Articoli marcati con tag ‘progettazione’

Più che di un medico, Roma ha bisogno di un architetto.

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I due anni di “politica marziana” del dimissionario sindaco Marino ci hanno permesso di focalizzare meglio le dinamiche della Capitale, grazie proprio a quello che è stato e non è stato fatto.

Marino ha contribuito a portare in luce le dinamiche perverse della gestione degli appalti, delle partecipate comunali, dei potentati mafiosi.

Questo gli va riconosciuto.

Marino ha avuto anche il merito di spingere fortemente verso una partecipazione cittadina allo sviluppo della città. Noi di Amate l’Architettura abbiamo avuto esperienze dirette in due occasioni: nell’area delle ex caserme di via Guido Reni (Qui i nostri sette articoli sulla vicenda delle ex caserme: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7) e per i cosiddetti piazzali est e ovest della stazione Tiburtina.

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Purtroppo la sua azione non è andata molto oltre, sicuramente anche a causa della assoluta inadeguatezza delle persone che compongono il suo partito a Roma.

Colpisce tuttavia, sui mezzi di informazione, l’assenza da tutti i commenti su una questione che a noi risulta lampante: questa consiliatura, come tutte le precedenti degli ultimi 30 anni, non ha mai proposto un’idea di città.

Sembra un discorso un po’ astratto, da architetti frustrati, ma a pensarci bene per una città, con problemi enormi e pochi soldi per risolverli, il modo migliore di razionalizzare le soluzioni è progettarle, possibilmente con soluzioni creative.

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Facciamo un esempio facile facile.

Il problema dei problemi dell’Urbe è il traffico. Il traffico si risolve con un trasporto pubblico efficiente (non con i parcheggi in centro!) con i disincentivi ad utilizzare mezzi privati ad elevato impatto ambientale (l’automobile) e con l’incentivo ad utilizzare quelli privati sostenibili.

Riguardo a questo punto è dimostrato dall’esperienza di altri contesti che la creazione di una rete efficiente di ciclabili, unita alla possibilità di utilizzo con bici dei mezzi pubblici, può scaricare un minimo di un 20% – 30% del traffico. L’unica proposta pervenuta in questi due anni, mentre andavano in malora le ciclabili esistenti, è stata quella di creare un circuito cittadino, il GRAB con l’unione di parchi, ciclabili esistenti e un paio di chilometri di ciclabile nuova.

Peccato che questo circuito sia un anello fine a se stesso, un percorso di svago per i fine settimana.

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Ben altra cosa era un progetto di ciclabili su sette strade consolari romane uniti a due percorsi anulari di congiunzione, presentato da #salvaiciclisti e rete mobilità nuova. Un vero progetto di mobilità alternativa, che dovrebbe essere integrato da un piano di riassetto urbano.

Durante questo periodo abbiamo assistito ad operazioni puntuali di immagine (la chiusura di via dei Fori Imperiali senza un piano di riassetto del centro storico), di speculazione (il nuovo stadio della Roma su aree a verde pubblico e privato e su terreno golenale, gravato con cubature incredibili non attinenti allo sport) e addirittura ad iniziative personali contrarie ai risultati di processi partecipativi già avviati, come nel caso del fermo di un anno a causa del sostegno del sindaco al progetto di un parco lineare sulla ex sopraelevata.

Roma ha grandi problemi ma altrettante potenzialità inespresse, come nel caso dei mercati rionali, (dove abbiamo partecipato al convegno “Un mercato non è solo un mercato” organizzato Carteinregola, presente l’Assessore Caudo) e ad un altro dal titolo: “Portare con se la biodiversità: piante e popoli che si muovono” del CNR, all’Expo di Milano 2015 (qui lo storify del nostro contributo) .

Torniamo a pensare ad una idea di città, coinvolgendo la gente, le associazioni e soprattutto quelli che le sanno progettare, gli architetti.

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La stima errata dei costi di costruzione. Uno studio assolve i progettisti?

1 Luglio 2014

Nella polemica urbanistica sugli interventi effettuati ad opera di architetti, una delle cause di maggior discussione, e critica, è considerata la mancata previsione dei costi di realizzazione delle opere.

Opere che in base alle stime iniziali dovevano costare una certa cifra, nel corso dello sviluppo del cantiere e della messa in opera, finiscono con il risultare sistematicamente più costose.

Questo fatto è uno dei motivi di maggiore critica sulle capacità professionali del progettista, considerato, con ampio ottimismo, il solo responsabile del processo di realizzazione e di trasformazione urbanistica e strutturale.

Con una buona dose di cinismo, il tema dei maggiori costi viene spesso utilizzato per dare una forza oggettiva strumentale a posizioni che altrimenti rimarrebbero nel campo della opinione personale.

Temi di discussione che riguardano aspetti estetici o di qualità urbana finiscono con il confondersi con aspetti economici secondo schemi ormai collaudati secondo il seguente schema logico:

1. non condivido le scelte di progetto dell’opera che è stata realizzata
2. l’opera è costata più del previsto
3. quindi il progetto era sbagliato e andava fatto in un’altra maniera (o addirittura non doveva essere fatto)
4. quindi il progettista non è capace
5. quindi sono più bravo io, ho ragione su tutto e dovevate chiamare me a progettare l’opera.

Così, adottando una logica apparentemente inoppugnabile, si finisce per avvalorare il principio per cui se un’opera è costata troppo (o più del previsto) allora conseguentemente ne viene meno anche la sua validità architettonica in senso assoluto; in qualche maniera gli errori di gestione nella realizzazione del progetto incidono in maniera sostanziale sulla qualità urbana che quel progetto genera o potrebbe generare una volta che l’opera è stata realizzata.

Intendiamoci, la questione della stima dei costi è fondamentale nel processo decisionale e nelle scelte che riguardano la trasformazione urbanistica, e indubbiamente la stima dei costi è parte integrante anche della progettazione.

In regime di scarsità di risorse, il costo di un’opera è determinante per valutare se quell’opera si può o non si può avviare. Chi amministra la città dovrebbe scegliere comparando diversi investimenti, ed è naturale che un’opera che sembra essere meno costosa ha più probabilità di venire poi approvata e realizzata.

Allo stesso modo quando si progetta, specie se la progettazione avviene con un budget assegnato, non si può non prescindere dal tenere conto dei costi che ogni singola scelta progettuale comporta.

Un progetto che non rispetta il budget assegnato è, in linea di principio, un progetto sbagliato; questo non vuol dire però che l’opera, una volta realizzata sia sbagliata in senso assoluto.

E’ quindi importante fare almeno due distinzioni.

1. Il giudizio estetico e culturale su di un’opera di architettura dovrebbe essere svincolato dal valore economico impegnato per realizzarla. Le opere che realizziamo ci sopravviveranno; più ci allontaniamo nel tempo e più il loro costo diverrà un aspetto indifferente. Se così non fosse, oggi come dovremmo considerare opere come la basilica di San Pietro, i cui costi esorbitanti sono stati tali da dare giustificazione all’avvio della Riforma Protestante? Quale valore dovremmo assegnare alla Mole Antonelliana, avviata come moschea e che, a causa dei costi fuori controllo si è ritrovata senza una precisa destinazione d’uso rischiando persino di non venire completata?

2. Il progettista non è il solo responsabile della catena decisionale che incide sulla stima dei costi di un’opera.

Tralasciando per un momento il primo punto, che richiederebbe di approfondire meglio il tema della separazione tra Etica ed Estetica, mi interessa per il momento il tema della responsabilità del progettista.

Su questo tema ci viene in aiuto uno studio statistico condotto da Bent Flyvbjerg, Mette Skamris Holm e Søren Buhl dal titolo “SOTTOSTIMA DEI COSTI DEI PROGETTI DI OPERE PUBBLICHE: ERRORE CASUALE O INTENZIONALE?” condotto per conto del Danish Transport Council e della Aalborg University, Danimarca.

La ricerca è dedicata principalmente alle grandi infrastrutture (autostrade e ferrovie) e per le opere di ristrutturazione e recupero urbano occorrerebbe uno studio specifico che ne confermasse la rispondenza in termini statistici, però i principi di fondo che emergono sono applicabili anche alle grandi opere di architettura in quanto sono molto simili le dinamiche politiche e amministrative che le governano.

Qui potete trovare l’articolo che riporta i risultati della ricerca.

queste invece sono le conclusioni più significative:

“- in 9 casi su 10 i costi dei progetti delle infrastrutture di trasporto sono sottostimati; […]

– per tutte le tipologie di progetto, i costi reali superano mediamente del 28% quelli stimati (sd=39);

– poiché la sottostima dei costi è diffusa in 20 paesi nei 5 continenti, sembra essere un fenomeno globale; […]

– la sottostima dei costi non è diminuita nell’arco degli ultimi 70 anni, quindi, a quanto pare, l’esperienza non è servita a determinare delle stime più esatte;

– la sottostima dei costi non sembra attribuibile ad un errore casuale, ma piuttosto ad una manipolazione strategica, ovvero all’inganno;

– i progetti di infrastrutture di trasporto non sembrano soggetti alla sottostima dei costi più di altre tipologie di progetti a grande scala.

Ne deduciamo che le stime dei costi delle infrastrutture di trasporto, utilizzate nei dibattiti pubblici, sui mezzi di comunicazione e in fase decisionale, sono pesantemente e sistematicamente contraddette. Altrettanto si può dire delle analisi costi-benefici, in cui si utilizzano le stime dei costi per valutare la fattibilità ed il ranking di rilevanza dei progetti. Il travisamento dei costi porta facilmente all’errata assegnazione delle scarse risorse disponibili, cosa che, a sua volta, determina delle perdite tra i finanziatori e gli utenti delle infrastrutture, che siano contribuenti o investitori privati.”

Lo studio individua 4 possibili giustificazioni del fenomeno della sottostima dei costi:

– Tecniche
– Economiche
– Psicologiche
– Politiche

È interessante notare come lo studio escluda in maniera molto decisa il fatto che una tale sistematica sottostima possa essere dovuta a fattori tecnici, ovvero a incapacità del progettista di prevedere determinati costi. Una tale giustificazione può essere valida per i singoli casi specifici ma non in assoluto in termini statistici; non è possibile quindi spiegare con l’incapacità dei progettisti, un fenomeno che dura da 70 anni, esteso a tutto il mondo e che si verifica nel 90% dei casi.

Con lo stesso criterio si escludono le giustificazioni di natura psicologica, considerate valide dagli autori solo in presenza di casi particolari (ad es. in presenza di promotori del progetto alla prima esperienza) e non utili a spiegare l’intero fenomeno.

La ricerca tende invece a puntare il dito sulle cause di natura economica e politica laddove risulta evidente come il dichiarare un valore basso delle opere nella fase di assegnazione delle risorse, facilita la loro approvazione; è evidente che il rischio di sottostima di un progetto è infinitamente meno importante del rischio che un’opera non sia avviata.

Chi è portatore di interessi economici e ha la possibilità di influire sul processo decisionale ha tutto da perdere nel caso di non avvio del progetto, mentre rischia pochissimo dalla mancata previsione dei reali costi; anzi, in molti casi la possibilità di revisioni e varianti in corso d’opera può essere una fonte di maggiori profitti.

Chi è portatore di interessi politici viene beneficiato in termini di prestigio dall’avvio delle opere e da una previsione di minori costi. In Italia si può aggiungere che la lunghezza delle procedure burocratiche consente alla politica una facile deresponsabilizzazione in merito alle previsioni sbagliate.

In questo meccanismo perverso chi ne fa le spese è proprio il lato tecnico, evidentemente l’anello più debole della catena decisionale, al quale viene però attribuito il maggiore peso in termini di responsabilità.

Paradossalmente è la stessa categoria di tecnici (nel nostro caso architetti) che avvalora questa falsa convinzione. Siamo infatti noi i primi a puntare il dito sui nostri colleghi ogni volta che un progetto risulta più costoso del previsto; spesso in maniera strumentale, spesso in buona fede. In tutti i casi confermando una assunzione che questo studio dimostra essere falsa.

Una convinzione che si fonda sul presupposto che il processo di progettazione avvenga secondo regole lineari e consequenziali e che quindi in ogni fase del progetto i ruoli e le competenze siano chiaramente identificabili; che il progettista svolga la sua attività in maniera completamente isolata dal mondo esterno senza vincoli temporali o senza condizionamenti (spesso legati alla natura del suo stesso incarico).

Su questa convinzione si sono fondate intere carriere di Archistar, che hanno colpevolmente coltivato il mito della onnipotenza del singolo progettista in grado da solo di determinare le sorti della città. Una posizione di comodo utile a giustificare laute parcelle, mentre la Professione si trasformava nel capro espiatorio di tutti i disastri urbani e architettonici al servizio del potere economico e politico.

Una convinzione che andrebbe tuttavia sfatata, anche perché la maggior parte dei “disastri” urbani ha origini economiche, ovvero nella mancanza di adeguati finanziamenti nei confronti di progetti inizialmente sottostimati, che poi per mancanza di fondi, rimangono incompiuti oppure malcompletati. Eppure proprio sul tema della sottovalutazione dei costi, questo studio sembra definitivamente assolvere i progettisti che evidentemente sono sempre meno in grado di dirigere e governare le scelte di trasformazione urbana; meno di quanto non vogliano ammettere.

In realtà la progettazione non è mai stata un processo lineare. A maggior ragione non è mai stato un processo lineare nemmeno la realizzazione di un’opera.

L’idea che il percorso che va dalla necessità di realizzare un opera fino alla sua realizzazione segua un andamento lineare, è una semplificazione convenzionale utile a consentire la gestione di un percorso che nella realtà è tuttaltro che lineare. Una convenzione che ha funzionato abbastanza nel XIX secolo ma che oggi mette in evidenza tutte le sue contraddizioni: prima tra tutte l’incapacità di governare la complessità contemporanea.

In questo senso il progetto assume oggi il significato di una certificazione di scelte e decisioni che avvengono su diverse sedi. Non solo, anche una volta approvato nella sua forma definitiva e avviate le opere, non mancano le sollecitazioni esterne che influiscono con diversa intensità nel risultato finale. Queste forze (che possono essere indifferentemente interne o esterne alle progettazione) agiscono lungo tutto l’arco di vita del progetto mettendo in evidenza, più che un processo linare, un sistema a matrice dove i singoli stakeholder hanno diversi pesi e responsabilità e non cessano mai di esercitare la loro influenza nelle scelte di progetto.

La responsabilità del progettista va quindi a farsi benedire; buona solo per le cause civili.

Sul risultato finale dell’opera agiscono infatti: i diversi assetti societari della committenza, i diversi enti autorizzativi (che a loro volta rispondono a diverse istituzioni), i diversi interessi privati economici, i diversi interessi partecipativi, le diverse spinte politiche (anche loro spesso contrastanti e variabili nel tempo), i diversi interessi pubblici indiretti, le diverse situazioni proprietarie degli immobili oggetto di trasformazione, i diversi interessi economici delle imprese realizzatrici, le diverse condizioni ambientali e geologiche, i diversi contesti urbani e diverse letture dello stesso contesto, le diverse congiunture economiche e la disponibilità di risorse; tutti aspetti (stakeholders) che iniziano ad incidere sulle scelte progettuali già molto prima di mettere mano ad un qualsiasi disegno di progetto, e che continueranno ad essere determinanti molto dopo la posa dell’ultima pietra; tutti aspetti spesso estremamente variabili nel tempo e spesso in contrasto tra di loro.

In mezzo sta il progettista.

In mezzo inteso come “in mezzo al mare”, non come baricentro, sia chiaro.

Il progettista (e l’azione del progettare) non è quindi altro che un tassello all’interno di un sistema a matrice dove, non solo è del tutto scardinato il principio della linearità conseguenziale delle decisioni, ma in ogni fase sono possibili (come di fatto avviene nella realtà) forti ingerenze esterne, svuotando di fatto gran parte delle responsabilità del singolo progettista.

In questo caso sarebbe più corretto ammettere che il singolo professionista non ha ne il potere ne la possibilità di gestire una simile complessità; sarebbe proficuo finalmente cominciare a parlare di ridimensionamento e condivisione delle responsabilità.

Ciononostante la cultura architettonica prevalente insiste nel promuovere la priorità del progetto come unico strumento utile a governare la complessità delle trasformazioni urbane, senza tuttavia interrogarsi a fondo su come sia possibile ristrutturare il processo in maniera da consentire di dare voce ai singoli interessi (pubblici e privati) mantenendo chiare ed evidenti le specifiche responsabilità.

Una neccessità di riflessione che dovrebbero affrontare anche le amministrazioni publiche, costrette a gestire la stessa complessità, con le rigidezze normative sui lavori pubblici, che a fronte di una sempre più pressante richiesta di elasticità nella gestione del progetto, impongono sempre maggiori vincoli.

“La consulenza di ausilio alla progettazione di opere pubbliche nel quadro normativo nazionale non è contemplata” di Avcp

30 Settembre 2012

L’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici ha ribadito con la Deliberazione n.80 del 01 agosto 2012, come già aveva fatto con la Determina n.5 del 2010, che non ci può essere una consulenza nella progettazione di un’opera pubblica.

Noi di Amate l’architettura lo diciamo da tempo e abbiamo denunciato il caso di Piazza San Silvestro, a Roma, dove un’importante piazza del centro storico è stata progettata con una consulenza per giunta gratuita.

Come avevamo già avuto modo di evidenziare con la nostra denuncia, l’Autorità sui contratti pubblici ci ricorda che la responsabilità della progettazione deve potersi ricondurre ad un unico centro decisionale, ossia il progettista, inoltre, la consulenza alla progettazione non appare riconducibile alle attività a supporto del responsabile unico del procedimento, al quale è affidata la responsabilità, la vigilanza ed i compiti di coordinamento sull’intero ciclo dell’appalto (progettazione, affidamento, esecuzione), affinché esso risulti condotto in modo unitario, in relazione ai tempi ed ai costi preventivati.

Infatti, nel caso di Piazza San Silvestro, i tempi e i costi sono lievitati a causa della modifica del progetto e non si capiscono i ruoli del consulente e del progettista e di conseguenza non sono chiare le responsabilità.

Gli eventuali soggetti esterni individuati possono supportare il responsabile unico del procedimento nelle sue attività di coordinamento e vigilanza sulla progettazione, fermo rimanendo che la progettazione è compito di esclusiva competenza del progettista.

Il presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma, in seguito alle polemiche su Piazza San Silvestro, aveva fatto un comunicato (vedi link), in cui affermava che: “come Ordine professionale abbiamo richiesto ufficialmente che il Comune fornisca i dovuti chiarimenti sulla natura e sulle modalità di affidamento del relativo incarico“.

Nell’ultima Assemblea di bilancio dell’Ordine, su nostra richiesta di come fossero andati a finire i chiarimenti in merito, il Presidente ha dichiarato che è stato verificato che tutte le procedure erano in regola.

Ora noi ci chiediamo in che modo, visto che l’Autorithy parla chiaro, e pertanto abbiamo fatto una richiesta di accesso agli atti al Comune di Roma per verificare anche noi come si sono svolti i fatti, faremo anche un esposto all’Autorità di vigilanza affinché intervenga e chiarisca i responsabili.

E’ davvero triste constatare che ogni volta che c’è un incarico di “progettazione illegale”, gli organi competenti e le Istituzioni preposte al controllo non facciano assolutamente nulla, e che dobbiamo essere sempre noi, poveri professionisti tartassati e vessati da ogni ingiustizia a cercare di far rispettare le regole.

Amate l’Architettura al World Urban Forum 6

17 Settembre 2012

Dall’1 al 7 Settembre si è svolto a Napoli (alla Mostra d’Oltremare) il WORLD URBAN FORUM6 organizzato dal Ministero degli Esteri e dall’Agenzia delle Nazioni Unite UN-HABITAT. L’evento giunto alla sua SESTA edizione ha avuto come tema centrale: “LA PROSPERITA’ DELLE CITTA’: CONIUGARE ECOLOGIA, ECONOMIA ED EQUITA’” ed è stato incentrato sulle tematiche dello sviluppo urbano sostenibile.

Dalle prime stime non ancora ufficiali sembra che per partecipare al FORUM siano giunte a Napoli circa 15.000 persone provenienti da tutto il mondo, tra rappresentanti di governi e autorità locali, rappresentanti della società civile, della cooperazione internazionale, del mondo accademico e del settore privato.

La precedente edizione tenutasi a Rio de Janeiro nel Marzo del 2010 aveva visto più o meno la stessa partecipazione di persone provenienti da 150 Paesi diversi. L’organizzazione si è avvalsa, naturalmente, anche del coinvolgimento attivo della Regione Campania e del Comune di Napoli rappresentati dalla “Fondazione Forum Universale delle Culture” che ha sostenuto gli oneri finanziari.

Nel mese di Agosto, “Amate l’Architettura” ha avuto il piacere di essere direttamente invitata, dalla Segreteria di Presidenza di UN-HABITAT, a partecipare presentando un documento all’interno del Workshop “ THE WEALTH OF NATIONS – THE WEALTH OF CITIES (La ricchezza delle Nazioni – La ricchezza delle città), che si è tenuto il 6 – 7 di Settembre.

E’ stata un’esperienza molto interessante e coinvolgente, ma soprattutto (parlo a titolo personale) è stata un’occasione importante per ripensare al ruolo dell’architetto e dell’architettura di fronte all’enorme problematica che pone lo sviluppo futuro delle città, sia quelle consolidate, da recuperare e riqualificare, del mondo occidentale ed industrializzato o post industriale, sia quelle in fase di sviluppo e di crescita urbana del cosiddetto terzo mondo. Come riflessione finale mi viene da dire che forse sarebbe ora di dedicare, soprattutto come Movimento (e non solo dal punto di vista dialettico), un po’ più del nostro tempo a queste tematiche ed occuparci un po’ meno di grandi architetture e di Archistar in gran parte preoccupati solo di perpetuare la loro autoreferenzialità e la loro ricerca prettamente “formale” senza porsi quasi mai, in una visione più ampia, il problema del “luogo” e del suo ipotetico e potenziale sviluppo futuro.

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RICCHEZZA E’ ANCHE LA QUALITA’ DEL PROGETTO

Per la prima volta nella storia del nostro mondo, a causa di un costante aumento del fenomeno dell’inurbamento, più della metà della popolazione mondiale oggi vive nelle aree urbane.

Di fronte a questo incontestabile dato di fatto trova un’ulteriore e più che significativa giustificazione il titolo di questo Workshop:

“La ricchezza delle Nazioni – La ricchezza delle Città”

Perché se le Città sono diventate e saranno, come noi pensiamo, il “motore” preponderante per un futuro di crescita e di sviluppo, è all’interno delle Città che bisognerà impegnare e valorizzare quelle risorse (umane, culturali, sociali) e quelle capacità naturali (di relazione, di creatività, artistiche) che esistono, per cercare di risolvere i problemi e le grandi contraddizioni di cui oggi sono afflitte. Questo presuppone però che la “Città dei bisogni soddisfatti” diventi anche la “Città dei Diritti e dei Beni Comuni” dove la qualità del suo sviluppo futuro e di una migliore qualità della vita deve necessariamente essere accompagnata dalla qualità delle “Istituzioni” che devono essere di tutti e non solo di una parte privilegiata di cittadini.

Purtroppo oggi, anche per questi motivi, la logica che sottende a tutte le operazioni speculative legate alle rendite ed ai profitti ottenuti con le trasformazioni urbanistiche dei territori è la stessa, sia nelle città con vaste aree portuali dismesse, vere porte d’ingresso per chi arriva dal mare, che nelle città metropolitane. Nelle prime si passa dalla dequalificazione delle strutture esistenti, alla delocalizzazione delle attività produttive, fino all’abbandono delle infrastrutture con relativo impoverimento di tutto il territorio. Nelle seconde si baratta l’impossibilità di recupero e riqualificazione di quartieri e di intere periferie, adducendo costi eccessivi assolutamente non veri e del tutto pretestuosi, con una completa demolizione e ricostruzione o con uno spostamento di costruzioni in un nuovo luogo da urbanizzare. Una stessa logica per dare modo al complice “potere politico” di chiamare al “capezzale” del territorio “ammalato” i “medici” delle grandi società immobiliari e di costruzione.

Queste soluzioni non hanno più nessuna ragion d’essere di fronte ai disastri odierni compiuti dal potere economico-finanziario che si immola al dogma neoliberista della crescita infinita.

Queste soluzioni non possono più trovare giustificazioni dal punto di vista urbanistico ed architettonico perché nel nuovo modello di sviluppo o nella nuova idea di città non è più consentito disattendere le aspettative di qualità della vita delle persone che come tutti noi hanno il “Diritto” di vivere “degnamente” i luoghi e gli spazi delle nostre città.

Tutto ciò si deve necessariamente tradurre nella realizzazione di “progetti concreti e fattibili” dove trovano casa principalmente concetti divenuti oggi, a tutti gli effetti, “DIRITTI”:

ad uno Sviluppo Sostenibile,

ad una Crescita o Decrescita Programmata,

ad una Sostenibilità Ambientale,

ad un Risparmio Energetico con l’uso delle Energie Rinnovabili,

ad un impiego di Nuovi Materiali e Nuove Tecnologie Costruttive,

ad un Recupero e Riqualificazione di territori e strutture dismesse o abbandonate,

ad una Qualità Diffusa dell’Architettura e quindi

ad una Migliore Qualità della Vita.

Noi di “amate l’architettura” crediamo inoltre, forse anche un po’ ingenuamente, che questo grande processo di rinnovamento, prima di tutto “culturale”, debba per forza di cose coinvolgere il “Progettista” (Architetto, Ingegnere o Urbanista, sia singolo che in gruppo) che da sempre, con o senza complicità, ha avuto il compito di esaudire, attraverso la “Progettazione”, le “volontà” del “Potere” di turno. Del resto, come ci ha testimoniato la storia, se l’architettura è stata la “rappresentazione” del potere dominante sia esso politico che religioso, oggi, che le sorti di interi paesi (Grecia “docet”) dipendono dalle valutazioni delle Agenzie internazionali di Rating, dal PIL e dall’ammontare del Debito pubblico, possiamo affermare che non c’è più nessun aspetto (culturale, etico, sociale e men che meno politico) in grado di contenere o condizionare, in qualche modo, il potere economico-finanziario. L’unico capace ancora, nonostante i disastri e la crisi in cui ci ha fatto precipitare, di orientare scelte di natura architettonica ed urbanistica come, in verità, in parte ha sempre fatto.

Ecco perché in una situazione come quella che oggi stiamo vivendo, diventa di estrema importanza e assolutamente “necessario” parlare di “Qualità della Progettazione” per cercare di combattere “l’ingiustizia distributiva” che affligge le nostre città.

Quindi, senza evocare impossibili virtù taumaturgiche che nessuno possiede, ma facendo appello ad un’imprescindibile assunzione di responsabilità connaturata alla sua figura, il progettista, come ultimo “baluardo”, attraverso la bontà e la qualità del progetto, deve adoperarsi per porre un argine, quando occorra, a questo “strapotere”, ma anche per cercare di recuperare, all’interno di qualsiasi “percorso progettuale”, quel ruolo di “protagonista” che è stato cancellato dalla Committenza Pubblica-politica-affaristica prima e da quella Privata-economica-finanziaria adesso.

Arch. Giorgio Mirabelli

Arch. Lucilla Brignola

Metodo e soggettività

11 Aprile 2011

Inizio con due citazioni che ormai da anni risuonano nel mio inconscio e appartengono alla mia logica di approccio al  tema della progettazione.

“Metodo! Oh metodo mi sono abbeverato alla fonte dell’inconscio”. 1

“Un oggetto, una persona sono sempre visti da qualcuno. Non esiste una realtà oggettiva. Non serve interpretare o aggiungere. Qualsiasi cosa io faccia è il mio sguardo a trovarsi su questo pezzo di carta. Quando lavoro, non penso mai ad «esprimermi», mi dico: «Copia la tazza. La tazza, tutto qui». Resta che alla fine sarà sempre la mia tazza. Non si sfugge alla soggettività”. 2

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Come progettista ho sempre cercato l’equilibrio fra un’analisi razionale dei temi di progetto e l’aspetto soggettivo che interviene nel momento in cui si posa la matita sul foglio bianco. Cercando di rimandare sempre all’ultimo istante l’abbandono del metodo e l’intervento dell’inconscio (soggettività), mi rendo sempre più conto che in realtà le due cose sono legate da un filo sottile che forma in noi l’aspetto critico nell’approccio al progetto e il giudizio sull’architettura.

Viviamo come progettisti l’avventura della progettazione, ma come giudicare l’Architettura prodotta da altri?

I valori ed il metodo che stiamo perfezionando per noi stessi sono validi per giudicare altre opere?

La risposta è su due livelli.

Il primo ci consente di esprimere un giudizio personale e intimo. Appartenete cioè al nostro essere progettisti.

Il secondo ci spinge invece a ricercare valori, per noi nuovi, esterni alla nostra metodologia di approccio.

Questioni di valore

Come concepire un metodo per dare un valore all’Architettura sia essa antica, moderna o contemporanea?

Le tecnologie (grandi strutture), i materiali (metallo,cemento, vetro), le destinazioni d’uso (dalle grandi strutture ottocentiste ai moderni centri commerciali), le economie (l’estrazione sociale e culturale delle grandi committenze), tutto ciò ha comportato certamente mutamenti tecnici, storici ed estetici nella progettazione, ma hanno a che fare con la bellezza?

Forse no. La stessa tecnica, gli stessi materiali, lo stesso committente, lo stesso architetto possono produrre architetture belle, meno belle o brutte.

E’ altrettanto vero che siamo prigionieri di una tradizione culturale che pone l’architettura antica nella campana di vetro della bellezza aulica inarrivabile. La critica sull’architettura storica si esaurisce ormai in un giudizio generale di validità assolta, dato dal tempo e dalla consuetudine di opere ormai appartenenti ad un retaggio che accomuna la nostra civiltà e il nostro modo di vivere e attraversare le città ed in particolare i centri storici.

L’architettura contemporanea invece è soggetta alla critica (spesso aspra soprattutto in Italia) e ad un bizzarro confronto con quella cosi detta antica.

Io credo invece che il giudizio sull’architettura prescinda dal tempo, dalle epoche, dagli stili, dai committenti e dagli autori.

Penso che l’architettura sia un’opera d’arte soggetta ad un giudizio perenne, immutabile: o ci affascina o no.

Credo si possa impostare un metodo con cui isolare alcune regole per impostare un giudizio, ma che esso sia sempre soggetto a deviazioni inconsce che rendono unica la valutazione critica ed irripetibile l’opera osservata.

Ciò significa che l’opera deve rispondere a dei requisiti che facciano scaturire in noi un giudizio, e che questo giudizio possa essere in ultimo condizionato da aspetti imprevedibili.

In linea generale ho individuato alcuni aspetti per me importanti, su suggerimento di Giò Ponti:

1. Invenzione del progettista

Il grado di integrazione fra la forma e la strutturazione della forma devono essere inseparabili e organicamente  collegati. La struttura e la forma sono un tutt’uno. La ricerca formale non è a priori, ne fine a se stessa e comunque va confrontata con la poetica e la ricerca personale dell’autore. Vi è un percorso e l’opera vi si deve collocare.

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2. Essenzialità

Nulla da rimuovere nulla da attaccare. Gli elementi di decoro sono ammessi solo se è chiaro il fine processuale, se sono uniti al plasticismo dei volumi.

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3. Capacità comunicativa

L’opera parla di se, è sincera nell’aspetto. Non servono scritte per capire dove si entra. Non serve entrare per capire cosa c’è dentro.

Un mercato non deve sembrare un museo, una chiesa non deve sembrare un magazzino. Un asilo “è un luogo per l’istruzione di esseri umani sotto i cinque anni”.

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4. Interattività – immersività – espressività

Sono legate al sogno e all’illusione, cioè alla capacità dell’opera di trasporre il proprio volume e il proprio peso su un paino percettivo inconscio. Unione fra l’immagine e la forma.

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5. La scala/il materiale

Non è riferita alle dimensioni generali, ma alla presenza di un rapporto di scala fra l’opera e le sue parti alla sfera percettiva dell’uomo. Un paesaggio collinare è uno spazio enorme tuttavia a “scala umana”. Questo anche per il fatto che gli elementi a noi più vicini sono gli stessi che simili, auto simili, o riconoscibili, si ripetono a perdita d’occhio. Pensiamo ad un vigneto. La vite qui davanti è come quella laggiù sulla collina. Il Paesaggio mi appartiene perché ne riconosco gli elementi.

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6. Equilibrio e dissonanza fra Natura ed Artificio (trattamento del limite)

Come si accorda uno strumento musicale cosi si accorda l’architettura. Il suono dipende dall’ambiente, non solo dallo strumento.

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Note:

1. Jules Laforgue, L’Amleto,1974 (opera teatrale)

2. Maura Pozzati, Nel segno di Giacometti, Clueb,Bologna, 1995, p.56