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Vivere sotto un ponte

12 Febbraio 2019

Ponte Vecchio – Firenze | Foto ©Giulio Paolo Calcaprina

Faccio subito subito una premessa: quella che segue è una considerazione a voce alta su un tema meramente architettonico e ingegneristico e non ha nulla a che vedere con questioni politiche o legali. È soprattutto il risultato di un lungo ragionamento, prima di tutto, sull’opportunità di scriverne.

Dopo il crollo della pila 9 del ponte del “Viadotto Polcevera” a Genova che ha causato la morte di 43 persone, si è subito cominciato a parlare della sua ricostruzione o della costruzione ex-novo di un ponte di collegamento fra le due sponde, data l’enorme portata logistica che quello crollato aveva. E in effetti, la costruzione del viadotto, su progetto dell’ing. Morandi vincitore di un bando di concorso nel 1959, fu fondamentale per la costruenda autostrada A10 e per il traffico stradale fra il confine con la Francia e il resto d’Italia, che non era più costretto ad attraversare Genova, ricavandone vantaggi (anche ambientali) veramente notevoli. Il viadotto, del quale tralascio i dettagli tecnici che sono meglio espressi altrove, rappresentava non soltanto un esempio di vette ingegneristiche raramente raggiunte in Italia e che hanno fatto letteratura nel resto del mondo, ma anche il simbolo, forse il sugello, della rinascita di una cultura della qualità architettonica nelle grandi opere che si era persa nel periodo immediatamente post bellico, sia per motivi strettamente economici, sia forse anche per motivi culturali legati al passato durante il quale il Fascismo fece dell’”enorme” e dello “spettacolare” uno dei suoi maggiori messaggi propagandistici. Il Viadotto Polcevera era una decisa rottura con il passato e la netta presa di coscienza che un’esigenza pragmatica (il collegamento fra due punti), poteva diventare occasione di riscatto culturale e ambientale non solo per una città, ma per una Nazione intera.

Si comprende ora perché il crollo, a prescindere dall’inestimabile sacrificio di vite umane, queste mai giustificabili, ha rappresentato una durissima pugnalata alla cultura italiana e alle coscienze di ognuno, ancorché non avvertito dell’importanza più profonda dell’opera.

Sorvolando sistematicamente ogni considerazione a favore o contro l’abbattimento, si giunge a quella che è stata la polemica più dura sulle ipotesi relative al ripristino della viabilità sul Polcevera: l’idea-proposta del Ministro delle Infrastrutture on. Danilo Toninelli riguardante un “ponte vivibile”. Precisamente le sue parole sono state: “[…] L’obiettivo non è solo quello di rifare bene e velocemente il ponte Morandi, ma di renderlo un luogo vivibile, un luogo di incontro in cui le persone si ritrovano, in cui le persone possono vivere, possono giocare, possono mangiare […]”. La dura polemica, a tratti sarcastica e cinica, è dovuta all’idea di rendere un ponte vivibile e luogo di incontro, probabilmente confondendo l’aggettivo vivibile con la vivibilità di una casa e la vita in essa. Qualcuno aveva addirittura creato vignette e fotomontaggi di bambini che giocavano sull’autostrada e qualcun altro aveva seriamente pensato al rischio che un pallone finisse in mezzo alle auto con conseguenze disastrose.

Ponte di galata – Istanbul | Foto ©CC0 Creative Commons

Successivamente alla replica, non poco piccata, del Ministro che aggiungeva esempi di come la sua idea non fosse malsana di come la si voleva far credere proponendo il ponte di Galata a Istanbul e il progetto dello studio Visiondivision per il ponte Tranebergsbron di Stoccolma che prevede una serie di attività civili da installare sull’arco di sostegno del ponte (museo, cinema, teatro, scuola, ecc.), le risposte sono state anche più dure, adducendo come motivazione il fatto che il primo è un ponte pedonale (in realtà non è proprio così) e il secondo solo un progetto.

Ponte Rialto – Venezia | Foto ©Giulia Gandin

Innanzitutto, l’idea di un ponte vivibile non è affatto nuova. In Italia abbiamo due fra gli esempi più illustri che si possano citare: Ponte Vecchio a Firenze e Ponte di Rialto a Venezia. Se il primo non è nato con l’idea delle botteghe ai lati (che una volta erano anche abitazioni) aggiunte in seguito progressivamente quando le attività commerciali dei beccai, che vi furono trasferite per decreto, cominciarono a diventare più importanti, il secondo ha subito una sorte diversa: il concorso, indetto nel 1587, per la costruzione di uno stabile ponte in pietra sul Canal Grande, prevedeva che esso dovesse contenere anche attività commerciali, perché queste si erano aggiunte gradualmente nel corso degli anni sui precedenti ponti in legno. In ogni caso, per entrambi i ponti, era prevista la carrabilità, con l’unico limite per Venezia di una “carrabilità pedonale”. Per quest’ultimo, ai concorsi precedenti, in seguito annullati, avevano partecipato anche Leonardo da Vinci e Andrea Palladio, sempre presentando un “ponte vivibile”.

Ponte Rialto – Venezia | Foto ©Giulia Gandin

L’architettura contemporanea ha riscoperto questo antico desiderio di ponte vivibile quando si è accorta che la città contemporanea aveva annientato i suoi confini ottocenteschi invadendo il territorio circostante e la ricerca di nuovi spazi per costruire era ostacolata dalla presenza di problematiche ambientali naturali o antropiche di difficile superamento. Aveva cominciato quindi a ragionare sugli spazi esistenti, fino ad accorgersi che le cesure naturali (fiumi, canali, valli) e antropiche (strade, ferrovie, gallerie, ma anche ponti e viadotti) potevano essere sfruttate proprio per quegli spazi negati dalla costruzione dei collegamenti sopraelevati, ricucendo anche una cesura urbanistica e sociale fra le due parti di città. Spesso infatti i luoghi sottoposti a questo tipo di opere di ingegneria, diventano luoghi inutilizzati e fonte di degrado urbanistico, ma anche e soprattutto sociale. Anche in questo senso il ragionamento del Ministro Toninelli è calzante. E allora, perché non utilizzare gli spazi coperti per attività sociali comuni (alle porte di Cassino, lungo la SR6 “Casilina” sotto il ponte della SR509, c’è uno skate park con un bellissimo murales)? Perché non pensare di trasferire alcune attività commerciali, uffici, aree comuni, in quelle zone di ponte o viadotto che lo permettono? Ma soprattutto, una volta che è stato deciso di abbattere il vecchio ponte Polcevera per costruirne uno nuovo, perché non pensarlo non come un collegamento fine a sé stesso, ma come un’occasione per proporre alla città e al mondo un nuovo modo di pensare il collegamento viario, ritrovando, in questo senso, il principio primigenio che lo aveva generato? Questo è recupero storico, ne è, anzi, il fondamento.

Di progetti in questo senso ce ne sono e ce ne sono stati a bizzeffe. Uno di questi è l’edificio-viadotto di LeCorbusier che si era addirittura spinto a pensare ad una città lineare che facesse da supporto alla viabilità principale. Ci sono però anche esempi pragmatici come il viadotto della metropolitana di Berlino, nei pressi della stazione Hackescher Markt, sotto i cui archi, per lunghi tratti ai due lati della stazione, furono aperte n seguito attività commerciali di vario tipo che hanno dato vivibilità alle aree circostanti, separate appunto dall’opera infrastrutturale e che in passato sono state fonte di degrado. Altre volte il ponte non è stato progettato e realizzato come semplice passaggio fra un punto e un altro, ma anche come occasione per incontrarsi, per riposarsi, riflettere, ammirare il paesaggio e, perché no, giocare.

“Isola della Mur” – Graz | Foto ©CC0 Creative Commons

Un esempio fantastico in questo senso è la cosiddetta “Isola della Mur” a Graz in Austria, opera di un “artista architettonico”, l’americano Vito Acconci, che ha pensato ad un ponte fra le due sponde del fiume Mur rappresentato da due passerelle pedonali che si incontrano su un’isola artificiale al centro del fiume sulla quale ci sono un lounge bar e una terrazza a forma di anfiteatro, che facesse da legame tra il fiume e la città con l’attrattiva del locale pubblico. Fu realizzata nel 2003, quando Graz fu capitale europea della cultura. Il fatto che sia esclusivamente pedonale non deve trarre in inganno: le idee devono essere lasciate fruire libere ed è futuribile la riproposizione della stessa idea in scala più grande.

Chi asserisce che nella maggior parte dei casi si tratta solo di progetti e che per questo motivo non sono attuabili, non solo dimostra poca o scarsa conoscenza non soltanto dell’architettura, il che sarebbe anche comprensibile non essendo prerogativa dell’essere umano conoscere tutto, ma anche ingenuità, se così vogliamo definirla, non comprendendo che qualsiasi atto umano è sempre il risultato di un progetto, scientemente o incoscientemente ideato e che questo progetto può essere attuato. È perciò possibile pensare, progettare e realizzare un “ponte vivibile”, superando ideologie e polemiche partitistiche, tenendo presente però che un ponte deve essere un passaggio sottile integrato nell’ambiente che non invade il costruito, non una barriera d’acciaio a più strati ancorché semi-trasparente, pur accattivante nelle intenzioni, ma deleteria per l’esistente sia per motivi tecnici (abbattimento di buona parte del costruito intorno, oltre a quanto già programmato), sia per motivi architettonici e ambientali.