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Demolire le torri di Tor Bella Monaca? Ragioniamo.

Alcune proposte per una nuova urbanistica a Roma.

Dopo anni in cui le passate giunte capitoline proponevano per la città solo grandi interventi puntuali di grande risonanza e limitavano la riflessione architettonica alla città storica (lasciando campo libero in periferia alla lobby dei costruttori), la nuova giunta Alemanno si lancia in proposte per la periferia.

Tralasciando le prime proposte di sapore elettorale (la possibilità di costruire case popolari in terreni agricoli, di dimensioni limitate, ad una distanza massima da infrastrutture di trasporto su ferro, in deroga al piano) le prime idee arrivarono in occasione del workshop internazionale di architettura e urbanistica del 09/04/2010 all’auditorium: si crescerà “in verticale” nelle nuove periferie, per non consumare più l’agro romano.

Egli dichiarò: «fino a che punto si può arrivare con la densificazione? come si può conciliare la verticalità, i grattacieli, in periferia e soprattutto con la tutela dell’ambiente?» e inoltre: «Ci sono troppi centri commerciali, siamo arrivati oltre il limite. Quindi nei cambi di destinazione d’uso per il piano casa azzereremo tutte le cubature che riguardano queste strutture».

Queste dichiarazioni perciò possiamo considerarle come il punto di partenza della politica urbanistica della nuova giunta capitolina.

Ora nell’inconsueto periodo agostano, il sindaco propone la demolizione delle torri di Tor Bella Monaca, causa principale, a sua detta, del degrado del quartiere.

A questa prima dichiarazione risponde il gotha dell’architettura romana: gli architetti Portoghesi Fuksas e Cesare Valle jr con posizioni differenti tra loro, propongono l’abbattimento delle torri (per Fuksas in modo più puntuale insieme a integrazioni), mentre secondo Renato Nicolini un quartiere si può recuperare costruendo e non demolendo.

Purtroppo, seguendo una pessima tradizione degli ultimi vent’anni di politica, in una successiva dichiarazione il sindaco Alemanno ci fa capire che era una boutade e la butta in caciara. In agosto ai politici è permesso di dire tutto e il contrario di tutto.

Dovremo aspettare ottobre, pare, per vedere delle proposte concrete.

In tutti i casi il sindaco è da ringraziare per almeno due motivi: pone l’architettura e l’urbanistica al centro dell’attenzione e offre spunto per una riflessione sullo sviluppo della città e del territorio.

A differenza dell’acredine di Teodoro Bontempo per Corviale, che sembra più di origine ideologica, l’esternazione di Alemanno su Tor Bella Monaca, sembra più pragmatica, anche se non è sostenuta da un pensiero sistematico.

Quando parla (seriamente) dice cose vere: la politica dei suoli in Italia è fallita: l’esproprio dei terreni (per l’edilizia popolare) costa troppo; ci sono dei quartieri 167 (popolari) che sono delle vere cisti urbane. Per non parlare dello stato di molti di questi edifici che, frutto della prefabbricazione spinta (e della mancata manutenzione) cascano a pezzi.

Alle dichiarazioni frettolose dei notabili vorremmo aggiungere un nostra un poco più articolata.

Partiamo dalla definizione di quartiere-ghetto. E’ vero. Quartieri come Tor Bella Monaca, Corviale, Laurentino 38 sono un ghetto. Lo sono perché sono stati costruiti come un ghetto e perché sono stati popolati come un ghetto.

Se si costruisce un quartiere senza l’idea di mescolare classi sociali, funzioni residenziali e servizi, senza collegarlo decentemente al resto della città, si crea un ghetto.

Abbiamo perciò individuato una priorità sociale per una eventuale linea di azione della giunta comunale.

Inoltre, partendo dall’indiscutibilità del degrado dei suddetti edifici, aggiungiamo che, quando non siano fatiscenti (Corviale), questi non corrispondono più ai criteri di efficienza energetica richiesta attualmente. Ecco una seconda priorità.

Un terzo spunto importante riguarda l’utilizzo dei premi di cubatura ai costruttori. Alemanno dichiara: “puntiamo ad edificare le aree circostanti con premi di cubatura da dare ai costruttori, quindi senza esborsi per l’amministrazione comunale.”

E’ vero che il premio di cubatura è una leva importantissima (e forse l’unica nel panorama attuale), ma attenzione a come la si usa. Vogliamo soffermarci un attimo sui quartieri di recentissima costruzione: Ponte di Nona, Bufalotta, ecc. Questi “gioielli” sono esclusivamente opera dei grandi costruttori/speculatori romani, nel senso che sono stati costruiti nella totale assenza di pianificazione da parte dell’amministrazione comunale, in deroga o nelle falle dell’appena approvato PRG, viatico per il nuovo Sacco di Roma.

( vedi il link della trasmissione Report )

Non sono composti da case popolari, ci abitano tutti quelli che non si possono permettere case più centrali (in massima parte famiglie giovani). Ma vivono bene lì? Sono ben serviti?

(si veda l’inchiesta di Amate l’Architettura su You Tube:  parte 1 parte 2 )

Paradossalmente questi quartieri sono ancora più privi di servizi di Tor Bella Monaca e degli altri ghetti. L’unica differenza che non li fa connotare come ghetti è di tipo sociale.

Ponte di Nona e simili sono abitati dalla piccola borghesia e dai lavoratori non proletari (ci si perdoni questa distinzione un po’ manichea) mentre, come sappiamo, gli altri addensano classi sociali disagiate.

Proporre, come fa Alemanno, lo “spostamento” degli abitanti delle torri in case nuove limitrofe non crediamo possa risolvere i problemi del quartiere. Come anche fornire finalmente di decoro e servizi il quartiere (ma anche semplicemente manutenerlo), come propone l’urbanista Pier Paolo Balbo, può migliorare la situazione ma non risolverla. Neanche dare iniezioni di cultura come sostiene Asor Rosa risolve. Aiuta, semmai.

A Tor Bella Monaca, con grandi difficoltà, opera da anni un teatro e coraggiose compagnie. Ma il degrado resta.

Ecco allora il nostro piccolo contributo al dibattito con alcune proposte schematiche:

1) Priorità sociale: mescolare le classi sociali in tutta la città. Utilizzare strumenti come i premi di cubatura e altro per dotare il Comune di un consistente patrimonio edilizio anche in zone centrali e semicentrali come si fa nel Comune di Parigi. Queste case potrebbero essere affittate non solo a persone disagiate ma a qualsiasi tipo di lavoratore, giovani soprattutto, che lavorino nelle zone centrali con canoni proporzionati al reddito. In caso ci sia ancora del patrimonio pubblico che non sia stato dismesso, questo dovrebbe essere preservato.

2) Priorità energetica/manutentiva: monitorare il patrimonio di edilizia pubblica e valutare la convenienza della demolizione/ricostruzione o del restauro e dell’adeguamento. La convenienza dell’operazione sarà nella maggiore economicità della gestione negli anni a venire. Si può pensare anche di fare una convenzione con società private a fronte di concessioni ventennali o trentennali.

3) Affrontare finalmente il problema del controllo delle graduatorie e della regolarità degli occupanti delle case popolari. Questa è l’unica azione politica forte che nessuna giunta ha avuto il coraggio di fare.

4) Approntare dei nuovi piani di densificazione dei quartieri periferici (non solo i 167), con il contributo eventuale delle associazioni di quartiere e dei privati e la regìa di urbanisti assoldati dalla pubblica amministrazione.

5) Sia per i nuovi quartieri che per la densificazione degli esistenti le risorse ricavate devono prioritariamente andare a servizi di trasporto su ferro. Anzi le nuove edificazioni devono essere subordinate ad una realizzazione delle infrastrutture.

6) Riprendendo la proposta del Presidente della Provincia Zingaretti è necessario creare un coordinamento tra Comune, Provincia e Regione per le espansioni edilizie nella logica della città metropolitana. L’espansione incontrollata delle città satelliti dell’hinterland romano non può pesare e mettere in ginocchio, come avviene ora, la viabilità della capitale.

Dai punti che abbiamo elencato si evince come sia da giocare una partita tutta politica nel senso alto del termine. Politici che abbiano il coraggio di mettersi a tavolino e confrontarsi con altre giunte o poteri, anche di altro schieramento politico, per mettere in atto delle vere strategie i gestione del territorio darebbero finalmente un segnale di rinnovamento che Roma (ma il criterio è applicabile anche ad altre metropoli) attende da decenni.

C’è un elettorato numeroso, tra cui il sottoscritto, che è pronto ad appoggiare chi riesce a non prostituirsi ai nuovi “re di Roma”, come li definì la Gabanelli e che è lo stesso che ha affondato la vecchia giunta.