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Museo d’arte contemporanea Serralves – Alvaro Siza Vieira

Ci sono architetture he sono fatte per essere fotografate e che è possibile cogliere anche solo fotograficamente, mentre ce ne sono altre più complesse da comprendere, architetture che richiedono necessariamente una visita per comprenderne il senso dello spazio, la loro poetica. Tra questa seconda categoria ascriverei senza alcun dubbio il museo di arte contemporanea Serralves di Porto, di Alvaro Siza Vieira.È un edificio che appare sommesso quando si arriva. Una massa articolata dove la gerarchia è suggerita dal percorso esterno di ingresso e dalle sue linee spezzate.

 

i candidi volumi sono tagliati nettamente, senza cornici, bianchi, con giochi puntuali di pieni e di vuoti, per risaltare con le ombre nette della luce dell’Europa del sud.

Le facciate laterali sono interrotte da piccoli volumi posizionati accuratamente.

Questi volumi sono dei piccoli cannocchiali che ritagliano viste privilegiate tra le sale espositive all’interno e l’esterno.

 

In ogni sua componente l’edificio dialoga con l’esterno, dal taglio delle scale con vista sui giardini, alle grandi vetrate affacciantisi sulla corte interna,

presenti solo nelle sale che espongono le sculture. Con questo artificio i pezzi esposti si stagliano contro la luce delicata proveniente dall’esterno e la luce si spande all’interno donando un’atmosfera rarefatta.

Siza Vieira ha privilegiato l’uso della luce naturale per le sale da esposizione, facendola filtrare all’interno sempre in modo delicato. Una scelta precisa e non scontata, anche confrontandola con il museo d’arte progettato da Gregotti a Lisbona, che è illuminato artificialmente.

Questo capolavoro lascia aperta una riflessione profonda sul significato dell’Architettura, con il suo progetto misurato e attento al contesto, con il suo senso del Genius Loci. Un sapere quasi dimenticato in favore della fascinazione di macroscopici oggetti di design decontestualizzati.

Nutrire il quartiere

L’intervento di Amate l’Architettura al convegno organizzato da CarteinregolaUn mercato non è solo un mercato” è stato impostato per fornire al pubblico una rapida panoramica delle esperienze internazionali in materia di recupero e gestione dei mercati coperti. Partendo dal titolo (preso in prestito da quello dell’EXPO’) abbiamo cercato di fornire una serie di spunti estremamente concreti ma al tempo steso fortemente “visionari” di come i mercati agroalimentari contribuiscano a “nutrire” le città oltre che da un punto di vista fisico anche da quello prettamente culturale, in quanto luoghi di aggregazione sociale e di incontro. Dove naturalmente il verbo “NUTRIRE” in un’accezione più ampia include la “nutrizione” culturale e sociale, con le quali le attività commerciali devono assolutamente integrarsi e convivere, se vogliamo salvare la funzione importante del mercato rionale. E questo deve avvenire attraverso le trasformazioni sia fisiche (quindi architettoniche ed urbanistiche), che di ampliamento e di coinvolgimento di altre attività (ludiche, sociali, culturali, artigianali).
Da un punto di vista della rappresentazione abbiamo preferito dare rilevanza alle suggestioni comunicative delle immagini riservandoci di fornire dati di dettaglio in una sede successiva. Questa scelta è stata fatta anche in previsione che gli altri interventi avrebbero concentrato le loro esposizioni su aspetti fortemente documentari e nozionistici, come è in effetti avvenuto e quindi il nostro intervento voleva essere una sorta di esposizione complementare ai ragionamenti tecnici dei colleghi partecipanti al crdvonvegno.

La presentazione realizzata con Prezi è visibile a questo link.

Il primo aspetto su cui ci siamo focalizzati è stato sul valore aggiunto che deriva dalla presenza dei mercati nelle città. L’idea di fondo è quella di provare ad invertire la scala di valori con la quale tipicamente ci si approccia al tema del recupero dei mercati. Infatti la domanda tipica con cui le amministrazioni affrontano il problema dei mercati è: Dove e come troviamo le risorse per valorizzare il mercato ?. Dalla osservazione dei mercati nel mondo è possibile, almeno concettualmente, invertire il tema: sono i mercati che danno alla città (e al quartiere) il valore aggiunto necessario per consentirne il recupero. Se si guarda alle realtà più famose si osserva come nella fascia mediterranea il mercato è un elemento caratterizzante del paesaggio urbano. Il luogo mercato è uno spazio talmente forte e attrattivo da essere l’elemento trainante non solo del paesaggio urbano ma anche dell’immaginario turistico culturale della città. Citiamo innanzitutto il Mercato Egizio a Istanbul (mercato delle Spezie), secondo mercato cittadino dopo il Gran Bazar; il Suk di Marrakech e la rete di mercati popolari che caratterizzano Palermo (Ballarò, Vucciria, Capo). In tutti questi casi la tradizione del mercato agroalimentare è connaturata con la cultura e con il territorio e l’elemento mercato costituisce l’ossatura portante della vita urbana. Rimanendo in area mediterranea ma in epoca più recente abbiamo individuato alcuni esempi ottocenteschi di mercati coperti, che indipendentemente dalle modalità di gestione costituiscono esempi di “architetture” fortemente caratterizzanti della struttura urbana. Dalla variegata esperienza iberica citiamo il Mercado Central di Valencia e il Mercado Bolhao di Oporto; entrambi mercati storici pienamente attivi e molto frequentati anche da turisti. Allo stesso modo il mercato Les Halles di Narbonne si caratterizza pere essere un centro nevralgico in una città altrimenti povera di altre emergenze architettoniche significative.
Abbandonando la fascia mediterranea, tipicamente legata a tradizioni agroalimentari molto forti, scopriamo come anche nelle regioni scandinave e anglosassoni, dalle quali ci si aspetterebbe meno attenzione a questa tipologia urbana, si registrano esperienze nelle quali la destinazione d’uso agroalimentare viene fortemente valorizzata e sostenuta. È il caso dei due mercati di Saluhall a Stoccolma e di Kauppahalli a Helsinki. Un discorso leggermente separato che vale la pena citare è il caso del Covent Garden a Londra dove le attività turistico culturali hanno progressivamente soppiantato il vecchio mercato (attivo fino al 1974); di cui oggi restano solo poche bancarelle.
Al di fuori delle esperienze europee abbiamo ritenuto opportuno inserire due esempi diametralmente opposti. Da una parte nel solco della tradizione occidentale vale la pena citare il Chelsea market a New York, dove non a caso Giovanni Rana ha previsto uno dei suoi cinque ristoranti aperti in tutto il mondo; segno evidente che l’ambiente del mercato è internazionalmente riconosciuto come un luogo di attrattiva. Dall’altra, spostandoci in oriente abbiamo voluto citare il mercato Ben Thanh di Ho Chi Minh City realizzato in epoca coeva alla realizzazione delle poste attribuite a G. Eiffel; il mercato mantiene quello spirito ingegneristico. è interessante notare come la struttura nasca dall’esigenza ottocentesca (e coloniale) di dare alle zone di mercato preesistenti una organizzazione che ne consenta la gestione urbanistica e ne favorisca il controllo sociale; i cittadini vietnamiti hanno tuttavia saputo appropriarsi nel tempo dello spazio e tuttora costituisce uno dei luoghi più interessanti e visitati della città.
Da questa prima carrellata appare evidente come il luogo mercato sia di per se un luogo universalmente riconosciuto come luogo di attrazione. In generale una tipologia di spazio che conferisce valore all’ambiente urbano. Non è quindi puramente retorico affermare che la rete dei mercati rionali romana contenga al suo interno già ampie potenzialità di valorizzazione in grado di fare leva principalmente sulla destinazione d’uso agroalimentare. Da questo punto di vista riteniamo estremamente interessanti sia gli interventi di natura storica (Do.co.mo.mo. e altri) che quello del dipartimento Risorse per Roma che hanno ben evidenziato quanto sia ricca estesa e radicata la rete mercatale. È tuttavia evidente che per estrarre questo potenziale è necessario prevedere una trasformazione delle modalità di fruizione dei mercati che ne stimolino da una parte la frequentazione anche in orari diversificati e dall’altra consentano l’ottimizzazione degli spazi consentendo utilizzi e destinazioni d’uso diversificate.
La panoramica prosegue quindi riportando esempi di strutture europee che hanno come elemento caratteristico la diversificazione e l’efficientamento dell’offerta (o al contrario per alcuni casi limite la loro estrema specializzazione), sia introducendo nuove funzioni e sia attuando nuove politiche di orario. Si parte di nuovo dall’esperienza iberica citando la Bouqueria di Barcellona che oltre ad essere il fulcro della Rambla è famosa per la possibilità di consumare pasti a pranzo; il mercato ospita inoltre una scuola di cucina molto attiva. A Lisbona merita di essere citato il Mercado da Ribeira completamente ristrutturato e destinato per metà ad ospitare banconi per la consumazione dei pasti e negozi. Tornando in Spagna a Madrid il Mercado de San Miguel, dichiarato Bien de Interés Cultural, è stato recuperato con un intervento finanziato da privati e riaperto al pubblico nel 2007; dove al suo interno sono ospitati, oltre al mercato, anche diversi negozi e ristoranti. Con lo stesso spirito risultano degni di attenzione il Mercato Centrale Nagycsarnok a Budapest, il Borough Market a Londra e il Central Market Hall di Sofia. Completano questa sequenza l’Arminius Marketkhalle di Berlino, recuperato grazie ad una azione popolare che si è opposta alla sua demolizione, e il Mercato centrale di San Lorenzo a Firenze, recuperato su progetto di Archea.

L’ultimo capitolo della nosstra carrellata si concentra sulle esperienze che si caratterizzano per una maggiore presenza architettonica contemporanea. un primo esempio tutto itlaiano è caratterizzato dall’intervento di risistemaizone di Porta Palazzo a Torino, uno dei più grandi mercati all’aperto d’europa, fulcro di un piano più ampio di recupero del Quadrilatero; oltre alla sistemaizone e alla riorganizzazione delle strutture esistenti l’intervento si caratterizza anche per l’edificio di supporto logistico progettato da Fuksas. Il progetto per il recupero del Mercato di Santa Caterina a Barcellona, dello studio Miralles Tagliabue, si caratterizza per la il grande impatto architettonico della copertura, al tempo stesso estremamente moderna ma, grazie all’uso delle piastrelle policrome di rivestimento, anche molto bene inserita nel contesto.
Per richiamare di nuovo una esperienza extraeuropea vale la pena citare, per l’equilibrio formale e materico, il mercato di Yusuhara progettato da Kengo Kuma.
Concludiamo questo “viaggio nei sogni” con il progetto  per il Markthall a Rotterdam di MVRDV. Un intervento di recupero urbano per il quale il Comune di Rotterdam ha lanciato un bando di concorso tra cinque diversi svuluppatori di Real Estate; l’idea finale prevede un edificio multifunzione (residenziale, commerciale, sociale) centrato appunto sulla presenza al suo interno di un mercato agroalimentare.

Un cenno a parte è stato fatto sulla possiblità dei mercati di fare rete. Soprattutto a Roma, che vanta una diffusione capillare degli spazi in tutto il territorio urbano, varrebbe la pena sfruttare questa capillarità, anche seguendo il modello delle mappe digitali parigine, per diventare fulcro di relazione delle amministrazioni con il territorio. una tecnologia facilemtne impiegabile è quella di iBeacons, già adesso utilizzata ad esempio per EXPO2015.

Concludendo l’intervento abbiamo focalizzato le principali caratteristiche dei mercati analizzati:
– Centralità del mercato,
– Multifunzionalità,
– Differenziazione dell’offerta,
– Politica degli orari,
– Partecipazione,
– Attività sociali ed artigianali

Qui di seguito riportiamo il video realizzato appositamente per l’evento da Tiziana Amicuzi con fotografie di Giulio Paolo Calcaprina e di di Giorgio Mirabelli, musiche di Francesco Ornielli.

Gruppo di lavoro di Amate l’Architettura: Tiziana Amicuzi, Lucilla Brignola, Giulio Paolo Calcaprina, Ilaria Delfini,  Giorgio Mirabelli, Giulio Pascali

Un esperienza per la Metro di Porto

27 Maggio 2013

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Era il lontano 1998 quando un capo azienda un po’ incosciente  mi propone (a me giovane ingegnere con soli 4 anni di esperienza) di partire come espatriato per il Portogallo, a quel tempo ancora non entrato in Comunità Europea, per gestire la firma del contratto ed in seguito la realizzazione di una delle più grandi ed importanti opere finanziate dalla Comunità Europea: il Metro di Porto (4 linee: A, B, C, D; 78 km, 98 stazioni di cui 10 sotterranee che attualmente sono diventate 6 linee per un totale di 112 km, 143 stazioni con 55 milioni di passeggeri l’anno)

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Per un giovane ingegnere lanciato in un paese “sconosciuto”, senza conoscere la lingua, in un progetto ancora oggi unico al mondo per caratteristiche tecniche, tempo di realizzazione ed estensione della rete, è stato qualcosa di incredibilmente formativo sia dal punto di vista professionale che umano. Un’esperienza che tutti i giovani laureati dovrebbero fare anche perché ho potuto constatare che all’estero  normalmente non ti giudicano per l’età ma per quello che sai veramente fare.

Ho avuto, tra l’altro, la dimostrazione palese che se c’è volontà, competenza e unità di intenti, si possono fare, in breve tempo e con grande qualità, delle opere importanti per la storia del paese che restano patrimonio della cittadinanza. Io sono andato in Portogallo a fine 1998 e dopo aver firmato i contratti ad inizio 1999 è partita la progettazione ed i lavori. Il 7 dicembre 2002 abbiamo messo in funzione la prima linea (Senhor de Matosinhos – estação da Trindade (linha A): 11,8 km e 18 stazioni). Il 5 giugno 2004 è stata inaugurata la linea sotterranea con 5 nuove stazioni sotterranee. Alla fine del 2005 fu completata tutta la prima fase (4 linee).

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Vi voglio raccontare la bellissima esperienza avuta nella progettazione delle 10 stazioni sotterranee e delle fermate tipo di superficie, che io seguivo dal punto di vista di tutta l’impiantistica elettromeccanica (ventilazione normale e di emergenza, scale mobili, ascensori, pompe, illuminazione normale e di emergenza, antincendio, sottostazioni elettriche, Telecomunicazioni, Pannelli di informazione al pubblico, TVCC, Macchine di vendita dei biglietti e validatori, SCADA  etc.) a stretto contatto con gli architetti Álvaro Siza Vieira (Premio Pritzker 1992 e Premio Wolf per le arti 2001) e Eduardo Souto de Moura (Premio Pritzker 2011). La prima volta che andai ad una riunione con loro sinceramente non sapevo chi fossero ne tantomeno quali fossero le loro geniali capacità. In un primo momento ci fu uno scontro forte in quanto io difendevo il rispetto delle soluzioni tecnologiche approvate nel BAFO (Best and Final Offer) ed il rispetto del conto economico mentre invece loro vedevano solo quello che era più “bello”. Dopo un periodo di discussioni e di conoscenza reciproca ho imparato a capire le loro “visioni” e la loro professionalità e insieme ci siamo convertiti al compromesso del “bello e funzionale”. In particolare Edoardo non voleva assolutamente installare l’illuminazione industriale ma voleva qualcosa di caratterizzante ed alla fine ci siamo convinti a lasciare ad Edoardo la possibilità di disegnare le due armature per la luce di banchina con luce diretta e indiretta e per la luce periferica degli atrii e delle zone di passaggio: il risultato è stato semplicemente un capolavoro come lo è stato tutto il progetto.

[…]

Cu nasci tunnu un’ pò moriri quadratu

6 Agosto 2012

Un altro eclatante esempio di come il potere economico e finanziario operi per deturpare il nostro paesaggio storico. Un altro centro storico aggredito da un’opera realizzata assolutamente fuori dal contesto.

La storia è sempre quella: il potere economico e finanziario è alla ricerca di opere che ne celebrino il potere; le archistar di turno hanno capito che in questa civiltà dominata dal culto dell’immagine, costruire senza alcuna regola, in barba a qualsiasi riferimento contestuale, seguendo la semplice regola della spettacolarità autoreferenziale, è la scelta che paga di più.

Questa scelta paga poi di più se calata al centro delle città, dove il valore culturale è massimo e universalmente riconosciuto e dove le loro invenzioni hanno più probabilità di generare clamore.

Così governanti e architetti  se ne vannoa braccetto per le città storiche a cercare sempre nuove occasioni di celebrare il loro onanismo; mostrano i loro muscoli per suscitare l’ammirazione del popolo, e così facendo calpestano e deturpano quell’ecosistema fragile che è il patrimonio dei nostri centri storici.

Se mai ci voleva un ulteriore esempio di come il delirio di onnipotenza di chi governa le città e degli architetti che danno forma a questo delirio, ecco un ulteriore caso.

Ecco quindi nel bel mezzo di uno dei più straordinari centri storici italiani, l’ennesimo edificio eretto a celebrere il potere istituzionale: il Palazzo dei Consoli a Gubbio (progetto di Angelo da Orvieto).

Esso svetta come un macigno per almeno 50 metri sopra la città, rendendosi visibile in tutta la sua imponenza da ogni parte del bogo eugubino; una massa bianca, un cubo astratto calato dall’alto, noncurante della trama urbana che lo circonda.

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Come se non bastasse questo cubo bianco (slegato dal contesto anche per l’uso dei materiali) è stato poggiato su una piazza aperta che l’architetto ha pensato bene di realizzare sui tetti delle case limitrofe. Un altro schiaffo al Genius Loci urbano, in omaggio al demiurgo di turno che, pur di dare ai frequentatori della piazza la possibilità di godere del panorama sottostante, non ha esitato a lasciare un segno indelebile nella città. Una ferita che difficilmente il tempo o la storia potranno rimarginare.

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Non possiamo inoltre tacere i colossali errori di progettazione dovuti al dislivello tra il piano della piazza e l’accesso al palazzo, che ha reso necesario aggiungere una scala di accesso (e i disabili?), divenuta subito un pretesto per aggiungere scempio su scempio; un inutile vezzo artistico e creativo, velleitario nella forma (pura gestualità fine a se stessa), realizzato a spese dei contribuenti.

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Come recita un proverbio siciliano “Cu nasci tunnu un’ pò moriri quadratu” (chi nasce tondo non può morire quadrato), una saggezza popolare che è sembrata sfuggire a chi ha realizzato il Palazzo dei Consoli a Gubbio. I danni e le ferite al tessuto urbano della città sono ancora oggi ben visibili e hanno condizionato il paesaggio in maniera indelebile.

Non resta che augurarci che le future amministrazioni si rivelino più sagge e abbiano il coraggio di demolire questa opera, restituendo al continuum storico la primitiva dignità.

Ultimora!

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Dobbiamo tristemente constatare che anche le nuove generazioni sembrano piegarsi alle logiche conformiste del potere e della speculazione; ecco infatti un esempio di come questo modo di progettare la città stia già facendo proseliti in altre parti del mondo.

Ecco infatti un altro cubo spaziale che Koolhaas ha fatto cadere dallo spazio in quella meravigliosa città che è Porto (tra l’altro patrimonio dell’Unesco). Non nascondiamo le affinitità formali: un cubo immerso in una larga piazza, noncurante del contesto; c’è persino la scalinata di accesso esterna…..

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