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VENGONO PRIMA I MONUMENTI O LE PERSONE?

Con Amate l’Architettura abbiamo seguito con apprensione, dolore e sgomento, fin dalle prime ore, la tragedia del crollo del ponte Morandi.

Abbiamo scelto di tenere un profilo basso, condividendo articoli di approfondimento di altri, che hanno svolto, secondo le loro rispettive competenze, approfondimenti sulle dinamiche del disastro, della gestione delle infrastrutture e sulle (mancate) politiche dei trasporti in Italia.

Nel frattempo molti uomini di cultura e tecnici, anche stranieri, hanno condiviso delle riflessioni e promosso delle iniziative, delle petizioni o si sono resi disponibili a progettare il ponte. Ultima in ordine cronologico l’offerta del progetto da parte di Renzo Piano.

Lasciata decantare la reazione emotiva, vogliamo anche noi dare un contributo, una riflessione, che nasca da questo evento ma che possa avere un respiro più generale.

La prima, fondamentale domanda a cui dobbiamo rispondere è: ripariamo il vecchio ponte o ne costruiamo uno nuovo?

Il ponte Morandi ha innumerevoli estimatori (anche noi ne riconosciamo il valore) che vorrebbero, prima di demolirlo, che venisse fatta una valutazione costi-benefici sulla possibilità di riparare/consolidare il manufatto esistente o di sostituirlo con una nuova opera.

Ebbene è bene sgombrare il campo da ogni illusione: una valutazione del genere sarebbe  correttissima sotto un profilo teorico ma deleteria alla visione realistica dei fatti.

Una valutazione costi-benefici dovrebbe valutare la convenienza del mantenimento dell’opera originale (con gli opportuni correttivi) sotto punto di vista estetico, simbolico, ecosistemico, viabilistico, strutturale ed economico oppure indicare le soluzioni alternative.

Tutto molto bello e, appunto, corretto, sotto un profilo procedurale. Ma valutiamo la proposta secondo la normativa vigente: chi valuta tutto ciò? E in quanto tempo?

A spanne servono 5 sottocommissioni (architettonica/ambientale/viabilistica/economica/strutturale) ciascuna con contenente specialisti in vari campi, e con un coordinamento a monte. Ciascuna commissione, secondo la logica che vige in questo paese, avrà potere di veto sulle decisioni da prendere o, nella migliore delle ipotesi richiederà un tempo congruo, ovvero lungo, per potere esprimere un parere sufficientemente ponderato.

Dobbiamo inoltre tenere conto che il Il 10 maggio 2018 è stato pubblicato il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che, ai sensi dell’articolo 22 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 (il codice degli appalti), stabilisce l’obbligo del dibattito pubblico (una traduzione letterale dal francese) per opere sopra la soglia dei 500 milioni, soglia che tra annessi e connessi (le demolizioni delle abitazioni tra le ipotesi possibili) potrebbe essere superata.

Abbiamo sotto gli occhi i drammatici esempi della ricostruzione post-terremoto di Amatrice, dove in quasi due anni abbiamo dato avvio a circa il 10% dei lavori o, localmente, l’esempio dei tempi infiniti per la gestazione della Gronda di Genova , la variante mai nata della A 10.

Aggiungiamo anche  che chi propone il retrofitting del ponte non tiene conto che la struttura si è dimostrata insufficiente e andrà ricalcolata con il risultato di un ponte comunque diverso da quello progettato da Morandi. Il ponte ricostruito sarà perciò un falso o un’opera diversa dall’originale.

Dunque, teniamo i piedi per terra, tenendo conto che c’è non solo una città in ginocchio, perché tagliata in due, ma tutto il collegamento nazionale con la Francia del traffico proveniente dal settore costiero occidentale e dal centro-sud Italia, abbiamo – purtroppo- una reale situazione d’emergenza, perché ogni giorno che passa c’è una città, una regione e una buona parte del paese che perde molto molto denaro.

Come è stato espresso da uno di noi, nel dibattito interno al nostro gruppo, preventivo a questo articolo, dobbiamo prendere atto che “il ponte è stato bombardato (da una guerra invisibile) e che dobbiamo agire come in guerra, ripristinando immediatamente una funzionalità vitale per il paese”.

Dunque stando così le cose, le soluzioni possibili si restringono drasticamente a due:
1) si opera la demolizione del ponte attuale e la ricostruzione di un nuovo ponte (previa una valutazione tecnica riguardante il mantenimento o l’abbattimento delle abitazioni sottostanti il ponte, su cui noi non ci soffermeremo perché non abbiamo elementi sufficienti per giudicare) con un affidamento a Società Autostrade – che ha dichiarato di avere già un progetto pronto – o ad altri (è un problema politico ed amministrativo in cui anche qui non ci addentreremo);
2) la rimessa in pristino temporanea del ponte attuale (se tecnicamente è possibile), con imposti limiti d’uso e con l’obbiettivo di farlo durare il tempo di realizzazione della Gronda di Genova, la variante della A10 già citata. Raggiunto questo obiettivo si potrà dare seguito ad un concorso internazionale per la proposta di un nuovo ponte, che possa rivaleggiare con il precedente.

Con queste sue soluzioni le tipologie delle valutazioni si limiterebbero a due: la fattibilità tecnica e l’impatto economico. In quest’ultimo andrà valutata da una parte il costo di una sola demolizione e nuova costruzione del ponte e, soprattutto il tempo di realizzazione (non i 5 mesi contrabbandati da Società Autostrade, ma più realisticamente tra i due e i tre anni – secondo eminenti progettisti (e con procedure d’urgenza, aggiungiamo noi), dall’altra il costo di una ricostruzione prima (questa si di pochi mesi) e di una successiva demolizione e ricostruzione dopo, a Gronda funzionante.

Ancora durante il nostro dibattito interno una collega si è chiesta perché non fare realizzare un ponte temporaneo dal genio militare. L’idea sarebbe magnifica ed emblematica per un paese “in guerra” (con le istituzioni, con la gestione della cosa pubblica, con le vessazioni quotidiane inflitte alla gente comune e a noi tecnici) ma, probabilmente irrealizzabile a causa dell’altezza e della campata.

Nel corso dei 10 anni di vita del nostro Movimento ci siamo battuti incessantemente per la valorizzazione della buona Architettura (soprattutto contemporanea), per i concorsi di progettazione, per la qualità dell’ambiente urbano. Abbiamo sempre combattuto l’emergenza, la precarietà la mediocrità a cui si è adagiato il nostro paese, perciò scriviamo queste righe con un profondo dolore, perché abbiamo preso atto che, in questo frangente, è difficile che si possa realizzare un’opera del livello del ponte Morandi, almeno in tempi brevi.

D’altra parte l’invito che rivolgiamo a tutti è quello di porsi la domanda che ci siamo posti noi: “vengono prima i monumenti o le persone?”.

(le due immagini che accompagnano l’articolo sono prese da Wikipedia e sono rispettivamente di:
Michele Ferraris – la prima
Phoenix7777 – la seconda)

 

In bilico fra il “non più” e il “non ancora” ovvero rammendare non basta, serve ricamare…fosse solo perché contiene la parola amare.

6 giugno 2018

Il quartiere “Le Albere” di Trento (inaugurato nel 2013) è uno dei progetti di riqualificazione urbana più famosi ed esemplari in Italia, per la notevole operazione architettonica e urbanistica realizzata sull’area dell’ex stabilimento Michelin (1927-1997), di ricostruzione del rapporto fra la città e l’Adige, e per il “MUSE” (Museo di Scienze Naturali), forte attrattore culturale di rilevanza internazionale. Come tutti i progetti firmati Renzo Piano Building Workshop, è tecnicamente perfetto, niente è lasciato al caso: “Le Albere” (traduzione di pioppi in dialetto trentino, da cui l’omonima fortezza cinquecentesca che dominava il grande parco prima che venisse ridotto dalla ferrovia e dallo stabilimento) è costituito da edifici di quattro o cinque piani, sistemati in linea o a corte con l’intento di richiamare quelli del centro storico; il motivo caratterizzante è l’uso di montanti in legno lamellare di larice che scandiscono tutte le facciate; i particolari sono ben studiati e la qualità dei materiali non è in discussione; molto curato l’aspetto energetico con buoni isolamenti, connessione alla teledistribuzione di energia alternativa, schermi di piante rampicanti sulle facciate, pannelli fotovoltaici su tutte le coperture; un parco, con piazze, piste ciclopedonali e percorsi d’acqua; garage interrato per liberare la superficie delle auto.

Nonostante queste pregevoli premesse, ancora l’eco-quartiere non riesce ad esercitare la spinta rigenerativa auspicata.

Probabilmente, ci troviamo di fronte ad un intervento troppo omogeneo, che ha bisogno di tempo per rompere i confini e relazionarsi alla città; probabilmente, con l’elevata qualità degli appartamenti, si rivolge a un ceto sociale medio-alto che non è numericamente sufficiente a occupare un quartiere di queste dimensioni.

O forse, nella progettazione del quartiere, è mancata quella mobilitazione e responsabilizzazione dell’intera comunità, che prende comunemente il nome di processo partecipativo, quale sarebbe potuta/dovuta avvenire nei giusti termini, attraverso strumenti di animazione prima e generazione territoriale dopo, invece di scommettere solo (probabilmente) sul mercato globale?

Certamente un investimento sulla comunità avrebbe potuto dare un altro significato alla realizzazione del nuovo quartiere cittadino, del quale il Muse poteva rappresentare (e ancora rappresenta) il motore economico, culturale e sociale. Sono certo che sarebbe stato davvero tutto diverso se, oltre alla confluenza di tante risorse, competenze e professionalità, ci fosse stato un investimento in “amore” per la comunità, cosicché oggi quegli stessi corpi (edilizi) vivrebbero pienamente dell’operosità delle famiglie e delle grida dei bambini.

Venirne a capo adesso significa (e certamente lo si starà già facendo) rinegoziare con la proprietà migliori condizioni di mercato del patrimonio abitativo che non può rimanere vuoto lì in attesa, ma anche investire sugli spazi esterni e nei dintorni, con l’appropriarsi dell’area verde come spazio dell’intera città, facilitando la nascita di esperienze generatrici di idee e di lavoro, ricongiungendo l’anima del quartiere – non solo il corpo – alla città.

Foto: Web

Editing: Daniela Maruotti

La ricostruzione a L’Aquila – uno sguardo sull’Auditorium del Parco

7 settembre 2017

Esterno

Lo scorso 26 Agosto – come risulta da un analogo report sul centro storico – mi sono ritrovato a L’aquila, ad un anno dal “Terremoto di Amatrice”. Giungendo in centro da Viale Gran Sasso D’Italia (Fontana luminosa) la prima novità che colpisce si trova sulla sinistra, si tratta di una composizione di volumi collegati, lignei variopinti, adagiati come casualmente su uno spazio sterrato ai piedi del Castello dell’omonimo parco. Si tratta dell’Auditorium del Parco, anche noto appunto come Auditorium del Castello, una piccola struttura polivalente, utile nella contingenza del sisma per sopperire alla mancanza di spazi musicali in città nonché ideale sostituta della più celebre sala Nino Carloni, posta all’interno del vicino Forte Spagnolo – o Castello – tutt’ora inagibile. Nato da un’idea di Claudio Abbado (che nel giugno 2009 era stato in concerto all’Aquila) e progettato dall’architetto Renzo Piano, l’Auditorium è stato realizzato grazie al contributo di solidarietà della Provincia Autonoma di Trento, che aveva – tra l’altro – da poco finanziato anche la realizzazione del villaggio temporaneo di Onna. Pare che Renzo Piano abbia sposato l’idea dell’amico Claudio Abbado, perché convinto che la struttura avrebbe contribuito a contrastare l’allontanamento (fisico e culturale) dei cittadini dal loro centro storico. Pare anche, però, che Piano, inizialmente, avrebbe dovuto dare un contributo maggiore alla ricostruzione della Città, dedicandosi ai temi del recupero e del restauro dell’esistente… ma sembrerebbe non vi fossero in quel momento le condizioni per attuare una collaborazione del genere, quindi l’architetto ha ripiegato sull’Auditorium.

Corografia

Il progetto dell’Auditorium nasce nel settembre 2009, le autorizzazioni vengono concesse un anno più tardi. Il cantiere viene avviato soltanto nel marzo 2012; l’inaugurazione è del 7 ottobre dello stesso anno, con un concerto dell’Orchestra Mozart guidata dal maestro Abbado e alla presenza del Presidente della Repubblica.
Chi conosce l’auditorium attraverso le belle foto divulgate rimane un po’ deluso dall’impatto dal vivo dell’opera ma il segno dell’Architetto c’è e si vede. C’è innovazione formale associata al materiale e alla meteorologia del luogo, oltre che alla funzione: struttura interamente costruita in legno (il cosiddetto “abete rosso di risonanza” del Trentino), la sala promette ottime qualità acustiche, strutture di fondazioni antisismiche, elevato grado di prefabbricazione, impegno al minimo impatto. Il complesso è formato da tre cubi, di cui due secondari a più livelli, contenenti i servizi al pubblico e agli artisti, ed uno principale ruotato rispetto alla linea di terra sull’inclinazione degli spalti, contenente la sala da 238 posti a sedere, articolati in due settori; la gradinata più ampia, posta di fronte al palco, conta 190 posti, mentre quella più piccola, dietro al palco, 48. I tre volumi sono collegati da disimpegni, passerelle e scale, realizzati in ferro e vetro. L’interno della sala presenta un originale trattamento a “drappeggio rosso” della pannellatura lignea mentre un sistema di pannelli mobili, sempre in legno, hanno lo scopo di garantire l’acustica per le varie tipologie di esibizioni. Anche le sedute, realizzate simili a sedie da regista, sono in legno e rivestite in tela rossa. A titolo “compensativo”, è dichiarata la piantumazione di circa 200 alberi nell’area intorno all’Auditorium, quale quantità equivalente al volume di legno complessivo utilizzato nella costruzione dell’edificio. Si ricorda che l’Auditorium nasce come struttura provvisoria, non definitiva, e l’ispirazione culturale pare venga da una sua stessa scenografia, l’arca lignea del “Prometeo” di Luigi Nono, una grande cassa armonica abitabile per pubblico e musicisti, realizzata nel 1984 dall’allora giovane architetto Piano nella navata della chiesa di San Lorenzo a Venezia (25 settembre 1984, la prima esecuzione di Prometeo diretta da Claudio Abbado).
L’Auditorium è costato complessivamente circa 7 milioni di euro, interamente coperti dalla provincia autonoma di Trento, mentre è stata offerta a titolo gratuito la sola progettazione preliminare da RPBW.

Planimetria

Già dalla sua presentazione, avvenuta nel dicembre 2010, l’Auditorium è stato al centro di numerosi dibattiti e oggetto di obiezioni che ancora oggi permangono, alcuni dei quali appaiono più chiari recandosi sul posto. Le critiche mosse al progetto hanno riguardato principalmente la localizzazione del complesso e il suo costo, ritenuto troppo elevato anche in relazione al carattere temporaneo dell’opera. Sono stati inoltre espresse perplessità riguardo alla necessità di realizzare una nuova costruzione per la musica invece di concentrare gli sforzi economici sul restauro delle sale da concerto esistenti in città ma soprattutto sull’utilità di realizzare una seconda sala simile, dopo la Paper Temporary Concert Hall di Shigeru Ban, da 230 posti, inaugurata a maggio del 2011, ubicata poco distante dall’Auditorium, donata dal governo giapponese per il costo di 620 mila euro.

sezione longitudinale
Anche Italia Nostra, nel 2011, ha denunciato presunte irregolarità nell’iter amministrativo per l’illegittimità della costruzione di Piano, questione successivamente superata in merito al carattere provvisorio dell’opera. Se ci si sofferma sulla questione del “provvisorio”, non per alimentare le critiche ma solo per aiutare l’interpretazione delle scelte effettuate nella contingenza degli accadimenti da amministratori e professionisti, è facile rilevare l’eccessivo costo dell’opera di Piano, anche in relazione all’analoga opera del collega Ban, dove il rapporto dei costi è di 1 a 10. A stigmatizzare la precarietà dell’opera di Piano sarebbe bastato osservare i disegni delle fondazioni del progetto per comprendere che poco hanno a vedere con il carattere temporaneo di un edificio: un basamento profondo in cemento armato, poggiato su pilastri sempre in cemento armato tramite isolatori sismici. Oltre quanto già detto, una riflessione andrebbe fatta sulla sostenibilità gestionale e l’inserimento razionale all’interno del parco. L’Auditorium, a distanza di 5 anni dalla sua inaugurazione, si presenta ancora sottoutilizzato: la parte destinata ai servizi per il pubblico non è funzionante, tant’è che il pubblico accede dall’ingresso degli artisti; l’area esterna non risulta adeguatamente definita nelle funzioni e nella qualità, tant’è che davanti al manufatto l’area è sterrata e polverosa, inoltre vengono impropriamente allestiti a ridosso dei paramenti perimetrali palchi per spettacoli all’aperto e bancarelle, deturpando la percezione architettonica dell’auditorium e interferendo acusticamente con il regolare svolgimento delle esibizioni all’interno.

Sezione trasversale
Si possono rilevare altre due obiezioni di carattere funzionale e di sostenibilità: la sala è un volume unico di notevole altezza, le cui caratteristiche di pulizia formale non prevedono la presenza di qualsivoglia elemento  funzionale per la manutenzione delle apparecchiature elettriche e tecnologiche poste in alto; inoltre, tutta la struttura risulta essere alimentata esclusivamente con energia elettrica, questo comporta elevati costi di gestione per il mantenimento delle condizioni microclimatiche ideali allo svolgimento delle esibizioni musicali.
L’auditorium di Renzo Piano è stato chiaramente progettato carico di un messaggio di sostenibilità, con l’obiettivo quindi di comunicare una rinascita non solo determinata ma anche connotata idealmente (eticamente). Ad un’attenta analisi però, la sostenibilità sembra ridursi alla sua sola apparenza, in virtù dell’utilizzo massiccio del legno, in virtù della sua dichiarata provvisorietà…
Ci si chiede: all’interno di un piano di ricostruzione, l’opera di Piano va interpretata in termini di risposta funzionale come tante altre (legittimamente minimali, articolate certo, ma ponderate sulle esigenze reali di una comunità) oppure è una risposta culturale, che va oltre il fatto tecnico-burocratico che la legittima, trasfigurata dal mondo dell’edilizia a manifesto, simbolo di una volontà?

THE SHARD: sei lezioni per uno sviluppo intelligente della città.

Tutti coloro che vanno a Londra regolarmente, hanno modo di constatare come la metropoli sia continuamente soggetta ad importanti cambiamenti.

Canary Wharf tra ’80 e ’90, il Millennium Dome (ora “The O2”) del 2000, i grattacieli della City già entrati nel lessico comune con nomignoli come the Gherkin (Foster), Walkie Talkie (Vinoly) e Cheesegrater (Rogers Stirk Harbour), realizzati a cavallo tra gli anni 2000 e 2010, hanno cambiato continuamente lo skyline della città.

Pur segnando le dovute differenze tra Londra e le città italiane, ci si chiede come mai la capitale del Regno Unito riesca ad essere così vitale anche nei periodi di crisi, come quello tutt’ora in corso.

The Shard di Renzo Piano, l’ultima e la più importante di queste realizzazioni ci offre diverse risposte significative a questa domanda, specie se si osserva tutto il processo di gestazione di questa importantissima opera.

E’ lo stesso Irvin Sellar, fondatore della Sellar Property Group, società immobiliare promotore del progetto The Shard, a svelarci in un’intervista, le dinamiche che hanno portato a questo risultato eccezionale: “Abbiamo investito nell’acquisto di Southwark Towers, un complesso di edifici risalente agli anni ’70, una location ottima ma utilizzata male. Il governo aveva pubblicato un libro bianco che promuoveva l’idea dello sviluppo nei nodi della mobilità cittadina. La stazione di London Bridge era a pochi passi, affiancata da stazione ferroviaria, linee della metropolitana e linee degli autobus. Abbiamo collaborato con Railtrack (poi Network Rail – nda) e anche loro hanno riconosciuto il potenziale di combinare un progetto di sviluppo con sostanziali lavori di ammodernamento della stazione.”

Dunque si parte dalle indicazioni di sviluppo elaborate dalla Pubblica Amministrazione e in particolar modo da quelle legate alla mobilità. Una prima lezione importante!

Per ottenere il permesso a costruire del 2003 hanno dovuto confrontarsi con la Commissione per l’Architettura e l’Ambiente Costruito (CABE, è un ente di consulenza governativo), l’English Heritage e l’Historic Royal Palaces, La comunità di Southwark e il Mayor of London. Tra questi interlocutori solo gli ultimi due hanno si sono espressi favorevolmente fin dall’inizio.
E’ la seconda lezione: ci si confronta con tutti i soggetti pubblici interessati senza che nessuno abbia potere di veto. Inoltre una lezione nella lezione (la terza): per una operazione di questa portata gli interlocutori sono anche di livello nazionale.

Qual è il punto di forza nell’idea di progetto di Renzo Piano? Rendere The Shard una “città verticale”, un edificio aperto al pubblico, una anomalia nel panorama londinese. Non un’operazione immobiliare classica ma la creazione di un nuovo spazio pubblico: quarta lezione.

Quest’ultimo, dicevamo, è il punto nevralgico della riqualificazione di tutta l’area del Southwark: i costruttori hannoristrutturato la stazione London Bridge e la vicina stazione degli autobus. The Shard è un tassello del del progetto di sviluppo generale del London Bridge Quarter che sta dando vita ad un nuovo distretto della South Bank. Assieme a The Place (il fratello, in un certo senso) formano un nuovo hub sociale e commerciale.

Si trasforma e si riqualifica il territorio negli anni 2000, non si divorano gli spazi liberi. Questa è la quinta lezione che traiamo da questa operazione.

Infine l’ultima lezione, la sesta, la più importante: il promotore è locale ma il capitale è straniero. Infatti l’opera è stata possibile grazie agli investimenti della Qatar National Bank e la Qatar Central Bank.

Dunque a Londra, in questo caso, il capitale straniero non viene a “depredare” i gioielli edilizi presenti, ma contribuisce a riqualificare un ampio settore della capitale pur creando redditività per gli investitori. E’ chiaro che l’altezza in questo edificio ha creato un notevole plus valore, ma sarebbe errato attribuire solo ad essa la capacità rigeneratrice di questo intervento edilizio. Qualsiasi valore aggiunto di un intervento edilizio può essere commisurato ai limiti imposti dall’autorità pubblica e alla previsione di un guadagno adeguato, ma non sproporzionato.

Pur segnando la notevolissima differenza tra il mercato londinese, capace di attrarre investimenti su scala mondiale e quello romano,  più localizzato (perciò scarsamente confrontabili), conviene soffermarsi sui presupposti, pochi e ragionevoli, che attraggono virtuosamente gli investitori esteri.

Innanzitutto ci deve essere certezza di Diritto e giudiziaria. L’offesa al capitale è un reato grave nel Regno Unito ed è punito severamente in tempi rapidi. Per questo Londra è la capitale della finanza occidentale. L’abolizione del reato di falso in bilancio, per esemplificare, sarebbe un’eresia in U.K. A questo aspetto va aggiunta la necessaria certezza normativa per intraprendere operazioni di così ampio respiro. Agli Inglesi modificare il Codice degli Appalti 150 volte in due anni farebbe ridere ben più di una barzelletta.

Certo, la proprietà edilizia in Inghilterra ha caratteristiche diverse da quella italiana eppure il problema non è questo ma risiede nel fatto che le norme del costruire devono essere poche e chiare. Le amministrazioni devono essere al servizio di chi vuole legalmente creare ricchezza e non contro. La (buona) Architettura e la Pianificazione sono, devono, essere il blocco di partenza di qualsiasi sviluppo urbano e devono intercettare le esigenze della popolazione.

The Shard di Renzo Piano è la nuova icona di Londra. E’ un fatto incontrovertibile che ci rende allo stesso tempo orgogliosi di appartenere allo stesso paese del progettista ma ci impone anche alcune domande su come conduciamo queste operazioni immobiliari a casa nostra.

Noi crediamo che le foto che pubblichiamo a corredo di questo articolo possano parlare da sole e che il confronto tra due operazioni simili (The Shard a Londra e Euroma 2 a Roma,  con le sue due torri: Eurosky, progettata da Franco Purini e Europarco, progettata dallo studio Transit) sia impietoso. Ai lettori l’ultima parola.

The Shard, nuovo riferimento visivo londinese

The Shard, nuovo riferimento visivo londinese

Le torri dell'EUR (sull'orizzonte, a destra del timpano della chiesa al centro della foto), nuova presenza, visibile anche al centro di Roma.

Le torri dell'EUR (sull'orizzonte, a destra del timpano della chiesa al centro della foto), nuova presenza, visibile anche al centro di Roma (foto:http://www.tesoridiroma.net).

The Shard

The Shard

Il complesso Eurosky Tower e Torre all'EUR

Il complesso Eurosky Tower (a destra) e Torre Europarco (a sinistra) al Torrino, adiacente all'EUR

la forma "a scheggia", resa dalle vetrate ventilate di The Shard.

la forma "a scheggia", resa dalle vetrate ventilate di The Shard.

Eurosky Tower ricorda, secondo il progettista Franco Purini, le torri medioevali presenti a Roma

Eurosky Tower ricorda, secondo il progettista Franco Purini, le torri medioevali presenti a Roma

L'inserimento di The Shard all'interno del quartiere di Southwark

L'inserimento di The Shard all'interno del quartiere di Southwark

Il nuovo ambiente urbano generato dalle Torri Eurosky e

Il nuovo ambiente urbano generato dalle Torri Eurosky e Europarco

La nuova sistemazione della stazione London Bridge, ai piedi di The Shard

La nuova sistemazione della stazione London Bridge, ai piedi di The Shard

Il nuovo centro commerciale Euroma 2, ai piedi delle Torri Eurosky e

Il nuovo centro commerciale Euroma 2, ai piedi delle Torri Eurosky e Europarco

Non esiste alcun progetto di Renzo Piano per il nuovo Teatro dell’Opera di Roma

Alcuni giorni fa i giornali riportavano le dichiarazioni del nostro Sindaco Alemanno in merito a un nuovo teatro dell’Opera che si dovrebbe realizzare a Roma nel quartiere Flaminio.

Il Sindaco dichiara: “il progettista del tempio della lirica nelle caserme di via Guido Reni sarà Renzo Piano”, l’Ordine degli Architetti da ampio spazio alla notizia sul sito architettiroma e il Presidente Schiattarella, preoccupato nel prendere le distanze dall’Amministrazione capitolina dopo le critiche alla sua partecipazione alla convention di Alemanno, pubblica un comunicato che condanna l’accaduto.

Noi di Amate l’Architettura chiediamo spiegazioni a Renzo Piano inviando una lettera dove facciamo presente all’architetto che un incarico diretto contrasta con il REGOLAMENTO DI ATTUAZIONE DEL CODICE DEI CONTRATTI – D.P.R. N. 207/2010 Art. 252 Comma 3, che prevede in caso di lavori di particolare rilevanza sotto il profilo architettonico, l’opportunità di applicare la procedura del concorso di progettazione o quella del concorso di idee ai sensi dell’articolo 91, comma 5, del codice.

Inoltre gli ricordiamo che la sua popolarità nasce con il progetto per il Beaubourg in cui, nel luglio del 1971, una giuria internazionale di architettura, presieduta da Jean Prouvé, scelse, tra 681 progetti presentati, quelli degli architetti Renzo Piano, Gianfranco Franchini e Richard Rogers.

Se l’allora Sindaco di Parigi avesse dato un incarico diretto a noto architetto francese il giovane Renzo Piano avrebbe avuto qualche difficoltà a dimostrare le sue straordinarie qualità.

Non si fa attendere la risposta dello studio Piano che ci comunica che conoscono bene il Codice dei Contratti e che non esiste alcun progetto dell’architetto per un Teatro dell’Opera di Roma e non è previsto alcun incarico.

Quindi è tutta una bufala del Sindaco Alemanno per dimostrare che farà qualcosa per Roma in vista delle prossime elezioni?

Vedremo cosa accadrà, con la consapevolezza che gli staremo addosso per monitorare la correttezza delle procedure sperando che l’Ordine, oltre ai comunicati, voglia fare qualcosa di concreto nelle sedi opportune.

Con Alemanno a Roma solo incarichi diretti o gratuiti

Il Sindaco di Roma non finisce di stupirci, dalla stampa apprendiamo che ha tirato fuori dal cilindro un nuovo incarico diretto per un fantomatico Teatro dell’Opera da 3000 posti nel quartiere Flaminio tra il MAXXI e l’Auditorium.

L’autore del progetto dovrebbe essere Renzo Piano che presenterà il progetto a maggio, quindi l’incarico dovrebbe essere già stato dato dal Comune da tempo, avevamo intuito qualcosa diversi mesi fa quando fu presentato un progetto di sistemazione del percorso tra l’Auditorium e il Maxxi ad opera sempre di Renzo Piano con incarico gratuito.

Possibile che a Roma, negli ultimi anni, non esiste la minima possibilità, per un architetto con grandi qualità, di poter esprimere il proprio potenziale intellettuale partecipando a competizioni pubbliche come si è sempre fatto negli ultimi 150 anni?

E’ inutile ricordare che il REGOLAMENTO DI ATTUAZIONE DEL CODICE DEI CONTRATTI – D.P.R. N. 207/2010Art. 252 Comma 3, prevede che: quando la prestazione riguarda la progettazione di lavori di particolare rilevanza sotto il profilo architettonico, ambientale, storico-artistico, conservativo, nonché tecnologico, ai sensi dell’articolo 3, comma 1, lettera l), le stazioni appaltanti riportano nel bando di gara di aver valutato, in via preliminare, l’opportunità di applicare la procedura del concorso di progettazione o quella del concorso di idee ai sensi dell’articolo 91, comma 5, del codice.

Si potrebbe dire che i concorsi di progettazione in Italia vanno profondamente riformati, ma questa è un’altra storia, qui ci troviamo di fronte a un Sindaco che ha riportato una città in una fase di paralisi dell’architettura, dove le opere pubbliche si fanno esclusivamente attraverso Risorse per Roma e Zetema, società a totale capitale pubblico del Comune di Roma, vi ricordo un recente incarico diretto di 280.000 elargito da Risorse per Roma.

In 3 anni e mezzo concorsi soltanto annunciati, incarichi gratuiti a via Giulia e piazza San Silvestro, incarichi diretti a Tor Bella Monaca e ora al quartiere Flaminio, non si fanno più neanche le gare di progettazione.

Ma chi dovrebbe garantire il rispetto della legge?

L’Ordine degli Architetti di Roma, dopo aver dormito per 3 anni, si è accorto improvvisamente che qualcosa non va e ha fatto un comunicato stampa in cui si dice basta al conferimento degli incarichi senza concorso e senza concertazione con parti sociali e cittadini.

Verrebbe da dire meglio tardi che mai, ma non basta fare i comunicati stampa dopo aver partecipato alla manifestazione di Rete attiva per Roma per rilanciare la candidatura a sindaco di Roma di Alemanno.

Bisogna fare azioni concrete, noi di Amate l’Architettura faremo un esposto all’Autorità di Vigilanza sui lavori Pubblici e nelle altre sedi opportune, bisogna reagire a questa situazione che sta portando la capitale d’Italia in una condizione sempre più misera dal punto di vista culturale e della qualità dell’architettura.

Oltre al non rispetto delle leggi, ci troviamo di fronte a un gravissimo problema culturale che ci sta allontanando sempre più dalle altri capitali europee.

Siamo stufi di dover denunciare sempre continui abusi e non poter mai parlare di architettura.

Ho chiesto chiarimenti allo studio di Renzo Piano, chiedendo anche il suo parere sulle modalità con cui vengono conferiti questi incarichi, ricordandogli che deve molto della sua popolarità al progetto per il Beaubourg in cui nel luglio del 1971, una giuria internazionale di architettura, presieduta da Jean Prouvé, scelse, tra 681 progetti presentati, quelli degli architetti Renzo PianoGianfranco FranchiniRichard Rogers.

Aspettiamo una risposta.

Ogni occasione è buona per attaccare l’Ara Pacis

GIUSEPPE PULLARA
Corriere della Sera 02/06/2009

ARCHITETTURA NOSTRO SPECCHIO QUOTIDIANO

Dispiace a tutti vedere la parete candida del museo dell’Ara Pacis, sul lungotevere, imbrattata da secchiate di vernice. Anche al sindaco Alemanno, che tempo fa voleva perfino «buttar giù» l’edificio del progettista americano Richard Meier. Ci dispiace perché in una importante architettura urbana, che piaccia o meno, alla fine riconosciamo un pezzetto del nostro mondo, della nostra vita quotidiana. Ci passiamo davanti, ne sentiamo parlare, la accettiamo o la respingiamo. Fa parte del palcoscenico in cui recitiamo la nostra parte. Ci sentiamo offesi, oggi, dall’offesa all’opera architettonica tanto più perché per compiere questo gesto sono stati usati i colori della bandiera: un furto di valori profondi e riservati che aggrava la posizione del teppista. 

L’altro giorno Renzo Piano, nel ricevere a Milano il premio Inarch alla carriera, rivelava che per anni ha nascosto la sua identità girando per Parigi: il «suo» rivoluzionario Beaubourg era contestatissimo e lui preferiva non farsi riconoscere. «Ormai da chissà quanto mi fermano per la strada, mi amano: l’architettura ha bisogno di tempo per farsi accettare ». Vedremo se l’Ara Pacis di Meier sarà amata dai romani. Per ora fa semplicemente parte del nostro panorama quotidiano. Ci appartiene, è di tutti noi e per questo è un edificio da rispettare.

Come i graffitari e altri disperati che per uscire dall’isolamento compiono gesti da consumo mediatico, anche chi ha sporcato il museo testimonia le difficoltà della relazione umana, dello scambio, dell’ascolto delle parole a cui si fa sempre meno ricorso in favore di provocazioni, urli, atti forti. Si vede nella campagna elettorale, ma ormai sembra un diffuso modo di esprimersi. Non bisogna accettare questa deriva ricorrendo a sociologismi da strapazzo, che giustificano tutto. Cercare di capire come e perché nasce un problema non esclude che si agisca innanzitutto per impedirne le conseguenze negative per la comunità. A proposito: con tutte le telecamere che ci spiano, non ce n’è una a difesa di un edificio costato caro e che contiene un tesoro?

Fuori il colpevole.

ROMA – Arte vera, finta e vandalismi un’occhiata alla Teca di Meier
Roberto Pepe
Corriere della Sera (Roma) 16/06/2009

Caro Buccini, Giuseppe Pullara parlando di Architettura nel Corriere di Roma, riferisce che Renzo Piano ha dovuto nascondere la propria identità a Parigi, in quanto odiato per la costruzione del famoso Beaubourg. Ora, invece, tutti lo osannano. La tesi è che la gente comune è ignorante (artisticamente parlando) e che l’artista, alla lunga, ha sempre ragione,… a prescindere. Tale aneddoto lo espone riferendosi al muro (imbrattato di vernice) dell’odiata «officina-garage» che Meier ha costruito per avvolgere l’Ara Pacis. Qui si confonde quel sacrosanto sentimento umano che è l’«abitudine»: quando la gente si abitua ad una bruttura tipo Beaubourg parigino o la Teca romana, incomincia a considerare l’opera come un fatto compiuto fisico di riferimento e quindi, quasi positivo. Senza entrare nell’annosa ed irrisolvibile questione di Arte non-arte, abbiamo il coraggio individuale senza paura di apparire out culturalmente, di affermare che non ci piacciono, in quanto lavori (per noi) privi di valore artistico, avulsi dall’ambiente circostante. Tutto sommato, quell’insano, deprecabile gesto dell’imbrattamento colorato è meno esecrabile delle proteste protette dei no-global…


Goffredo Buccini

Caro Pepe, il mondo è pieno di commistioni felici tra panorami classici e buona architettura moderna. E quel suo riferimento finale ai no global (per una volta, che dia­volo c’entrano?) marchia abbastanza ideologicamen­te la sua più che legittima critica. La teca è stata vittima di una vera gazzarra pre-elettorale quando Veltroni era ancora sindaco. Non mi pare, onestamente, un problema serio per Roma e non mi pare serio vagheggiarne lo smantellamento… La tesi non è affatto che la gente comune è ignorante, ma che il gusto si può educare. Mi scusi, ma io sto con Pullara.