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In bilico fra il “non più” e il “non ancora” ovvero rammendare non basta, serve ricamare…fosse solo perché contiene la parola amare.

6 giugno 2018

Il quartiere “Le Albere” di Trento (inaugurato nel 2013) è uno dei progetti di riqualificazione urbana più famosi ed esemplari in Italia, per la notevole operazione architettonica e urbanistica realizzata sull’area dell’ex stabilimento Michelin (1927-1997), di ricostruzione del rapporto fra la città e l’Adige, e per il “MUSE” (Museo di Scienze Naturali), forte attrattore culturale di rilevanza internazionale. Come tutti i progetti firmati Renzo Piano Building Workshop, è tecnicamente perfetto, niente è lasciato al caso: “Le Albere” (traduzione di pioppi in dialetto trentino, da cui l’omonima fortezza cinquecentesca che dominava il grande parco prima che venisse ridotto dalla ferrovia e dallo stabilimento) è costituito da edifici di quattro o cinque piani, sistemati in linea o a corte con l’intento di richiamare quelli del centro storico; il motivo caratterizzante è l’uso di montanti in legno lamellare di larice che scandiscono tutte le facciate; i particolari sono ben studiati e la qualità dei materiali non è in discussione; molto curato l’aspetto energetico con buoni isolamenti, connessione alla teledistribuzione di energia alternativa, schermi di piante rampicanti sulle facciate, pannelli fotovoltaici su tutte le coperture; un parco, con piazze, piste ciclopedonali e percorsi d’acqua; garage interrato per liberare la superficie delle auto.

Nonostante queste pregevoli premesse, ancora l’eco-quartiere non riesce ad esercitare la spinta rigenerativa auspicata.

Probabilmente, ci troviamo di fronte ad un intervento troppo omogeneo, che ha bisogno di tempo per rompere i confini e relazionarsi alla città; probabilmente, con l’elevata qualità degli appartamenti, si rivolge a un ceto sociale medio-alto che non è numericamente sufficiente a occupare un quartiere di queste dimensioni.

O forse, nella progettazione del quartiere, è mancata quella mobilitazione e responsabilizzazione dell’intera comunità, che prende comunemente il nome di processo partecipativo, quale sarebbe potuta/dovuta avvenire nei giusti termini, attraverso strumenti di animazione prima e generazione territoriale dopo, invece di scommettere solo (probabilmente) sul mercato globale?

Certamente un investimento sulla comunità avrebbe potuto dare un altro significato alla realizzazione del nuovo quartiere cittadino, del quale il Muse poteva rappresentare (e ancora rappresenta) il motore economico, culturale e sociale. Sono certo che sarebbe stato davvero tutto diverso se, oltre alla confluenza di tante risorse, competenze e professionalità, ci fosse stato un investimento in “amore” per la comunità, cosicché oggi quegli stessi corpi (edilizi) vivrebbero pienamente dell’operosità delle famiglie e delle grida dei bambini.

Venirne a capo adesso significa (e certamente lo si starà già facendo) rinegoziare con la proprietà migliori condizioni di mercato del patrimonio abitativo che non può rimanere vuoto lì in attesa, ma anche investire sugli spazi esterni e nei dintorni, con l’appropriarsi dell’area verde come spazio dell’intera città, facilitando la nascita di esperienze generatrici di idee e di lavoro, ricongiungendo l’anima del quartiere – non solo il corpo – alla città.

Foto: Web

Editing: Daniela Maruotti

LA QUALITA’ DEL PROGETTO E’ UN VALORE

10 aprile 2013

La logica che oggi, purtroppo, guida quasi tutte le operazioni speculative legate alle trasformazioni urbanistiche del territorio è sempre la stessa. Si baratta l’impossibilità di recuperare e riqualificare quartieri e periferie, con il pretesto di costi eccessivi e non sempre reali, con una completa demolizione e ricostruzione o con la realizzazione di nuovi insediamenti “compensativi” in altri luoghi da urbanizzare. Una logica che permette al “potere politico” di chiamare al “capezzale” del territorio “ammalato” i “medici” delle grandi società di costruzione. Queste soluzioni non hanno più nessuna ragion d’essere di fronte ai disastri odierni compiuti dal potere economico-finanziario che si immola al dogma neoliberista della crescita infinita. Queste soluzioni non possono più trovare giustificazioni dal punto di vista urbanistico ed architettonico perché nel nuovo modello di sviluppo o nella nuova idea di città non è più consentito disattendere le aspettative di qualità della vita di persone che, come tutti, hanno il “Diritto” di vivere “degnamente” i luoghi e gli spazi delle nostre città.

DIRITTO: ad una Crescita o Decrescita Programmata, ad una Sostenibilità Ambientale, ad un Risparmio Energetico con l’uso delle Energie Rinnovabili, ad una Riqualificazione di territori e strutture dismesse o abbandonate, ad una Qualità Diffusa dell’Architettura e quindi ad una Migliore Qualità della Vita.
Noi crediamo inoltre, che questo grande processo di rinnovamento, prima di tutto “culturale”, debba per forza coinvolgere il “Progettista” (Architetto, Ingegnere, Urbanista) che da sempre, con o senza complicità, ha avuto il compito di rappresentare, attraverso l’architettura, il “Potere” dominante, sia esso politico che religioso, come la storia ci ha testimoniato. Oggi, che le sorti di interi paesi (Grecia “docet”) dipendono invece dal PIL e dall’ammontare del Debito Pubblico, possiamo affermare che non c’è più nessun aspetto (culturale, etico, sociale e men che meno politico) in grado di contenere o condizionare il potere economico-finanziario. L’unico capace, nonostante la crisi in cui ci ha fatto precipitare, di orientare scelte di natura architettonica ed urbanistica. Ecco perché diventa assolutamente “necessario” parlare di “Qualità della Progettazione” per cercare di combattere “l’ingiustizia distributiva” che affligge le nostre città. Ecco perchè, facendo appello ad un’assunzione di responsabilità connaturata alla sua figura, il “Progettista”, rimane l’ultimo “baluardo”, che, con la bontà e la qualità del progetto, può porre un argine a questa deriva. Anche per recuperare, all’interno di qualsiasi “percorso progettuale”, quel ruolo di “protagonista” che è stato cancellato dalla Committenza Pubblica-politica-affaristica prima e da quella Privata-economica-finanziaria adesso.

(pubblicato sul People Life – Magazine di Cosenza e Provincia numerno di Dicembre 2012)

Di qualità ed equità si parlerà anche nell’edizione 2013 di #rete150k edizione E-Quality, appunto.

Torna la rete 150K edizione E-QUALITY

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La bellezza salverà il mondo

L’ultima volta che ho sentito parlare di qualità architettonica, come principio guida per la nuova architettura delle opere pubbliche, con riferimenti a propositi e proposte, è stato nel palazzo della Provincia di Roma proprio dalla bocca del Presidente Zingaretti e anche del nostro Presidente Schiattarella.

Io mi trovavo li a ricevere un premio per il concorso del Liceo Farnesina, bandito con la solerte collaborazione dell’Ordine degli architetti di Roma, in quanto il Presidente voleva dare un segno tangibile che la sua presidenza tenesse alla qualità dell’architettura nelle scuole pubbliche di cui è responsabile, sempre attraverso l’esperto consiglio e consulenza del nostro ordine.

A onor del vero, bisogna dire, in continuità con le amministrazioni di Sinistra da Rutelli in poi.

I risultati sono stati esposti all’Acquario Romano e raccolti in una pubblicazione di Prospettive Edizioni, per cui ognuno può andare a vedere e farsi un idea di come l’ordine abbia condotto e messo in pratica ciò che sembrava aver appena propinato all’inconsapevole zingaro.

Pensai subito, caro Zingaretti fatti consigliare meglio la prossima volta, scegli meglio i tuoi saggi ed esperti di qualità architettonica.

In giuria non c’era nemmeno un architetto che avesse realizzato un liceo o scuola pubblica come per precedenti concorsi. Zingaretti, dopo essersi profuso in concetti molto vaghi sulla qualità architettonica, da perseguire in tutte le nuove opere pubbliche e per suo conto nella nuova edilizia scolastica, con l’aiuto e la consulenza dell’Ordine degli architetti di Roma, se ne andò repentinamente senza alcun contraddittorio e solo dopo aver proferito la parola “bellezza”, che con l’aiuto degli esperti selezionati da Schiattarella, in persona, presumo, si sarebbe raggiunta questa qualità architettonica tanto agognata, in ogni opera pubblica. (non ho memoria di alcun atto per la selezione dei saggi).

Dopo di lui anche il nostro esimio Presidente dell’Ordine si lanciò in volute enormi che ritornarono laddove erano partite.

In contrasto subito mi vennero alla mente citazioni come: “La bellezza è una promessa di felicità …., oppure, il bello è la luce del vero “

Che cosa centrava la bellezza con la qualità?

Devo dire che al sentimento di estraneità si aggiunse anche la sconsolatezza di tanta superficialità, e subito pensai ma come è possibile codificare e regolamentare la bellezza e l’estetica che sono una categoria dello spirito?

Sembrava veramente una ricerca disperata se non persa in partenza la codificazione in una sorta di manuale per la qualità, magari anche con un marchio DAC (denominazione architettonica controllata). Ecco, si controllare e riprodurre l’ architettura di qualità!

Certo bisogna riconoscere che l’architettura ha una sua tecnica e scientificità che permettono di dire e fare edifici secondo delle regole e modalità codificate che poi si sono tradotte in norme e direttive, eppure il perseguimento e l’applicazione, anche alla lettera, delle stesse regole non attribuisce all’opera architettonica statuto di opera d’arte o di qualcosa che possa essere annoverato nei libri di storia dell’architettura, o semplicemente non assicurano che l’opera sia bella, Come mai?

Ma ci ritornerò più avanti.

Pochi giorni fa, invece, ecco appunto, riapparire sul sito dell’Ordine di Roma il disegno di legge (vedi link) valido per tutti i livelli governativi che segue Zingaretti come la sua ombra!

Certo ricordando bene non era la prima volta che ne sentivo parlare c’era già un’altra Legge Regionale, quella della Puglia sulla qualità architettonica (vedi link), che a ben guardare sembra proprio ripresa pari pari, e che è stata pure bocciata in parte dalla Corte Costituzionale.

Quindi ritengo inutile commentare e cercare di capire se sia migliorabile o meno, questo disegno di legge.

Mi sembrerebbe perdere tempo su un qualcosa che nasce male e che può solo diventare peggio.

Tralascio anche il fatto che ci siano stati esperti e consulenti, ( pagati da noi?), che si siano applicati con risultati non soddisfacenti, perchè non si siano posti il problema correttamente, e cioè cercando di definire l’essenza della legge, la sua verità, depurandola da una serie di questioni intricate e di difficile comprensione perché abbracciano tematiche differenti, del tipo estetiche, etiche di diritto, amministrative, tecnologiche, architettoniche, storiche, di sostenibilità ambientale e cosi via.

Mi spiego meglio, legiferare sull’architettura è materia complicata vista anche la mole delle leggi e decreti in essere, e poi non sono un esperto, però voglio comunque evidenziare alcuni concetti che mi premono, soprattutto per aprire una riflessione.

Ma perché dopo vari tentativi per arrivare ad una legge sull’architettura, ad un certo punto, si abbandona l’idea condivisa della parola architettura e si ha l’esigenza di circoscriverla limitandosi al solo aspetto qualitativo?

La qualità è un aspetto dell’opera di architettura, ma sebbene necessario, non è sufficiente alla definizione della bellezza che è propria del capolavoro, inteso come lavoro di eccellenza, che fa da esempio.

Come ci ricorda Hume: “La bellezza non è una qualità delle cose stesse: essa esiste soltanto nella mente che le contempla ed ogni mente percepisce una diversa bellezza “.

Non sfugge quindi al legislatore ma soprattutto al consumatore questo aspetto poco irreggimentabile.

Ecco quindi farsi avanti l’idea che dopo la trasformazione della cultura in merce anche l’architettura debba a pieno titolo entrare nel mercato con la sua certificazione di qualità. E voi, non ci crederete, ma è proprio la sinistra che sdogana la cultura, essendone l’elite depositaria, a farlo, poi la destra ha fatto il resto!

Dalla Melandri (2001) a Rutelli (2006) passando per Zanda (2007) che è il primo che la introduce e che semplicemente la definisce come “esito di un coerente sviluppo progettuale”, e per il codice Urbani che si limita all’esistente, per arrivare a Bondi (2008) che la ridimensiona, togliendo anche la parola “opera d’ingegno” legata alla progettazione cosi come per il diritto d’autore per finire con l’ultima proposta di legge popolare del Ilsole24ore, che fa pragmaticamente fa sparire qualsiasi definizione riferendosi al Codice dei contratti pubblici.

Le liberalizzazioni con figli e figliastri e la riforma delle professioni poi hanno dato il colpo di grazia, eh si perché non è che si richiedono nuovi oneri per i professionisti chiedendo di abbassare le tariffe e poi si vuole avere anche più qualità!

Il resto lo sapete già o potete intuirlo facilmente , tutte queste leggi o disegni di legge passano sul tavolo dell’Ordine e vengono vidimati, condivisi, commentati senza essere studiati e compresi per poi attaccarsi alle suole di qualche politico che gira per i corridoi o nella Buvette e se li scrolla di dosso facendoli cadere in qualche camera buia.

Ma allora se proprio questo è quello che si vuole perché non fare una legge che definisca i requisiti per la qualità architettonica, cioè tutti quei requisiti che danno valore di mercato all’opera architettonica, quali per esempio la veduta, la posizione, la dimensione, il consumo zero, la sostenibilità ambientale, il consumo di CO2, l’efficienza energetica, la resistenza ai terremoti ed eventi catastrofici, i flussi , la sua manutenzione e cosi via. Ecco una bella certificazione di qualità architettonica potrebbe essere codificata e ottenuta per legge e lo Stato, Regioni, Comuni ne porrebbero i bolli e ne rilascerebbero la patente, sostituire il vecchio concetto di agibilità con una nuova tabella di parametri e valori da revisionare continuamente che cresca di anno in anno sino a diventare un castello di carte più alto della nostra casa.

Chi potrebbe opporsi in parlamento o in Regione ad un tale disegno di legge?

Le imprese e i consumatori , ma anche molti professionisti che si considerano solo dei tecnici, ne sarebbero felici, si starebbe a pieno titolo all’interno del mercato.

Si potrebbe creare una borsa dell’edilizia a parte e far partire anche la sottoscrizione di titoli azioni, derivati per dare case di qualità a tutti, ma forse questa storia la conoscete già.

Ma la vera architettura è altra cosa!

A onor del vero esiste una precedente direttiva europea che sposta il concetto verso la qualità architettonica già nel 1997 nell’assemblea dell’ O.I.A., che Veltroni rilancia con l’istituzione del nuovo Ministero dei beni culturali nel 1998, ma senza troppa convinzione, nella quale assemblea vengono esortati gli stati a dedicarsi alla definizione di una legge sull’architettura.

L’art. 2 recitava così::

” l’architettura è una prestazione intellettuale (e non un servizio);

– il progetto deve fornire la migliore soluzione alle esigenze del committente ed alle intenzioni riportate nel suo programma;

– interventi di qualità si ottengono anche favorendo la trasparenza nella selezione degli architetti o l’assegnazione dei progetti come esito di un concorso che esprima un elevato livello di esigenze;

– deve essere garantita la consultazione del committente reale, cioè dell’utente dell’edificio;

– le amministrazioni pubbliche debbono favorire l’innovazione, il miglioramento della qualità architettonica e la qualificazione professionale organizzando concorsi di progettazione e rendendone pubblici i risultati;

– i soggetti privati che ricercano la qualità architettonica attraverso concorsi possono beneficiare di agevolazioni finanziarie o fiscali;

– per poter essere alla base del progetto, le richieste del committente all’architetto devono essere esplicite, chiare ed esaustive soprattutto per quel che riguarda gli aspetti funzionali ed economici;

– il progetto ha carattere unitario e deve essere sviluppato in tutte le fasi, secondo un processo continuo, dallo stesso professionista o con la sua approvazione; è di pubblico interesse che venga garantita una realizzazione conforme al progetto”.

Per cui, ancor più serve, oggi, una legge per l’architettura e l’ambiente che contempli tutto ciò, ma che vada oltre fondandosi su di un punto di partenza comune, un nuovo e aggiornato concetto di estetica e di bellezza non più autosufficiente ma condivisa e sostenibile, partendo da una nuova ecologia dell’ambiente e soprattutto della mente.

Occorrerebbe convocare gli stati generali dell’architettura, artisti, filosofi di estetica e della scienza, antropologi, scrittori, storici, legislatori, ambientalisti, imprese e associazioni civili per individuare e favorire il formasi di questo nuovo concetto condiviso di bellezza omnicomprensivo anche di tutti quegli aspetti tecnico, scientifici e amministrativi che la nuova legge per l’architettura e l’ambiente dovrebbe riorganizzare con più efficacia.

Sicuramente è un impresa improba soprattutto viste le passate esperienze ma è meglio fallire per un obiettivo alto che per un misero tornaconto personale o di categoria.

Non dobbiamo rinunciare ad amare l’architettura, ad esserne soggiogati, stupiti e attratti dalla sua inafferrabile bellezza che, vale ricordarlo, è un sentimento intrinseco alla natura umana e perché la bellezza salverà il mondo!

Amate l’Architettura al World Urban Forum 6

17 settembre 2012

Dall’1 al 7 Settembre si è svolto a Napoli (alla Mostra d’Oltremare) il WORLD URBAN FORUM6 organizzato dal Ministero degli Esteri e dall’Agenzia delle Nazioni Unite UN-HABITAT. L’evento giunto alla sua SESTA edizione ha avuto come tema centrale: “LA PROSPERITA’ DELLE CITTA’: CONIUGARE ECOLOGIA, ECONOMIA ED EQUITA’” ed è stato incentrato sulle tematiche dello sviluppo urbano sostenibile.

Dalle prime stime non ancora ufficiali sembra che per partecipare al FORUM siano giunte a Napoli circa 15.000 persone provenienti da tutto il mondo, tra rappresentanti di governi e autorità locali, rappresentanti della società civile, della cooperazione internazionale, del mondo accademico e del settore privato.

La precedente edizione tenutasi a Rio de Janeiro nel Marzo del 2010 aveva visto più o meno la stessa partecipazione di persone provenienti da 150 Paesi diversi. L’organizzazione si è avvalsa, naturalmente, anche del coinvolgimento attivo della Regione Campania e del Comune di Napoli rappresentati dalla “Fondazione Forum Universale delle Culture” che ha sostenuto gli oneri finanziari.

Nel mese di Agosto, “Amate l’Architettura” ha avuto il piacere di essere direttamente invitata, dalla Segreteria di Presidenza di UN-HABITAT, a partecipare presentando un documento all’interno del Workshop “ THE WEALTH OF NATIONS – THE WEALTH OF CITIES (La ricchezza delle Nazioni – La ricchezza delle città), che si è tenuto il 6 – 7 di Settembre.

E’ stata un’esperienza molto interessante e coinvolgente, ma soprattutto (parlo a titolo personale) è stata un’occasione importante per ripensare al ruolo dell’architetto e dell’architettura di fronte all’enorme problematica che pone lo sviluppo futuro delle città, sia quelle consolidate, da recuperare e riqualificare, del mondo occidentale ed industrializzato o post industriale, sia quelle in fase di sviluppo e di crescita urbana del cosiddetto terzo mondo. Come riflessione finale mi viene da dire che forse sarebbe ora di dedicare, soprattutto come Movimento (e non solo dal punto di vista dialettico), un po’ più del nostro tempo a queste tematiche ed occuparci un po’ meno di grandi architetture e di Archistar in gran parte preoccupati solo di perpetuare la loro autoreferenzialità e la loro ricerca prettamente “formale” senza porsi quasi mai, in una visione più ampia, il problema del “luogo” e del suo ipotetico e potenziale sviluppo futuro.

forum6

RICCHEZZA E’ ANCHE LA QUALITA’ DEL PROGETTO

Per la prima volta nella storia del nostro mondo, a causa di un costante aumento del fenomeno dell’inurbamento, più della metà della popolazione mondiale oggi vive nelle aree urbane.

Di fronte a questo incontestabile dato di fatto trova un’ulteriore e più che significativa giustificazione il titolo di questo Workshop:

“La ricchezza delle Nazioni – La ricchezza delle Città”

Perché se le Città sono diventate e saranno, come noi pensiamo, il “motore” preponderante per un futuro di crescita e di sviluppo, è all’interno delle Città che bisognerà impegnare e valorizzare quelle risorse (umane, culturali, sociali) e quelle capacità naturali (di relazione, di creatività, artistiche) che esistono, per cercare di risolvere i problemi e le grandi contraddizioni di cui oggi sono afflitte. Questo presuppone però che la “Città dei bisogni soddisfatti” diventi anche la “Città dei Diritti e dei Beni Comuni” dove la qualità del suo sviluppo futuro e di una migliore qualità della vita deve necessariamente essere accompagnata dalla qualità delle “Istituzioni” che devono essere di tutti e non solo di una parte privilegiata di cittadini.

Purtroppo oggi, anche per questi motivi, la logica che sottende a tutte le operazioni speculative legate alle rendite ed ai profitti ottenuti con le trasformazioni urbanistiche dei territori è la stessa, sia nelle città con vaste aree portuali dismesse, vere porte d’ingresso per chi arriva dal mare, che nelle città metropolitane. Nelle prime si passa dalla dequalificazione delle strutture esistenti, alla delocalizzazione delle attività produttive, fino all’abbandono delle infrastrutture con relativo impoverimento di tutto il territorio. Nelle seconde si baratta l’impossibilità di recupero e riqualificazione di quartieri e di intere periferie, adducendo costi eccessivi assolutamente non veri e del tutto pretestuosi, con una completa demolizione e ricostruzione o con uno spostamento di costruzioni in un nuovo luogo da urbanizzare. Una stessa logica per dare modo al complice “potere politico” di chiamare al “capezzale” del territorio “ammalato” i “medici” delle grandi società immobiliari e di costruzione.

Queste soluzioni non hanno più nessuna ragion d’essere di fronte ai disastri odierni compiuti dal potere economico-finanziario che si immola al dogma neoliberista della crescita infinita.

Queste soluzioni non possono più trovare giustificazioni dal punto di vista urbanistico ed architettonico perché nel nuovo modello di sviluppo o nella nuova idea di città non è più consentito disattendere le aspettative di qualità della vita delle persone che come tutti noi hanno il “Diritto” di vivere “degnamente” i luoghi e gli spazi delle nostre città.

Tutto ciò si deve necessariamente tradurre nella realizzazione di “progetti concreti e fattibili” dove trovano casa principalmente concetti divenuti oggi, a tutti gli effetti, “DIRITTI”:

ad uno Sviluppo Sostenibile,

ad una Crescita o Decrescita Programmata,

ad una Sostenibilità Ambientale,

ad un Risparmio Energetico con l’uso delle Energie Rinnovabili,

ad un impiego di Nuovi Materiali e Nuove Tecnologie Costruttive,

ad un Recupero e Riqualificazione di territori e strutture dismesse o abbandonate,

ad una Qualità Diffusa dell’Architettura e quindi

ad una Migliore Qualità della Vita.

Noi di “amate l’architettura” crediamo inoltre, forse anche un po’ ingenuamente, che questo grande processo di rinnovamento, prima di tutto “culturale”, debba per forza di cose coinvolgere il “Progettista” (Architetto, Ingegnere o Urbanista, sia singolo che in gruppo) che da sempre, con o senza complicità, ha avuto il compito di esaudire, attraverso la “Progettazione”, le “volontà” del “Potere” di turno. Del resto, come ci ha testimoniato la storia, se l’architettura è stata la “rappresentazione” del potere dominante sia esso politico che religioso, oggi, che le sorti di interi paesi (Grecia “docet”) dipendono dalle valutazioni delle Agenzie internazionali di Rating, dal PIL e dall’ammontare del Debito pubblico, possiamo affermare che non c’è più nessun aspetto (culturale, etico, sociale e men che meno politico) in grado di contenere o condizionare, in qualche modo, il potere economico-finanziario. L’unico capace ancora, nonostante i disastri e la crisi in cui ci ha fatto precipitare, di orientare scelte di natura architettonica ed urbanistica come, in verità, in parte ha sempre fatto.

Ecco perché in una situazione come quella che oggi stiamo vivendo, diventa di estrema importanza e assolutamente “necessario” parlare di “Qualità della Progettazione” per cercare di combattere “l’ingiustizia distributiva” che affligge le nostre città.

Quindi, senza evocare impossibili virtù taumaturgiche che nessuno possiede, ma facendo appello ad un’imprescindibile assunzione di responsabilità connaturata alla sua figura, il progettista, come ultimo “baluardo”, attraverso la bontà e la qualità del progetto, deve adoperarsi per porre un argine, quando occorra, a questo “strapotere”, ma anche per cercare di recuperare, all’interno di qualsiasi “percorso progettuale”, quel ruolo di “protagonista” che è stato cancellato dalla Committenza Pubblica-politica-affaristica prima e da quella Privata-economica-finanziaria adesso.

Arch. Giorgio Mirabelli

Arch. Lucilla Brignola

Amate l’Architettura e il Giornale dell’architettura

E’ in quest’ottica che nasce la collaborazione tra il Giornale e il nostro Movimento, è in previsione nel prossimo autunno un evento che si terrà a Roma che coinvolgerà anche altre Associazioni, di cui il Giornale si fa promotore, nel mese di luglio-agosto hanno pubblicato un nostro articolo sul 6° Forum dell’edilizia organizzato dal Sole 24 ore, seguiranno altri articoli su vari temi nei prossimi numeri del Giornale.

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Pubblichiamo il testo integrale dell’articolo uscito sul Giornale dell’architettura di lug-ago 2009:

Martedì 23 giugno, a Roma, si è svolto il 6° Forum organizzato da Edilizia e Territorio gruppo 24 Ore. Nella mattinata il tema era: “Piano casa e infrastrutture: le costruzioni aiutano realmente la ripresa economica?”. Al dibattito erano presenti politici, amministratori di società pubbliche e private nonché il rappresentante delle imprese edili Paolo Buzzetti (ANCE).

I lavori sono stati introdotti da una relazione di Bellicini, (CRESME), puntuale e dettagliata come sempre, in cui ha evidenziato, con dati e grafici, il boom immobiliare sviluppatosi in Italia e nel mondo cominciato alla fine degli anni ’90 e che ha raggiunto il suo apice nel 2006-2007.

L’industria delle costruzioni ha rappresentato nell’ultimo decennio un importante volano per l’economia, gli investimenti in edilizia in Italia sono cresciuti in percentuale con valori molto più alti dell’incremento del pil. Il boom edilizio è stato accompagnato da un’impressionante crescita degli operatori del settore: costruttori, agenzie immobiliari, intermediari etc., basti pensare che le imprese edili sono passate da 330.000 nel 1995 a 770.000 nel 2007,(più di 10 imprese per ogni architetto libero professionista). E’ inutile dire che di questo boom edilizio, gli unici a non averne giovato sono gli architetti che sono stati gradualmente eliminati dalla normativa sui lavori pubblici (e non solo).

Bellicini conclude il suo intervento esponendo la situazione attuale di forte crisi che ha causato un improvviso blocco dell’attività nelle costruzioni, dimostrando che soltanto il piano casa può risollevare l’economia del settore; ha stimato che se soltanto il 10% dei cittadini che ne hanno diritto, utilizzassero il piano casa, si svilupperebbero investimenti per 60 miliardi di euro con grande felicità dei costruttori.

Gli interventi dei politici e amministratori che si sono susseguiti, sono stati, come al solito, noiosi e scontati, a ravvivare il dibattito è stato un fuori programma: l’invasione della sala da parte di un gruppo di cittadini romani sfrattati che protestavano contro le speculazioni edilizie e la mancanza di case per i non abbienti; dopo qualche attimo di tensione, è stata data la parola ad un rappresentante dei dimostranti che con chiarezza di linguaggio e conoscenza delle leggi ha esposto le loro rimostranze.

Colpisce il fatto che, gli sfrattati siano stati i primi a parlare di qualità urbana, imbruttimento delle città, vivibilità urbana (nessuno tra i relatori finora ne aveva fatto cenno). Gli stessi hanno poi evidenziato come il Piano Regolatore di Roma, emanato da una giunta di centro-sinistra, preveda 70 milioni di metri cubi edificabili ma nulla per l’edilizia popolare.

Certamente questi cittadini non hanno tutti i torti, in quanto vivono in un paese dove, da più di 30 anni, non esiste una politica per la casa.

Terminata l’invasione dei senza tetto, il dibattito è proseguito con gli interventi, tra gli altri, di Buzzetti (ANCE), il suo intervento, come la sua recente relazione agli Stati Generali dell’edilizia, verteva sulla grave crisi del settore delle costruzioni: la caduta della richiesta dei materiali, la mancanza di investimenti nelle infrastrutture, il problema del credito alle imprese. In merito al suddetto intervento tre sono i punti che vorrei sottolineare:

1) l’importanza della manutenzione nelle opere edilizie (troppo spesso gli amministratori , dopo la realizzazione di un opera, l’abbandonano a se stessa e dopo 10 anni, puntualmente, se la prendano con il progettista perchè l’edificio “casca a pezzi”);

2) la necessità improrogabile di azzerare l’attuale normativa sui lavori pubblici e ripartire ex novo;

3) l’importanza del segno architettonico e, quindi, della qualità dell’architettura in un eventuale piano di housing sociale (peccato che la maggior parte dei costruttori da lui rappresentati non la pensi così!).

Nel pomeriggio sono seguite le relazioni tecniche su: piano casa, sostituzione urbana e new town.

Un dato importante che emerge dal dibattito della mattina, cui avrei preferito che partecipasse un architetto, è che nessuno dei relatori (rappresentante imprese, politici, amministratori, giornalisti) identifica la qualità con la qualità architettonica ma unicamente come qualità dei materiali, delle tecnologie bioclimatiche e non etc etc. Ciò probabilmente perchè da tempo si è perso il valore aggiunto del progetto e, quindi, l’importanza del ruolo del progettista, che dovrebbe essere architetto e non geometra o ingegnere o peggio ancora l’impresa edile (ne è una dimostrazione l’ultima versione del codice degli appalti).

Occorre rammentare che non si può prescindere da un rapporto diretto e complementare tra impresa di costruzione e architetto, come, peraltro, aveva previsto Bruno Zevi, (disatteso dai suoi successori), fondando 50 anni fa L’INARCH.

Italia terra di missioni

Oggi abbiamo tenuto un incontro con ragazzi e ragazze dell’ultimo anno della scuola superiore. Il tema era: tendenze e linguaggi dell’architettura contemporanea.

Non essendo studenti con grandi conoscenze di arte (non hanno questa materia), ho pensato che era meglio fare un ampio preambolo sul perché ci occupiamo di architettura e perché c’è bisogno di architettura contemporanea.

Forse, anche a detta delle colleghe di Amate l’Architettura presenti, è stata la parte migliore dell’incontro. I ragazzi, appena hanno capito che non c’era odore di accademia e si rispondeva con franchezza e senza usare un linguaggio tecnico, pur essendo mentalmente aperti (per fortuna lo si può essere a diciotto anni), hanno espresso le loro giuste perplessità di fronte a esiti dell’architettura contemporanea, citando come esempi una piazza di paese avulsa dal contesto del luogo, la famigerata teca dell’Ara Pacis, le mostruosità dell’edilizia economica e popolare degli ultimi trenta anni.

Come dare loro torto?
Eppure ho ribattuto che come nell’architettura antica anche in quella contemporanea ci sono architetti bravi e non; che un buon progetto al 50% dipende dal progettista ma che per il restante 50% deve avere un buon committente che deve seguirlo (mi piacerebbe dire braccarlo) in tutte le fasi progettuali, come nell’esperienza di alcuni amici che hanno partecipato a concorsi in Germania; che, infine, si deve fare l’abitudine all’architettura contemporanea. Ricordate negli anni ’50 e ’60 che il centro storico era considerato vecchio e la gente voleva abitare nelle zone nuove? Che sempre allora il centro storico costava poco per questo motivo? I quartieri nuovi andavano di moda.

E’ questa allora una questione squisitamente culturale: se negli anni ’50 le persone influenti erano gli intellettuali e gli artisti (mio padre me li additava come star quando li incontravamo) ora sono personaggi senza storia e cultura. La società ha marginalizzato la ricerca estetica (in realtà in  Italia si è abiurata qualsiasi ricerca) e le tensioni intellettuali, ma soprattutto, ha cancellato la pluralità dell’informazione.

Dall’assenza di architettura contemporanea a quella di latitanza della pianificazione/progetto architettonico il passo è stato breve, perciò le domande che sono state poste da questi ragazzi sono basilari: come è possibile che si costruisca in assenza di pianificazione (o in accordi di programma che è la stessa cosa)?

Se il consumo di territorio, l’espansione dissennata della città con i non luoghi (centri commerciali, ecc. ecc.), la mancanza di una politica urbanistica basata sul trasporto pubblico, sulla densificazione della città sono delle politiche suicide per la sostenibilità ambientale perché nessuno lo dice?
E quali sono le strategie per contrastare questo suicidio di massa?
La risposta che ho dato è univoca. Il progetto innanzi tutto.

Non possiamo rincorrere le lobby dei costruttori-proprietari fondiari, legate ai politici, per espandere una città. Sono loro che devono adeguarsi alla pianificazione che valuta quale è la soluzione più sostenibile a disposizione.

Ma se il progettista non ha più una posizione di rilievo nel processo edificatorio, se abbiamo una regolamentazione degli appalti e delle progettazioni orientata al massimo ribasso, se lìistituzione è un soggetto debole (e colluso) e non forte della pianificazione come possiamo invertire indirizzo inaccettabile?

Io credo che si invertirà da solo perché se abbiamo mangiato territorio in venti anni pari al Lazio e all’Abruzzo messi insieme. Se una persona che abita nelle periferie di una grande città deve alzarsi alle 4,30 del mattino per trovarsi al lavoro alle 8,00 (viaggiando con i mezzi pubblici), si è superata la soglia di sostenibilità. Quando le persone acquisiranno una conoscenza sufficiente del problema sarà però troppo tardi.

Quello che forse possiamo fare è accelerare questo processo tornando a formare una coscienza critica nelle persone. Ricominciando a parlare di architettura residenziale, sociale, di pianificazione (vera!), di architettura contemporanea (oddio, scusate mi è scappata l’eresia) con un promotore pubblico incalzato dalla consapevolezza delle persone.

Bisogna informare i giovani, quelli che hanno ancora forza per giocare duro in questa partita.
I ragazzi hanno diritto di sapere perché sono inquieti, nel senso che lo sono ma forse senza troppa consapevolezza di alcune cause del loro malessere.

Finita la stagione dell’impegno politico degli anni ’70 c’è stato un vero disimpegno nelle tematiche e nella ricerca dell’abitare.

La gestione del territorio è politica. Le gestione delle risorse finite è politica. Il diritto alla bellezza è politica.

E’ per questo che si evita accuratamente di parlarne sui mass-media. Si fanno volare sopra la testa della gente-catodizzata le decisioni che condizioneranno la loro esistenza e quella delle generazioni che li seguiranno.

L’Italia, l’ex Belpaese (o quello che ne rimane), deve essere nuovamente evangelizzata sulla bellezza come parte imprescindibile della qualità della vita.

P.S.

Dopo un’ora e mezzo di spiegazioni e divulgazioni sul linguaggio dell’architettura contemporanea, ho chiesto ai ragazzi che in precedenza mi avevano formulato riserve, se apprezzassero l’edificio della Stadthaus di R.Meyer a Ulm che stavo mostrando, edificio a mio modesto parere di grande rigore progettuale.

meyer

La risposta, per fortuna sincera, è stata negativa.

La considerazione che ho fatto è stata questa: al di là dei gusti personali, bisogna fare l’occhio alle cose. Quando l’architettura contemporanea sarà una pratica comune e non eccezionale potremo avere giudizi più sereni sugli edifici. Questa considerazione vale anche per i colleghi che si sono accapigliati su un post precedente.