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Architetti 2.0

30 novembre 2012

Il bell’articolo di Gianluca Andreoletti introduce (oserei dire riporta sul piatto della discussione) il tema centrale del ruolo dell’architetto e rilancia la necessità di affrontare  in maniera decisa l’istituzione di una legge per l’architettura.

L’articolo si iscrive chiaramente nella discussione avviata con gli articoli di Marco Alcaro, Gianluca Adami e Lucio Tellarini che si sono occupati più specificamente della questione dell’Ordine e della sua riforma.

La posizione di Andreoletti è molto condivisibile perchè sostanzialmetne mira a chiarire in maniera netta i compiti da assegnare all’Architetto, per farlo rimanda allo strumento più forte, l’istituzione normativa.

Pur condividendo l’ispirazione di fondo ritengo però che sarebbe stato un articolo perfetto se fosse stato scritto nel secolo scorso, quando ancora non era esplosa la “rivoluzione digitale”, con tutte le trasformazioni culturali che ne stanno derivando.

Non tenere conto oggi del fatto che le condizioni al contorno sono radicalmente cambiate, fa apparire questa rivendicazione come un voler chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. Non è colpa degli architetti (che reclamano la definizione del proprio ruolo da molto tempo) ma credo che per fare un discorso credibile all’esterno sia necessario provare a riformulare alcuni paradigmi.

Allo stesso modo anche gli altri articoli citati sembrano muoversi avendo dei modelli di riferimento che non rispecchiano più la realtà delle dinamiche sociali in cui il professionsta deve trovarsi ad operare. In fondo il tema non è se debba esserci un Ordine Professionale e secondo quali normative, ma in che maniera l’Architetto può entrare a far parte sostanziale e non marginale nel processo di controllo e trasformazione del territorio; conseguentemente immaginare il migliore modello istituzionale di controllo per la società in cui si opera.

Nei commenti a Andreoletti ho riportato questa osservazione:

nessuna norma (specie nella terra dell’abuso edilizio) può sperare di essere applicata se non viene calata all’interno di un tessuto sociale disposto ad accoglierne i principi.
Una norma di carattere impositivo, destinata a modificare il comportamento e le consuetudini di una società, per essere accolta deve essere almeno percepita come una norma necessaria.
Ancora più difficile l’imposizione di una norma in un contesto sociale che si stà rapidamente trasformando.”

Già ma come sta cambiando questa società?

Una domanda che deve necessariamente essere posta se si ha l’aspirazione di poter incidere minimamente nei comportamenti sociali, o addirittura promuovere una legge, con l’auspicio che abbia la minima possibilità di essere applicata.

E’ interessante questo articolo su Wittengstein relativo allo sciopero dei giornalisti (che a sua volta richiama un altro articolo di Mario Tedeschini Lalli). Tedeschini riflette sulla trasformazione del ruolo del giornalista; riporto due capoversi sostituendo “architetti” a “giornalisti” e “Ordini” a “FNSI” (tra parentesi le sostituzioni):

(Il sistema degli ordini) appare ancora una volta come un generale che schieri la sua truppa appiedata e trincerata a difesa di uno strategico ponte, ignorando che nel frattempo sono stati inventati gli elicotteri trasporto truppe che consentono di aggirare la postazione e prenderla alle spalle e che, per di più, oltre alla strada che passa su quel ponte ne sono state costruite infinite altre che ti portano a destinazione passeggiando o in automobile, evitando l’incomodo di battagliare.

Le istituzioni professionali (degli architetti) non hanno più la mano sul rubinetto (della progettazione), come peraltro non lo hanno più neppure i governi (…) che pure vorrebbero aprirlo e chiuderlo a piacimento. Le une, certo, lo vorrebbero utilizzare per scopi nobili, gli altri hanno cercato di chiuderlo per biechi scopi di potere, ma la realtà dell’universo digitale rende lo sforzo quasi inutile. Per la semplice ragione ce non c’è più tubo e quindi non c’è più rubinetto.

Per chi non lo avesse ancora capito siamo di fronte a una rivoluzione epocale, della quale sappiamo poco; non sappiamo quanto durerà; non sappiamo cosa ci porterà; ne vediamo i segni evidenti in tutte le manifestazioni del vivere comune; tutti ne siamo colpiti in maniera diversa (dalla scuola, al giornalismo, dalla creatività , alla politica, dalla medicina all’architettura); non possiamo non tenerne conto; per farlo dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione i valori che ci stiamo portando dietro dal secolo scorso; paradossalmente dobbiamo tenerne conto proprio per preservare quei valori.

Un passo indietro.

La rivoluzione industriale ottocentesca ha creato il professionista, o almeno ne ha istituzionalizzato l’importanza all’interno di una società complessa. Il sistema ordinistico ne è una diretta conseguenza.

Il modello è quello accademico che per garantire la qualità e la competenza di un professionista richiede che vi sia a monte un sistema di certificazione (a partire dal conseguimento della laurea); il sistema funziona (ha funzionato) egregiamente in una società dove il costo della verifica sociale era estremamente alto rispetto al risultato da ottenere. Poichè il singolo cittadino non poteva autonomamente (per ignoranza e per inaccessibilità alle informaizoni necessarie) verificare la qualità del lavoro di un professionista, le istituzioni di controllo hanno avuto il compito importante di garantire questo controllo.

Dove è difficile ottenere informazioni su un professionista o verificare se il suo operato è adeguato alle esigenze del committente vi è la necessità di mantenere titoli e istituzioni che garantiscano questa verifica di qualità. Le istituzioni accademiche (come gli ordini) nascono proprio per consentire questa certificazione; l’istituzione accoglie dentro di se solo persone di comprovata capacità e qualifica; il professionista vede riconosciuta la sua capacità in virtù dell’appartenenza.

Le Istituzioni accademiche hanno il limite di tendere a preservare se stesse e hanno poca attitudine ad accogliere l’innovazione culturale; esse inoltre garantiscono l’esclusività elitaria della conoscenza, riservando ai propri componenti l’accesso al sapere esclusivo (non disponibile su vasta scala); sin dal medioevo le corporazioni hanno avuto il ruolo biunivoco di controllo di qualità e garanzia di esclusività.

Ma in una società aperta, dove le informazioni sono disponibili in tempo reale, dove la competenza può essere acquisita anche al di fuori delle istituzioni tradizionali, e le azioni di ciascuno sono sottoposte a verifica sistematica da una massa di “utenti” attivi, l’importanza specifica dei titoli (e degli organismi di controllo) comincia a vacillare, quantomeno a ridimensionarsi; non scompare del tutto la necessità di una specializzazione dei ruoli professionali, ma decade la centralizzazione del potere di controllo.

Già nel novecento lo sviluppo culturale nazionalpopolare ha portato su due fronti paralleliad una convergenza delle competenze.

Da una parte il pubblico è sempre più informato (mediamente più acculturato, anche se appiattito su un livello medio basso) e quindi in grado di recepire informazioni, farsi un’idea autonoma sulla qualità di un prodotto, esprimere un guidizio e determinare la validità di un progetto (e di un professionista) rispetto a parametri e requisiti che possono essere sia di carattere personale che generale.

Sul fronte opposto la facilità di accesso alle lauree (e alla professione) ne ha determinato la massificazione seguendo un processo inverso e convergente di appiattimento culturale.

Alla formazione di utenti mediamente più esigenti e attenti ha corrisposto la moltiplicazione di professionisti mediamente meno capaci.

Sul finire del millennio il fenomeno delle Archistar è il risultato una reazione economica e speculativa a questa erosione della credibilità del sistema, perfettamente coerente con le dinamiche comunicative basate sui Mass Media.

Il potere economico aveva la necessità di garantire i propri investimenti facendo leva sul principio del marchio. Le archistar non hanno bisogno della certificazione formale del loro valore; l’archistar giustifica se stessa in quanto essa stessa è marchio di qualità; operano in funzione della loro reputazione, che non rientra nei criteri accademici.

L’archistar, per il potere che le deriva dalla sua reputazione, consente di facilitare molti processi semplicemente bypassandoli; tutto avviene all’interno dello studio del progettista che decide i requistiti (individuando le esigenze e le priorità di un intervento), elabora le soluzioni (il progetto) senza dover necessariamente rendere conto alle normative correnti (che vengono derogate proprio in virtù del peso mediatico messo in campo), gode di un sistema di valutazione autoreferenziale (sostenuto anche dallo stesso potere speculativo che deve comunque preservare il proprio investimento).

La crisi economica sta mettendo in seria discussione questo meccanismo nelle sue manifestazioni troppo speculative; l’eccesso di esposizione economica che richiede un tipico progetto archistar, espone gli investitori a forti rischi. Contemporaneamente le dinamiche partecipative tipiche del web 2.0 stanno spingendo la società civile verso una maggiore consapevolezza nei suoi diritti e doveri nell’ambito delle trasformazioni urbane; l’archistar è divenuto così la metafora della speculazione edilizia imposta dall’alto.

La rivoluzione digitale ha amplificato a dismisura le possibilità di verifica dal basso dell’opera dei progettisti, anche quando si tratta di Archistar (che anzi sono divenuti i bersagli diretti delle contestazioni di natura partecipativa).

Il singolo professionista, già tagliato fuori dal macrosistema economico, si ritrova però tagliato fuori anche nelle dinamiche “dal basso”; da una parte non garantisce il sistema economico, dall’altra non ha acquisito la sufficiente credibilità per porsi come legittimo portatore delle istanze sociali.

La rivoluzione digitale stà stravolgendo l’intera struttura piramidale alla base dell’organizzazione sociale; non solo la società è oggi composta da cittadini mediamente più “acculturati”, e quindi più confidenti delle loro idee ed aspirazioni, ma la disponibilità di informazioni in tempo reale e la possibilità di condividere altrettanto velocemente queste informazioni e competenze li ha resi sempre meno disposti a subire qualsiasi genere di imposizione dall’alto sia nei rapporti che riguardano il “bene comune” sia nelle relazioni interpersonali con i professionisti.

Il professionista del secolo scorso aveva compiti e ruoli molto ben definiti nel processo della progettazione; operava in scienza e coscienza; rispondeva sostanzialmetne a pochi referenti (sia in ambito pubblico che privato); aveva delle responsabilità che gli derivavano dalla deontologia alle quali in linea teorica si doveva attenere; il controllo sul rispetto di tali responsabilità era demandato a se stesso (o comunque ad una ristreta cerchia di consimili).
Il risultato della sua azione influiva fortemente sulle trasformazioni del territorio incidendo sulla vita dei cittadini senza alcuna loro effettiva possibilità di incidere su questo processo (se non sotto forme molto mediate). La mancanza di coscienza civile diffusa in italia ha esasperato questa “privatizzazione” del controllo territoriale.
L’aspetto principale della professione era che aveva un carattere prevalentemente monodirezionale e sostanzialmente statico nel tempo (un cliente, un requisito, un progetto, in linea di principio sempre immutabili).
Il professionista di questo secolo deve muoversi all’interno di una società “liquida”, ed è sottoposto al controllo ed alla verifica di una infinità di stakeholder (sopratutto in campo pubblico), sui quali non ha alcun controllo diretto ma ai quali bene o male è tenuto a rendere conto. Anche in ambito privato si sperimenta uno spodestamento del professionista come figura depositaria di un sapere, intoccabile e indiscutibile nel suo ruolo. Lo stesso meccanismo comunicativo del progetto (tradizionalmente il disegno su carta) si sta rapidamente evolvendo verso sistemi multipli di espressione, più adatti a interagire con il sistema mediatico transmediale contemporaneo.

Già ormai da tempo il processo della progettazione è sottoposto a spinte e modifiche operanti su più livelli (da quelle burocratiche a quelle economiche) che però sono limitate a competenze specifiche, a nicchie di potere sostanzialmente derivate dal modello precedente.

Oggi a volere prendere in considerazione le nuove esigenze che stanno emergendo possiamo provare a capire il contesto in cui un professionista è (o comunque prima o poi sarà) costretto a muoversi; si tratta delle istanze che l’intera società digitale sta facendo emergere.

Trasparenza del processo. Il professionista come tutti i centri di controllo burocratici ed economici sono tenuti a tenere traccia di tutti i passaggi e i riferimenti normativi che portano alla determinazione di un progetto (e alla realizzazione dell’opera). Chiediamo trasparenza a chi ci governa e ci impone regole burocratiche; siamo tenuti a fornire lo stesso “servizio” in maniera da consentire a chi ci sta commissionando un lavoro, di essere informato sul suo andamento. Si passa dal criterio della consegna (organizzata su più step di approfondimento) al meccanismo della interazione permanente.

Progettazione convergente. Il progetto è il risultato di competenze multidisciplinari su cui possono intervenire competenze altamente specializzate ma anche contributi non professionali. Il modello della cultura convergente di Jenckins applicato al progetto presuppone che scelte e le relative responsabilità siano trasversali e condivise; l’architetto in questa dinamica, pur rimanendo un elemento determinante e sostanziale del processo (il professionista esperto), è costretto a perdere buona parte del controllo sulla progettazione lasciando spazio a competenze non specialistiche; si tratta di una evoluzione cognitiva inarrestabile che sta permeando tutto il mondo contemporaneo; laddove le scelte di progetto sono sotratte al completo controllo del professionista è giusto però che gli si attribuiscano anche minori responsabilità. Il progetto acquisisce sempre di più caratteristiche fluide, in quanto soggetto a continui adattamenti (anche in corso d’opera); questa caratteristica è già una realtà sperimentata quotidianamente in tutti gli appalti alla quale finora si è reagito in maniera schizzofrenica imponendo per legge l’immutabilità del progetto (anche quando questo dura anni). La stessa schizzofrenia di chi pretende che l’Architetto operi in regime di libero mercato mantenendo invariate le responsabilità civili e penali che comportano la titolarità formale di un progetto. La responsabilità deve essere commisurata al compenso.

Open data (e open source). L’architetto opera e progetta in un universo dove le informazioni sono sempre più disponibili su vasta scala, gli strumenti che ha a disposizione sono sempre più aperti (dai data base ai programmi software a basso costo), si tratta di una opportunità per il progettista, ma sul rovescio della medagli la società richiede che esso stesso contribuisca aprendo progressivamente l’acesso alle informazioni che lo riguardano mettendo a disposizione i propri progetti in maniera aperta. Le istituzioni pubbliche per prime dovrebbero iniziare a consentire che tutti i progetti in corso siano liberamente recuperabili nei formati editabili. Si tratta dello stesso tema del copyright, già fortemente messo in discussione su altri piani; l’architeto può essere padrone delle idee, non del supporto su cui queste vengono veicolate; su un altro livello l’opera di architettura, una volta realizzata cessa di essere proprietà del progettista e diviene “bene comune”. resta fondamentale in ogni caso che resti traccia di tutti i contributi ideativi e progettuali all’opera di architettura (comprendendo in questo il riconoscimento chiaro del contributo dei singoli collaboratori).

Formazione permanente e centrata sull’esperienza. Il conseguimento di un titolo o l’acquisizione di una competenza sta diventando sempre meno una garanzia di capacità professionale; il dinamismo globale della società non consente più di mantenere rendite di posizione a tutti i livelli; l’aggiornamento continuo è una necessità (a sua volta facilitato dalla disponibilità di informazioni); paralleleamente la disponibilità di informazioni richiede che il professionista sia più una figura in grado di gestire questo flusso, piuttosto che una competenza iperspecialistica; l’architetto è una figura estremamente predisposta per questo genere di competenza; è inoltre fondamentale che la competenza sia sempre di più centrata sull’esperienza (v. a proposito il mio articolo sulla formazione). Il titolo di studio non può che essere un punto di partenza, ma occorre agire in maniera da valorizzare chi esercita realmente negli anni la professione rispetto a chi non la esercita.

In conclusione.

L’Architettura è un tema che non può prescindere dall’architetto;

la tecnologia ha però aperto al mondo la possibilità di interferire su questa prerogativa.

Su più livelli,

il cittadino comune ha il diritto dovere e la possibilità di verificare l’operato del professionista,

il singolo professionista ha a sua volta il diritto dovere possibilità di tenere sotto controllo l’operato dei colleghi e delle istituzioni che lo rappresentano.

Tutti insieme (cittadini comuni, professionisti e organi di rappresentanza) hanno la possibilità di agire nei confronti delle istituzioni di governo.

Dovendo ragionare su una legge per l’Architettura e su come conseguentemente si debba trasformare il sistema Ordinistico, partirei da qui.