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VENGONO PRIMA I MONUMENTI O LE PERSONE?

Con Amate l’Architettura abbiamo seguito con apprensione, dolore e sgomento, fin dalle prime ore, la tragedia del crollo del ponte Morandi.

Abbiamo scelto di tenere un profilo basso, condividendo articoli di approfondimento di altri, che hanno svolto, secondo le loro rispettive competenze, approfondimenti sulle dinamiche del disastro, della gestione delle infrastrutture e sulle (mancate) politiche dei trasporti in Italia.

Nel frattempo molti uomini di cultura e tecnici, anche stranieri, hanno condiviso delle riflessioni e promosso delle iniziative, delle petizioni o si sono resi disponibili a progettare il ponte. Ultima in ordine cronologico l’offerta del progetto da parte di Renzo Piano.

Lasciata decantare la reazione emotiva, vogliamo anche noi dare un contributo, una riflessione, che nasca da questo evento ma che possa avere un respiro più generale.

La prima, fondamentale domanda a cui dobbiamo rispondere è: ripariamo il vecchio ponte o ne costruiamo uno nuovo?

Il ponte Morandi ha innumerevoli estimatori (anche noi ne riconosciamo il valore) che vorrebbero, prima di demolirlo, che venisse fatta una valutazione costi-benefici sulla possibilità di riparare/consolidare il manufatto esistente o di sostituirlo con una nuova opera.

Ebbene è bene sgombrare il campo da ogni illusione: una valutazione del genere sarebbe  correttissima sotto un profilo teorico ma deleteria alla visione realistica dei fatti.

Una valutazione costi-benefici dovrebbe valutare la convenienza del mantenimento dell’opera originale (con gli opportuni correttivi) sotto punto di vista estetico, simbolico, ecosistemico, viabilistico, strutturale ed economico oppure indicare le soluzioni alternative.

Tutto molto bello e, appunto, corretto, sotto un profilo procedurale. Ma valutiamo la proposta secondo la normativa vigente: chi valuta tutto ciò? E in quanto tempo?

A spanne servono 5 sottocommissioni (architettonica/ambientale/viabilistica/economica/strutturale) ciascuna con contenente specialisti in vari campi, e con un coordinamento a monte. Ciascuna commissione, secondo la logica che vige in questo paese, avrà potere di veto sulle decisioni da prendere o, nella migliore delle ipotesi richiederà un tempo congruo, ovvero lungo, per potere esprimere un parere sufficientemente ponderato.

Dobbiamo inoltre tenere conto che il Il 10 maggio 2018 è stato pubblicato il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che, ai sensi dell’articolo 22 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 (il codice degli appalti), stabilisce l’obbligo del dibattito pubblico (una traduzione letterale dal francese) per opere sopra la soglia dei 500 milioni, soglia che tra annessi e connessi (le demolizioni delle abitazioni tra le ipotesi possibili) potrebbe essere superata.

Abbiamo sotto gli occhi i drammatici esempi della ricostruzione post-terremoto di Amatrice, dove in quasi due anni abbiamo dato avvio a circa il 10% dei lavori o, localmente, l’esempio dei tempi infiniti per la gestazione della Gronda di Genova , la variante mai nata della A 10.

Aggiungiamo anche  che chi propone il retrofitting del ponte non tiene conto che la struttura si è dimostrata insufficiente e andrà ricalcolata con il risultato di un ponte comunque diverso da quello progettato da Morandi. Il ponte ricostruito sarà perciò un falso o un’opera diversa dall’originale.

Dunque, teniamo i piedi per terra, tenendo conto che c’è non solo una città in ginocchio, perché tagliata in due, ma tutto il collegamento nazionale con la Francia del traffico proveniente dal settore costiero occidentale e dal centro-sud Italia, abbiamo – purtroppo- una reale situazione d’emergenza, perché ogni giorno che passa c’è una città, una regione e una buona parte del paese che perde molto molto denaro.

Come è stato espresso da uno di noi, nel dibattito interno al nostro gruppo, preventivo a questo articolo, dobbiamo prendere atto che “il ponte è stato bombardato (da una guerra invisibile) e che dobbiamo agire come in guerra, ripristinando immediatamente una funzionalità vitale per il paese”.

Dunque stando così le cose, le soluzioni possibili si restringono drasticamente a due:
1) si opera la demolizione del ponte attuale e la ricostruzione di un nuovo ponte (previa una valutazione tecnica riguardante il mantenimento o l’abbattimento delle abitazioni sottostanti il ponte, su cui noi non ci soffermeremo perché non abbiamo elementi sufficienti per giudicare) con un affidamento a Società Autostrade – che ha dichiarato di avere già un progetto pronto – o ad altri (è un problema politico ed amministrativo in cui anche qui non ci addentreremo);
2) la rimessa in pristino temporanea del ponte attuale (se tecnicamente è possibile), con imposti limiti d’uso e con l’obbiettivo di farlo durare il tempo di realizzazione della Gronda di Genova, la variante della A10 già citata. Raggiunto questo obiettivo si potrà dare seguito ad un concorso internazionale per la proposta di un nuovo ponte, che possa rivaleggiare con il precedente.

Con queste sue soluzioni le tipologie delle valutazioni si limiterebbero a due: la fattibilità tecnica e l’impatto economico. In quest’ultimo andrà valutata da una parte il costo di una sola demolizione e nuova costruzione del ponte e, soprattutto il tempo di realizzazione (non i 5 mesi contrabbandati da Società Autostrade, ma più realisticamente tra i due e i tre anni – secondo eminenti progettisti (e con procedure d’urgenza, aggiungiamo noi), dall’altra il costo di una ricostruzione prima (questa si di pochi mesi) e di una successiva demolizione e ricostruzione dopo, a Gronda funzionante.

Ancora durante il nostro dibattito interno una collega si è chiesta perché non fare realizzare un ponte temporaneo dal genio militare. L’idea sarebbe magnifica ed emblematica per un paese “in guerra” (con le istituzioni, con la gestione della cosa pubblica, con le vessazioni quotidiane inflitte alla gente comune e a noi tecnici) ma, probabilmente irrealizzabile a causa dell’altezza e della campata.

Nel corso dei 10 anni di vita del nostro Movimento ci siamo battuti incessantemente per la valorizzazione della buona Architettura (soprattutto contemporanea), per i concorsi di progettazione, per la qualità dell’ambiente urbano. Abbiamo sempre combattuto l’emergenza, la precarietà la mediocrità a cui si è adagiato il nostro paese, perciò scriviamo queste righe con un profondo dolore, perché abbiamo preso atto che, in questo frangente, è difficile che si possa realizzare un’opera del livello del ponte Morandi, almeno in tempi brevi.

D’altra parte l’invito che rivolgiamo a tutti è quello di porsi la domanda che ci siamo posti noi: “vengono prima i monumenti o le persone?”.

(le due immagini che accompagnano l’articolo sono prese da Wikipedia e sono rispettivamente di:
Michele Ferraris – la prima
Phoenix7777 – la seconda)

 

Il segno del terremoto – Memorie – Dialogo con Anna Marzoli

4 febbraio 2018

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Intervistiamo l’arch. Anna Marzoli, appartenente, da sempre, alla co-munità di Castelsantangelo sul Nera.
“Ci troviamo sulle pendici del Monte Cardosa”, ci racconta visibilmente commossa, “che collega la parte di Norcia, Visso e Castelsantangelo. La faglia si trova sul Monte Vettore, il rilievo montuoso più alto del massiccio dei Monti Sibillini, situato al confine tra Umbria e Marche. Castelsantangelo sul Nera è il Comune nell’epicentro del sisma più danneggiato del Cratere, insieme a Ussita ed a Visso. Secondo i rilievi eseguiti, il 95% delle case è inagibile e vi è un’altissima percentuale di crolli totali e danni so-stanziali. Le case si sono polverizzate e dalle demolizioni non si può recuperare assolutamente nulla. L’amministrazione comunale sta avviando le messe in sicurezza delle strade per eliminare le situazioni di pericolo imminente, che sono dovute sia ai crolli per le continue scosse sia alle piogge. L’unico rumore che si sente da mesi il rumore dei cingoli”.
I primi containers si incontrano nella Piazza del Mercato, Piazzale Piccinini. Sono stati sede del Comune, chi vi lavorava ha operato, da Ottobre fino a Luglio 2017 in condizioni di disagio totale, freddo, gelo, caldo, pioggia.
Ed è qui che Anna ci racconta dei moduli doccia per i residenti accanto alla scrivania del Sindaco e a pochi altri funzionari del Comune.
Ci informa, inoltre, che, attualmente, sono aumentate le coppie di anziani tornate ai loro paesi di origine terminata la disponibilità di accoglienza degli alberghi sulla costa, sopraggiunta la stagione turistica.
Nel momento in cui dovevano riprendere una nuova abitazione hanno preferito farsi questi mesi estivi in roulotte perché ancora in attesa delle casette provvisorie.
La messa in opera dell’area Sae di Castelsantangelo sul Nera ha avuto numerosi problemi. All’inizio non era situata in questo luogo ma in un altro, successivamente ha subìto vari spostamenti ed ad oggi non è stata ancora completata.
La consegna è prevista a fine anno. Tra i residenti ci sono due architetti, proprietari del B&B Fonte dell’Angelo, che era un’antica dimora di fine ‘700 in parte crollata perché la struttura è implosa.
Da dentro si vede la parete interna con le macerie che arrivano fino alle finestre. Loro hanno scelto di rimanere, costruendosi da soli moduli abitativi per la loro vita privata, per lo studio, per l’operaio che li aiuta, rinunciando così alla SAE. Qui, ancora più che a Visso, la situazione di pietre non squadrate, arrotondate senza nessun legante, era ancora più diffusa.
Questo Comune aveva circa trecento abitanti anche se il fatto della presenza degli stabilimenti, quale ad esempio quello di Nerea, faceva sì che ci fosse una buona percentuale di giovani.
Durante la scossa del 30 Ottobre 2016 non vi era quasi nessuno, a differenza del 26 ottobre in cui c’erano tutti, radunati nel piazzale sottostante, ex sede del Comune.
Castelsantangelo sul Nera conta varie frazioni sui Monti, tra cui Gualdo, Vallinfante, Nocelleto, Rapegna, Nocria , Macchie, Spina di Gualdo. Tutti paesini minuscoli, piccoli borghi quasi disabitati; a Macchie viveva solo una coppia di anziani;a Gualdo una trentina di persone.
La maggior parte abitava a Castelsantangelo. La norcineria Alto Nera, altra attività economica di Castelsantangelo, con negozio verso la strada e le abitazioni ai piani superiori e dietro i laboratori, si è trasferita a Osimo e sta attendendo di ritornare in paese, perché la lavorazione della carne al mare non dà lo stesso standard qualitativo.
Le attività commerciali ,che torneranno nel piazzale a valle del Comune, saranno l’albergo Dal Navigante, situato nella frazione di Nocelleto, i due Bar che erano all’entrata del centro e la Norcineria Alto Nera. La deloca
lizzazione delle attività commerciali fa sì che questo sia un caso in cui il tessuto insediativo debba essere ripensato e ridisegnato, nonostante il tessuto urbanistico, composto da strade e volumi, sia ancora visibile. Attualmente le proposte di delocalizzazione sono al vaglio attraverso l’accettazione del Piano Attuativo.
La speranza resta quella di non ripetere gli errori del 1997, in cui le case ristrutturate, dove sono ancora visibili le piastre, si sono completamente sbriciolate nonostante si presumesse fossero state state messe in opera in maniera antisismica.

 

Foto di Monja Zoppi

 

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Il segno del terremoto – Introduzione

3 febbraio 2018

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Ci sono tanti modi per approcciarsi ad un viaggio, viaggio che non è solo sinonimo di partenza, spostamento ed arrivo.
Il viaggio è anche un percorso fatto di passi, suoni, profumi, sensazioni, impressioni.
Impressioni di una gior-nata estiva, iniziata all’alba.
Si parte in macchina da Roma verso alcune delle zone terremotate delle Marche, nello specifico Castelsantangelo sul Nera.

Il tempo è variabile, perfettamente in linea con la mutevolezza delle sensazioni che si hanno nell’ascoltare la voce narrante della memoria, Anna Marzoli, architetta di professione ed appartenente, da sempre, alla comunità che stiamo per incontrare.
“La nostra è un’Architettura molto povera”, ci racconta, “la cosa più importante, ora, non è la ricostruzione ma la ripopolazione.
Vi sono persone disperse. Siamo cresciuti con i terremoti, ma nessuno di noi ne rammenta uno così forte”
Disorientamento.
Forse è questo il sentimento più forte che si respira sentendo parlare Anna; ed è lo stesso che si prova entrando nella Zona Rossa di Visso, presidiata dall’esercito, lo stesso che trasuda dalle parole delle persone che incontriamo lungo il nostro cammino; persone che hanno deciso di rimanere e di rinunciare alla possibilità di essere trasferite lungo la costa Adriatica.

Questi sono piccoli Borghi, piccole realtà sovrastate dalla presenza, tanto protettiva quanto imponente, dei Monti Sibillini che li circondano.
“Queste sono persone di montagna”, dice Anna, “e chi nasce e vive nella montagna, non la abbandona” Eppure questi luoghi sono abbandonati, quasi totalmente.
E’ un deserto di macerie, di crolli, di oggetti rimasti bloccati in un contesto che non esiste più, che non ha più forma.
La natura sembra essere l’unica compagna: il rumore dell’acqua, il canto degli uccelli, il vento, i chiaroscuri delle nuvole che si infrangono sui tagli dei muri crollati.
Allora ti fermi.
Ti fermi a pensare che se la natura non cessa di vivere e di essere presente è perché sta parlando e sta dicendo che la vita di questi centri deve tornare al suo splendore. Deve per tante ragioni.
In primo luogo per chi è rimasto a difesa del territorio e per lottare.
“E’ troppo facile andare via”, dice un ragazzo del luogo, “che ci si mette! Basterebbe così poco.
Ma posso farlo? Posso abbandonare le persone che ancora vivono qui? Che hanno deciso di non andare via? No. Io non me la sento.”
Mi chiedo da cosa nasca la spinta così forte che anima queste parole.
Mi chiedo che nome abbia questo sentimento così assoluto che non lascia spazio a niente altro.
E’ senza dubbio la dignità di persone che vivono da un anno dentro una roulotte, che condividono tutto: il cibo, la quotidianità e la loro vita da quel 24 agosto 2016, giorno della prima scossa.
Paradossalmente giorno oggetto di ringraziamento perché ha permesso una prima evacuazione dai centri urbani e ha fatto sì che il 30 ottobre, alle ore 7.30 del mattino, le mura che sono definitivamente crollate, non abbiano travolto persone al loro interno.
“Qui non ci sono stati morti”, dice Andrea, un volontario che da un anno fa avanti e indietro da Roma per portare viveri e necessità di primo soccorso agli abitanti rimasti, “Nelle altre zone del cratere si piangono i morti, qui fanno paura i vivi”
“Perché?”, chiedo io, “Perché i vivi hanno voce ed hanno delle richieste ben specifiche da fare”, risponde immediatamente lui.
I vivi hanno voce.
E’ vero. Indiscutibile.
Di primo acchito non riesco a capire perché la voce dei vivi sia “scomoda” ma bastano poche altre parole e tutto diventa più chiaro, comincia ad avere un senso.
Il disorientamento che, nel frattempo, non ha smesso di accompagnarci, alla base di tutti i discorsi che ascolto, non è altro che il frutto del disorientamento delle istituzioni.
Non si sa ancora nulla in merito a cosa accadrà in futuro.
“Qualsiasi progetto si deciderà di fare, dovrà rientrare in un Piano di Recupero, come è accaduto per il terremoto del 1997 ”, ci racconta Anna, “tuttavia mancano ancora le perimetrazioni del cratere e forse ci vorranno almeno tre anni perché si possa parlare di un qualsiasi tipo di intervento”.
Quindi, un Piano di Recupero, ma non è sicuro. Deciso e volto a cosa? Non si sa. Ci saranno demolizioni e successive ricostruzioni? Non è dato saperlo.
Ma almeno si sa se verranno stanziati dei soldi? Probabile. Vengo a sapere che una parte del finanziamento è già arrivata.
Per far fronte a cosa nello specifico? Per gli alloggi temporanei.
Temporanei.
Altro termine che suscita disorientamento ed, allo stesso tempo, paura che sia tutt’altro che temporaneo.
L’unico appiglio che ho per non cadere anche io nel disorientamento più totale, sono le parole delle persone che intervisto.
Parole che hanno la stessa forza della voce della Natura che tiene ancora vivi questi luoghi.
Parole che anelano alla vita. Parole di dignità, di etica, di forte dolore ma anche di tanta speranza.
Loro sono il loro stesso punto fermo, il cardine da cui si potrà muovere tutto. Le parole dei vivi.

Grazie a tutti voi vivi. Grazie ad Anna, Fabio, Gianfranco, Renato, Marino, Andrea, Angelo e a tutte le persone vive di cui non conosco il nome ma che sono parte attiva della comunità.

Foto di Monja Zoppi

Report from L’Aquila – le New Towns

25 settembre 2017

Accogliendo una nuova sollecitazione degli amici di Amate L’architettura prende forma questo terzo report su L’aquila. Dopo i primi due racconti, sul “cantiere continuo“ del Centro Storico e sul “monumentale” Auditorium del Parco di Renzo Piano, questa volta tocca alle “famigerate” New Towns.

C.A.S.E.-L_Aquila
Parliamo, quindi, del progetto C.A.S.E. (acronimo di Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili), 19 insediamenti per gli sfollati del sisma del 6 aprile 2009 costruiti dal Governo Berlusconi attraverso la Protezione Civile. Per la cronaca, nell’articolato del Piano di Emergenza circa 12 mila persone hanno trovato alloggio nelle cosiddette New Towns, circa 2500 nei Moduli Abitativi Provvisori (M.A.P.) e circa 7 mila hanno potuto avere dimora grazie al “contributo di autonoma sistemazione”.
Le polemiche e la cattiva fama delle New Towns, veicolate dai media, riguardano principalmente alcuni aspetti di esecuzione delle opere come per esempio: la presunta scarsa qualità o cattiva installazione degli isolatori sismici; la presunta sconveniente (per l’Ente Pubblico) operazione sui tetti fotovoltaici – tra l’altro – non tutti funzionanti; dimensionamenti sbagliati per quanto riguarda i sistemi di recupero dell’acqua piovana per l’irrigazione delle aree verdi; balconi crollati per la troppa fretta realizzativa. Ci sono anche questioni legate alla gestione comunale degli immobili ereditati dalla Protezione Civile, non tutti utilizzati anche per i requisiti stabiliti per l’assegnazione degli alloggi, come il presunto affitto richiesto agli sfollati a titolo di canone di compartecipazione alle spese di manutenzione. Il destino quindi delle stesse C.A.S.E. costituisce un grande tema cittadino, tant’è che pare che la Giunta Comunale abbia infine stabilito di destinare gli alloggi vuoti a giovani coppie, sportivi e artisti… e forse immigrati? (al 31 luglio 2017 risultano disponibili 177 alloggi del Progetto Case e 47 Map).
Sorte in Inghilterra a partire dal dopoguerra per controllare la crescita preoccupante delle grandi città, le new towns sono ispirate al concetto di città giardino teorizzato già a fine ‘800 da Howard con l’obiettivo di decongestionare le grandi città moderne attraverso il decentramento della popolazione in sobborghi satelliti immersi nel verde della vicina campagna.

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La buona norma le vuole ben collegate con la città tramite infrastrutture di trasporto efficienti e provviste di tutti i servizi necessari, generalmente secondo lo schema urbanistico in cui al centro l’area amministrativa-commerciale vede sorgere intorno le residenze con giardino.
Riguardo al modello New Town, oggi le opinioni sono molto discordanti: i favorevoli – quelli più ottimisti che si basano sul concetto teorico – sostengono che le new towns garantiscano un ambiente ideale agli abitanti, perché uniscono le comodità cittadine alla salubrità della campagna. I contrari – quelli che si basano sui numerosi esempi disastrosi (e si fidano sempre meno della capacità di scelta della politica e di conseguenza degli architetti e degli urbanisti chiamati a interpretarle) – sono convinti che le new towns sono dei ghetti con edifici di scarso valore architettonico, soluzioni urbanistiche banali, ampie distese cementificate e mal servite dal trasporto pubblico.
Niente a che vedere con l’intervento a L’Aquila, il cui nome New Town è solo un inglesismo mediatico usato (s)convenientemente nella contingenza e non un modello da replicare.

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Le New Towns di L’Aquila, su cui provo a dare una modesta opinione personale sulla base delle informazioni acquisite e della visita dei luoghi effettuata, sono assimilabili ad un intervento di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata. Appare chiaro, anche, che questi nuovi piccoli villaggi siano stati interpretati come mera risposta urgente al bisogno di posti letto per gli sfollati, una risposta muscolare della politica al disastro, dove – probabilmente per la stessa necessità mediatica – sono stati sbandierati i requisiti performanti più comprensibili, quali asismicità ed ecosostenibilità, sorvolando invece sulle questioni di concetto, urbanistiche e architettoniche, meno spendibili con il grande pubblico. Infatti, il risultato percepito è l’assenza di un progetto in senso urbano e architettonico. Si tratta di insediamenti dormitorio, in cui la sensazione è di profonda tristezza. L’approccio è dell’accampamento stabile, con isole di stecche uguali come vagoni, semi-prefabbricati, con del legno visibile e un po’ di colore, poggiati (mediante isolatori) su piloties d’acciaio costituenti i piani terra dei garages, come palafitte. Non penso sia stato un problema economico, si parla di cifre spese vicine al miliardo di euro. Come sempre, però, si registra un problema di prospettiva culturale e di approccio alle priorità. Alla fine, su questi nuovi sobborghi dormitorio rimangono tanti dubbi, non solo quelli posti dai media, più o meno strumentalizzati e anticipati sopra (quali la qualità antisismica, l’eco-compatibilità, i problemi di gestione e manutenzione, ecc.), ma anche gli eccessivi costi di costruzione e le procedure poco trasparenti (che con rassegnazione registriamo come insite in tutti gli interventi d’urgenza), e, soprattutto, le questioni legate alla programmazione e alla preparazione all’emergenza, al metodo con cui si affrontano problemi e fragilità che si dovrebbero già conoscere e per cui bisognerebbe già essere pronti o addirittura invulnerabili.

Poggio di Roio_L'Aquila.In alto case centro storico distrutte-in basso le nuoveC.A.S.E

Per le enormi quantità di risorse che si spendono nell’emergenza post-terremoto, una corretta e concreta programmazione dei progetti di prevenzione sismica farebbe risparmiare soldi, vittime e macerie. Analogamente, anche le New Towns sarebbero potute essere una utopia possibile, una soluzione abitativa alternativa e non un rimedio sbrigativo dopo i crolli.
In conclusione, due questioni:

  • le new towns – non gli insediamenti dormitorio – restano ancora un’ambizione possibile, un’utopia da realizzare progressivamente, alla ricerca della città ideale, quale applicazione di un concetto di insediamento urbano il cui disegno riflette criteri di razionalità e tensione filosofica?
  • E in che modo è possibile avviare subito la sostituzione delle città attuali, insicure e vulnerabili, con nuovi concept che interpretano nel modo migliore le conoscenze mature in termini di sicurezza e qualità, capaci di garantire sostenibilità sociale e ambientale, in un clima culturale che si manifesta con l’arte, l’architettura e l’urbanistica?

L’Aquila Rinasce – o forse no?

1 settembre 2017

Lo scorso 26 Agosto mi sono ritrovato a L’aquila, ad un anno dal terremoto del 24 che ha colpito dolorosamente le vicine Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e altri piccoli centri, territori simili come gran parte dell’Appennino centrale.

Edificio Torturato

Edificio Torturato

Il cielo della città è ancora pieno di gru che pare vogliano abbassare il collo per alimentare i tanti palazzi imbavagliati da ormai oltre 9 anni, in nome di una ricostruzione ideale, quale laboratorio innovativo di sperimentazione di nuove tecniche di restauro, recupero, consolidamento antisismico e – del sempre utile – adeguamento energetico. Infatti, dopo il terremoto – e anche come conseguenza delle riflessioni sulle ricostruzioni ripartite all’interno della “Strategia nazionale delle aree interne” – L’Aquila ha dichiarato di volere rinascere sotto il segno della sostenibilità sociale e ambientale. Sembra incredibile ma sta accadendo, lentamente, giorno per giorno, dopo i primi tempi difficili nei quali si è temuto che la mano del malaffare si potesse allungare sui soldi pubblici della ricostruzione. È apprezzabile che per la gestione e la risoluzione dei danni si sia adottato un modello avveduto, in cui i proprietari degli stabili danneggiati (oltre 50 mila in tutto il Comune) si sono costituiti in consorzi e le singole case insieme a quelle vicine sono state trasformate in “aggregati” per facilitare tutte le fasi della ricostruzione.
Inoltre, “Officine L’aquila”, che si vuole identificare come polo di restauro e riqualificazione urbana – prima volta in Italia che si mette in piedi un organo di dialogo tecnico-culturale tra professionisti imprese e università per un caso di gestione della ricostruzione post-sisma – pare si stia dimostrando, dopo una partenza lenta, un esperimento riuscito, che presto restituirà ai cittadini il “meraviglioso centro storico”. Il tematismo guida è la salvaguardia della bellezza dei palazzi storici, preferendo – viene dichiarato con orgoglio irreprensibile – tecniche poco invasive e compatibili con i criteri della conservazione, per riportare adeguati requisiti di sicurezza e durabilità. “Officine L’aquila” tiene a dimostrare che si può sostituire l’emergenza con dinamiche urbane virtuose: un Polo dell’innovazione sul recupero dove affrontare con intelligenze scientifiche e istituzionali tutte le questioni che attengono al grande cambiamento in corso. Un progetto ambizioso che pare stia andando in porto.
L’analisi corrisponde bene a un’immagine che ci si può fare passeggiando fra i Palazzi già restaurati, i cantieri in corso, le rovine fasciate in attesa del loro turno.
Questa analisi, però, non può essere l’unica e non può essere esaustiva, in quanto manca la lettura di una proposta alternativa per il progetto di ricostruzione. Soprattutto, non si può essere in fiducia d’accordo sul concetto “riparare è meglio che ricostruire”, specialmente in un contesto di volontà di innovazione proclamato.
Analogamente – ma con l’idea questa volta di insinuare il dubbio – passeggiando per l’Aquila si percepisce una città profondamente ferita, tra palazzi resuscitati imbellettati più di prima, fantasmi edilizi con cantieri in corso, relitti in attesa degli interventi per ora immobilizzati da bavagli e fardelli, insomma una città ancora dolente che attende la restituzione di quella dignità persa il 6 aprile 2009. Del resto, la transizione non può dare solo risposte di tipo sismico o connesse a queste e quelle sfide energetiche e climatiche. Serve, probabilmente, un nuovo modo di progettare, che deve necessariamente partire dalla maggiore scala territoriale e urbana per poi giungere al particolare architettonico dell’abitare, non viceversa. La sensazione è quella di ritrovarsi in un enorme set cinematografico, con paramenti edilizi esterni che riportano sembianze antiche, come involucri di carta pesta, che temono di tradire l’interno trasformato per ottemperare ai requisiti asismici obbligatori. Non penso ci si possa accontentare del film, si sarebbe dovuto osare un ripensamento più strategico della città, prima a livello urbanistico e quindi procedere con maggiore consapevolezza nella sostituzione edilizia dove non era chiara la convenienza a restaurare (non tutto può e deve essere conservato). Si sarebbe dovuto osare nella previsione di nuovi vuoti urbani, nuovi spazi pubblici in luogo di edifici feriti mortalmente per ricercare e sperimentare nuovi concept di sicurezza ed evacuazione in caso di calamità, mobilità dolce e maggiori servizi alla fruizione.
Forse L’Aquila avrebbe potuto indicare la strada giusta per vivere meglio nel rispetto del cittadino e dell’ambiente, uscendo dalla retorica del restauro, però, per questo sarebbe stato necessario un altro tipo di scuotimento, culturale, sociale, antropologico. Certamente nel progetto della ricostruzione – come da manuale del bravo restauratore  –  sono stati privilegiati gli interventi in grado di trasformare in modo non permanente gli edifici, si sono rispettate la concezione e le tecniche originarie della struttura nonché le trasformazioni significative avvenute nel corso della storia del manufatto, si è scelto di riparare gli elementi strutturali danneggiati piuttosto che sostituirli… ma quanto valgono queste ossessive sfumature filologiche in una attività che deve riportare in vita una città nel minor tempo possibile, secondo criteri prioritari di massima sicurezza sismica?… quanto servono le dotte disquisizioni linguistiche se poi si perpetra il falso storico da outlet rinunciando ad aggiornare le città?
Si ha paura di innovare, aggiungendo un piano ulteriore alla stratificazione secolare delle città, garantendone la sopravvivenza in futuro come modello stilistico e architettonico riconoscibile.
Non sono critiche assolute ma domande per affrancare la riflessione da pregiudizi, in nome dei quali l’Italia non si è mai svincolata dal fardello conservazionista, forse per codardia o mancanza di fiducia nella contemporaneità e nel futuro.

Edificio fantasma

Edificio fantasma

Forse in questo modo la ricostruzione di L’Aquila è un fallimento urbanistico ed è onesto prenderne atto; forse non si è stati capaci di organizzare una riflessione tempestiva e pertinente su una contingenza così importante come la ricostruzione; forse si subisce il portato di una cultura urbanistica e di un modello di governo delle città già fallimentari.
La riflessione che probabilmente deve essere fatta è se la ricostruzione di L’Aquila sarebbe potuta essere l’occasione e il vero laboratorio per ripensare il governo delle città in Italia, per sperimentare un progetto urbano capace di rispondere alla sfide sempre più incalzanti poste nella progressiva costruzione della città contemporanea. In sintesi, forse sarebbe importante chiedersi:
–    a fronte di enormi investimenti, ci si può accontentare della città ricostruita presentandola, già obsoleta, a come era prima del sisma?
–    oppure si sarebbe dovuto provare a credere in un cambiamento aperto a vecchie e nuove sfide urbane, sociali e ambientali?

UNA ALTRA OCCASIONE PERSA …….ALMENO IL SILENZIO!!! TERREMOTO E TECNICI.

5 settembre 2016

Stupisce vedere quell’orrore provocato dalla forza della natura, Stupisce e lascia (o dovrebbe lasciare) senza parole l’odore del sangue, l’immagine della morte, che questo terremoto ha lasciato dietro di sè.
Amo l’Italia ma non mi sento partecipe delle “idiozie”  che a volte e per fortuna solo “alcuni” italiani si scatenano a dire in caso di eventi del genere.
Mi sento innanzitutto chiamata in causa come “cittadina”.
La mia massima solidarieta’ alle popolazioni colpite, per gli affetti strappati, per ferite che cicatrizzeranno, ma saranno sempre vive.

Amatrice, Basilica di San Francesco - Immagine tratta da artibune.com

Amatrice, Basilica di San Francesco – Immagine tratta da www.artibune.com

Mi metto a disposizione, come persona, e come faccio sempre con chiunque ne abbia bisogno, per poter aiutare, ma con la stessa coscienza con cui mi rendo disponibile capisco che la priorita’ in questi casi è recuperare quante piu’ persone, VIVE e l’Italia, vuoi per le grandi competenze e professionalita’, vuoi per il grande senso di solidarieta’, negli anni ha messo a punto una grande ed efficiente macchina del pronto intervento e soccorso.Questo mi rende fiera di essere Italiana.
Dopo la prima fase di soccorsi, quando ahime’ si contano le vittime, sono coinvolta come tecnico libero professionista.
E qui la cosa si complica.
Si complica perche’, nell’immediato, con internet, con tutti imezzi di comunicazione esistenti, con i social, ognuno si sente autorizzato a parlare, complice anche la informazione spicciola operata da alcuni cronisti, e dico alcuni, perche’ altri con grande professionalita’ rispettano le persone e svolgono in modo ineccepibile il loro lavoro.
Ho assistito ad affermazioni di sicuro ad effetto, che fanno leva sui sentimenti ed emozioni della gente, la giornalista che si china sulle macerie della scuola di #Amatrice e raccoglie il polistirolo, materiale chiaramente non resistente….
Bene, quel materiale è un isolante non certo parte della struttura portante, oppure il cronista  che di fronte ad altre macerie fa notare la trave del tetto ( in cemento armato) integra e comincia a disquisire sui pesi del tetto e la capacita’ delle murature  insinuando gravi responsabilita’ sostenendo che la polizia scientifica aveva gia’ effettuato sopralluogo e tratto rilievo fotografico.
Ebbene vorrei dire che prima di mandare alla gogna la gente, bisognerebbe farsi un esame di coscienza, magari quei tecnici, le verifiche imposte dalla legge vigente al momento della realizzazione del tetto , le hanno fatte e RISPETTATE TUTTE, NON DIMENTICATE CHE LE NORME TECNICHE PER LE COSTRUZIONI IN ZONE SISMICHE  è DEL 2008 e la classizicazione del 1975 era soltanto in due zone,  ma non voglio entrare nello specifico, voglio solamente sostenere che i tecnici avranno operato secondo quanto era prescritto al momento dell’intervento…..

http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/leg_rischio_sismico.wp

ma questo non serve a placare gli animi, prima tutti allenatori di calcio, ora tutti tecnici esperti in sismologia, scienza delle costruzioni, tecniche costruttive nonche’ giustizialisti, hanno gia’ trovato i colpevoli.

Vorrei portare all’attenzione di chi legge alcune cose che sono passate in sordina:

1- a differenza di tanti altri paesi al mondo, abbiamo un patrimonio edilizio “vecchio”.
Esso fa parte di quel patrimonio storico culturale che deriva dall’esistenza di borghi medievali, centri storici di altri secoli                (abbiamo una ricca storia, quindi del 500 piuttosto che 600, 700 o 800).
e’ quel patrimonio che tanto ci rende fieri di essere italiani, che alimenta il turismo ma che forse non abbiamo saputo tenere in opportuno conto.
Con questo voglio dire che in Italia non esiste la cultura della manutenzione,in nessun campo.
Anche gli edifici hanno una loro storia e se non sono tenuti in buono stato di efficienza  vengono pregiudicate le risposte che ad esso erano state attribuite.

Riporto di seguito quanto scritto in altra sede dal collega arch. Matteo Capuani con il quale ho condiviso molte battaglie per i professionistii:

“……vorrei ricordare che proprio la regione lazio nel lontano 2002 aveva adottato attraverso legge regionale il cosiddetto “fascicolo fabbricato” (di cui oggi tutti si riempiono la bocca sgranato gli occhi)…..il “fascicolo fabbricato” della regione Lazio veniva però cassato nello stesso 2002 dai giudici del consiglio di stato con ordinanza 2714/02…quella legge regionale fortemente voluta dai professionisti all’epoca è stata avversata come se fosse un business di categoria e non un interesse dei cittadini…..ricordo sempre per chi non c’era che tutte le categorie tecniche avevano concordato delle prestazioni calmierate per il fascicolo fabbricato cosicché l’operazione costasse ai cittadini solo qualche centinaio di euro…..non migliaia….
…ora io vorrei invitare tutti a riflettere su questa cosa e cercare di capire come mai nel nostro paese iniziative del genere vengono solo invocate in TV è mai perseguite veramente…e come è facile cercare sempre la strada del giustizialismo senza assumersi il ruolo di cambiare le cose anche magari provando a intaccare qualche potente lobby che non sono certamente i professionisti italiani…e finalmente pensare un po al futuro del nostro malandato paese…
..e se nel 2002 il fascicolo fabbricato non fosse stato cassato…forse dico orse oggi non staremmo piangendo i morti di questo ultimo sisma.”

Mi sento di condividere anche le virgole di quanto scrive Matteo, poiche’ conosco la storia di questa altra battaglia , che ora è opportuno divulgare.
Ora tutti , mossi da motivazioni varie, di nuovo si riempiono la bocca con questo fascicolo del fabbricato, ma in verita’ noi architetti ci avevamo lavorato gia’ dal 2001……probabilmente non si era pronti…….

2- viviamo in un paese ipocrita, dove molti parlano di resistenza delle strutture, tecnici incompetenti, senza ricordare che, dal 1985 al 2004 abbiamo avuto 3 condoni edilizi per legittimare gli illeciti…..e magari coloro i quali parlano sono proprio quelli, che , in barba a tutte le leggi, ancora si sentono dire, ma si facciamolo questo ampliamento, tanto poi esce il condono e se non uscisse, ma chi ti dice nulla?

Mappa della classificazione sismica - tratta da http://www.protezionecivile.gov.it

Mappa della classificazione sismica – tratta da www.protezionecivile.gov.it

Le vere responsabilita’ dei tecnici sono da additare al fatto che non riescono ad essere corporativi e a far sentire forte la loro voce…..
questo oggi io vorrei dire al #Premier #MatteoRenzi

Ripensare L’Aquila

17 gennaio 2010

In televisione scorrono le immagini delle macerie, tonnellate di pezzi di cemento, di enormi travi, dalle sezioni di un metro e mezzo della Casa dello Studente, vedo che i tondini sono in quantità esigua e di sezione sottilissima, dicono che sotto ci sono ancora cinque ragazzi o forse di più, ho un nodo nella gola, il dolore insieme alla rabbia per queste vite spezzate che guardavano al futuro; e ripenso a me, quando ero studente, ai sogni di ciò che avrei potuto fare una volta laureata, di ciò che avrei potuto creare, questi ragazzi avevano gli stessi sogni e credevano in un Italia migliore di quella che è oggi.

Adesso, è necessario ripartire, ricostruire, si, il più velocemente possibile per tutte le persone che non hanno più niente, per un territorio che deve vivere; ma è doveroso, non ripercorrere gli stessi errori, cercare di fare meglio, avere la forza e il coraggio di cambiare, di ricercare e sperimentare nuove tecnologie architettoniche.

Ripartire dalla conoscenza del proprio territorio, individuare le aree sicure, funzionali, in equilibrio con la natura ed il paesaggio, non rifare involucri, scatole dislocate casualmente.

Il patrimonio artistico architettonico di L’Aquila e dei paesi limitrofi è andato in gran parte distrutto, è bene iniziare a gestire questo patrimonio in modo diverso, ricostruirlo consolidandone le strutture, ma anche dandogli una funzionalità diversa.”

Così terminava il mio articolo “Cronaca di un terremoto annunciato”, scritto il giorno seguente al terremoto del 6 Aprile scorso, ed è proprio da qui che voglio ripartire facendo alcune considerazioni che possano aiutarci a riflettere sul “futuro di L’Aquila”.

Siamo arrivati a Novembre, il periodo dell’anno in cui da millenni, civiltà diverse, politeiste e monoteiste, laiche e religiose hanno da sempre ricordato i “morti”; allora oggi voglio ricordare 300 persone che sono morte nel terremoto del 6 Aprile 2009 a L’Aquila e 35 persone che sono morte nella frana di Messina il 1 Ottobre scorso. Quanti morti ci dovranno ancora essere perché i nostri governanti e gli Italiani acquisiscano la coscienza del rispetto dell’ambiente? Che vivere in un territorio non significa semplicemente occuparne un qualsiasi spazio fisico, ma convivere con esso e trarre una crescita e un arricchimento reciproco?

Non sono un abitante di L’Aquila e conosco questa bellissima Città da pochi anni; ogni qualvolta mi ci sono recata ho ammirato il suo intenso paesaggio caratterizzato dalle alte e imponenti montagne, innevate in inverno e boscose in estate, che la circondano ad anfiteatro e creano prospettive diverse.

Solitamente arrivo a L’Aquila dall’autostrada e, dopo alcune lunghe gallerie, dinanzi a me si apre una valle dalle profonde visuali ma nello stesso tempo raccolta, quasi protetta dal cielo e dalle montagne. Sotto, ai due lati della carreggiata, si dispiega un tessuto quasi fastidioso, disomogeneo, fatto di capannoni industriali, grossi centri commerciali mescolati ad appezzamenti di terreni agricoli e ad edifici residenziali: è la periferia di L’Aquila.

Una periferia frastagliata, nella quale non è possibile individuare un margine tra il costruito e la campagna, tra il così detto “centro abitato” e il territorio agricolo, il verde pubblico o privato che sia, necessario per la nostra sana evoluzione.

Certo questa caratteristica non è propria solo di L’Aquila ma purtroppo di gran parte del territorio delle città italiane. Si calcola che le costruzioni mangino circa 280.000 ettari di terreno sgombro, libero, verde all’anno.

Tutta la vallata è costruita, senza soluzione di continuità; edifici sparsi dalle tipologie e funzioni più varie arrivano, corrodendo la natura, fin quasi a metà del pendio delle montagne. Zone industriali e residenziali dei Comuni limitrofi si addossano l’una all’altra, seguendo le stesse vecchie vie di accessibilità e traffico.

Non esiste una destinazione d’uso precisa delle aree territoriali e tutte vengono costruite senza parametri architettonici, senza tecnologie e materiali appropriati per ogni tipologia geologica degli appezzamenti e senza una relazione corretta con l’ambiente storico – naturale.

Sui terreni alluvionali di valle che rispondono in generale negativamente alle scosse sismiche, poiché sono molto molli e trasmettono completamente l’energia cinetica agli edifici soprastanti, sono stati costruiti anche palazzi di più piani.

Come può rispondere un edificato di questo tipo ad eventuali scosse?

Come si può parlare di sicurezza e prevenzione quando sul territorio governano spesso politiche dettate da Piani Urbanistici che vengono modificati a seconda delle esigenze particolari di chi ha più peso economico e politico, esigenze di votanti, di costruttori, di industriali, di privati e di amici e parenti a cui vengono date concessioni edilizie anche su terreni inadatti ad essere costruiti?

Ricordo bene cosa illustravano tanti disegni dei bambini della scuola elementare Giovanni XXIII, quando nel Dicembre 2008 mi recai a fare delle giornate a spiegare che cosa è l’Architettura: c’era la città delle residenze, con i fiori e le piante, le pasticcerie, poi un ponte altissimo la divideva dalla città delle fabbriche, dell’industria, grigia e priva di servizi.

Poi ancora disegni di architetture con volumetrie fantasiose e non scatolari, dalle bucature irregolari, con pannelli solari, fotovoltaici, pale eoliche, immerse in parchi, giardini bellissimi, con enormi piscine, fontane, giochi.

Questi sono i desideri dei nostri bambini, espressione di una maggiore sensibilità verso l’ambiente, valori che dovremmo noi adulti recuperare, per vivere veramente in sintonia con la società e la natura. Che i bambini vedano meglio di noi?

Non esiste in Italia la coscienza di un governo del territorio inteso come insieme di componenti sociali, culturali, economiche, ma anche naturali, vegetali ed animali.

E’ mai possibile che in una porzione di Regione con la massima presenza di Parchi Naturali al mondo ci si permetta una gestione del territorio con scopi di tipo esclusivamente speculativo ed industriale?! Bisognerebbe invece sviluppare l’industria del turismo. Oggi, dalla seconda posizione in Europa, siamo retrocessi al settimo posto anche dopo la Germania che non ha certo la ricchezza storico-artistica e paesaggistica della nostra terra.

Gli abitanti di L’Aquila nel Medioevo avevano una piena coscienza di cosa significa abitare in sintonia questo territorio, infatti la parte antica della città ancora, dopo secoli, rimane il contesto urbano meglio inserito architettonicamente e funzionalmente di tutta l’urbanizzazione che si è sviluppata a venire.

Da qui anche il grande fascino e la bellezza del centro storico di L’Aquila, un edificato arroccato, tipico delle forme urbanistiche medioevali con piazze funzionali: quella destinata al mercato, quelle relative allo spazio religioso e quelle che esaltavano visualmente, dandone più prestigio, i palazzi signorili e borghesi; piazze e piazzette che purtroppo, già prima del terremoto, avevano perso la loro identità diventando degli ammassi di auto parcheggiate. Nello stesso tempo, il contesto medioevale si era relazionato con l’intorno ambientale e naturale della valle, attraverso scorci prospettici e belvederi. Ma ciò che appare istantaneamente al visitatore è il grande distacco urbanistico e architettonico tra il centro storico e la città subito prospiciente a questo, è come se il tessuto posteriore si fosse sviluppato senza chiare linee urbanistiche, disordinatamente o non fosse riuscito a trovare delle soluzioni appropriate per superare con più omogeneità la particolare morfologia del territorio.

Un centro storico quasi morto, tenuto in vita soprattutto dalla commercializzazione di tipo ormai globale, in parte dormitorio degli studenti universitari, ma nello stesso tempo abbandonato e modificato inopportunamente proprio per meglio ottemperare a queste funzioni. Una visione che grottescamente affascinava e nel contempo sconcertava, un reticolo di antichi vicoli penetrati dalla nebbia che in inverno si confondeva con le poche luci delle ormai rare botteghe di vecchi sarti o calzolai artigiani.

Si sentiva grande tristezza. Purtroppo oggi si continuano ad incentivare le zone industriali e i centri commerciali senza favorire vecchie arti e mestieri che anche in tempi di crisi tengono in vita i centri storici favorendo la convivenza residenziale, l’occupazione e il turismo.

L’aspetto positivo è che a differenza di città universitarie come Perugia che hanno perso completamente un carattere cittadino e sono state snaturate, divenendo del tutto a servizio degli studenti, L’Aquila aveva mantenuto un aspetto provinciale che l’aveva salvata dalla “globalizzazione dello studio” anche nel suo abbandono dell’antico.

Un’economia parzialmente basata sul supporto dei privati verso l’Università – fast food, bar, camere e appartamenti da affittare – e sull’industria, ma per niente o solo marginalmente sul turismo e sull’incentivazione della cultura ad alti livelli, invece attestata solo a livello locale. Mi avevano sempre colpito nel profondo i numerosi edifici di importanza storica, completamente chiusi e abbandonati, con i tetti e gli infissi rotti, dai quali era possibile intravedere soffitti altissimi probabilmente affrescati.

Bisognava avere il coraggio di chiudere tutto il centro storico di L’Aquila al traffico, si sarebbero dovuti creare dei parcheggi esterni con collegamenti continui di ascensori e funicolari. Solo le vie principali avrebbero dovuto essere percorribili con piccoli mezzi elettrici; certamente non era stata una bella idea quella della Metro leggera, sia per la particolare morfologia del terreno, sia perché avrebbe danneggiato le funzioni storiche delle strade. A Via Roma, larga solo qualche metro, erano già state chiuse quelle poche attività artigianali esistenti, come una nota pasticceria, perché non si sarebbe potuto attraversare la strada.

Una città in cui lo Stato, sia in passato e ancor più oggi, dopo il terremoto, non ha supportato i proprietari residenti e non, per una politica di mantenimento e recupero del patrimonio artistico allo scopo di incentivare un turismo di carattere Europeo. In futuro si spera che almeno in una città di montagna, con un clima freddo e tanti giovani, si possano realizzare uno stadio del ghiaccio e strutture sportive collaterali, dove svolgere incontri di hockey, competizioni di pattinaggio artistico e corsa.

In tutto questo contesto si dovrà tenere conto del grossissimo problema della viabilità, che non viene studiata affatto prima della urbanizzazione ma che rimane, da sempre, la stessa anche quando si vanno a modificare le funzionalità del territorio.

Ricordo molto bene la difficoltà a spostarsi nell’area periferica e dei Comuni limitrofi già qualche mese dopo il terremoto, quando mi recavo come volontaria a fare i sopralluoghi in zona rossa: pochissime vie di accesso e di dimensioni del tutto insufficienti rispetto al carico di urbanizzazione.

L’Aquila, come tutto l’Abruzzo manca dei grandi mezzi di comunicazione, c’è ancora una rete ferroviaria obsoleta, lenta e inefficiente, a binario unico. Le stazioni sono abbandonate con motrici e vagoni vetusti, è certo che se dobbiamo riattivare l’economia e la vita di questa Città non possiamo fare a meno di un ammodernamento e uno sviluppo dei servizi primari ed essenziali del trasporto. L’automobile non è il simbolo della modernità ma della individualità ed è un intralcio al progresso della collettività e di tutte le classi sociali.

Oggi, si potrebbe fare molto per cercare soluzioni valide a questi problemi passati ai quali si sono aggiunti quelli più gravi delle perdite di vite umane e del patrimonio storico – artistico della Città. Si ha la possibilità di modificare quelle dinamiche che prima erano problematiche e che hanno portato anche la città antica ad essere così devastata dal terremoto stesso.

Prima di tutto, si dovrebbero rimettere insieme tutti gli studi sul territorio che sono stati fatti e verificarne la validità e lì dove si ha carenza di informazioni valide farne di nuovi, ma attraverso l’aiuto delle Facoltà Universitarie, e non assegnando incarichi a professionisti “ammanicati”.

Il lavoro dovrebbe avere un’alta qualità, essere connotato dallo spirito d’innovazione e di ricerca, quindi non è possibile seguire le solite strade clientelari che caratterizzano spesso le nostre politiche territoriali.

All’estero in Paesi dove c’è un’alta qualità architettonica, ed intendo quindi funzionale, si incentivano i giovani architetti promuovendo concorsi di idee e di progettazione che portano a creare dei tavoli di collaborazione tra professionisti con varie specializzazioni per realizzare progetti innovativi e futuribili. Nel nostro Paese, purtroppo, si “scelgono” sempre le stesse strade probabilmente per mancanza di una vera volontà di progredire.

In tal senso, il progetto C.A.S.E. non risulta una architettura di qualità, né dal punto di vista estetico e né da quello funzionale ed ecologico, i bagni e le cucine sono prive di finestre ed hanno sistemi di areazione forzata alimentati da batterie al litio, sostanza altamente inquinante. Dove andranno in seguito a gettare queste batterie? Dove gettano anche l’amianto, in nessun luogo o in tutti i luoghi?!

Da queste prassi viene fuori l’anomalia del cattivo comportamento politico e professionale atto a non ricercare risultati di alta qualità ma a distribuire il lavoro sempre ai soliti canali clientelari. Non è certamente così che si otterrà sicurezza e qualità architettonica.

In Friuli (Gemona), dopo il terremoto, i cittadini si mobilitarono e sentirono l’esigenza, poiché  già educati a curare e proteggere contemporaneamente il bene pubblico e quello privato, di partecipare attivamente alla ricostruzione. In Abruzzo invece si è abituati ad attendere la mano protettiva assistenziale dello Stato, il quale spendendo cifre enormi ed incontrollate, giustificandole solo con l’urgenza, soddisfa solo esigenze personali, senza progettare un futuro per tutti.

Sino ad ora sono stati edificati agglomerati di case prefabbricate che diverranno certamente dei quartieri ghetto e che non hanno alcun legame con la Città antica.

Si sarebbe già dovuto iniziare da tempo a recuperare il centro storico; fra poco sarà passato un anno e tutto è ancora fermo, magari agendo per lotti e programmando gli interventi per almeno 5 anni anche sulla base dell’accessibilità e viabilità. Molti dei proprietari di case del centro storico non sanno quale sarà il loro destino. Tutto sembra programmato secondo una regia a sorpresa.

E’ necessario che tutti i cittadini si responsabilizzino per recuperare l’Aquila; costruire il nuovo e restaurare criticamente l’edificato storico, mediante tecnologie moderne e contemporanee sperimentate, innesti tra antico e contemporaneo studiati appositamente per ogni particolarità sociale – architettonica, è un dovere di una società e di un Paese veramente evoluto e moderno.

Lucia Proto