma sarà fondamentale intervenire sulla formazione culturale e professionale dei docenti affinché gli stessi attori valorizzino e non reprimano tale riqualificazione. Nel caso di una scuola da ristrutturare, o costruire ex novo, saranno le configurazioni degli spazi secondo i principi dell’Embodied Cognition Design (ECD) che indurranno docenti, dirigenti e famiglie a riformulare la didattica secondo innovazioni metodologiche. In entrambi i casi si tratta di valorizzare il paradigma dell’EC inquadrandolo come approccio sistemico. È proprio così che è nato il filone dell’ECD, approccio la cui genesi è frutto del forte contributo, motivazionale e professionale, dell’architetto docente Marina Calò, con la quale si è deciso di lanciare questo indirizzo di ricerca partendo appunto dalla pratica di coloro che vivono tutti i giorni le emergenti problematiche della scuola.

C.S.: La formulazione di nuovi spazi se da un lato nasce dal bisogno di rispondere a nuove esigenze abitative e relazionali dall’altro spinge anche verso nuovi modelli, li suggerisce, come vengono messe in equilibrio fra loro queste due “forze”?

F.G.P.: È un po’ come dire: è nato prima l’uovo o la gallina? È la didattica che guida l’organizzazione (anche degli spazi) della scuola o quest’ultima ad orientare la progettazione didattica e la metodologia di apprendimento? Credo che il miglior modo di approcciare al problema è quello di non standardizzare una formula specifica o lineare di successo, ma consentire di far adottare alle scuole modelli plurali scegliendo, a seconda delle caratteristiche del sistema scuola, se intervenire sulla formulazione di nuovi spazi per rispondere a nuove esigenze metodologiche, se predisporre ambienti di apprendimento innovativi per spingere a formulazioni didattiche più funzionali e pregnanti o se, sarebbe l’ideale, intervenire su entrambi i fronti. È proprio questo equilibrio tra queste due forze propulsive – Architettonica e Pedagogica – che, combinato e adattato a quella peculiare condizione di sistema scolastico, può portare al successo dei ragazzi e alla svolta sociale del valore istituzionale della scuola. Ci tengo a sottolineare che questo connubio scientifico e culturale è stato possibile implementarlo durante il corso di formazione tenuto al Liceo G.B. Vico di Napoli anche grazie alla grande professionalità accademica della Prof.ssa Emma Buondonno, stimata docente di Progettazione architettonica dell’Università di Napoli Federico II.

C.S.: Che ruolo hanno nella sua ricerca i diversi attori che agiscono all’interno dell’ambiente scolastico, dai DS agli allievi, dagli insegnanti ai genitori?

F.G.P.: Essenziale! Il contenitore scuola può essere modificato e ri-configurato secondo paradigmi progettuali innovativi e pedagogicamente avanzati (ECD), ma senza la predisposizione degli attori tutti alla valorizzazione del ruolo degli ambienti di apprendimento è possibile fare poco. Sì, l’ambiente condiziona il comportamento di chi lo vive, ma ciò che modifica il vero statuto pedagogico della scuola è la professionalità dei protagonisti della vita scolastica, frutto specialmente della formazione sulla persona. Ognuno di noi nella vita può essere sapiente e competente sulle discipline e sulle metodologie più innovative, ma resta l’ESSER dirigente, l’ESSER docente, l’ESSER alunno, l’ESSER genitore la chiave del successo. Ciascun ESSERE, a prescindere dai ruoli e dalle funzioni, è legato alla propria personalità, alla modalità di relazione, alla percezione dei fenomeni della vita e degli eventi che si presentano nell’ambiente circostante. Ed è proprio questa delicata e dinamica relazione soggetto/ambiente che rappresenta la chiave universale sulla quale lavorare, per la quale vale veramente la pena di mettersi in discussione. Solo così sarà possibile tornare alla centralità dell’educazione e della scuola per riconquistare la nostra legittima serenità del vivere civile.

Infine, volendo fornire al lettore una restituzione del progetto anche dal punto di vista degli effetti ottenuti sulle scuole attraverso il corso di formazione menzionato in questo articolo e l’applicazione ad esse del concetto di Embodied Cognition, ho pensato di fare intervenire uno dei docenti di scuola che ha seguìto il corso per conto del suo Istituto. Ho scelto fra i vari progetti presentati al convegno quello presentato dai docenti arch. Donato Maria La Pegna e arch. Luigi Vaccaro per conto dell‘Istituto I.C. Socrate – Mallardo, di Marano di Napoli (DS Teresa Formichella), poiché ho trovato interessante come questo progetto dimostrasse che pur rispettando la rigidità della pianta iniziale e dei numerosi vincoli (caratteristiche comuni a quasi tutte le scuole) si possano modificare gli interni di una scuola in modo da restituirla ai suoi utenti, agli studenti innanzitutto, completamente rinnovata nelle possibilità di fruizione. Pertanto risponde a qualche domanda l’arch. Luigi Vaccaro, docente di tenoclogia.

CS.: Arch. Vaccaro so che l’edificio nel quale alloggia la sua scuola è stato costruito negli anni ’80 ed è caratterizzato da una pianta con una rigida distribuzione degli spazi. Come è stato possibile applicare ad essa il paradigma dell’Embodied Cognition, avete riscontrato delle difficoltà e se si quali?


L.V.: Cristina, grazie per queste domande che mi consentono di illustrare più nel dettaglio il progetto sviluppato relativamente alla scuola nella quale insegno. Innanzitutto preciso che il progetto/esperimento ha interessato solo una parte della scuola che è molto grande (oltre 4.500 mq. nel totale). Abbiamo lavorato su un corpo basso che ospita 6 aule, aggiunto all’edificio centrale in un secondo momento, e sulla corte aperta che esso stesso contribuisce a definire. Il primo limite di cui abbiamo dovuto tenere conto è l’esiguo spazio a nostra disposizione, infatti il rapporto “mq per le attività didattiche / alunni” è solo di 2.6, il che rende impossibile adottare la soluzione dell’Open Space che è quella più indicata a soddisfare le esigenze della nuova didattica, avremmo avuto diversi problemi come interferenza fra gli alunni e inquinamento sonoro. Perciò, esclusa l’ipotesi del superamento dell’aula in quanto tale, abbiamo dovuto lavorare sulla ridefinizione dei suoi confini e sull’asse connettivo che unisce fra loro le diverse aule. Abbiamo dunque ricercato una permeabilità tra le varie parti architettoniche e l’abbiamo ottenuta trasformando i muri divisori in diaframmi leggeri con l’impiego di asole di vetro, sistemi oscuranti, pannelli fonoassorbenti, arredi versatili e multifunzionali.

 

Anche grazie all’impiego dei nuovi arredi, abbiamo rifunzionalizzato l’asse connettivo: non più solo luogo di congiunzione e passaggio, ma luogo di sosta, di scambio e di aggregazione dotato di una lavagna-bacheca, di una libreria, di mobili contenitori oltre che di spazi espositivi e di un box del pensiero che oltre ad avere una sua funzione propria, può unire fra loro due ambienti dando luogo ad unico grande laboratorio attraverso un semplice sistema legato agli infissi. Infine abbiamo recuperato lo spazio esterno della corte trasformandolo in un’aula all’aperto.

CS: Ha condiviso con i suoi colleghi e con i suoi allievi il progetto? Come è stato accolto all’interno della scuola?

LV: Certo, ho condiviso il progetto con alcuni colleghi che hanno molto apprezzato e condiviso le scelte progettuali. Per quanto riguarda i ragazzi li ho resi partecipi non solo mostrando loro come può essere la loro scuola, attivando discussioni in aula, ma anche mi sono avvalso della testimonianza di una allieva che grazie al gemellaggio fra il nostro Istituto e la Scuola Podstawowa di Kolobrezeg (Polonia) ha riportato la sua esperienza di una scuola estera dove vi è una particolare attenzione per la comunicazione grafica e la scelta degli arredi. Sotto la spinta di questi input i ragazzi si sono molto entusiasmati e hanno incominciato a sognare e a desiderare la nuova scuola. Del progetto sono rimasti colpiti in particolare dalle lavagne orizzontali che recuperano l’attitudine ancestrale a incidere segni sul suolo. Sono due: una ricopre il pavimento nel “box del pensiero” e l’altra definisce lo spazio dell’aula all’aperto. I ragazzi hanno bisogno e voglia di spazi nuovi e questa nuova scuola risponde ai loro bisogni quanto alle loro nuove abitudini relazionali! La Dirigente Scolastica è rimasta così positivamente impressionata che ha deciso di cercare sponsor per la realizzazione dell’aula all’aperto, sono fiducioso che riusciremo a realizzarla in tempi brevi!

CS: Arch. Vaccaro in qualità di docente che vi ha preso parte come destinatario, ritiene dunque che sia stato utile il corso di formazione organizzato dall’Ordine degli Architetti di Napoli e Provincia sull’Embodied Cognition Design?

LV: Assolutamente si! Ci sono state fornite preziose informazioni e consigli pratici. L‘approccio multidisciplinare è stato molto importante per affrontare l’argomento sotto molti punti di vista.Un progetto rilevante: utile al mondo scolastico, al mondo professionale ma soprattutto al progresso sociale! Il gruppo dei docenti è stato tutto prezioso e disponibile, ma devo ringraziare in modo particolare il prof. arch. Marco Borrelli, che con il suo gruppo di lavoro formato da giovani allievi architetti e designer ci ha consentito di rappresentare nel modo più efficace il nostro progetto attraverso tavole esplicative e render con i quali abbiamo potuto mostrare a tutti il nostro lavoro nel giorno del convegno.

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Prof.ssa Emma Buondonno: Architetto, Professore Associato di Progettazione Architettonica e Urbana con Abilitazione Scientifica Nazionale a Professore Ordinario, Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Vicepresidente del Coordinamento Napoletano Donne nella Scienza e del Coordinamento Nazionale dei Professori Associati. È stata responsabile scientifico del programma di scambi internazionali con l’Argentina per la progettazione delle scuole bilingue e biculturali Italo-Argentine e progettista della Scuola di San Francisco nel Consolato Generale Italiano di Cordoba. Progettista nel 2000 del complesso scolastico di Roccaraso (AQ).

Prof. Filippo Gomez Paloma: (PhD) National Scientific Qualification as Full Professor of Didactics, Special Pedagogy and Educational Research; Department of Human, Philosophical and Education Sciences; Scientific Coordinator of National Research EDUFIBES; Laboratory of Handicap, University of Salerno (Italy) 

Arch. Luigi Vaccaro: docente di tecnologia presso Istituto I.C. Socrate – Mallardo, di Marano di Napoli

NOTE:

Il gruppo degli architetti formatori tutto si è prodigato nell’affiancare gli allievi docenti nel progetto e nell’applicazione delle nuove metodiche dell’ECD con dei collaboratori: giovani creativi architetti, designer, laureati e laureandi. Nello specifico del progetto qui esposto nel dettaglio, relativo all’I.C. Socrate – Mallardo di Marano di Napoli, vanno in particolare ringraziati i giovani: Carmine Ugon, allievo architetto / Giuseppe Castaldo, allievo architetto / Francesca Panzariello, designer / Stefano Iervolino, designer / Francesca Ferrara, allieva designer / Luigi Tarantino, allievo designer.

È doveroso da parte mia ringraziare tutti i Professori intervenuti per la disponibilità che mi hanno dimostrato e rivolgere un particolare ringraziamento al prof. arch. Marco Borrelli attraverso il quale sono venuta in contatto con questo suo straordinario gruppo di lavoro e il loro appassionante progetto.


FONTI:

Delibera n. 185 del 21 febbraio 2018 dell’ANAC: QUI

Legge 13 Luglio 2015, n. 107: QUI

https://labuonascuola.gov.it/scuole

http://www.scuoleinnovative.it/

Embodied Cognition Design – L’Architettura al servizio della società: la collaborazione tra Ordine degli Architetti, Università e scuola in un progetto di rinnovamento

10 giugno 2018

Può l’Architettura influire positivamente o negativamente sulle persone? Si può migliorare la società intervenendo sull’Architettura? Sono relazionabili, e in quale rapporto stanno fra loro, la percezione degli spazi abitativi interni ed esterni rispetto ai vari edifici nei quali si svolge la vita dell’uomo? In altre parole lo spazio abitativo interno agisce sul singolo individuo in modo tale da influenzarne la percezione e dunque il comportamento anche all’esterno, nella società?

Il rapporto fra comportamento umano e spazio è stato indagato a partire dagli inizi del ‘900 nell’ambito di diverse discipline, ne forniscono un esempio la psicogeografia o la psicologia ambientale, la Scuola di Chicago con lo studio della relazione fra spazio urbano e sviluppo della criminalità, sempre su scala urbana in architettura gli studi di Kevin Lynch, e poi ancora esperimenti e osservazioni che hanno condotto in sociologia, più vicino a noi nel tempo alla “Broken Windows Theory”. Mentre per quanto riguarda la capacità, indagata in numerosi studi, dello spazio architettonico interno di esercitare la sua influenza sulla sfera emozionale delle persone attraverso le sue qualità (forma, colore, materiali, disposizione degli elementi spaziali, ecc.), non sono da trascurare alcune modificazioni apportate recentemente interessato gli spazi nei quali l’uomo svolge la gran parte della sua vita, quindi delle azioni che alimentano la vita sociale globale, primi fra tutti gli spazi di lavoro. Grandi colossi come Facebook, Apple o Pixar che con le loro attività influenzano pesantemente dall’andamento dei mercati su scala mondiale alla vita privata dei singoli individui nella sfera del loro quotidiano, hanno predisposto per i loro dipendenti aree destinate al relax e che favoriscono il loro benessere pisco-fisico al fine di migliorarne le prestazioni lavorative.

Quale è però uno spazio abitativo che può considerarsi come un “gancio” fra gli spazi esterni urbani e gli spazi interni privati o di lavoro? Probabilmente l‘ambiente abitativo della scuola, ovvero il luogo dove si accompagna l’individuo nella crescita e nella formazione della sua personalità dall’infanzia fino all’età adulta.

Ed è proprio in relazione agli ambienti scolastici che da qualche anno si è delineato un filone di ricerca incentrato su una pedagogia di tipo sperimentale che connette fra loro cognizione corporea e spazio architettonico: Embodied Cognition Design.

 

Scuole innovative: Embodied Cognition Design come paradigma dei nuovi spazi scolastici” è il titolo di un interessante convegno che si è tenuto lo scorso 30 maggio al Liceo Classico Giambattista Vico di Napoli. Il convegno è stata la tappa finale di un progetto promosso dall’Ordine degli Architetti, P.P. e C. di Napoli e Provincia in collaborazione con il prof. Filippo Gomez Paloma dell’Università di Salerno e con il liceo ospitante, che si è sviluppato attraverso un corso di formazione a docenti di scuola primaria e secondaria di I e II grado di una ventina di scuole di Napoli e provincia e un workshop nel quale gli attori coinvolti (dirigenti scolastici, insegnanti e in alcuni casi gli allievi stessi) hanno ripensato e rielaborato attraverso progetti di architettura di interni, gli spazi delle proprie scuole secondo il paradigma scientifico “Embodied Cognition”.

Il progetto è nato con l’intento di riportare l’attenzione di dirigenti ed insegnanti sulla necessità di attualizzare il sistema educativo allineandolo alle profonde trasformazioni che hanno interessato e stanno interessando la società e di consentire loro di esplorare la possibilità di farlo “attraverso un intervento di rigenerazione e rifunzionalizzazione progettuale per rendere pedagogicamente funzionali le strutture secondo i moderni modelli di apprendimento, di educazione, di formazione e di benessere”¹

 

Dal panorama di esempi offerto dalle scuole intervenute al convegno è emerso uno scenario variegato all’interno del quale tuttavia si possono rintracciare caratteristiche e macro-problemi che interessano la scuola pubblica italiana. Ciò che è saltato immediatamente ai miei occhi di osservatore esterno, è la fatica e la lentezza con le quali la scuola in Italia evolve al suo interno rispetto alle mutazioni del mondo ad essa esterno. Ad incidere su tale divario sono innanzitutto problemi di ordine economico e pratico. La mancanza di risorse economiche adeguate, infatti, se talvolta rende ancora possibile alla scuola l’acquisto di strumenti innovativi, le impedisce di fare fronte alla manutenzione ordinaria e straordinaria, rendendo inefficienti e insicuri gli edifici scolastici. Di conseguenza la mancata sicurezza degli edifici, che dovrebbe essere invece garantita, si pone giustamente in testa alla lista delle priorità dei dirigenti scolastici, costituendo una zavorra rispetto al formarsi di ragionamenti in ambito pedagogico e in termini di innovazione ed offerta formativa.

Comune punto di partenza per quasi tutte le scuole intervenute era una pianta architettonica caratterizzata dalla rigidità distributiva degli spazi, rispecchiante un altrettanto utilizzo ingessato degli stessi. Nei progetti elaborati si è agito su tale rigidità attraverso la rimodulazione degli spazi, l’utilizzo del colore e l’impiego di nuovi arredi in favore di una maggiore fluidità, per favorire il benessere psico-fisico degli allievi e il loro sviluppo cognitivo, così come suggerisce l’ “Embodied Cognition” . Il ripensare agli spazi ha chiamato a sé l’individuazione di nuove funzioni, di nuove possibilità di aggregazione e scambio da offrire agli studenti, e viceversa, là dove la scuola aveva già sentito di avvicinarsi a nuove pratiche, sono stati adeguati gli spazi. Sale di lettura, laboratori, Fab-Lab non sono solo apparsi come spazi innovativi, fortemente incentivanti per lo sviluppo della creatività degli studenti e per l’elaborazione di percorsi interdisciplinari talvolta inediti, ma anche come occasioni per aprire la scuola alla collettività. La scuola infatti, attraverso questa opportunità di ripensamento di se stessa, si è riproposta alla comunità con un ruolo sociale fortificato, dandosi o ri-dandosi ad essa come spazio aperto di formazione, arricchimento e scambio culturale fruibile da tutti. In tal senso è da notare che quasi tutte le scuole hanno sentito l’esigenza di riappropriarsi e rifunzionalizzare anche i propri spazi esterni con la previsione di aule all’aperto, spazi dedicati allo sport o ad orti che hanno visto (in progetti anche già realizzati) la collaborazione dei cittadini.
È stato arricchente, commuovente e incoraggiante, vedere l’impegno di tanti docenti che con grinta e tenacia, in alcuni casi rispolverando la laurea in architettura e le antiche passioni personali, si sono alternati ad immaginare una scuola migliore e a raccontare una scuola che con ogni sforzo si è già mossa in questa direzione ottenendo ottimi risultati soprattutto in quartieri mortificati dalla povertà e dal degrado. Si è insomma delineato uno scenario povero di mezzi, ma ricco di passione, di creatività, energie mentali, buona volontà e determinazione.

L’esperienza ha mostrato quanto sia importante il dialogo e la cooperazione dei vari attori ricoprenti un ruolo politico e sociale, agenti sullo stesso territorio e operanti in settori diversi, e quanto questa cooperazione possa migliorare la qualità di vita del cittadino: l’importanza dell’Università nel guidare e diffondere la ricerca orientata all’analisi e al rinnovamento, l’Ordine degli Architetti nell’individuare i problemi sul territorio di competenza e svolgere l’importante funzione di connessione fra le varie forze, promuovere gli effetti della ricaduta dell’architettura sul comportamento delle persone, e infine la scuola, attore protagonista nella formazione degli individui che si pone alla base della società.

 

Poiché mi sembra interessante spostare lo sguardo dall’esterno all’interno del progetto, per comprenderlo da più angolazioni ho pensato di rivolgere alcune domande agli architetti Marco Borrelli e Paola Lista, entrambi ex consiglieri dell’Ordine APPC di Napoli, che sono stati referenti dell’Ordine all’interno del progetto.

Marco raccontaci, come è nata questa iniziativa in cui l’Ordine è stato protagonista?
M. B.: Allora, avendo già da circa sei mesi intrapreso un’esperienza in un gruppo di lavoro operativo sui temi della “qualità dell’architettura” sulla “cultura architettonica” e sui “grandi eventi per l’architettura” al CNAPPC (Consiglio Nazionale) ho cercato di trasporre i valori definiti all’interno di questa mia esperienza in esempi operativi in cui la valenza del sistema delle relazioni di una comunità possa diventare il perno centrale intorno a cui si muove il progetto di architettura.
Nel caso specifico improntato alla riorganizzazione e rifunzionalizzazione degli interni architettonici dei luoghi dell’istruzione, gli architetti hanno incontrato le comunità scolastiche per individuare le criticità degli spazi della relazione docente/discente così da favorire la definizione di nuovi concept condivisi sul modello di partecipazione “bottom up”. L’Ordine, in quanto ente che rappresenta l’attività dei professionisti progettisti sul territorio, vuole convergere con le esigenze delle varie comunità urbane entrando in forte sintonia nei processi di rigenerazione urbana, rispettando l’identità, i valori e la qualità ad essi associata. Dopo gli eventi nei tribunali, nelle scuole, e negli studi professionali con gli Open-Studiaperti 2018 si conferma la presenza attiva degli architetti all’interno della definizione della nuova scena urbana definita da un’architettura social-oriented e human centered.

Paola come è stato accolto dalle scuole? È stato difficile coordinare Università, Ordine e scuole? Che fine faranno i progetti a cui si è arrivati e che sono stati presentati nel convegno finale? Verranno realizzati o resteranno utopici?
P. L.: Cara Cristina, innanzitutto grazie per queste domande, poter finalmente parlare a tutti, ossia parlare di cose belle, divulgarle e farle conoscere è importante perché solo parlando, dando anche esempi di positività e lavoro vero sul campo, gli stessi alunni delle scuole, insieme ai loro docenti, condurranno “buone pratiche” e la famigerata cittadinanza attiva entrerà in azione!
La parola “difficile” fa parte del mestiere dell’insegnante: difficile è insegnare, ma è la sfida del liberare un ragionamento e farlo diventare da difficile, semplice.
Per cui, si è la mia risposta: è stato difficile coordinare l’Ordine degli Architetti, le scuole e l’Università, ma l’ho fatto con grande piacere, perché vedere dei colleghi docenti confrontarsi tra loro, volendo a tutti i costi progettare spazi più piacevoli, luoghi dove l’apprendimento diventi un sentire piacevole, allora tutto ciò mi ha dato molta carica.
Alcuni dei progetti che sono stati presentati al convegno finale già sono esempi di ambienti di apprendimento esistenti all’interno di strutture scolastiche presenti sul territorio della provincia di Napoli e della stessa città di Napoli. Altri progetti sono in divenire, e spero davvero che l’aver coinvolto i dirigenti scolastici e l’ufficio scolastico regionale dia e sia prova della voglia reale di modificare in meglio le scuole.
Si è pensato di creare nuovi “spazi-cerniera”, attrezzati per accogliere attività di partenariato con le comunità locali e gli organismi culturali e produttivi presenti sul territorio. In proposito, sono state sviluppate linee di collaborazione tra scuola ed extra scuola, nella prospettiva di un sistema formativo integrato.
L’idea pedagogica della didattica laboratoriale, già utilmente attiva nella prassi didattica di molte istituzioni scolastiche va estesa, realizzando “la scuola dei laboratori”. La congettura di Franco Frabboni della scuola dei laboratori, intesi come “officina di metodo”, capace di attivare stimolanti dinamiche di apprendimento con un’intensa “aggregazione-disaggregazione-riaggregazione” degli allievi, va attuata trasformando le aule in luoghi d’interazione tra il pensabile e il possibile, veri luoghi della creatività a tutto campo!
Credo fermamente in tutto ciò e lavoro perché questo si attui, almeno iniziando dalla cultura, dall’approccio culturale e poi passeremo a quello sostanziale, della vera e propria realizzazione progettuale.

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Arch. Marco Borrelli: Ricercatore Universitario di Architettura d’Interni ed Allestimento presso il Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale della Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Arch. Paola Lista: insegnante di “Disegno e Storia dell’Arte” presso Scuola Secondaria di Secondo Grado.
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NOTE

¹ Filippo Gomez Paloma (Università degli Studi di Salerno), Marina Calò (I.C. Savio-Alfieri di Napoli) Marco Borrelli (Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”) Domenico Tafuri (Università degli Studi di Napoli Parthenope), Embodied Cognition Design. Experimental pedagogy between embodied cognition and architectural space, Giornale Italiano della Ricerca Educativa – Italian Journal of Educational Research © Pensa MultiMedia Editore srl – ISSN 2038-9736 (print) – ISSN 2038-9744 (on line) – (http://ojs.pensamultimedia.it/index.php/sird/article/viewFile/2544/2272 )

alcuni testi di riferimento:
Bruno Zevi, Saper vedere l’architettura, Einaudi, Torino
Lars Spuybroek, L’architettura del continuo, a cura di E.J.Pilia, Deleyva Editore, Roma
Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, Dedalo, Bari
Wassilly Kandinsky, Punto, Linea, Superficie, Adelphi, Milano
Zani B. (a cura di), Sentirsi in/sicuri in città, il Mulino, Bologna

 

Appello in difesa del Complesso Scolastico di via Corradini ad Avezzano

21 febbraio 2011

Il Complesso Scolastico di via Corradini rappresenta un singolare esempio di architettura Decò degli anni 1920, caratterizzato da un’ampia e funzionale spazialità interna, da diffuse superfici verticali vetrate e da un particolare ordine architettonico “gigante” frutto di una rivisitazione in chiave neobarocca dei prospetti.

Inoltre il Complesso sviluppa enormi superfici esterne (giardini, cortili, ex asilo, ecc.).

Queste Scuole sono state costruite dopo l’evento sismico del 1915 che distrusse completamente Avezzano, a seguito del Regio Decreto-Legge del 29 Aprile 1915 n. 573.

Questo decreto seppur non illustrando una metodologia di calcolo, come riportata già da molti anni nelle Leggi più moderne, imponeva dettami ed obblighi costruttivi altamente anti-sismici, dettagliati e rigidi.

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La struttura muraria è ad incastro, completamente armata, le bucature sono strette ed alte, tutto l’edificio ha una configurazione geometrica circolare, a “ferro di cavallo”, compatta, chiusa e quindi maggiormente coerente e altamente resistente alla sollecitazione di torsione, caratteristica assai rara e inesistente nella maggior parte degli edifici contemporanei.

Ancora oggi, le scuole di via Corradini servono tutto il quartiere del centro, permettendo così alle famiglie che vi risiedono di recarsi ad accompagnare e riprendere i propri figli principalmente a piedi, senza utilizzare l’automobile. Accedere e fruire del centro storico di Avezzano a piedi significa avere già anticipato una funzionalità compatibile con la chiusura al traffico veicolare. In questo modo il centro si valorizzerebbe, poiché diventerebbe un’isola pedonale storica, sociale ed economica. La sosta, il passeggio, dovranno essere ancor più favoriti, poiché solo così si potrà stimolare l’economia del centro storico.

L’Attività scolastica e quella del Tribunale sono vita concreta e coinvolgono tante persone della città e non, costituiscono insieme un patrimonio che va preservato, in quanto operano in sinergia urbana. Tutto il centro storico è stato progettato nel 1918 dall’Ing. S. Bultrini elaborando un piano urbanistico complesso e globale, in cui si dava vita alla nuova città-giardino.

La scienza dell’urbanistica da lui seguita non è né vecchia e né superata, poiché teneva conto dell’ottimizzazione delle varie funzioni della città con l’obiettivo di creare un benessere sia economico che di vita; alterare queste funzioni significherebbe fare un “pasticciaccio” nel tessuto urbano del centro storico che certamente perderebbe sinergia, generando disagi funzionali, sociali ed economici. Inoltre, togliere queste scuole dal centro e costruirne di nuove in periferia significherebbe costringere le famiglie residenti a prendere obbligatoriamente l’automobile per spostarsi.

Questa vendita nasconde un’operazione puramente speculativa, in quanto si vorrebbe creare una scuola nuova ma di dimensioni molto più ridotte tutta in cemento armato, materiale che non offre sicure prestazioni anti-sismiche, il cui costo sarebbe esosissimo più di 10.000.000,00 di euro. Non sarebbe meglio restaurare la scuola anche spendendo qualche milione di euro?

Poiché questa è sicuramente anti-sismica e necessita solo di un machiage. Il Complesso Monumentale di via Corradini rappresenta, proprio perché scuola, il simbolo di rinascita della città di Avezzano dopo la distruzione del terremoto del 1915 e non possiamo permettere che venga cancellato con superficialità. Questo edificio è portatore non solo di una funzione storica e pedagogica importante ma ancora oggi custodisce il messaggio che le persone sopravvissute alla tragedia gli hanno affidato, “train de vie”, treno della vita che unisce le generazioni passate e future.

Inoltre, le scuole di via Corradini attualmente sono frequentate da circa 1.500 alunni, la scuola proposta avrebbe la capacità di ospitare solo 600/700 alunni. Tutti gli altri dovranno essere dirottati in altri istituti, magari privati?

Ci sono, in giro per l’Abruzzo, esempi di recenti costruzioni scolastiche bio-compatibili, altamente anti-sismiche, realizzate subito dopo il terremoto del 9 Aprile 2009, in 5/6 mesi (Goriano Sicoli), con materiali ed architetture bellissime e del costo ridotto (es.: 10 aule con refettorio, cucina, sala maestri, ecc. €800.000,00).

Oggetto della petizione:

Noi cittadini di Avezzano, chiediamo all’Amministrazione Comunale l’immediata interruzione della operazione di vendita delle scuole di via Corradini, affinché questo Complesso continui a svolgere la sua funzione di scuola elementare e media.

Chiediamo inoltre che l’Amministrazione elabori un Piano di Tutela e Recupero dall’edificato d’epoca dei villini della città-giardino di Bultrini e in generale delle costruzioni vecchie e di pregio, in modo tale che venga interrotto lo scempio che si opera ai danni di tutto il patrimonio storico architettonico che continuamente viene demolito.

TUTTI A SCUOLA …

Perché è necessario che le scuole rimangano qui

Perché il Complesso Scolastico di via Corradini ad Avezzano rappresenta un singolare esempio di architettura Decò degli anni 20’. Caratterizzato da un’ampia e funzionale spazialità interna, da diffuse superfici vetrate e da un particolare ordine architettonico “gigante” frutto di una rivisitazione in chiave neo barocca dei prospetti.

Perché gli Inglesi non stravolgerebbero mai gli edifici dell’Università di Cambridge sostituendo la loro funzione e trasferendo altrove l’Università.

Perché questa scuola è un simbolo di Avezzano, delle generazioni passate e future.

Perché contiene la storia di tante famiglie Avezzanesi.

Perché l’adeguamento degli edifici storici monumentali alle norme di sicurezza non è così costoso, in quanto esistono deroghe che permettono di ridurre il costo delle opere.

Perché questo Complesso fu costruito con caratteristiche anti-sismiche.

Perché è ormai il tempo di interrompere lo scempio dell’eliminazione di tanti edifici simili del centro storico (villini d’epoca).

Perché continuando così, Avezzano perderà anche altri edifici storici di riferimento come quelli di Piazza Torlonia e Piazza Castello (Comune, Arsa, ecc.).

Perché l’architettura è un valore, che nasce dal rapporto tra spazio urbano ed edificio nella sua globalità.

Perché la sola presenza delle facciate sarebbe una veste senz’anima.

Perché sventrando l’interno si vuole raddoppiare le cubature di utilizzo?

Perché è un monumento storico: questo Complesso nacque per servire la nuova area che nel 1920 sorse in località ”Melazzano” tra la Stazione e Villa Torlonia, edificata a seguito del terremoto del 1915 che colpì la città di Avezzano, distruggendone la totalità dell’edificato.

Perché ancora oggi, le scuole di via Corradini servono tutta questa area, permettendo così a tutte le famiglie che vi risiedono di recarsi ad accompagnare e riprendere i propri figli principalmente a piedi, senza utilizzare l’automobile.

Perché accedere e fruire del centro storico di Avezzano a piedi significa avere già anticipato una funzionalità compatibile con la chiusura al traffico veicolare.

Perché togliere queste scuole e costruirne di nuove in periferia significherebbe costringere queste famiglie a prendere obbligatoriamente l’automobile per spostarsi.

Perché forse è già stato deciso dove si dovrebbero trasferire le scuole? Ci sono già tanti edifici più periferici, polifunzionali, invenduti e non utilizzati a cui pagare lauti affitti?

Perché tutti i visitatori e turisti di Avezzano apprezzano questo Complesso storico.

Perché Avezzano vuole un centro storico vivo.

Perché è ora di modificare la politica di gestione del territorio, la città è di tutti e soprattutto dei bambini.

Perché allontanarli dal centro significherebbe allontanarli anche dalla piazza principale.

Perché è bello a mezzogiorno e mezza sentire le voci dei bambini che escono da scuola.

Guarda il video.

Italia terra di missioni

Oggi abbiamo tenuto un incontro con ragazzi e ragazze dell’ultimo anno della scuola superiore. Il tema era: tendenze e linguaggi dell’architettura contemporanea.

Non essendo studenti con grandi conoscenze di arte (non hanno questa materia), ho pensato che era meglio fare un ampio preambolo sul perché ci occupiamo di architettura e perché c’è bisogno di architettura contemporanea.

Forse, anche a detta delle colleghe di Amate l’Architettura presenti, è stata la parte migliore dell’incontro. I ragazzi, appena hanno capito che non c’era odore di accademia e si rispondeva con franchezza e senza usare un linguaggio tecnico, pur essendo mentalmente aperti (per fortuna lo si può essere a diciotto anni), hanno espresso le loro giuste perplessità di fronte a esiti dell’architettura contemporanea, citando come esempi una piazza di paese avulsa dal contesto del luogo, la famigerata teca dell’Ara Pacis, le mostruosità dell’edilizia economica e popolare degli ultimi trenta anni.

Come dare loro torto?
Eppure ho ribattuto che come nell’architettura antica anche in quella contemporanea ci sono architetti bravi e non; che un buon progetto al 50% dipende dal progettista ma che per il restante 50% deve avere un buon committente che deve seguirlo (mi piacerebbe dire braccarlo) in tutte le fasi progettuali, come nell’esperienza di alcuni amici che hanno partecipato a concorsi in Germania; che, infine, si deve fare l’abitudine all’architettura contemporanea. Ricordate negli anni ’50 e ’60 che il centro storico era considerato vecchio e la gente voleva abitare nelle zone nuove? Che sempre allora il centro storico costava poco per questo motivo? I quartieri nuovi andavano di moda.

E’ questa allora una questione squisitamente culturale: se negli anni ’50 le persone influenti erano gli intellettuali e gli artisti (mio padre me li additava come star quando li incontravamo) ora sono personaggi senza storia e cultura. La società ha marginalizzato la ricerca estetica (in realtà in  Italia si è abiurata qualsiasi ricerca) e le tensioni intellettuali, ma soprattutto, ha cancellato la pluralità dell’informazione.

Dall’assenza di architettura contemporanea a quella di latitanza della pianificazione/progetto architettonico il passo è stato breve, perciò le domande che sono state poste da questi ragazzi sono basilari: come è possibile che si costruisca in assenza di pianificazione (o in accordi di programma che è la stessa cosa)?

Se il consumo di territorio, l’espansione dissennata della città con i non luoghi (centri commerciali, ecc. ecc.), la mancanza di una politica urbanistica basata sul trasporto pubblico, sulla densificazione della città sono delle politiche suicide per la sostenibilità ambientale perché nessuno lo dice?
E quali sono le strategie per contrastare questo suicidio di massa?
La risposta che ho dato è univoca. Il progetto innanzi tutto.

Non possiamo rincorrere le lobby dei costruttori-proprietari fondiari, legate ai politici, per espandere una città. Sono loro che devono adeguarsi alla pianificazione che valuta quale è la soluzione più sostenibile a disposizione.

Ma se il progettista non ha più una posizione di rilievo nel processo edificatorio, se abbiamo una regolamentazione degli appalti e delle progettazioni orientata al massimo ribasso, se lìistituzione è un soggetto debole (e colluso) e non forte della pianificazione come possiamo invertire indirizzo inaccettabile?

Io credo che si invertirà da solo perché se abbiamo mangiato territorio in venti anni pari al Lazio e all’Abruzzo messi insieme. Se una persona che abita nelle periferie di una grande città deve alzarsi alle 4,30 del mattino per trovarsi al lavoro alle 8,00 (viaggiando con i mezzi pubblici), si è superata la soglia di sostenibilità. Quando le persone acquisiranno una conoscenza sufficiente del problema sarà però troppo tardi.

Quello che forse possiamo fare è accelerare questo processo tornando a formare una coscienza critica nelle persone. Ricominciando a parlare di architettura residenziale, sociale, di pianificazione (vera!), di architettura contemporanea (oddio, scusate mi è scappata l’eresia) con un promotore pubblico incalzato dalla consapevolezza delle persone.

Bisogna informare i giovani, quelli che hanno ancora forza per giocare duro in questa partita.
I ragazzi hanno diritto di sapere perché sono inquieti, nel senso che lo sono ma forse senza troppa consapevolezza di alcune cause del loro malessere.

Finita la stagione dell’impegno politico degli anni ’70 c’è stato un vero disimpegno nelle tematiche e nella ricerca dell’abitare.

La gestione del territorio è politica. Le gestione delle risorse finite è politica. Il diritto alla bellezza è politica.

E’ per questo che si evita accuratamente di parlarne sui mass-media. Si fanno volare sopra la testa della gente-catodizzata le decisioni che condizioneranno la loro esistenza e quella delle generazioni che li seguiranno.

L’Italia, l’ex Belpaese (o quello che ne rimane), deve essere nuovamente evangelizzata sulla bellezza come parte imprescindibile della qualità della vita.

P.S.

Dopo un’ora e mezzo di spiegazioni e divulgazioni sul linguaggio dell’architettura contemporanea, ho chiesto ai ragazzi che in precedenza mi avevano formulato riserve, se apprezzassero l’edificio della Stadthaus di R.Meyer a Ulm che stavo mostrando, edificio a mio modesto parere di grande rigore progettuale.

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La risposta, per fortuna sincera, è stata negativa.

La considerazione che ho fatto è stata questa: al di là dei gusti personali, bisogna fare l’occhio alle cose. Quando l’architettura contemporanea sarà una pratica comune e non eccezionale potremo avere giudizi più sereni sugli edifici. Questa considerazione vale anche per i colleghi che si sono accapigliati su un post precedente.