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Minimi tariffari. Perché non sia una battaglia di retroguardia

12 maggio 2017

(..) Città e paesaggio incarnano valori collettivi essenziali per la democrazia. Formano un orizzonte di diritti a cui deve rispondere la responsabilità dell’architetto, perché il suo lavoro incide sull’ambiente e sul tessuto urbano, determina la qualità della vita quotidiana, modifica le dinamiche della società (..) scrive  Salvatore Settis nel suo ultimo  “Architettura e democrazia”.

La manifestazione programmata il 13 maggio a Roma, che vede in piazza i liberi professionisti e gli Ordini professionali italiani per il ripristino dei minimi tariffari aboliti dalla legge “Bersani” del 2006 (n. 248/2006), ha il grande merito di riportare all’attenzione pubblica il tema del ruolo sociale delle categorie professionali, devastate negli ultimi anni da una crisi non solo di mercato ma anche di identità.

La verità è che gli ultimi 20 anni hanno trovato impreparate, complici le nostre fallimentari Università, intere categorie professionali precedentemente tutelate da un sistema culturale e sociale che garantiva loro un mercato protetto e selettivo. E così, anche crogiolandosi nel comodo equivoco e nella presunzione di dover essere categoria culturale prima che professionale, queste categorie non hanno retto l’onda d’urto di un mercato, non solo del lavoro ma anche della conoscenza, sempre più globale e orizzontale.

Queste categorie, innanzitutto quella dell’architetto, continuano a ricoprire tuttavia un ruolo primario all’interno dei processi di trasformazione dei nostri territori antropizzati o meno che siano; ma lo fanno purtroppo privi di qualsiasi riconosciuta autorevolezza e di qualsiasi potere contrattuale.

E’ evidente come il ripristino per legge dei minimi tariffari, che questa manifestazione promuove, rappresenti un tentativo di ricostruire questo svanito potere contrattuale, tradendo tuttavia una visione limitata della questione e rischiando di passare, con evidente effetto boomerang, per un tentativo di tutelare solamente gli interessi di categoria. La questione merita invece un approccio più ampio e argomentato soprattutto perché è in ballo non solo la tutela professionale e sociale di una categoria ma la stessa dignità del lavoro.

Allora bisogna premettere che la scelta di liberalizzare le professioni aveva un intento lodevole, quello di scardinare un mercato monopolizzato, spesso dalla solite figure professionali, che si aggiudicavano, in materia pubblica, a parità di compenso professionale qualsiasi appalto/gara sulla base di valutazioni tecniche spesso opinabili; l’eliminazione delle tariffe minime avrebbe garantito l’immissione nel mercato di forze nuove capaci di competere, oltre che sul piano professionale, anche su quello economico, secondo un principio di libero mercato.

Ma evidentemente qualche cosa non ha funzionato, e per un duplice motivo.
Il primo è che, ovviamente, la libera competizione produce apertura del mercato e benefici sociali solo laddove esiste un mercato veramente libero e competitivo. In Italia il libero mercato paga indiscutibilmente e storicamente (soprattutto culturalmente) la presenza di centri di potere diffusi, monopolistici e clientelari, che, a seguito della liberazione delle tariffe, hanno opposto una forte resistenza e lavorato a costruire maglie sempre più strette e opache nella gestione degli appalti, complice la crisi storica che stiamo vivendo.
Il secondo motivo è riconducibile al ritardo culturale della categoria (e qui ci sarebbe da rincarare la dose sulla formazione innanzitutto universitaria), che non ha mai abbandonato la visione e la gestione oserei dire romantica dell’attività, e che ha messo a nudo una generazione di professionisti nella stragrande maggioranza incapace di essere realmente competitiva in un mercato globale, limitando quella dimensione innovativa che tale rivoluzione liberista doveva alimentare e potenziare; è successo invece che il micro tessuto degli studi professionali, a fronte di una calo sostanziale della committenza pubblica, si è trovato disarmato e debole di fronte ai colossi che oggi gestiscono il mercato dell’immobiliare privato, dai fondi immobiliari ai mercati del retail o del facility services, e non hanno potuto imporre, in situazioni di crisi e di competizione selvaggia, la propria qualità professionale.

E’ per questo che sono convinto che tale rivendicazione del ruolo sociale della categoria e del ripristino della dignità del lavoro professionale, incentrata solamente sul tema del ripristino delle minimi tariffari intesi come prima del 2006, non solo rappresenti una battaglia di retroguardia che non porterebbero nessun beneficio ne di condizione lavorativa degli architetti e degli ingegneri ne di ricaduta nella collettività, ma nasconda, come già detto, un effetto boomerang devastante che affosserebbe ulteriormente (se fosse mai possibile) una categoria già pubblicamente squalificata e delegittimata.
Ma allora come affrontare l’evidente urgenza di dover ricostruire l’immagine e la legittimazione delle figure professionali, passando per la loro valorizzazione come attori principali della tutela e della valorizzazione del territorio del nostro paese e come evidente investimento su uno dei patrimoni più importanti che l’Italia possiede, quello delle proprie città e del proprio paesaggio naturale?

Per questo i fronti da affrontare sono diversi e più ampi, riconducibili essenzialmente a 3 punti.
1.    Una riforma profonda delle professioni che metta ordine alle competenze, riporti su un binario corretto la deriva della formazione professionale, agevoli – anche fiscalmente – l’aggregazione professionale a vantaggio di strutture complesse in grado di acquisire potere negoziale e di competere nel mercato globale
2.    Una riforma fiscale, soprattutto dei regimi IVA professionali, che segni la differenza tra economia professionale e economia d’impresa.
3.    Una riforma profonda della normativa di settore a partire dalla Legge Urbanistica nazionale che dopo 75 anni mostra limiti enormi che solo parzialmente possono essere superati dalla normativa regionale; una riforma che aggiorni i principi della pianificazione e dello sviluppo territoriale e che allo stesso tempo affronti decisamente il tema della certezza delle procedure e della semplificazione amministrativa.

Sarebbe importante pertanto che la manifestazione del 13 maggio a Roma affrontasse soprattutto queste priorità, evitando che questa giornata si riduca ad una battaglia di retroguardia dannosa per la categoria e tutto sommato inutile: che vittoria di Pirro sarebbe infatti ripristinare le tariffe minime in un sistema professionale e di mercato senza garanzie di lavoro?
Personalmente parteciperò nell’ottica di dare un piccolo contributo all’importantissima costruzione di una coscienza e consapevolezza collettiva, perché la dignità del lavoro professionale passa indiscutibilmente anche per un principio di compenso minimo. E, in maniera provocatoria proprio verso quei Consigli Nazionali degli Ordini Professionali, che poco hanno fatto negli ultimi anni per migliorare la condizione lavorativa della nostra professione, e che oggi sono tutti, opportunamente, in prima linea nell’organizzazione della manifestazione, mi chiedo: perché non modificare il Codice Deontologico, al cui rispetto siamo tenuti, inserendo il concetto di effort minimo delle prestazioni professionali al di sotto dei quali l’impossibilità di garantire minimi salariali compatibili con la dignità professionale, possa configurarsi come illecito ideologico e/o concorrenza sleale? Potremmo arginare la deriva al ribasso di gare e appalti sanzionando deontologicamente attraversi i propri Consigli di Disciplina, anche con sospensione dall’Albo, eccessi di ribasso a tutela della categoria e dei nostri committenti. Non sarebbe, come detto, una soluzione ma servirebbe a migliorare, senza necessariamente passare per posizioni facilmente populistiche, la nostra condizione lavorativa e a garantire migliori servizi professionali ai nostri clienti.

A cosa serve l’Architettura?

27 aprile 2017

Se vuoi trasformare un uomo in una nullità non devi fare altro che ritenere inutile il suo lavoro. (Fëdor Dostoevskij)

Tutto è cominciato con una domanda, di quelle fondamentali che amiamo farci noi architetti e sulle quali finiamo spesso per accapigliarci, il più delle volte senza concludere alcunché, il più delle volte ancora rimanendo in un alveo di autoreferenzialità tra addetti ai lavori.

La domanda era: “cosa è Architettura?”

Non dite che non vi è capitato di chiedervelo. Si usa il termine Architettura (rigorosamente con la A maiuscola) per distinguerla dalla massa informe di opere che chiamiamo edilizia e che tendiamo a ritenere prive di quel valore aggiunto, quel plus di illuminazione, che invece permea una costruzione quando è Architettura.

Dare una risposta o una definizione non è facile, così come non è facile dare una definizione di Arte. E’ come avere a che fare con un traguardo che si sposta sempre più in la; quando credi di aver trovato una definizione più o meno universale ecco che salta fuori un’opera, un segno urbano, che ne mette in crisi i fondamenti e ti fa riconsiderare la cosa da zero.

Le definizioni stesse tendono a evolvere, anche se guardiamo le stesse Architetture.

In genere è più facile citare degli esempi. E’ più facile dire caso per caso se una certa opera si può considerare Architettura; si finisce con il riconoscere che definiremmo Architettura opere profondamente diverse tra loro.

Inoltre c’è il tema della soggettività.

L’Architettura non è una scienza esatta; si appoggia su fenomeni concreti, scientifici, come il calcolo strutturale e la tecnologia dei materiali; ma per dire che un’opera costruita è Architettura occorre che quell’opera sia permeata di quel valore aggiunto che vorremmo definire Architettura e che indubbiamente trascende il fenomeno scientifico.

Volendo entrare nel merito professionale della questione, il compito dell’Architetto dovrebbe essere propriamente quello di fare Architettura. Per quanto ci possiamo accapigliare (di nuovo) con i nostri concorrenti professionisti (dagli ingegneri ai geometri) è evidente che, semmai dovessimo (finalmente) arrivare ad una chiara distinzione dei ruoli, all’Architetto spetterebbe proprio la gestione di questo valore aggiunto che definiamo Architettura.

In altre parole gli architetti si dovrebbero far pagare per fare Architettura. Sembra banale, eppure non è sempre così chiaro; capita spesso che gli architetti, che si lamentano moltissimo quando gli altri professionisti sconfinano nell’ambito dell’Architettura, non si facciano alcuna remora nell’attribuirsi competenze (e incarichi) che invece sarebbe più appropriato fare svolgere ad altri tecnici. Sto divagando, lo so, e so anche quanto questa affermazione sia generatrice di discussioni. Passiamo oltre.

Se possiamo ammettere che l’Architettura è un valore aggiunto possiamo immaginare che questo valore derivi da una qualche forma di utilità. Una utilità per la quale ci sono state e ci saranno sempre persone disposte a pagare un prezzo, sia esso dovuto al compenso dell’Architetto o al maggior costo delle opere, oppure semplicemente per l’impegno che comporta il processo generativo dell’Architettura: quante discussioni, quanta fatica si portano dietro anche dei semplici dettagli?

La questione che voglio fare emergere é che in fondo per arrivare a capire cosa è Architettura possiamo provare a cambiare il punto di vista e domandarci, in maniera più prosaica:

“a cosa serve l’Architettura?”

così ho cominciato a lanciare una piccola sfida agli Architetti.

Immaginate di spiegare ad un committente, usando al massimo 30 parole, a cosa serve l’Architettura.

Immaginate che da questa spiegazione dipenda l’assegnazione del vostro incarico.

Questa è la prima definizione che ho ricevuto da Raffaele Cutillo.

30 parole esatte, un vero professionista.

“Serve al tradimento che altrimenti non avresti mai commesso, sovrapposto alla memoria. Al desiderio nascosto, oltre il necessario che pur contiene. Segno condiviso di spazio, luce, protettiva reazione materica, bellezza.”

 

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Disegno di Raffaele Cutillo. “La casa la voglio sospesa sul mare”. Omaggio a Malaparte, Gennaio 2016

 

 

 

 

L’ascesa dell’intelligenza artificiale e l’utilità dell’architetto

18 giugno 2016

Nel romanzo “La città e le stelle” di A. Clarke, l’autore immagina l’umanità relegata all’interno della città di Diaspar; una bolla autosufficiente interamente controllata da un computer centrale dove gli uomini non hanno nulla da fare se non dedicarsi ad attività artistiche e ludiche senza più alcuno scopo od obbiettivo.

Il Computer centrale pensa a tutto; la città appare come cristallizzata ed eternamente uguale a se stessa.
In una società simile a Diaspar, dove le macchine si sostituiscono all’uomo in ogni funzione essenziale, a cosa serve un architetto?

Sembrerebbe un futuro lontano e impossibile eppure non abbiamo fatto a meno di ripensarci quando abbiamo letto questo articolo su Valigia Blu,  dove Fabio Chiusi fa notare come una delle ultime frontiere in campo informatico sia stata superata quando ‘AlphaGo’ l’intelligenza artificiale di Google, ha battuto il campione Lee Sedol a Go, uno dei giochi più complessi, astratti, e dunque tipicamente umani mai esistiti.
La cosa straordinaria è che per vincere, AlphaGo ha adottato strategie tipicamente creative, superando l’uomo proprio in un campo che si riteneva essere una nostra prerogativa.
Questa notizia determina quindi uno spartiacque su quello che siamo sempre stati abituati a immaginare come limite all’azione delle macchine e in generale di tutto il complesso mondo dell’automazione.
Fino ad oggi l’innovazione tecnologica, se da una parte ha portato alla sostituzione dell’uomo nello svolgimento di alcune attività, fin’ora ha sempre contestualmente creato anche nuove professionalità.
La creatività è sempre stata considerata come l’ultima frontiera insuperabile dalle macchine, grazie alla quale alla fine ci sarà sempre bisogno di un contributo umano per svolgere una funzione, un lavoro o una qualsiasi attività.

Ma che succede se anche quella barriera viene superata?
Che succede se ad un certo punto anche la creatività e l’inventiva cominciano ad essere capacità attribuibili alle macchine?

Senza immaginare scenari apocalittici possiamo comunque ipotizzare un futuro non improbabile nel quale le macchine sostituiranno l’uomo nei processi decisionali e saranno in grado di fornire risposte innovative e creative a problemi complessi.
Non è difficile immaginare che l’evoluzione dei software e dei sistemi di automazione renderà sempre meno necessarie le professioni di natura tecnica e tutte quelle che richiedono una certa standardizzazione delle soluzioni. Per fare un esempio banale, non è difficile immaginare che le attività di rilievo di un immobile (sia ai fini catastali che di restauro) possano essere fatte in maniera del tutto automatica tramite droni in grado di rilevare e restituire il disegno degli ambienti scansionati; se in un primo momento la presenza umana apparirà necessaria, man mano che migliorerà l’autonomia e l’affidabilità del sistema, il ruolo dell’apporto umano sarà sempre di più simile a quello di un supervisore fino a scomparire del tutto.
Ci sarà un momento in cui l’Archistar di turno potrà finalmente liberarsi di scomodi disegnatori perché le macchine sapranno leggere e tradurre in disegni esecutivi i loro schizzi; e presumibilmente anche le imprese esecutrici saranno costituite da robot in grado di realizzare qualsiasi opera; senza problemi sindacali tra l’altro. Il Faraone potrà finalmente costruire le sue piramidi in totale autonomia intellettuale, e potremo dire addio al concetto di città partecipata di stampo medioevale.
Fin qui la lezione è chiara, se si vuole sopravvivere in un mercato dominato dall’innovazione, o si diventa specialisti di quella specifica tecnologia oppure ci si caratterizza per l’estremizzazione creativa; ovvero si cerca di offrire qualcosa in più, quel plusvalore che ancora oggi una macchina non riesce a dare, o non riesce a darlo in maniera funzionale.
Nella professione una rivoluzione del genere si è già vista con l’avvento dei software di disegno automatico; i vecchi prospettivari sono andati in pensione, sostituiti dai supertecnici del disegno automatico.
L’omologazione dello strumento di disegno utilizzato da una parte ha appiattito la qualità media della progettazione grazie, dall’altra ha allargato la base dei professionisti in grado di raggiungere quel livello qualitativo.
Per disegnare a mano occorreva comunque essere minimamente portati a farlo, occorreva avere un talento naturale di base; lo strumento autocad, per quanto complesso è comunque uno strumento alla portata di chiunque abbia la voglia di impararlo.
Contestualmente proprio la disponibilità di strumenti in grado di moltiplicare la produttività di un singolo disegnatore, ha aperto la strada alla creatività del singolo progettista.
Mi ricordo perfettamente come una delle critiche più diffuse verso le prime “Invenzioni grafiche” decostruttiviste (quando le opere realizzate si contavano sulla punte delle dita) fosse proprio l’impossibilità di controllare il progetto. L’avvento di programmi e software in ausilio al disegno ha certamente reso più semplice controllare quelle forme complesse.
Prima o poi qualcuno dovrà approfondire la correlazione stretta che c’è stata tra l’avvento dei sistemi di disegno automatico e il successo diffuso e mondiale delle Archistar. Una relazione in tutto e per tutto simile al legame che unisce l’invenzione degli ascensori allo sviluppo dei grattacieli.
Insomma la lezione della storia insegna che per gli architetti di fascia media si prospettano tempi duri, costretti a inseguire una innovazione tecnologica sempre più impetuosa oppure a distinguersi a colpi di creatività.
Su questo argomento può essere d’aiuto questo piccolo vademecum pubblicato su Linkiesta.
Ma che succede se poi anche quegli ambiti peculiarmente umani cominciano ad essere sostituibili da macchine?
Che succede se poi ad essere sostituiti sono i creativi?
Siamo di fronte al concretizzarsi di uno scenario distopico come quello spesso immaginato nella fantascienza? Un mondo nel quale diventa inutile il lavoro dell’uomo. Anche senza ricorrere alle visioni apocalittiche di Matrix o Terminator, che immaginano un mondo in guerra tra macchine e umani, possiamo tranquillamente immaginare un mondo dove l’uomo non ha altra occupazione se non il proprio tempo libero. Una società completamente dedita al gioco; dove l’esercizio creativo è relegato ad una autocelebraizone sterile e dove l’uomo è assorbito e impegnato in attività legate esclusivamente al tempo libero.
Non possiamo prevedere con certezza cosa succederà e con quali impatti sugli assetti sociali, però possiamo provare a ragionare sugli scenari più prossimi e provare ad attrezzarci.
In questo senso una indicazione chiara è proprio sull’effettivo valore aggiunto che la professione dell’architetto fornisce al processo produttivo urbano.
Quando ci si interroga sul ruolo dell’architetto e dell’architettura occorre quindi ricordare che ancora per molto il vero valore aggiunto sulle trasformazioni urbane è dato dalla capacità inventiva e creativa.
Uno degli scenari più credibili del prossimo futuro ci fa pensare che buona parte delle funzioni di base della progettazione edilizia sarà assorbita dalle macchine. Agli umani saranno lasciate la responsabilità legale del lavoro ed il plus valore creativo.
A proposito di quest’ultimo, che è il tema centrale su cui stiamo ragionando, il vero obiettivo sarà cercare di distinguere l’atto “creativo” della macchina da quello umano.
Anche se è stato recentemente dismesso, perché superato dalla tecnologia, questo tema (la distinzione tra macchina e persona attraverso domande che determinassero se l’interlocutore era in grado di pensare) è stato affrontato da Alan Turing nel 1950 con il suo famoso e omonimo test.

Sarà possibile individuare una procedura analoga per identificare l’atto creativo dalla sua imitazione digitale?
Non possiamo saperlo con certezza ma di certo sarà sempre più difficile tracciare quel confine.
Noi vogliamo essere ottimisti e riteniamo che almeno per un po’ ci sarà ancora bisogno di architetti e creativi: l’importane sarà non lasciarsi cogliere impreparati dalle innovazioni tecnologiche che arriveranno sul mercato.
In fin dei conti siamo architetti non siamo robot.

Scritto con il contributo di Giulio Paolo Calcaprina

le 7 categorie di persone che visitano un appartamento ad Open House

Alcune immagini degli appartamenti di OHR 2016

Alcune immagini degli appartamenti di OHR 2016

Quest’anno ho avuto la ventura di poter partecipare a Open House Roma con un mio lavoro: un piccolo appartamento in centro storico.

Pur travolto dall’inaspettato ed elevato afflusso di persone, sono riuscito a ritagliarmi qualche istante per riflettere, individuare e “catalogare” le principali categorie di persone che sono venute a farmi visita. Le elenco:

  1. i prospettivi, che sono quelli che stanno per dare avvio ai lavori di casa (in prospettiva, quindi) e stanno valutando soluzioni, soppesando gli approcci professionali, stabilendo il livelo del lavoro (ed economico) a cui intendono arrivare.
    Si riconoscono perché sono preparatissimi, estremamente attenti ad ogni spiegazione e sono quelli che, se c’è una buona soluzione, la apprezzano manifestamente.
  2. I fai da te quelli che hanno fatto, stanno facendo o faranno lavori dentro casa, tutti concepiti (e talvolta realizzati) “home made” e che, quando individuano qualcosa che hanno fatto, simile a quello che vedono nel tuo appartamento, sprizzano di gioia genuina e te la comunicano. Questi hanno una sottocategoria: i “problematici”: quelli che, mentre tu stai spiegando come hai realizzato un piatto doccia costruito artigianalmente, ti parlano delle infiltrazioni del loro lastrico solare condominiale, chiedendo lumi sulle diverse soluzioni tecniche adottabili.
  3. I cultori della materia: quelli che vanno a vedere gli appartamenti come altri vanno a vedere le mostre di pittura alle Scuderie del Quirinale. C’è stato un signore che mi ha detto che ha partecipato a tutte le edizioni romane di Open House e ha visto, in questi anni, solo appartamenti (“tutti belli!”, ha aggiunto). A loro va tutta la mia simpatia ed il mio ringraziamento per avermi fatto sentire, per qualche minuto, un maestro dell’Architettura.
  4. I titolari di ditte/geometri, individuabili dal fatto che ti fanno domande solo sulle modalità tecniche delle soluzioni adottate, specie se riguardanti le finiture, disinteressandosi completamente del pensiero progettuale che sta dietro.
    Finalmente, come la Settimana Enigmistica, potrò vantare dei tentativi di imitazione.
  5. I colleghi architetti, riconoscibili dal fatto che fanno domande sia sulle soluzioni tecniche della realizzazione che sulla logica progettuale, intuendo già le risposte e verificando se le mie risposte corrispondono alle loro intuizioni. Con costoro si è innescata una affinità empatica mista ad una sana competizione, in salsa un po’ goliardica. Trovare il tempo per andare a trovare un collega (e ascoltarlo) è una cosa che fa loro onore. Io, lo confesso, non ci sono riuscito, quest’anno, e mi dispiace.
  6. I colleghi architetti-ingegneri (i solo-ingegneri non sono riuscito ad individuarli, devo fare più esercizio. Ho il dubbio tuttavia che vadano a vedere gli appartamenti), che ti chiedono se, sulla struttura metallica (a pendolo) che hai inserito nell’appartamento (per ovviare ad un carico concentrato) hai fatto una prova di trazione del ferro.
  7. Gli studenti che, forse per il divario di età che ormai ci divide, non si capisce se quello che vedono piace loro o no, se i dettagli tecnici che stai dando li trovano interessanti, se ti considerano o no un povero guitto dell’Architettura che accrocca qualche soluzione facendo ricorso a qualche anno di esperienza (ma che loro, quando saranno architetti, surclasseranno; cosa che noi ci auguriamo vivamente).
    Insomma, questi visitatori-sfinge sono il vero mistero che si è rivelato in questa breve e significativa avventura umana che ho vissuto lo scorso fine settimana.

A tutte queste categorie, che ho un po’ dileggiato, con bonarietà (giuro!), va il mio sincero ringraziamento per avere sopportato con pazienza 25 minuti di spiegazioni ogni turno, per 65 metri quadri utili di superficie (2,6 minuti/mq).

Agli organizzatori di Open House Roma 2016, nonché ai volontari che li hanno assistiti, va invece tutta la mia riconoscenza e l’ammirazione di professionista perché, per la promozione e la comunicazione dell’Architettura Contemporanea e della complessità del lavoro degli Architetti, fanno più queste 48 ore di aperture appassionate che decine di inutili e paludate mostre ed eventi culturali.

P.S.
Se qualche collega/espositore è riuscito ad individuare altre categorie di visitatori per piacere aggiunga un commento.

Amate l’Architettura! Alla ricerca della passione perduta

Una volta esisteva la matita: l’oggetto più amato per un architetto, lo strumento che, attraverso la mano, permette di tradurre le idee creative in linee e segni che possono poi prendere mille forme, generando lo spazio costruito. Non potevo, e non posso tuttora, andare in giro senza la mia matita: mi sentirei perso e nudo. Eppure, per le nuove generazioni di professionisti sembra essere diventata un oggetto misterioso, che ha speranza di tornare di moda solo per il revival del vintage. vista-generale_bis10Esagero?

Non dice questo la mia esperienza, fatta di scontri con l’abitudine della progettazione al computer che non permette e non permetterà mai di gestire un processo creativo: questo passa dall’unione di tanti segnacci che, pur apparentemente senza senso, si accendono dando vita ad oggetti coerenti, inizialmente presenti solo nella visione del progettista. Eppure trovo un problema più grande di questo nelle nuove generazioni di professionisti, qualcosa che non riesco a capire è che mi fa avvelenare oltremisura: dov’è l’amore per l’architettura?

Dov’è la voglia di raggiungere i propri obiettivi?spaslab_29 Dov’è la voglia di investire sulla propriavita professionale?Nella mia esperienza ho dovuto superare, come tutti, milioni di difficoltà, primo architetto della mia famiglia, malgrado un cognome prestigioso. Una cosa non è mai venuta meno, pur sbattendo contro mille porte chiuse: la passione! Perché? Perché fare architettura non è mai stato un lavoro, bensì un modo di essere al quale, pur volendo, non sarei riuscito a scappare. Questo è il mio pensiero riguardo all’architettura con la A maiuscola e prescinde dalle opportunità che un professionista riesce ad avere nel proprio percorso lavorativo. Non pretendo di trovare tanto in tutti i giovani professionisti, ognuno può interpretare la propria vita come vuole. Ma, a prescindere da questo, ritengo necessaria la professionalità, che sta nell’approccio al proprio lavoro e che, oggi, trovo drammaticamente apatico.

12432875_10207641708874370_2141961632_o2Mi sento veramente un architetto Matusalemme quando penso che “ai miei tempi” vedevo voglia di fare, voglia di imparare per poter dire la propria, voglia di creatività pura, voglia di investire in sé stessi pur di superare tutti i gap che ci lascia, ahimé, la nostra scuola di architettura. La crisi degli ultimi anni ha lasciato profondi strascichi nella nostra professione: uno sfruttamento tale che, alla fine, ti toglie stimoli di fare qualsiasi cosa e ti porta semplicemente ad essere uno sterile disegnatore.

dscf0186Per questo motivo, posso capire quando i giovani non si sentono per nulla partecipi dei processi progettuali, ma resto basito quando, pur avendone l’opportunità, l’apatia regna sovrana: perché? Non perdevo occasione per cercare di entrare nei progetti in maniera sempre attiva, con l’occhio creativo che, spesso, si “scontrava” con quello più esperto dei colleghi più grandi, con i quali non mi sottraevo mai ad un confronto dal quale scaturivano le idee migliori per ogni situazione. Che belle discussioni, chini per ore sui mega fogli aperti sul tavolo, con le matite in mano alla ricerca della migliore soluzione distributiva o formale. Poi, ognuno disegnava quello che doveva al computer, al quale ho sempre lavorato malgrado il mio amore sviscerato per la matita. Mi sono fatto in otto per trovare il mio primo lavoro personale e quando sono riuscito ad ottenere qualcosa, non è stato importante che, a consuntivo, non ci abbia guadagnato nulla: era mio! Che soddisfazione quando le righe che sporcavano i miei fogli si trasformavano in oggetti veri, quando gli spazi immaginati diventavano reali, passo dopo passo, malgrado gli errori fatti sobbarcandomi i rischi dell’inesperienza, pur di raggiungere i miei amati obiettivi. E oggi? Come si può pretendere di costruire una fruttuosa professione quando non si è disposti a mettersi in gioco? Prendere la professione di architetto come un lavoro impiegatizio non vale assolutamente la pena: una vita di sofferenza (e di poche soddisfazioni, specie economiche) che non trova riscontro se non giustificata da un’inguaribile e inevitabile passione, senza la quale consiglio sempre di cambiare strada.

Immagini: disegni di Stefano Pediconi e fotografie di Giulio Paolo Calcaprina

Editing: Daniela Maruotti

Il meglio che si poteva fare – Architect Version

2 marzo 2016

inferno-di-cristalloNel film “L’inferno di Cristallo” Paul Newman interpreta un eroico architetto progettista di un modernissimo grattacielo che va a fuoco (diventando appunto un inferno) solo perché il cattivo imprenditore senza scrupoli ha utilizzato materiali scadenti.
L’architetto del film è un supereroe; oltre ad aver correttamente progettato ogni dettaglio senza sbagliare una vite, quando si ritrova in mezzo all’inferno riesce a salvare centinaia di vite umane, inventandosene di tutti i colori, sfruttando i segreti della costruzione che ovviamente conosce a menadito anche negli aspetti più specialistici (gli impianti elettrici per esempio).
Tanto era evidentemente sopravvalutata la nostra professione all’epoca, tanto è disprezzata oggi. Quando va bene l’architetto è una figura eccentrica e un po’ idealista, quando va male è un’archistar in preda a deliri di onnipotenza, più di sovente un povero precario sfruttato e malpagato.
Quello che però non è cambiato è l’aspettativa che la società nutre nei confronti dell’opera dell’architetto.
È indubbio infatti che ancora oggi si tenda ad attribuire all’architettura un potere salvifico enorme, nel bene o nel male.

“La più grande sciagura sono gli architetti” come canta Celentano. Se lo dice il molleggiato sarà vero; e se è così vuol proprio dire che il frutto del lavoro degli architetti è proprio una cosa in grado di cambiare le sorti del mondo.
Niente di più strano quindi che si pretenda che il lavoro dell’architetto sia all’altezza di questo potere.

Ma è una illusione. Doppia.

La prima illusione è proprio sulla capacità dell’architettura di incidere sulla realtà. Sarebbe infatti più onesto riconoscere il contrario, ovvero che è la realtà che modifica l’architettura.
La seconda è proprio sulla capacità degli architetti stessi di controllare le trasformazioni urbane, l’architettura o, se si preferisce, la realtà.
Un’illusione propagandata dalle Archistar, che in questa maniera possono giustificare le loro parcelle stellari, ma indirettamente sostenuta anche dagli stessi poveri precari che nelle loro rivendicazioni di categoria non fanno che alimentare l’idea di una superiorità dell’architettura come prodotto in grado di migliorare la qualità della città; ma anche la superiore competenza, e responsabilità, dell’architetto come professionista a cui la società dovrebbe riconoscere maggiori meriti.

numerobisIn questo contesto viene bene questa citazione di David Broden riportata da Luca Sofri in merito alla professione del giornalista.

Invece di promettere «Tutte le notizie che vanno stampate» [motto del New York Times], vorrei che dicessimo – ancora e ancora, sin quando lo si capisca davvero bene – che il giornale che arriva sulla tua porta di casa è una interpretazione parziale, frettolosa, incompleta, inevitabilmente difettosa in qualche parte e inaccurata di alcune delle cose sentite nelle passate 24 ore – distorte, nonostante i nostri migliori sforzi di eliminare i rozzi pregiudizi, dallo stesso processo di compressione che ti consente di raccoglierlo dalla porta di casa e leggerlo in un’ora. Se lo volessimo definire in modo più accurato, dovremmo immediatamente aggiungere: ma è il meglio che abbiamo potuto fare nelle presenti circostanze, e torneremo domani con un’edizione corretta e aggiornata.

Parafrasando con la professione dell’architetto potremmo dire che:

l’edificio che è stato realizzato è una interpretazione parziale, frettolosa, incompleta, inevitabilmente difettosa in qualche parte e inaccurata di alcune delle cose passate nella testa di un architetto e del suo committente – distorte, nonostante i nostri migliori sforzi di eliminare i rozzi pregiudizi, dallo stesso processo di realizzazione che ti consentono oggi di poterlo utilizzare. Se lo volessimo definire in modo più accurato, dovremmo immediatamente aggiungere: ma è il meglio che abbiamo potuto fare nelle presenti circostanze, e torneremo domani a farci crescere un po’ di edera intorno.

Architetti nuovi poveri

2 febbraio 2016

La difficile condizione lavorativa degli Architetti è sempre più sulle pagine dei giornali italiani ed anche noi, sul nostro canale facebook, assistiamo a dei veri e propri fenomeni virali di rete ogni volta che rilanciamo l’argomento.
Come associazione stiamo cercando di muoverci nella realtà innanzi tutto promulgando il dibattito per trovare, però, soluzioni e proposte che possano avere un peso ed un ascolto politico vero.
A questo link vi proponiamo il primo stralcio di una video-intervista a due giovani architetti Paola Ricciardi e Marco Lombardini, rispettivamente consigliere dell’Ordine di Roma e delegato Inarcassa di Roma.

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