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Un’Architettura di Roma in Una Parola a Settimana

3 gennaio 2018

Il progetto ha lo scopo innanzitutto egoistico di spronarmi a uscire in maniera costante per Roma a conoscere nuove architetture o approfondire quelle già viste. La macchina fotografica è lo strumento per “congelare” quello che vedo osservando le architetture. Quando scatto uso il punto di vista, l’inquadratura, la tecnica che più penso possa rappresentare quel volume (o porzione di città). Anche in fase di postproduzione con i programmi di fotoritocco mi concentro su questo. La parola, infine, che appongo “in filigrana” sull’immagine, è davvero la prima che mi è venuta in mente sul luogo mentre ho scattato. Va da sé che lo scopo successivo, ma non secondario, è la comunicazione e la diffusione degli scatti così predisposti, per avvicinare i non addetti al settore dell’architettura e per un’occasione di riflessione con i colleghi architetti. Direi che, se dovesse esserci un preambolo al titolo del progetto, questo sarebbe proprio: “amate l’architettura!”.

Ogni settimana sarà aggiunta una nuova foto. La prima pubblicazione è stata fatta il 20 marzo 2017.

 

Ubicazione su pianta per funzione
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La maggior parte degli edifici/spazi oggetto degli scatti sono di natura religiosa, cristiana in primis. Questo non solo perchè facilmente accessibili, rispetto a quelli con altre funzioni, ma soprattutto perchè Roma è capitale mondiale indiscussa della cristianesimo. Grazie ai mecenati religiosi grandi architetti del passato e del presente hanno potuto dare sfogo al loro estro creativo.


Ubicazione su pianta per periodo storico

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Ciò che spicca subito è che non ci sono a Roma esempi di architettura gotica. Per il resto il progetto si è volutamente concentrato sull’architettura contemporanea di cui ci sono più esempi rispetto a quelli di altri periodi storici, eccezion fatta per l’architettura Romana antica.

 

 

FOTO 52 – Appia Antica

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C’è strada e strada, benché tutte portino a Roma, a quel che si dice.

(Léon Bloy)

 

 

FOTO 51 – PalaEur

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Non bisogna domandarsi dove sono gli extraterrestri, ma dove sono gli oggetti fabbricati da loro. (Arthur C. Clarke)

FOTO 50 – Galleria Sciarra

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Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta

d’ombra e di luce. (Lev Tolstoj)

 

 

FOTO 49 – Tempio Maggiore

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La vita è un’enorme tela: rovescia su di essa tutti i colori che puoi.

(Danny Kaye)

 

 

FOTO 48 – Ponte Settimia Spizzichino

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Tensione è chi pensi che dovresti essere. Pace è chi sei.

(Proverbio cinese)

 

 

FOTO 47 – Chiesa Sacro Cuore del Suffragio

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Renzo, vide quella gran macchina del Duomo sola sul piano, come se sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava meraviglia di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino

(Alessandro Manzoni)

 

 

FOTO 46 – Stazione FS Tiburtina

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I ponti uniscono separazioni, come una stretta di mano unisce due persone.

I ponti cuciono strappi, annullano vuoti, avvicinano lontananze.

(Mauro Corona)

 

 

FOTO 45 – Villa Giulia

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L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare
(Giorgio Armani)

 

 

FOTO 44 – Murales Piazza della Marina

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C’è un qualche scarto fra quello che profondamente siamo e quello che semplicemente pensavamo pensiamo d’essere. Ed è lì che si insinua, in quelle crepe in quelle fessure, tutto ciò che non è libertà. (Friedrich Nietzsche)

FOTO 43 – Chiesa di San Valentino al Villaggio Olimpico

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Alto e largo quanto un uomo con le braccia aperte, il quadrato sta, nelle più antiche strutture e nelle immagini rupestri dei primi uomini, a significare l’idea di recinto, di casa, di paese

(Bruno Munari)

 

 

FOTO 42 – Museo Ara Pacis

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Il destino è uno scrigno come altri non ne esistono, aperto e contemporaneamente chiuso, si guarda dentro e si può vedere quanto è successo, la vita passata, destino ormai compiuto, ma di quanto dovrà accadere non si ottiene niente, solo qualche presentimento, qualche intuizione
(Jose Saramago)

 

41 – Museo MAXXI

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La gente pensa che l’edificio più appropriato abbia forma di rettangolo… Ma il mondo non è un rettangolo. (Zaha Hadid)

 

 

FOTO 40 – Ponte della Musica

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Ho tirato su
Le mie quattro ossa
E me ne sono andato
Come un acrobata
Sull’acqua
(Giuseppe Ungaretti)

 

 

FOTO 39 – Murales Via Decio Murie

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Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé. (Pablo Neruda)

 

 

FOTO 38 – Macro Via Nizza

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Il talento è la diversità, l’unicità. Non è facile individuarla e spesso viene sottovalutata.
(Claudia Mori)

 

 

FOTO 37 – Murales in Via Arceia e via Treia

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… le città vivaci, diverse, intense contengono i semi della loro rigenerazione, con l’energia sufficiente a portare i problemi fuori da se stesse. (Jane Jacobs)

 

 

FOTO 36 – Chiesa Dio Padre Misericordioso

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D’altra parte io stesso, fin dall’inizio, ho cercato di ricreare uno spazio che fosse mistico invitando proprio a guardare il cielo. (Richard Meier)

 

 

FOTO 35 – Chiesa del Santo Volto del Gesù

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Nel momento in cui partiamo in cerca dell’amore, anche l’amore muove per venirci incontro. E ci salva. (Paulo Coelho)

 

 

FOTO 34 – Ponte dell’Industria

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Muoversi, vivere, non pensare!
(Luigi Pirandello)

 

 

FOTO 33 – Murales edificio direzione ATAC

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Alcune persone vogliono rendere il mondo un posto migliore. Io voglio solo rendere il mondo un posto più bello. Se non ti piace, puoi dipingerci sopra! (Bansky)

 

 

FOTO 32 – Chiesa di San Gaspare del Bufalo

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La nave dormiva.
Il mare si stendeva lontano,
immenso e caliginoso,
come l’immagine della vita,
con la superficie scintillante
e le profondità senza luce.
(Joseph Conrad)

 

 

FOTO 31 – Basilica di S. Andrea della Valle

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Guardare il mondo dalla Cupola è indescrivibile. Si ha il senso di fragilità del pianeta Terra, con la sua atmosfera sottilissima, e dell’incredibile bellezza di questo gioiello sospeso nel velluto nero dello spazio. (Luca Parmitano)

 

 

FOTO 30 – Palazzo Spada

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La magia è un ponte che ti permette di passare dal mondo visibile in quello invisibile.
E imparare le lezioni di entrambi i mondi.
(Paulo Coelho)

 

 

FOTO 29 – Basilica di Santo Stefano Rotondo al Celio

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Quando si considera un’esistenza come quella di Roma, vecchia di oltre duemila anni e più, e si pensa che è pur sempre lo stesso suolo, lo stesso colle, sovente perfino le stesse colonne e mura (…) ci si sente compenetrati dei grandi decreti del destino.
(Goethe)

 

 

FOTO 28 – Complesso monumentale di S. Agnese fuori le mura

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Anime semplici abitano talvolta corpi complessi
(Ennio Flaiano)

 

 

FOTO 27 – Stazione S. Giovanni Linea C

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Qualunque cosa si faccia, si ricostruisce sempre il monumento a proprio modo; ma è già molto adoperare pietre autentiche.
(Marguerite Yourcenar)

 

 

FOTO 26 – Chiesa di S. Carlo alle Quattro Fontane

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Unite gli estremi, e avrete il vero centro.
(Friedrich Schlegel)

 

 

FOTO 25 – Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza

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Ricordati che ovunque tu vada sei sempre al centro del cielo.
(Petronio Attico)

 

 

FOTO 24 – Chiesa Ortodossa Santa Caterina di Alessandria

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Le mie città nascono da incontri: il mio con un angolo della terra, quello dei miei piani imperiali con gli incidenti della mia esistenza d’uomo….
(Marguerite Yourcenar)

 

 

FOTO 23 – Palazzo della Civiltà Italiana

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Creare irrealtà che confermano il carattere allucinatorio del mondo, come è dottrina presso tutti gli idealisti. (Jorges Luis Borges)

 

 

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Tutti i popoli sono bambini di fronte agli egizi e, di conseguenza, tutta la storia è nata in Egitto. Ma i figli ingrati, hanno dimenticato il proprio Padre.
(Vasilij Vasil’ evic Rozanov)

 

 

FOTO 21 – Radisson Blu Es Hotel

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O che stazione molto importante:

udite la voce dell’altoparlante?

Dal marciapiede numero nove

parte il rapido per Ognidove.

(Gianni Rodari)

 

 

FOTO 20 – Complesso parrocchiale San Pio da Pietralcina

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Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio”. (Vangelo di Luca)

 

 

FOTO 19 – Agenzia Spaziale Italiana

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E finalmente io ti domando, oh uomo sciocco: Comprendi tu con l’immaginazione quella grandezza dell’universo, la quale tu giudichi poi essere troppo vasta?
(Galileo Galilei)

 

 

FOTO 18 – Chiostro Lateranense

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Dolci colonne, dai
Capelli fasciati di luce,
Ornati d’uccelli veri
Che camminano intorno,

Dolci colonne, o
L’orchestra dei fusi!
Ognuno immola il
Silenzio all’unisono.
(Paul Valéry)

 

 

FOTO 17 – Villa Gordiani

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Roma caput mundi regit orbis frena rotundi
(Federico Barbarossa)

 

 

FOTO 16 – Istituto per la Cultura Giapponese

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Una grossa lucciola
in vibrante tremolio
s’allontana – penetrante
(Issa)
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Il termine “sostanza” designa sia la materia (che è potenza), sia la forma (che è atto perfetto), sia il composto dell’una e dell’altra.(Aristotele)

 

 

FOTO 14 – Battistero Lateranense

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In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
(Bibbia – Genesi)

 

 

FOTO 13 – Basilica di S.Agostino

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E così acconcio se n’andò nella piazza nuova di Santa Maria Novella. E cominciò a saltabellare e a fare un nabissare grandissimo su per la piazza, e a sufolare e ad urlare e a stridere a guisa che se imperversato fosse.
(Giovanni Boccaccio)

 

 

FOTO 12 – Villino Ximenes

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Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
(Eugenio Montale)

 

 

FOTO 11 – Nuova Fiera di Roma

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Fà delle due braccia
due ali d’angelo
e porta anche a me un pò di pace
e il giocattolo del sogno.
(Alda Merini)

 

 

FOTO 10 –Tempietto di San Pietro in Montorio

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Potrei vivere nel guscio di una noce, e sentirmi re dello spazio infinito.
(William Shakespeare)

 

 

FOTO 9 – Basilica di S. Maria in Cosmedin

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Tu che inclinasti i cieli nell’ineffabile tua incarnazione;
io bacerò i tuoi piedi incontaminati
e di nuovo li detergerò con i capelli del mio capo
(Cassia)

 

 

FOTO 8 – Casa dell’Architettura (ex Acquario Romano)

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L’arte del decorare consiste nel fare nelle case altrui quello che non si sognerebbe mai di fare nella propria. (Le Corbusier)

 

 

FOTO 7 – Casina delle Civette

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Ogni volta che qualcuno dice “Io non credo nelle fate” da qualche parte c’è una fata che cade morta. (Peter Pan)

 

 

FOTO 6 – Complesso Edilizio Città del Sole

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Il ritmo è qualcosa che si ha o non si ha, ma quando lo avrete, avrete tutto. (Elvis Presley)

 

 

FOTO 5 – Terme Diocleziane e Chiesa di S. Maria degli Angeli

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Roma… è una somma di almeno sette città con anime diverse. (Gigi Proietti)

 

 

FOTO 4 – Autorimessa e Mercato Metronio

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Tutte queste costruzioni devono avere requisiti di solidità, utilità e bellezza (Vitruvio)

 

 

FOTO 3 – Grande Moschea di Roma

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Egli vede nel deserto desolato il più amico degli amici, e cammina per la sua via, là dove cammina sul suo capo la Madre degli astri risplendenti a grappoli per il cielo. (Abu I-Faraj al-Isfahani)

 

 

FOTO 2 – Via Bernardo Celentano

PITTORESCO

Giorno di primavera: si perde lo sguardo in un giardino largo tre piedi. (Masaoka Shiki)

 

 

FOTO 1 – S’Andrea al Quirinale

ELLISSE

Quello che mi attira è la linea curva, libera e sensuale. La linea curva che ritrovo nelle montagne del mio paese, nel corso sinuoso dei suoi fiumi, nelle nuvole del cielo, nel corpo della donna amata. L’universo intero è fatto di curve. (Oscar Niemeyer)

 

Foto: Vita Cofano

Editing: Giulio Pascali, Daniela Maruotti

 

 

Il Villino Ximenes, notevole esempio del primo Liberty romano.

16 dicembre 2017

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Curiosando un giorno su internet, mi sono imbattuta casualmente sul sito di un’associazione culturale che organizzava una visita guidata presso il villino liberty Ximenes: non conoscevo minimamente quest’opera, non l’avevo nemmeno mai sentita nominare, eppure cliccando su “immagini di google” mi sono resa conto che c’ero passata davanti mille volte senza degnarla dell’attenzione che invece avrebbe meritato.
Così ho deciso di mandare una mail alla suddetta associazione, iscrivermi e prenotare la visita.
Insieme a una decina di curiosi come me, appassionati d’arte e d’architettura, ci siamo ritrovati un martedì mattina all’angolo tra Piazza Galeno e Via Celso, luogo in cui si trova il villino.
La guida, una storica dell’arte di mezza età, sorridente ed energica, citofona al civico 1 di Via Celso e si fa aprire da una suora laica dell’Ordine delle Teresiane, ente a cui il villino appartiene dal 1930 circa.
Iniziamo la visita dal giardino per ammirare l’esterno dell’edificio (che avevamo già in parte osservato da Piazza Galeno) e le modifiche che nel corso degli anni sono state eseguite per necessità dai numerosi abitanti che si sono succeduti.
La guida ci spiega che il villino Ximenes, prende il nome dal primo proprietario, lo scultore palermitano d’origine spagnola Ettore Ximenes, il quale commissiona al coetaneo e amico Ernesto Basile la progettazione e la realizzazione di questa sua abitazione-atelier. Il villino, del 1902, è il primo in stile liberty edificato a Roma e soprattutto il primo di una serie di villini che saranno costruiti nella zona di Via Nomentana (zona, all’inizio del Novecento, ancora poco popolata e non urbanizzata).
Esternamente il villino si presenta compatto e massiccio, costituito da blocchetti di tufo di colore bruno in stile prettamente siculo; in particolar modo, sulla facciata principale verso piazza Galeno, è alleggerito dalla decorazione in maioliche colorate sotto il cornicione e da elementi in stucco che si ritrovano sia nelle aperture, sia nell’alto fregio che divide il piano terra dal piano primo sia nella loggia centrale e infine nella balaustra a coronamento dell’edificio.

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In particolare, nel fregio, proprio sotto la loggia, è scolpita l’Ara Artium, l’altare fiammeggiante delle Arti, a cui tutti gli uomini portano tributi; la loggia “racchiusa” da due foglie di palma, contiene una raffigurazione di una Madonna con bambino della pittrice Rosanna Lancia (l’affresco  non originario, è stato commissionato  successivamente dall’Ordine delle Teresiane).

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Sul lato destro dell’edificio, quello che guarda verso il giardino, si può ammirare una grande apertura ad arco che permette l’accesso a un grazioso balconcino il cui parapetto è decorato con motivi floreali tipici dell’Art Nouveau. Questo balconcino è l’affaccio della Sala da Pranzo, la cosiddetta Sala dei Pavoni, recentemente restaurata e unica sala del villino rimasta inalterata nel tempo sia per quanto riguarda gli arredi sia per quanto riguarda le pitture, i rivestimenti e i pavimenti.

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Continuando a girare intorno all’edificio, alzando lo sguardo, ci soffermiamo davanti a due pilastri “specchiati” , due “sentinelle” incise e ancora sagomate con profili di figura femminile, le cui teste si innalzano oltre il livello della copertura come se dovessero scrutare l’orizzonte: la guida ci spiega che questi due pilastri, in origine, facevano parte dell’ingresso principale dell’atelier di Ximenes (“Galleria delle Statue”), un grande arco attraverso il quale lo scultore trasportava i materiali necessari per le sue opere. Oggi tutta quest’ala del villino appare profondamente alterata e trasformata per far fronte alle necessità delle attuali inquiline: il grande arco centrale d’ingresso è stato tamponato, al suo posto sono state aperte delle semplici bucature quadrate e sono stati creati internamente vari ambienti di servizio (cucine, lavanderia etc).

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Dopo osservato tutto l’esterno, saliamo finalmente qualche gradino per entrare nel cuore della casa. Ci troviamo in un ampio atrio voltato di forma rettangolare: davanti a noi tre arcate (da una di queste si accede al piano superiore attualmente adibito a stanze per le studentesse universitarie), ai lati due porte   decorate con inserti in vetro colorato; alle nostre spalle, accanto alla porta d’ingresso, la Sala dei Pavoni.

Le pareti dell’atrio sono, dal punto di vista decorativo,  divise in tre fasce: la parte inferiore è completamente rivestita in doghettato ligneo  e sono presenti delle panche (anch’esse in legno) collocate tra le arcate e agli angoli della stanza; la parte centrale è rivestita con un tessuto recante motivi floreali, infine la parte superiore, la volta, è riccamente affrescata con soggetti medievali (dame, cavalieri) che rimarcano l’apprezzamento per il Medioevo fiabesco di Basile.

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Dopo aver visitato la Sala dei Pavoni, entriamo sulla sinistra in un piccolo fumoire, che introduce al grande salone e allo studio.

Il soffitto del fumoire è purtroppo ridotto non in ottime condizioni (si  notano immediatamente delle macchie dovute a infiltrazioni d’acqua) e anche la carta da parati color avorio in alcuni punti si sta scollando.

Anche in questa piccola sala (a eccezione degli arredi) tutto è rimasto com’era. Le porte sono quelle originali, con vetri finemente decorati con motivi floreali (la guida ci svela una chicca: durante i recenti restauri effettuati nella Sala dei Pavoni, i restauratori, smontando gli infissi, hanno scoperto che le lastre di vetro che li compongono, non sono decorate direttamente, ma tra di esse è inserito un foglio dipinto con motivi liberty) e incorniciate da ghirlande e farfalle in stucco dipinto d’oro su fondo rosso; i pavimenti, coloratissimi, creano dei motivi geometrici  dalle forme centriche e romboidali.

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Entriamo poi nel limitrofo studiolo, oggi sala tv delle suore, completamente modificato e ridipinto eccezion fatta per lo splendido soffitto decorato con motivi astratti sui toni del blu e d’oro: a molti di noi i colori e i temi dipinti ricordano il mare e i suoi abitanti (meduse, alghe).

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Concludiamo la visita con il grande salone. Qui lo spazio sembra diviso in due zone, sia per i materiali che lo rivestono, sia per l’arredo ma soprattutto per un grande arco che con il suo intreccio di rami, fiori e ghirlande  “taglia” trasversalmente in due parti l’ambiente. La parte a sinistra dell’ingresso è il vero e proprio salone, luminoso, completamente bianco ma con un bellissimo soffitto ligneo a cassettoni dipinto; la parte a destra, invece, è la sala da pranzo, arredata con tavolo e sedie e credenze con stoviglie; il soffitto da questo lato non è ligneo ma intonacato di bianco e sulle pareti, tutt’intorno, poco al di sotto di questo, corre un alto fregio dipinto in cui sono raffigurati, forse in omaggio a Ximenes, grandi scultori (Donatello e Bernini) ma anche figure ecclesiastiche e politiche (Papa Urbano VIII, Cardinale Mazzarino e Re Luigi XIV).

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Anche qui, come fosse ormai normale amministrazione, la guida ci svela una curiosità che tempo prima le stesse suore le avevano raccontato riguardo alle vetrate delle due ampie finestre del salone: durante un violento temporale, un giorno, alcuni rami degli alberi del giardino, caddero e ruppero i vetri, frammentandoli. Le pazienti suore, consapevoli dell’importantissimo valore di quei frammenti, decisero di raccoglierli uno a uno affidandoli a un vetraio che li avrebbe in seguito incollati nelle nuove vetrate, permettendo così ai futuri visitatori e fruitori del villino ancora un assaggio di quelle che erano le originali creazioni di due importanti artisti dei primi del Novecento.

Foto: Giulia Gandin

Editing: Daniela Maruotti

Via Ticino. Guardarsi intorno…..

12 dicembre 2017

Mentre impazzava la polemica sulla demolizione e ricostruzione della palazzina in Via Ticino a Roma (adiacente al quartiere Coppedé), visto che la questione fondamentale (quella architettonica, non quella legale) si concentra sul tema del contesto, una domenica in cui non avevo granché da fare ho preso il mio motorino e sono andato a vedere e fotografare di cosa stiamo parlando.

(ero in motorino, perdonate la scarsa qualità delle foto)

La mia opininie, lo dico subito così potete fare la tara su quanto scriverò, è la seguente:

  • la querelle tra “conservatoristi” e “innovatoristi” è una discussione tra due opposte ordinarietà; sia la palazzina demolita che quella in via di costruzione non sembrano essere esempi di architettura di particolare valore architettonico. In entrambi i casi si tratta di edifici costruiti senza alcuna originalità di idee. Anzi, volendo si potrebbe individuare una linea di continuità nella precisa volontà costruttiva di realizzare opere sotto tono, pensate più per non disturbare il pubblico che per fare clamore;
  • il riferimento al quartiere Coppedè inteso come “contesto” è del tutto arbitrario; lo stesso Coppedè (il quartiere) è un intervento totalmente decontestualizzato, addirittura dissonante e disarmonico rispetto alla continuità urbanistica del quartiere (laddove se ne riuscisse a indentificare una in maniera univoca);
  • proprio la dissonanza e la diversità diffusa rendono il quartiere un quartiere interessante e degno di nota. Basta osservare con sufficiente onestà intellettuale gli edifici che si incontrano per strada; laddove le scelte di progetto sono state improntate alla regolarità costrutiva i risultati sono sitematicamente deludenti, anonimi, ma non nel senso di una aderenza ad una qualità diffusa più ampia, anonimi e basta. Senza le invenzioni originali che sono disseminate nel quartiere (che siano in stile o moderne) il quartire sarebbe del tutto privo di anima e di valore; se volessimo parlare di “genius loci” potremmo tranquillamente affermare che l’anima del quartire risiede nella diversità.
  • questa diversità, dissonanza, contrapposizione è in effetti il vero contesto romano, la sua peculiarità, la sua anima; lo è sempre stato; lo sarà sempre.

cominciamo da Via Po,

incontriamo un’opera di Giulio Magni, Villa Marignoli, realizzata in perfetto stile neogotico. Magni, per chi non lo sapesse è lo stesso architetto del palazzo della Marina, un mastondonte che svetta pesantemente sul lungotevere realizzato in una area dove all’epoca dovevano esserci quasi solo pascoli e qualche acquitrinio, nelle vicinanze di piazza del Popolo. A poca distanza si trovano opere pregevoli come Sant’Andrea del Vignola dalle forme decisamente più contenute, immaginiamo l’effetto che avrà fatto il Ministero all’epoca della sua costruzione; per il villino Magni ha scelto forme più aggraziate, siamo proprio di fronte alle mura aureliane; anche nella enorme varietà di stili che caratterizza la storia urbanistica di Roma si fatica a trovare esempi significativi di architettura gotica, però che ci si vuole fare, all’epoca andava di moda il neogotico; questo è quello ceh proponeva Magni (per fortuna direi). Possiamo comunque affermare che per l’arch. Magni il contesto non fosse proprio una priorità?

Poco più avanti si trova un altro esempio di “goticismo”. Qui l’architetto ha avuto meno coraggio, limitandosi ad una soluzione d’angolo, ma l’inventiva c’è e si vede.

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Proseguendo su via Po comincia a delinearsi lo “stile” romano del quartiere. Le costruzioni si allineano senza soluzione di continuità al perimetro del lotto che viene occupato completamente, i palazzi si alzano e si moltiplica il numero dei piani.

Per chi se lo stesse chiedendo: si, è una questione prevalentemente speculativa. Se hai un lotto a disposizione, per sfuttarne al massimo la cubatura “devi” allinearti al perimetro e crescere in altezza. Non abbiamo dubbi che se il regolamento edilizio lo avesse consentito i costruttori romano/sabaudi della Roma postunitaria non avrebbero esitato a costruire palazzi più alti.

Se devi rendere più economica la costruzione cerchi di non inventarti niente di speciale nelle forme e finisci per limitarti alle decorazioni; il risultato è che predomina lo stile palazzetto finto-rinascimentale che permette di attribuire all’opera la definizione di “signorile” senza spendere capitali in arzigogoli neogotici o liberty.

La media borghesia che cominciava a popolare la città aveva bisogno di riconoscersi in un tipo edilizio che gli desse l’idea di vivere in un palazzo nobiliare. Con la differenza che nel palazzo nobiliare ci viveva il ricco nobile, da solo, in queste palazzine toccava condividere la proprietà con il condominio. Il risultato si vede bene sempre su Via Po: una palazzata senza alcun respiro e senza alcuna particolare invenzione urbanistica. Quando si parla di contesto e di armonia costruttiva del quartiere si fa riferimento a questo?

In fondo è il solito problema degli speculatori, “architè, nun te inventà gnente”. In questo caso dovremmo dirlo con accento piemontese visto che siamo in epoca post unitaria…. ma cambia poco.

Gli esperti sanno (ma spesso omettono di raccontarlo quando si parla di contesto) che il celeberrimo colore romano giallo senape o rosso mattone altri non è che un colore importato nell’ottocento dai costruttori piemontesi; oggi diamo per scontato che questo colore sia tipico del contesto romano, non è così, è una invenzione post unitaria derivante dal minor costo del colore rispetto al giallo canarino al rosa e all’azzurrino che invece venivano uttilizzati nei palazzi dell’aristocrazia romana.

Comunque sia, è qui che cominciamo a trovare un qualcosa di simile a una tipologia.

La forma architettonica che prevede invariabilmente un bugnato a terra e finestre ai piani superiori con timpani; raramente qualcosa di più ardito, un paio di colonne qui e la, un ordine gigante se serve. Parliamo di una forma di architettura che potremmo definire neoclassicismo dei poveri. Talmente anonima che infatti di solito nemmeno si nota. Talmente anonima che poi alla fine tutti, invariabilmente, per difendere l’integrità urbana del quartiere, la sua identità, il suo contesto, fanno riferimento al Coppedé (il quartiere), che è invece la negazione assoluta del tipo.

Ci arriviamo pochi metri più in la, via Po incontra Viale Regina Margherita e diventa Via Tagliamento; qui la palazzata si interrompe: all’improvviso un vuoto. Al posto dei palazzoni si incontra prima una chiesa finto romanica, con tanto di campanile medioevaleggiante; la chiesa è bassa e occupa il lotto atteestandosi sull’angolo dell’incrocio tra via Tagliamento e Viale Rgina Margherita lasciando il lotto vuoto. E la continuità urbana? è andata a farsi benedire (per fortuna, almeno si respira). Però la chiesa è in stile, quindi va tutto bene….. Oggi. Chi ha un minimo di conoscenza della storia dell’architettura dovrebbe sapere (in teoria) della distanza culturale e filologica che passa tra una architettura rinascimentale e una medioevale. Davvero non si riesce a vedere la dissonanza?

Subito dopo il vuoto eccolo li, il Coppedè. Che ci accoglie con un grandioso scarto urbano, un arco poliforme che ci invita ad entrare. Venghino signori venghino, più gente entra più bestie si vedono!

Infatti entrare nel quartiere Coppedè è un po’ come entrare nel regno delle fate, fantastico; non a caso Dario Argento lo ha scelto come location dei suoi film (Inferno e L’uccello dalle piume di cristallo). Però nulla a che vedere con l’armonia e l’equilibrio signorile di pochi metri prima. Basta mettere i due palazzi adiacenti su via Tagliamento a confronto; come se fossimo nella Settimana Enigmistica. A destra Coppedè, a sinista il solito palazzetto. Aguzzate la vista…… insomma non parliamo proprio dello stesso stile architettonico…..

Internamente troviamo villini decisamente originali; forme e volumi frammentati, eclettismo e manierismo spinti al limite estremo: dov’è in questo quartiere l’armonia? dov’è il rispetto del contesto?

Non a caso l’opera di Coppedè veniva criticata all’epoca proprio per il suo anticlassicismo.

Via Ticino è immediatamente alle spalle. Già che ci siamo possiamo provare a dare un’occhiata.

Quando ho fatto questo giro eravamo in fase di demolizione avanzata. Oggi dovrebbero aver finito.

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Una cosa che ho trovato singolare, ma forse è solo un caso, è la scelta delle inquadrature nelle immagini che circolano sulla vecchia palazzina. Se si percorre via Ticino provenendo dal quartiere Coppedè si passa da una zona a bassa densità costruttiva (palazzine monofamiliari di 2 max 3 piani) a una zona molto più densa. Se fotografi la palazzina con le spalle al Coppedé ti trovi sullo sfondo una città densa, compatta, in continuità stilistica con la palazzina demolita. Ma se fai il percorso inverso, proprio accanto alla palazzina c’è un villino monofamiliare (due piani con annessa torretta); antica dimora del tenore Beniamino Gigli. Questo qui che vedete in foto. Ancora un accostamento ardito tra villini monofamiliari di due piani con torretta che richiamano a forma e stili medioevaleggianti messi a confronto con architetture di respiro più ordinariamente classico (la palazzina demolita).

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Sul sito di Italia Nostra si dice che “Per intanto, demolizione e nuova costruzione avrebbero l’effetto di alterare la percezione d’insieme e di modificare irreversibilmente uno dei quartieri storici più belli della Capitale.”

Per intanto” la percezione dell’insieme non è una percezione unitaria. In ogni caso, anche a voler richiamare la Carta della Qualità come è stato fatto, si capisce chiaramente che la perimatrazione del quartiere Coppedè esclude la palazzina incriminata (che invece è stata fortografata e riportata nella guida come esempio di una tipologia morfologica).

Per concludere vi lascio con una carrellata di immagini di architetture prese nel quartiere mentre giravo allamaniera di Nanni Moretti in Caro Diario: “mi piacerebbe un film fatto di sole facciate di case”.

Come è faciel constatare nel quartire c’è veramente di tutto. E’ un quartiere vivo, sorprendente sia nelle opere più “passatiste” (per usare un temrine caro a Zevi) sia negli inserti moderni. Le parti peggiori sono proprio quelle che più di tutte si sono allineate al concetto di armonia, vi dio’ due esempi: Piazza Verbano e Piazza Buenos Aires. In entrambi i casi abbiamo quattro fronti regolari, simmetrici e perfettamente coordinati nello stile. In entrambi i casi gli architetti hanno rispettato l’armonia generale del contesto secondo il pensiero mainstream che si attribuisce alla parola contesto. In entrambi i casi non stiamo parlando di architetture particolarmente memorabili.

Con la stessa modalità mi sento di fare un richiamo a chi ha determinato le scelte del progetto di ricostruzione. E’ sempre difficile propore nuove architetture, specie se non si è una archistar. Nel nostro caso comunque si trattava dell’architetto che ricopriva il ruolo di Presidente dell’Ordine di Roma. La scelta del progettista, che presumiamo sia stata anche molto indirizzato dal costruttore nelle scelte, è stata quella di una forte semplicità compositiva: pochi volumi semplici e regolari. traspare la volontà di “non inventarsi gnente” da parte di chi ha investito sull’operazione. Infatti non traspare nessuna invenzione particolare. Considerato che si tratta di una zona estremamente benestante e che gli appartamenti si vendono come extralusso, forse qualcosa di più dal punto di vista delle scelte architettoniche si sarebbe potuto osare.

Nella carrellata che segue non mancano esempi significativi a cui ispirarsi.

 

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LETTERA APERTA AGLI ARCHITETTI CANDIDATI NELLA LISTA “NOI ARCHITETTI” PER LE ELEZIONI DELL’ORDINE DI ROMA DEL 2017.

23 settembre 2017

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Stimatissimi colleghi, con la pubblicazione della vostra lista per elezioni del Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Roma, abbiamo appreso che si candiderà anche quest’anno l’arch. Alessandro Ridolfi, presidente uscente della passata consiliatura.

Siete tutti noti ed affermati architetti ed è evidente che la vostra candidatura è espressione di uno spirito di servizio per questa istituzione e non di una ricerca di un tornaconto personale.

Per questa ragione riteniamo che vi sia sfuggito il fatto che i sensi dell’ art.2, comma 4, del DPR 169/2005 e dell’art.2, comma 4-septies, DL N.225/2010, che stabiliscono un limite massimo di 3 consiliature consecutive se in già in carica al 27/02/2011, l’arch. Ridolfi non sia più candidabile in quanto è consigliere dell’Ordine di Roma ininterrottamente dal 1999.

In questi anni ha ricoperto la carica di tesoriere per 12 anni, poi di vice presidente e, successivamente, di presidente, oltre ad altri incarichi minori.

Una persona che ha ricoperto per così tanti anni incarichi di rilievo non può non sapere che la sua candidatura è in palese violazione con il dettato di legge, voi, probabilmente, non ne siete a conoscenza.

Perciò, in virtù di quanto vi abbiamo esposto vi chiediamo di sollecitare l’arch. Ridolfi a ritirare la propria candidatura a consigliere dell’Ordine o, in caso di un suo diniego, a ritirare la vostra candidatura e quindi il vostro sostegno ad un collega che vìola apertamente le regole democratiche su cui si basa il nostro Ordine, già ridicolizzato, a causa sua, con l’attuale surroga (un commissariamento di fatto) a causa della mancata indizione delle elezioni nei tempi stabiliti per legge.

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Storie parallele: dal mulino Ducco e Chiariglione di Settimo Torinese al mulino Ducco & Valle di Roma

23 febbraio 2017

Premessa

Il gruppo di ricerca dell’Ecomuseo del Freidano di Settimo Torinese propone ai lettori di “Amate l’Architettura” una storia parallela che accomuna due notevoli mulini, separati da una distanza di oltre seicento km ma emblematicamente contigui per le vicende storiche e proto-industriali che li videro protagonisti: il mulino Ducco e Chiariglione di Settimo Torinese e il mulino Ducco e Valle di Roma. Il primo, ancora esistente, è stato trasformato in sede ecomuseale; il secondo, da tempo scomparso, intreccia gli ultimi anni della sua storia con il più noto pastificio Pantanella.

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Apparentemente marginali, queste storie sin dal loro inizio ben rappresentano le complessità, le stratificazioni e le criticità di una nazione in formazione i cui nodi gordiani, mai recisi, ne ipotecheranno i successivi centocinquanta anni.

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Notevoli simmetrie legano le vicende storiche dei “nostri” rispettivi mulini: inizialmente si collocano agli albori del capitalismo sia torinese sia romano; successivamente, concluso il loro ciclo produttivo, i loro contenitori, dopo un periodo di decadenza (caratteristico di un periodo storico che non attribuiva valore alcuno al patrimonio industriale) diventano spazi urbani recuperati. Ambedue hanno precedenti storici di tradizione secolare fortemente simbolici: i mulini natanti (peraltro apparsi per la prima volta nella storia della nazione presso l’isola Tiberina), le bannalità feudali, l’insistenza, a Roma, del nuovo impianto molitorio sul sedime tombale del panificatore Virgilio Eurisace. Per ultima, l’innovazione tecnologica che vide l’affermazione di una nuova tipologia di mulino in grado di compiere la trasformazione della molitura da pratica artigianale a pratica industriale.

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Sin da metà ‘800 Settimo ha rappresentato, con il coevo e più noto mulino di Collegno (punto d’origine di questa tecnologia in Piemonte e del suo sistema d’impresa, in cui Cavour era direttamente coinvolto), uno dei “laboratori” in cui testare i nuovi macchinari, i diagrammi di produzione e di approvvigionamento energetico portati dai nuovi mulini “all’Americana”. Inoltre, il mulino di Settimo è un perfetto “marcatore” di come l’apparato di corte, i bancari, i faccendieri e gli industriali intraprendenti legati alla corte sabauda seguano pedestremente il trasferimento dei centri di potere da Torino a Roma. Per Roma, il passaggio nel 1883 dai proprietari storici al Banco di Roma, lega indissolubilmente il destino dei nuovi impianti molitori al degrado finanziario che sfocerà nel ben noto scandalo della Banca Romana (e al sistema finanziario del giovane stato in generale, prodromo di un trend che è tutt’ora vitale/mortale per il nostro paese).

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I due impianti si fondano sulla tecnologia al tempo nota come “Anglo-Americana”: si tratta di un sistema di macinazione altamente automatizzato messo a punto dall’americano Oliver Evans nel decennio 1780. Passata ben presto nel Regno Unito, verrà ulteriormente implementata ricorrendo alla ghisa nella parte meccanica e utilizzando vapore come forza motrice. Ne fu incubatore il leggendario Albion mill, presso Blackfriars a Londra, di cui ne furono artefici Boulton e Watt. Distrutto ben presto da un incendio, la breve parentesi in cui operò (1784-91) fu tuttavia determinante per l’affermazione del nuovo sistema a scala planetaria. In Piemonte si affaccerà nel decennio 1840, portato da Bordeaux dai fratelli Fourrat, mercanti di cereali e speculatori finanziari, e subito sostenuto dal conte di Cavour per la sua alta valenza innovativa.

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Conosciuto localmente come mulino Nuovo, venne costruito ex-novo nel 1851-52 in contiguità ad un preesistente impianto molitorio risalente al 1806, realizzato dagli ingegneri del corpo imperiale dei Ponts et Chausées del napoleonico Departement du Po, di cui era direttore Joseph-Claude La Ramée Pertinchamp, costruttore del primo “ponte in pietra” della capitale sabauda (l’attuale ponte Vittorio Emanuele I, tutt’ora in esercizio).


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Artefici di questa radicale trasformazione furono due investitori di provenienza esterna al chiuso mondo settimese del tempo: Pietro Ducco, imprenditore, e Francesco Chiariglione, avvocato, che ne affidarono la progettazione all’ingegner Severino Grattoni, a quei tempi all’inizio della sua brillante carriera professionale che lo porterà, vent’anni più tardi, a condividere insieme al Grandis e al Sommeiller, l’innovativa esperienza del traforo del Frejus per la quale ottennero notorietà universale. Grattoni risolse brillantemente i gravosi problemi idraulici che il nuovo insediamento poneva e che altri ingegneri prima di lui declinarono, dotandolo, sin dall’origine, di una delle prime turbine moderne (probabilmente di tipo Jonval o della più efficiente sua variante Girard, appena inventata): “Furono pure opera dell’ingegnere Grattoni il molino anglo-americano di Settimo Torinese (1851-52), quello del Mussotto presso Alba, ordinatogli dal Marchese Alfieri di Sostegno (1852-53), il molino Pila presso Asti, e molti altri molini minori. Fu nell’impianto di codesti stabilimenti dove si cominciò ad usare tra noi come motori le turbini fra cui è meritevole di essere particolarmente notata quella messa in opera al Molino di Settimo, ed uscita dall’officina dei fratelli Orlando di Genova…” (1)


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Si trattò della prima impresa capitalistica mai apparsa in zona; interrompendo il secolare rapporto di autosussistenza con la comunità, il mulino utilizzava cereali di provenienza danubiana anziché locale, sostenendo, al contempo, una politica fortemente aggressiva verso i preesistenti impianti molitori del territorio, subordinandoli al suo regime produttivo. In uno di questi impianti (ancora di pertinenza feudale) operava come gestore quel Francesco Valle che, vent’anni più tardi, affiancherà Pietro Ducco nell’avventura romana.

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Trasferita la corte a Roma, i soci Pietro Ducco e gli eredi Chiariglione venderanno l’impianto al possidente Stefano Roggeri. Correva l’anno 1873; Pietro Ducco, insieme ai figli Giovanbattista e Alberto, e il tecnico molitorio Francesco Valle partiranno immediatamente per la nuova capitale del Regno d’Italia dove, sin dal 1871, già avevano avviato una intensa attività di acquisizione terreni e di progettazione del nuovo impianto molitorio al Prenestino, allora in via di formazione. Come già per Settimo, il mulino sarà il modello trainante per l’industrializzazione in chiave marcatamente capitalistica del quartiere e uno dei riferimenti imprenditoriali per l’intera città.

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Il mulino Ducco e Valle_Roma

Sin dai tardi mesi del 1871 Pietro Ducco e Francesco Valle, che iniziano a farsi conoscere negli ambienti imprenditoriali capitolini come intraprendenti mercanti piemontesi di granaglie (e, abbiamo modo di ritenere, con un solido sostegno nei palazzi di governo), iniziano ad acquistare terreni nelle immediate adiacenze di Porta Maggiore, favoriti dalle mire speculative indotte dall’eversione dell’Asse Ecclesiastico (letteralmente: soppressione del patrimonio ecclesiastico, decretato da due distinte leggi dello stato, la 3036 del 1866 e la 2987 del successivo). Nello stesso anno sottopongono al municipio di Roma il progetto, ben presto accordato, per la realizzazione di un mulino a vapore da venti macine per una forza complessiva di 80 Hp, a firma degli ingg. Filippo Fiancati per la parte produttiva e Vincenzo Pelami per la palazzina uffici. L’area occupata dall’impianto sin dal 1872, di poco superiore ad un ettaro, è attualmente identificabile nel triangolo compreso tra le vie Casilina e Prenestina, principianti da Porta Maggiore, e viale Castrense. In breve tempo il nuovo mulino si affermerà come una delle principali imprese molitorie operanti sul territorio dell’Urbe, seconda sola al mulino e pastificio di Michele Pantanella. Conserverà tuttavia il primato di primo stabilimento mosso esclusivamente dal vapore, poiché il Pantanella vi ricorrerà solo dal 1879, allo scopo di alimentare i nuovi forni a vapore Perkins appena introdotti nel suo pastificio.

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La scelta della forza motrice termica operata da Ducco e Valle desta senz’altro un largo interesse, tanto da essere citata nell’edizione 1874 della “Guida Monaci”. Si tratta di una innovazione tecnologica destinata a indirizzare sensibilmente le scelte coeve e future degli industriali romani, più volte portata ad esempio come modello di efficienza: “…al dì d’oggi vediamo in Roma la più parte delle industrie attivate colla sola forza del vapore e queste prosperano tutte e giungono persino a vincere la concorrenza di altre industrie consimili attivate con motori ad acqua. Cito ad esempio il grandioso stabilimento impiantato dai signori Ducco e Valle a porta Maggiore per la molitura dei cereali”(2).

Degno d’attenzione è soprattutto quanto riportato nelle pagine del bollettino della “Regia Scuola d’Applicazione per gl’Ingeneri di Roma”, sempre del 1876: ”Nel giorno 11 aprile venne effettuata una escursione al molino dei signori Ducco e Valle fuori di Porta Maggiore. Gli allievi esaminarono le caldaie e le macchine a vapore del sistema Woolf, assistendo pure al rilevamento dei diagrammi nei due cilindri…” (3) .

Trattandosi di macchinari Woolf abbiamo ragione di ritenere che i generatori di vapore fossero del tipo “french boiler” (noti anche come “elephant boiler”), inventati e adottati da Arthur Woolf in Gran Bretagna sin dai primi decenni di quel secolo e successivamente esportati nell’Europa continentale.

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Sin dall’anno della sua costituzione (1880), in previsione di una imminente e rapida crescita demografica della città, il Banco di Roma inizia una serie di trattative per acquisire i principali mulini operanti in città, sicura fonte di reddito a breve termine. Scartato il pastificio Pantanella per l’onerosità della richiesta, la scelta cade sul mulino dei soci Ducco e Valle, che lo cederanno a decorrere dal primo gennaio del 1883 per la somma di oltre un milione e mezzo di lire. Cesserà pertanto di esistere la società dei due piemontesi e prenderà vita la “Società Molini e Magazzini Generali”, totalmente controllata dalla Santa Sede e da esponenti capitolini della finanza latifondista, alto-borghese e aristocratica legata al Vaticano. Pietro Ducco entrerà nel consiglio d’amministrazione della società, mentre Francesco Valle assumerà la direzione tecnica dello stabilimento.

A partire dal 1889, con la crisi finanziaria che attanaglia la città per i contraccolpi dello scandalo della Banca Romana, il Banco di Roma e le sue società partecipate, fra cui la “Società Molini e Magazzini Generali” risulteranno progressivamente in passivo; verranno salvate dal fallimento grazie al drastico intervento della Santa Sede (1892), che ne appianerà i bilanci e realizzerà la fusione con la società Pantanella, pesantemente provata dal distruttivo incendio dello stabilimento di via dei Cerchi (che si suppone doloso) e dal tracollo finanziario della famiglia conseguente allo scandalo della stessa Banca Romana, in cui i Pantanella avevano massicciamente investito i loro capitali. Nel 1896 viene pertanto decretata la fusione fra le due principali società molitorie, che assumeranno la denominazione di “Magazzini Generali e Pastificio Pantanella”, senza che peraltro alcun membro della famiglia entri a farne parte. La Santa Sede realizzerà in tal modo il totale controllo dei principali stabilimenti di panificazione industriale della città già delineati quindici anni prima; con l’ulteriore acquisizione di grandi impianti molitori nell’anconetano e nel napoletano, la società controllata dal Banco di Roma divenne una delle principali aziende di macinazione del centro-sud

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Lo stabilimento di via dei Cerchi funzionò sino alla fine degli anni ’20 del ‘900; dal 1929 l’area venne espropriata per ricavarne la sede del Governatorato e dei “Musei di Roma” (chiusi un decennio più tardi e convertiti in uffici, l’intero isolato è attualmente sede del “Dipartimento Sviluppo Economico Attività produttive e Agricoltura”); di conseguenza la sede della produzione venne trasferita all’inizio della via Casilina, in stretta vicinanza con l’area un tempo occupata dal mulino Ducco e Valle dove, sin dal 1915, la soc. Pantanella vi aveva eretto dei silos granari. Il cerchio dell’esperienza capitolina di Ducco e Valle tornava così a chiudersi, là dov’era iniziata, oltre quarant’anni prima. L’area subirà un ulteriore incremento nel 1926, con la costruzione di una autorimessa a firma dell’ing. Alberto Naldini, prontamente accorpata all’impianto molitorio dopo che una delibera del comune ne interdiva l’originaria destinazione. Ampiamente ricostruito nel dopoguerra, lo stabilimento chiuderà la produzione nel corso degli anni ’70. Precipitato in uno stato di profondo degrado, fra il 1998 e il 2001 veniva acquisito dalla Pia Società Acqua Marcia per essere recuperato a residenze di prestigio su progetto dell’ing. Bruno Moauro.

Negli stessi anni, a seicento chilometri di distanza, si compiva il recupero a edificio di pregio della città di Settimo Torinese dello storico mulino Nuovo, l’impianto molitorio da cui ebbe inizio l’avventura -prima torinese e poi romana- dei mercanti piemontesi di granaglie Ducco e Valle, centocinquant’anni prima.

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Note:

1) in: “L’Ingegneria Civile e le Arti Industriali”, anno II, n° 5, 1 Maggio 1876, “Necrologia”, pagg. 79-80;

2) V. Cerasoli: “La 2^ e3^ zona dell’Esquilino”, in: “La Giovane Roma” , anno 1, vol.1, 1876, pag.40;

3) “Regia Scuola d’Applicazione per gl’Ingeneri di Roma”, 1876.

Bibliografia:

per le vicende settimesi:

V. A. LUPO, Ecomuseo del Freidano: sintesi del progetto, in: Scuolaofficina n°1, Bologna, 1999;

V. A. LUPO, La fabbrica dei colori. La Paramatti e l’industria settimese ai tempi delle ciminiere, Settimo T.se, 2005;

V. A. LUPO, M. SASANELLI, Mulini e riserie del capitalismo agrario. Un itinerario fra Piemonte e Emilia Romagna, in: Scuolaofficina n°2, Bologna, 2011;

V. A. LUPO, M. SASANELLI, Settimo oltre Settimo. Guida per leggere la città e il territorio, Savigliano, 2012;

per le vicende romane:

F. AMENDOLAGINE (a cura di), Mulino Pantanella. Il recupero di una archeologia industriale romana, Marsilio, Venezia, 1996;

C.G.SEVERINO, Roma mosaico urbano. Il Pigneto fuori Porta Maggiore, Gangemi, Roma, 2005;

D. CIALONI, Le industrie romane dall’occupazione francese all’avvento del fascismo, Bollettino della Unione Storia ed Arte, 2011, n.6, pp. 55/71;

http://www.treccani.it/enciclopedia/michelangelo-pantanella_(Dizionario-Biografico)/

(Vito Antonio Lupo, Marianna Sasanelli, gennaio 2017)

Gli autori Vito Antonio Lupo, ricercatore di archeologia industriale, e Marianna Sasanelli, architetto, lavorano per la Fondazione Esperienze di Cultura Metropolitana di Settimo Torinese sin dalla sua istituzione. Sono coordinatori dei progetti di “Ecomuseo del Freidano” e “Ecotempo”e referenti per il Piemonte di AIAMS_Ass. Italiana Amici Mulini storici www.aiams.eu.

Maggiori info:wwww.ecomuseodelfreidano.it; info@ecomuseodelfreidano.it

LA MONETA URBANISTICA DELLA COPPIA MARINO-CAUDO

23 febbraio 2017

Il susseguirsi frenetico di eventi e prese di posizioni, alimentano un clima di confusione che a volte sembra addirittura stravolgere la realtà. Così che, in alcuni momenti, si ha la sensazione che il Progetto dello Stadio della Roma a Tor di Valle lo abbia voluto il M5S invece che l’ex Sindaco Marino e l’ex Assessore all’Urbanistica Caudo.

L’eredità ricevuta”, oltretutto, non è stata per niente gradita dal M5S che in campagna elettorale aveva espresso la sua contrarietà a questo progetto. Ma dopo l’uscita di scena dell’Assessore Berdini, il NO! secco al progetto, senza un sostanziale taglio alle cubature Direzionali e Commerciali ed un ritorno a quanto prevede il Piano Regolatore è diventato un SI! Ma a condizione di…… Una “sforbiciata” alle Torri ed alle Attività commerciali del 20/30%, come se il problema fosse solamente “la scandalosa moneta urbanistica” con la quale si è voluta legare un’ operazione che ha invece anche delle criticità sotto l’aspetto ambientale, archeologico, della mobilità e dei trasporti pubblici. Visto però che uno dei due “padri” dell’operazione Stadio, l’ex Sindaco Marino, ha scelto il silenzio, a cui non sappiamo che interpretazione dare, l’ex Assessore Caudo qualche settimana fa, per difendere la sua “creatura”, ha scritto anche a Carteinregola che ha subito aperto un dibattito sul tema. Con un po’ di ritardo rispondo volentieri, cercando di allargare il discorso, che mi sembra “mummificato” sempre su gli stessi argomenti di natura “tecnica” e sull’aridità dei numeri che vengono “sfornati”, forse per offuscare il problema centrale che è quello prettamente politico. Il Prof. Caudo ha parlato anche di opacità, ambiguità, mancanza di trasparenza, riferendosi all’attuale Amministrazione, cercando di sminuire il fatto che tutta l’operazione l’ha cominciata e condotta lui, insieme al Sindaco, ma come se fosse “un uomo solo al comando”. Un modo quantomeno discutibile di gestire “l’Urbanistica” di una città così complessa e difficile da governare, grazie anche alle “violenze” subite soprattutto dalle ultime Amministrazioni a partire da Rutelli, e di cui parleremo più avanti. Per cui senza dimenticare le improvvisazioni, le impreparazioni e gli errori di questa nuova amministrazione del M5S, non possiamo non ricordare, sotto l’aspetto politico e dopo solo 8 mesi, alcuni fatti importanti accaduti:

a)-La precedente Amministrazione, dopo circa 2 anni e mezzo, è stata mandata a casa non da una opposizione agguerrita, ma per la prima volta nella storia di Roma, dagli stessi componenti della maggioranza del PD che davanti ad un Notaio si sono dimessi tutti, pur di liberarsi del Sindaco e della sua giunta, che nel frattempo stava sperimentando “un metodo di turn over mensile” dei propri membri e del corpo politico-dirigente, che a quanto pare ha fatto scuola.

b)-Mentre il Prof. Caudo ci proponeva vari interventi sulla “Rigenerazione Urbana” (vero e proprio mantra del Programma di Marino, al Punto 5. Urbanistica) con l’imperativo di dire basta al consumo di suolo, nello stesso tempo “sposava” con entusiasmo il Progetto del nuovo Stadio che il Presidente Pallotta vuole realizzare, su di un’area, di proprietà del costruttore Parnasi, che presenta delle criticità e sulla quale si dovrebbe anche apporre il “bollino dell’interesse pubblico”; che necessita di una Variante di P R G.

c)-Nel Programma Elettorale di cui sopra, che il Prof. Caudo conosce molto bene, lo Stadio non era contemplato. Ma almeno per correttezza d’informazione bisognerebbe dirlo qualche volta e sarebbe giusto ricordare che anche grazie a quel programma si erano vinte le elezioni. Certo l’area è di un privato, una legge su gli impianti sportivi era stata approvata da poco, ma non si era detto che “la regia sulle trasformazioni del territorio doveva essere in ogni caso pubblica? E che ci sarebbe stato sempre un processo partecipativo per coinvolgere i cittadini nelle scelte?

Sulla regia forse è meglio sorvolare,visto il film che ci è stato proposto. Mentre la Partecipazione c’è stata. Un nuovo metodo di partecipazione ma c’è stata. Quello di presentare un  progetto già elaborato e definito alla Casa della Città (Plastico, Disegni Tecnici, Render a colori, ecc.) e chiedere ai cittadini di fare tutte le osservazioni del caso. Non mi sembra che la Casa della Città sia stata presa d’assalto da centinaia di cittadini con matite e squadrette che prendevano appunti.

Punto 5.1 del Programma di Urbanistica di Marino (A proposito del tradimento dei principi della campagna elettorale) “Le città europee sono da anni impegnate nel mettere in campo modelli di sviluppo urbano alternativi a quelli della continua espansione e del consumo di suolo. A Roma, invece, le espansioni rappresentano ancora all’incirca l’80% delle potenzialità. La giunta Alemanno ha utilizzato l’espansione urbanistica solo come “moneta”, continuando a consumare suolo. Un modello fallimentare tutto orientato all’offerta e distante dai bisogni reali della città che è stata trasformata in una sorta di “sottoprodotto” del mercato finanziario. In questi anni si è fatta urbanistica ma non per la città”.

Un punto programmatico da sottoscrivere ad occhi chiusi, tanto è vero che Carteinregola, nei mesi finali della Giunta Alemanno, proprio per neutralizzare il “delirio urbanistico” delle ultime delibere che si volevano approvare a tutti i costi, partecipò, insieme ad altre associazioni e movimenti cittadini, al presidio ininterrotto per più di due mesi in Campidoglio, che fu determinante per evitare quello che era stato definito il “nuovo sacco di Roma”.

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Investimento totale: 1,7 miliardi di euro – il Piano Regolatore consente al massimo 118 mila metri quadrati, ovvero oltre 600 mila metri cubi in meno dei 977 mila richiesti – una sproporzione tra i cantieri previsti e lo stadio, che vale appena il 14% del totale.

Il viaggio americano” della coppia Marino-Caudo ci fece capire invece quali erano le vere priorità di questa amministrazione, nonostante il disastro che era stato trovato (un debito certificato che oggi supera i 13 Miliardi di euro) e che forse meritava tutt’altra attenzione. Naturalmente nessun sentore del “bubbone” di Mafia Capitale che intanto era scoppiato, tanta era la concentrazione nel portare avanti il Progetto dello Stadio che oltretutto, si presentava difficile da “digerire” da una parte non proprio trascurabile dei cittadini romani. Non solo, ma l’ex-Assessore, a sostegno della bontà di quanto fatto, ci spiega anche che prima i costruttori romani, quelli definiti “palazzinari”, quelli che, come dichiarava qualche anno fa nel libro di F. Erbani (Roma, il tramonto della città pubblica), usufruivano della “moneta urbanistica”…………… Il Comune come un Bancomat o La Zecca dove invece di soldi si stampano e si distribuiscono cubature……..Occorre chiedersi per chi si costruisce ed il come………Roma avrebbe bisogno di un piano per “riabitare la città abitata”, altro che cementificare l’agro romano .

stadio02Magari l’agro romano no, ma l’ansa del Tevere a Tor di Valle perché no?

Infatti per quei “palazzinari” la coppia Rutelli-Cecchini (con la variante di PRG di Settembre 1998) cambiarono la Destinazione d’uso dei terreni della Centralità Bufalotta-Porta di Roma, di proprietà Toti e Parnasi (Chi l’avrebbe mai detto?). Terreni sui quali doveva sorgere un grande “Autoporto”. Per cui una superficie di 65 Ettari su 330, diventa edificabile, per il 40% Edifici Residenziali, per il 20% Servizi Turistico-ricettivi e per il 25% Centri direzionali privati e pubblici.

Contestualmente si sarebbero dovuti cedere al Comune 150 Ettari di Verde Pubblico per realizzare il Parco delle Sabine. Ma arriva la coppia Veltroni-Morassut a cui piacevano di più gli Accordi di Programma rispetto alla Variante, che in effetti era un po’ passata di moda, che completano “il massacro” della Centralità. Fu così che più di un Milione di mc di Uffici, che avevano già una volta cambiato destinazione, diventano Residenze, e gli “applausi” fioccarono per gli 85 milioni di euro che il Comune aveva incassato e con i quali, dichiarava, avrebbe portato la linea della metropolitana fino a Porta di Roma. Va bè! Sù non disperiamo! In fondo sono solo passati 10 anni, un po’ di pazienza no!!!!

Ma, come ci spiega oggi il Prof. Caudo, quella moneta urbanistica era solo un misero 10% dell’investimento totale dei costruttori, e veniva usata solo per ridurre il debito dell’Amministrazione e per fare cassa. Invece trattando con uomini d’affari e della finanza come Pallotta, anche se poi i terreni sono di Parnasi, lui è riuscito a portare a casa il 30% dell’investimento in opere ed attrezzature per la città che, se poi servono o meno, se poi saranno realizzate o meno, come la storia ci ha detto finora, ha poca importanza. Quindi, come al solito, fino a questo momento, si tratta solo di una enorme operazione di mercato. Ma non si doveva cambiare tutto?

In effetti una grande novità il prof. Caudo l’ha poi introdotta nella sua, per fortuna, breve esperienza di governo dell’urbanistica di Roma, ed è stata quella di mettere in atto il metodo del cosiddetto “fior da fiore”, all’interno del “dogma” della Rigenerazione urbana. Che vuol dire occuparsi principalmente di quelle “operazioni” che sono più “appetibili” dal punto di vista politico e della visibilità grazie alla loro collocazione all’interno della città.

Come “Gli ex stabilimenti militari” di via Guido Reni, “La vecchia Fiera di Roma” sulla Cristoforo Colombo, “La Pedonalizzazione dei Fori”, insieme ai grandi cambi di Destinazione d’uso, come “le Torri della TIM” all’EUR, “l’Edificio dell’ex Zecca” in Piazza Verdi ai Parioli, “l’ex Istituto Geologico Nazionale” a Largo S. Susanna, peraltro alcuni oggetto di indagini da parte della magistratura, e così via. E’ chiaro che se la scelta politica, perché di questo si tratta, è solo quella di fare cassa, senza nessuna idea di città'”, si deve per forza di cose vendere o svendere, dipende dai punti di vista, i cosiddetti “gioielli di famiglia”. Certo ci sono poi state anche le Conferenze urbanistiche nei vari Municipi, i Workshop e le conferenze al MAXXI, sul Concorso di Via Guido Reni, quella su Roma 2025 con le Università e quello su Roma città ”resiliente”, altro mantra oramai insopportabile. Tutte nobili iniziative sponsorizzate alcune da Cassa Depositi e Prestiti come da Protocollo d’intesa sottoscritto il 3. Ottobre. 2014 per il Concorso di Via Guido Reni.

Sicuramente qualcosa sarà sfuggito e per questo chiedo venia a priori. A questo punto, però, qualche domanda sorge spontanea. Ma le famose Centralità quale attenzione hanno ricevuto? E lo “scandalo” dei Piani di zona?. Ed i Print in sospeso? Ma sopratutto “LE PERIFERIE” tanto decantate sempre nello stesso programma elettorale, quale posto hanno occupato nelle decisioni prese dall’Amministrazione Marino? E le 200 Concessioni rimaste ferme, creando grandi difficoltà a piccole e medie imprese, “perché bisognava lavorare solo per lo Stadio”, come ha detto l’Assessore Berdini,nella sede dell’ACER ad Ottobre scorso, mentre il 18 Novembre, di fronte alla Commissione Urbanistica Regionale aveva dichiarato, come riportato da tutti i media: «La scelta di Tor di Valle è stata una follia, messa in conto all’amministrazione pubblica. Ci sono 220 milioni di opere che non servono, che vorrebbero che pagassimo con i metri cubi. O la Roma rinuncia ai milioni di opere inutili oppure pensi ad un’area diversa. Il vizio di pagare il debito pubblico con volumetrie, potete stare certi che con la nostra amministrazione finirà per sempre».

A meno che non finisca prima l’Amministrazione. Infatti in questo momento l’Assessore Berdini non c’è più.

Ma sull’area dello Stadio c’era anche il parere critico della Soprintendente ai Beni culturali, Margherita Eichberg che sempre a Novembre 2016, e non oggi, aveva già dichiarato: «Si riconoscono presenze archeologiche diffuse, assi viari di primaria importanza e pertinenze funerarie e monumentali dall’età del bronzo alla tarda età imperiale. Si tratta di un sito meritevole di tutela su cui emerge la sagoma dell’ippodromo, un significativo esempio di architettura contemporanea». Ippodromo che, aggiungo, costruito tra il 1957/59, su progetto di La Fuente e Rebecchini per le Olimpiadi del 1960, pur essendo vincolato e facendo parte della “Carta della Qualità” di Roma, purtroppo dovrebbe essere abbattuto, dopodichè saremo poi pronti tutti a versare le consuete lacrime di coccodrillo, come è già successo con il Velodromo di Ligini all’EUR.

Infine come “amate l’architettura” tratteremo in altro momento, la solita mancanza di trasparenza palesata con la scelta di alcuni architetti italiani/romani (Desideri, Cordeschi,Tamburini ed altri) per progettare le cosiddette “opere minori”, di cui alcune sono/saranno pubbliche, avvenuta come al solito in sordina e non si sa con quali criteri. Mentre si “strombazzavano” con il solito “provincialismo” tutto italiano i nomi delle archistar Libeskind e Dan Meis, scelti dagli investitori per i progetti delle Torri e dello Stadio , su quelli italiani, scelti da chi ???, calava “un omertoso silenzio”.

Purtroppo anche in questo si misura la distanza che divide noi che pensiamo che 18.000 iscritti, per parlare solo di quelli di Roma, dell’Ordine degli architetti più grande d’Europa, meritano rispetto e chi invece continua ad applicare “metodi ottocenteschi” alla Marchese del Grillo “io so io e voi nun siete un c…….. Ma qualcuno aveva già previsto tutto con qualche anno di anticipo come solo pochi sanno fare. E purtroppo restano quasi sempre inascoltati. Ma tant’è!!!

L’urbanistica? E’ ormai figlia dell’architettura.

E l’architettura ridotta a pura forma assorbe tutto il dibattito culturale. Diventa il paradiso delle archistar.

Si bada più al singolo progetto che non al disegno complessivo. Più al singolo manufatto che non alla città.

Più all’individuo che non al collettivo. Occorre invece che l’urbanistica recuperi la sua linfa sociale.

Un uomo, un’idea, un progetto non cambiano niente. Può riuscirci solo un lavoro faticoso, paziente, di tante persone. Solo la società può cambiare la società.”

(Italo Insolera – Intervistato da Francesco Erbani per La Repubblica nel 2010)

Olimpiadi: ragioni di un si o un no. Un approfondimento.

7 ottobre 2016

secondo-incontro-caudoSecondo incontro con il prof. Giovanni Caudo ex assessore all’Urbanistica dell’Amministrazione Marino sfiduciata presso lo studio di un notaio nell’ottobre 2015.

Le Olimpiadi sono state il tema del colloquio di mercoledi 28 settembre, presso l’aula magna della facoltà di architettura di Roma Tre in via Madonna dei Monti.

Un metodo nuovo, aldilà delle semplificazioni e delle ideologie aprioristiche, ha caratterizzato l’incontro. In sintesi:

a) perché SI, perché NO; b) come si costruisce una candidatura alle Olimpiadi; c) valutazione costi-benefici non solo per la costruzione dell’evento sportivo ma anche e soprattutto per il dopo evento-sportivo; d) capacità di dare continuità urbanistica e sociale alle opere delle Olimpiadi per riconoscere la loro sostenibilità ambientale e la loro possibilità di restare in vita con politiche di gestione e manutenzione fattibili e sostenibili sul piano tecnico-finanziario e) riqualificare e rigenerare luoghi urbani per creare attività lavorative tecnologicamente avanzate capaci di offrire occupazione qualificata.

La Città deve saper progettare con le energie positive ed innovative che produce al suo interno e deve essere progettata con opere funzionali al suo sviluppo sostenibile capaci di produrre dopo le Olimpiadi attività ad alto valore aggiunto.

Per risollevare l’asfittica economia romana incentrata sulla rendita immobiliare e finanziaria e su un terziario di basso livello non basta lo shock delle Olimpiadi ma occorre una strategia di largo respiro e di alto orizzonte.

E’ stata questa la filosofia di approccio con la quale il Comitato per la candidatura di Roma 2024 ha inviato al CIO (Comitato Internazionale Olimpico) nel febbraio 2016 il suo dossier Olimpiadi?

Sembra proprio di no, e non era sembrato neanche all’ex Sindaco Marino quando già dall’aprile 2015, mentre il CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) sceglie capitani di lungo corso e di innegabile prestigio capaci di fare lobbing come Luca Cordero di Montezemolo, nomina come consulente straordinario per Roma 2024 l’ingegnere catalano Enric Truno y Lagares che si era già occupato dei Giochi di Barcellona nel 1992 che avevano rigenerato quella città proiettandola nel futuro.  L’intenzione condivisa dal sindaco Marino era quella di coinvolgere le associazioni civiche, i sindacati, i cittadini tutti per dare corpo ad un’idea di Olimpiade portatrice di una trasformazione urbana al servizio dei quartieri soprattutto periferici.

Con questo spirito il 25 giugno 2015  viene  approvata in Aula Giulio Cesare  la “Mozione  sulla candidatura dì Roma ai XXXIII Giochi Olimpici e ai XVII Giochi Paralimpici del 2024” e il 15 luglio 2015 Il sindaco Ignazio Marino e l’Assessore all’Urbanistica Giovanni Caudo vanno a sostenere presso il CIO a Losanna la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024.

L’11 settembre 2015 Roma presenta ufficialmente la candidatura.

Leggiamo sul sito www.carteinregola.it:

Dopo una lunga riunione – si apprenderà alquanto animata – vengono pubblicati due comunicati:  sul sito del     CONI si afferma che è stata “verificata la possibilità di collocare il Villaggio Olimpico nell’area di Tor Vergata dove saranno realizzati nuovi impianti sportivi e completate le strutture esistenti. Un intervento che richiederà un progetto di collegamento con metropolitana tra l’area e il resto della città”;

 sul sito del Comune invece si parla  dell’area di Tor Vergata solo per ” costruire i nuovi impianti sportivi  e completare le strutture già esistenti come le Vele incompiute di Calatrava dei Mondiali di nuoto: un intervento, questo, che richiede un progetto di collegamento con metropolitana tra l’area e il resto della città“, mentre per i ” progetti di trasformazione urbana da mettere in campo per l’appuntamento olimpico” si intende  “partire dalla nascita di un parco fluviale del Tevere a nord di Roma ”   senza specificare ulteriormente il luogo della realizzazione del Villaggio Olimpico.   Il quotidiano Il Messaggero dà invece per scontata la localizzazione del Villaggio Olimpicoa Tor Vergata,  pubblicando addirittura    un rendering e riferendo che nel corso della riunione è stata sconfitta l’ipotesi elaborata dal Comune e dall’Assessore Caudo, che prevedeva la realizzazione del villaggio con un’operazione di rigenerazione urbana nell’area tra la Salaria e la Flaminia, zona Roma Nord, dove sorge l’areoporto dell’Urbe. La localizzazione tra il VI e il VII Municipio in parte sull’area dell’Università , sponsorizzata da Montezemolo e Malagò, secondo il quotidiano risponde  maggiormente alle caratteristiche necessarie per ottenere la vittoria, anche se non sono ancora  stati resi pubblici nè  i criteri imposti dal CIO, nè i progetti presi in considerazione, con le relative ricadute  – positive e negative – sulla città.

L’ipotesi Villaggio Olimpico a Tor Vergata, tuttavia, non è una novità: infatti già nel 1997, quando si pensava alla candidatura di Roma alle Olimpiadi 2004, si dava per scontato che il Villaggio Olimpico sorgesse proprio lì.

La localizzazione prevista dal sindaco Marino e dall’assessore Caudo per il Villaggio Olimpico – sarà in seguito precisato – sorgerà nell’area tra Salaria e Flaminia, con un’operazione di rigenerazione urbana nell’ex areoporto dell’Urbe, che, dopo le Olimpiadi,  sarebbe diventata  la  nuova città giudiziaria, accanto a un grande parco fluviale da restituire alla cittadinanza.

Le differenti concezioni urbanistiche che sottendono le scelte della localizzazione del Villaggio Olimpico rispondono alla domanda che ci dobbiamo fare quando diamo il nostro giudizio sulle Olimpiadi a Roma. Sono concezioni opposte ed inconciliabili.

Da una parte una scelta, quella di Tor Vergata del CONI, carente sul piano urbanistico, trasportistico e sulla destinazione d’uso futura con i suoi 17.000 posti letto distribuiti in appartamenti di grande metratura in un quadrante già gravato dalle cubature previste dal PRG per la vicina Centralità della Romanina e già depauperato dai collegamenti del ferro di superficie capaci di unire Tor Vergata e la stessa Romanina con le linee A e C della metropolitana.

Inoltre per realizzare il Villaggio Olimpico a Tor Vergata ci sarebbe stato bisogno di una variante al PRG per trasformare quell’area da verde pubblico ad edificabile.

Ma il problema non sarebbe stato certamente questo visto che anche per altre localizzazioni ci sarebbe stato bisogno di una variante.

I terreni di Tor Vergata sono stati espropriati e conferiti all’Università ai fini esclusivamente universitari. Trasformare il corposo volume edilizio in campus universitario dopo le Olimpiadi avrebbe prodotto un’offerta di residenze per studenti nettamente sproporzionata rispetto alla domanda.

Tor Vergata è molto lontana dal polo Stadio Olimpico-Foro Italico dove, secondo la classificazione del CIO, verranno assegnate più medaglie. Certamente non è da prendere in considerazione la proposta della realizzazione di una sorta di corsia preferenziale chiamata “corsia olimpica” che avrebbe dovuto tracciare tutte le strade (GRA compreso) che uniscono i due luoghi con le prevedibili ripercussioni quotidiane sul traffico di mezza Roma per gli spostamenti a rotazione di 17.000 atleti.

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Leggiamo ancora sul sito www.carteinregola.it:

Il 14 giugno 2016  sul Messaggero appare un comunicato  in cui il gruppo Caltagirone  annuncia una querela in seguito a   un servizio televisivo andato in onda  su La7 il 3 giugno, in cui l’ex assessore all’urbanistica Giovanni Caudo e l’assessore all’urbanistica in pectore Paolo Berdini commentavano la scelta del Comitato Promotore Roma 2024 di realizzare il Villaggio olimpico a Tor Vergata. Nel comunicato,  si specifica che “La società Vianini Lavori del Gruppo Caltagirone, insieme ad altre 9 imprese di costruzioni (e quindi senza alcuna esclusiva), è concessionaria dei lavori per l’Università. Ciò a seguito di gara europea vinta nel lontano 1987. La quota di Vianini Lavori nel Raggruppamento Temporaneo di Imprese è di circa il 33%.”. 

L’altra scelta, quella del Sindaco Marino e dell’assessore Caudo della localizzazione del Villaggio Olimpico nell’area Nord, si innesta all’interno di un recupero dell’Ambito Strategico Tevere previsto dal PRG vigente raccogliendo lungo il suo corso nord una serie di altre localizzazioni di impianti sportivi come continuazione delle Olimpiadi del 1960, di altri edifici ed aree di rilievo urbanistico, sociale e produttivo e di reti infrastrutturali esistenti.

Su questa inconciliabile diversità di vedute e di orizzonti si consumò la rottura tra Marino/Caudo ed il CONI di Malagò e Montezemolo.

Dunque basterebbe tutto questo per rispondere con cognizione di causa alla domanda iniziale. Oggi non si sarebbe dovuto dare un NO pregiudiziale o legato a paure di ruberie e di appalti truccati, ma un NO basato su questo genere di considerazioni.

Sulla questione dello Stadio del Nuoto e delle Vele di Calatrava riportiamo ancora un brano tratto dal sito www.carteinregola.it:

Nel 2005 viene  avviato il progetto della Città dello sport  dall’allora   sindaco  Walter Veltroni. Il costo previsto per la realizzazione  è di 60 milioni di euro, che diventano 120 milioni già all’atto dell’assegnazione dei lavori tramite gara d’appalto, vinta dalla Vianini Lavori del gruppo Caltagirone; la gestione dei fondi è  affidata alla Protezione Civile di Guido Bertolaso, che chiama Angelo Balducci per la gestione dei capitali. Tra il 2006 e il 2007, pur non avanzando i lavori, i costi di costruzione raddoppiano, 240 milioni di euro. Alla fine  i mondiali di nuoto non si disputeranno a Tor Vergata, in quanto la struttura non avrebbe potuto essere completata in tempo, e si opta per il Foro Italico, già utilizzato per i Campionati mondiali di nuoto 1994. Le Vele restano incomplete e inutilizzabili, la  cifra stimata per il completamente lavori è di 660 milioni di euro, 11 volte il prezzo iniziale (da wikipedia).

Anche per le vele di Calatrava il progetto del Comune era diverso da quello pensato dal CONI.

Nel novembre 2014 Calatrava consegnò al Comune un progetto di riuso delle Vele con una a destinazione Città della Scienza per l’Università di Tor Vergata.

Ritornando al dossier Olimpiadi presentato dal comitato per la candidatura di Roma 2024 al CIO nel febbraio 2016 (tutto in inglese senza copie tradotte in italiano) è stato ricordato che la metà del budget (1,7 miliardi di euro) previsto per tutti i Giochi va a Tor Vergata ma nella Città dello Sport non viene nominata la piscina dello Stadio del nuoto che rimane così indefinita.

La cifra è talmente spropositata rispetto alle effettive località di svolgimento delle gare (misurate dal CIO in medaglie assegnate) che il fatto si commenta da solo.

Sono stati inoltre fatti gli esempi di Parigi che si sta preparando al rush finale e di Londra e Barcellona che hanno trasformato in sviluppo urbano ed in opere utili alla città gli impianti sportivi, gli edifici e le infrastrutture costruite per i Giochi Olimpici.

Quindi, secondo Giovanni Caudo, il parametro di misura dell’efficacia di un’operazione Olimpiadi deve essere questo e non l’aumento rispetto al budget iniziale.

A patto che l’aumento del budget corrisponda ad un investimento capace di produrre benefici nel tempo.

A Londra nel 2012 il budget è aumentato del 101% e a Barcellona nel 1992 addirittura del 417% ma le città si sono trasformate e rigenerate. Ad Atene nel 2004 “solo” del 60% ma il bilancio della Grecia è andato a picco.

Siamo usciti alle 20 con la consapevolezza di aver le idee un po’ più chiare anche grazie agli altri interventi che si sono aggiunti a quello principale dell’ex assessore Caudo, come quelli del Censis, del giornalista della Gazzetta dello Sport, di docenti di Economia e di Architettura e dell’ex consigliere e presidente del Partito Radicale Riccardo Magi che ha ricordato le vicende e le ragioni del mancato Referendum sulle Olimpiadi.

Paolo Gelsomini è un architetto, membro di Carteinregola e portavoce del Coordinamento Residenti Città Storica.