Articoli marcati con tag ‘Pisa’

Pisa – La città è vuota. Un dossier mette in fila l’abbandono del patrimonio pubbico

16 Novembre 2016

Riceviamo da Progetto Rebeldia, la terza edizione del Dossier Riutilizziamo Pisa. Si tratta di una interessante indagine sullo stato di abbandono del patrimonio pubblico all’interno del comune di Pisa che mette in luce un fenomeno diffuso in tutte le città italiane, dove a fronte della disponibilità di spazi e volumetrie di proprietà pubblica e privata le amministrazioni sembrano sempre più spesso incapaci di immaginare serie politiche di recupero.

Qui di seguito riportiamo il “Comunicato Stampa Riutilizziamo Pisa 2016 – Politiche di alienazione e abbandono: il triplice danno ai cittadini di Pisa”.

<<Il Municipio dei Beni Comuni presenta la terza edizione del dossier Riutilizziamo Pisa, che ormai in modo costante osserva, monitora e aggiorna lo stato degli immobili vuoti abbandonati nel Comune di Pisa.

Nel 2016 possiamo contare un totale di 248.383 mq di spazi inutilizzati in città, tra proprietà pubbliche e private, con un aumento solo in un anno di 6710 mq abbandonati ex novo, da addebitare alle istituzioni pubbliche.

Per questo l’edizione 2016 si focalizza sui 4 principali enti pubblici presenti sul territorio: Comune di Pisa, Provincia di Pisa, Università di Pisa e Regione Toscana, includendo in quest’ultima anche le proprietà dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana. Abbiamo quindi fatto il punto di quale sia l’entità degli immobili lasciati al degrado e all’incuria, ma anche di quali spazi siano presenti nei piani di alienazione, e che quindi – verosimilmente – entreranno a far parte della categoria.

pisa-grafico

Osserviamo come solo gli immobili abbandonati dei quattro enti appena citati arrivino a coprire una superficie di 40.754 metri quadrati. A questa va inoltre aggiunta la superficie di 80.000 mq del Parco di Cisanello.

Proprio in merito ai piani in alienazione, abbiamo puntato l’attenzione in modo particolare intorno alla distinzione tra immobili ancora in uso, anche solo parziale, e quelli completamente abbandonati. Questo ci ha consentito di discernere sulla qualità della gestione degli spazi condotta dai vari enti, ponendo allo stesso tempo una questione sul destino delle attività attualmente ospitate dagli immobili in vendita.

Il comune di Pisa guadagna uno dei primati peggiori degli ultimi tempi, avendo lasciato in completo abbandono la maggior parte del patrimonio in alienazione (92% pari 13 mila metri quadrati su un totale di 14000 metri quadrati.). A dispetto delle innumerevoli dichiarazioni di voler operare per il recupero degli immobili abbandonati, l’evidenza dei fatti mostra come il comune agisca nelle vesti di principale ostacolo a una simile direzione: si pensi alla “perdita” dei documenti su Santa Croce in Fossabanda che ha bloccato per 2 anni l’affidamento all’ente per il diritto allo studio, o il “gran rifiuto” di riaprire la Mattonaia alla cittadinanza. La provincia di Pisa, nonostante sia in fase di ripiegamento (data la prevista dismissione), emerge con un paradigmatico cambio di tendenza divenendo la principale produttrice di “nuovo” abbandono dell’anno in corso. Esempi eclatanti sono l’ex terminal della CPT o le Officine Garibaldi, che appena collaudate sembrano già destinate a rimanere inutilizzate per lungo tempo. L’Università di Pisa nel 2016 si rende protagonista di un grande regalo al costruttore Madonna, scambiando palazzo Feroci e l’ex Asnu, e aggiungendo allo scambio ben 8 milioni, ma vincolando l’effettivo trasferimento, e quindi l’eventuale recupero ai lavori delle ex Benedettine. Infine la Regione Toscana primeggia per metratura in parziale uso, aspetto sintomatico di una fase di stasi che di fatto danneggia la città e la fruizione dei servizi: stiamo parlando dell’operazione “Santa Chiara”, che da quasi un decennio tiene in scacco circa 10 ettari di terreno in pieno centro e che vede il moltiplicarsi di notevoli disservizi a causa dello sdoppiamento dell’ospedale tra centro e Cisanello.

Le Officine Garibaldi soprannominate "Cattedrale di Vetro" sono una new entry dell'abbandono

Le Officine Garibaldi soprannominate “Cattedrale di Vetro” sono una new entry dell’abbandono

Il dato aggregato è incontrovertibile: se da una parte i progetti di grandi opere sono bloccati o sconosciuti alla città (si pensi al Santa Chiara o all’ormai defunto “Progetto Caserme”), la dismissione del patrimonio pubblico avanza irrefrenabile. Nell’arco di 10 anni la superficie totale abbandonata dagli enti pubblici passa da 13500 metri quadri a poco più di 40000 metri quadri (triplica). Se guardiamo al patrimonio in alienazione, passiamo dai 13500 metri quadrati nel 2006 alla previsione di 165000 mq nel 2018, ovvero oltre un fattore 10 di aumento.

Dati inquietanti ancor più se relativizzati alla capacità del mercato immobiliare locale degli ultimi anni.

Proprio da questo punto di vista emerge il dato più eclatante: a fronte di un patrimonio immobiliare di circa 40 mila metri quadri rimasto invenduto nell’ultimo decennio, gli amministratori coinvolti prevedono di dismettere complessivamente 165mila metri quadrati, per un valore di oltre 100 milioni di Euro. Se a questi si aggiungono anche i beni messi in vendita da soggetti privati (94mila metri quadrati) o da altri enti pubblici come Demanio, INPS e INAIL (35 mila metri quadrati) è evidente che il mercato non sarà mai in grado di assorbire tale offerta. Inoltre anche qualora si riuscisse a vendere lo si farebbe a prezzi ribassati. La miopia di questa previsione, dati alla mano, diventa palese e desta particolare preoccupazione in quanto i valori degli immobili messi in alienazione sono utilizzati per la programmazione degli investimenti futuri sul territorio. Gli immobili in alienazione sono vincolati, inaccessibili e inutilizzabili dai cittadini: solo il 20% viene ancora utilizzato (in particolar modo dall’Università), quasi il 60% è solo parzialmente utilizzato (si pensi allo stato di tutta l’area dell’ospedale Santa Chiara) e il restante 20 % è lasciato completamente all’abbandono. Un abbandono che è in ogni caso un costo per le amministrazioni che spendono costantemente per chiudere e bonificare.

Le politiche di alienazione e abbandono del patrimonio pubblico danneggiano quindi la comunità su tre livelli: gli spazi rimangono chiusi e inaccessibili, gli interventi necessari vengono ritardati negli anni o non effettuati, si paga con risorse pubbliche la “manutenzione dell’abbandono”.

Le amministrazioni sono proprio sicure che la cittadinanza voglia perdere tutto questo patrimonio fino ad oggi pubblico?

La proposta del Municipio dei Beni Comuni è di invertire questa tendenza: togliere gli immobili dal piano delle alienazioni, renderli immediatamente accessibili alla cittadinanza che potrebbe usufruirne e avere risposte immediate sul piano sociale, contribuire al contempo alla manutenzione e alla rivalorizzazione degli immobili con conseguente riduzione di spesa per l’amministrazione. In questo modo si arresterebbe anche la perdita di valore del patrimonio pubblico sia in senso quantitativo di metrature (che di anno in anno diventano proprietà privata), sia evitando la perdita di valore a causa dell’abbandono.

Pisa, 29 Ottobre 2016

Municipio dei Beni Comuni>>

Per chi volesse approfondire il dossier è scaricabile a questo link.

Guarda anche il video Fantasmi Immobili


Per maggiori informazioni o nuove segnalazioni scrivi a municipiobenicomuni@gmail.com

Rimani aggiornato su facebook: Municipio dei Beni Comuni

Architettura bella e buona!

8 Dicembre 2015

L’architettura riscatterà le debolezze degli uomini che l’hanno realizzata attraverso gli occhi degli uomini che la useranno.
“Gli ideali sono pacifici; la storia è violenta.”
Sono le parole del sergente Don “Wardaddy” Collier, in Fury, interpretato da Brad Pitt.
Trovo che sia un’ottima sintesi per definire la differenza che passa tra l’architettura immaginata, quella ideale, e l’architettura realizzata.
Parafrasando: L’architettura ideale è pacifica, quella realizzata è violenta.

Lebbeus Wood ci insegna come l'architettura non sia altro che un continuo rimarginarsi di ferite in un contesto urbano

Lebbeus Wood ci insegna come l'architettura non sia altro che un continuo rimarginarsi di ferite in un contesto urbano

Mi ricordo delle bellissime revisioni dell’allora assistente di Composizione I, Orazio Carpenzano, quando insegnava che “l’Architettura è una guerra” (in realtà io seguivo l’ottimo Efisio Pitzalis che non era da meno, ma questa suggestione mi è sempre rimasta in testa).
Non occorre scomodare Lebbeus Wood per riconoscere come la realizzazione di un’opera sia un continuo estenuante conflitto tra bande rivali, ognuna con i propri interessi, ognuna pronta a ricavare il suo massimo profitto (culturale ed economico) dalla realizzazione dell’opera.
Nel mezzo l’architetto che, più che un contendente assomiglia ad un Casco Blu in missione umanitaria, sempre sotto tiro, vincolato da regole di ingaggio inapplicabili, spesso costretto a defilarsi quando la situazione diventa insostenibile.
L’Architettura che viene realizzata subisce quindi un processo di deterioramento. Man mano che l’opera si costruisce, gli attori che ne consentono la realizzazione ne trasformano l’idea iniziale.

Si comincia dai committenti (a buon diritto direi ma sempre elemento di distorsione dell’idea iniziale) che possono essere pubblici o privati, per passare dai consulenti impiantisti (che dovrebbero essere parte della soluzione ma più spesso non  lo sono) e strutturali, le indagini ambientali e le prove geognostiche, poi ci sono gli enti che autorizzano l’opera, il comune, la asl, la provincia, la regione, i vigili del fuoco, l’ente ferrovie, l’autorità di bacino, l’ENAV, l’UTIF, le soprintendenze, l’ARPA, il SUAP, a cui si presentano le autorizzazioni, il PdC, la DIA, la Scia, la VIA, l’AUA, l’AIA, lo screening, la caratterizzazione del sito, il NOPS e il CPI, eccetera, c’è la partecipazione, quindi le imprese che realizzano, i vicini che protestano (quando si tratta di interventi privati), i comitati di quartiere che si riuniscono (se si tratta di grossi interventi), i vigili urbani, i fornitori che non hanno quel prodotto, le varianti migliorative, il geologo che modifica le fondazioni, l’archeologo che ritrova i reperti, le commissioni di valutazione, gli ispettori del lavoro, le norme di sicurezza, quelle di tutela dell’ambiente, gli scavi e le discariche, il collaudo, la chiusura dei lavori, il catasto la richiesta e l’ottenimento dell’agibilità…. e mi sono sicuramente scordato qualcosa…… sempre che nel frattempo non sia stata modificata la norma…..

Alla fine è raro che il progettista si possa riconoscere appieno in quanto realizzato; quando succede, è perché sin dall’inizio il progettista è stato talmente bravo da tenere conto di tutti gli agenti esterni che avrebbero potuto modificarne la realizzazione, oppure se ne è infischiato allegramente (ha potuto farlo, qualcuno glielo ha concesso); nei casi più estremi ha avuto una grande botta di culo.

Lasciamo perdere la dea Fortuna, per avere il pieno controllo di un’opera dall’inizio alla fine del processo costruttivo i casi sono due; l’opera è molto limitata oppure si accetta di frammentare le competenze necessarie rinunciando al completo controllo del progetto.

Glenn Murkutt, ha fatto una scelta radicale verso la limitazione dell’impegno dedicandosi quasi esclusivamente alle ville monofamiliari (in Australia, nel deserto) e rifiutando incarichi a cui non poteva dedicare un tempo adeguato; ha vinto il Pritzker Prize, ma quanto è ripetibile il suo modello su vasta scala? per la seconda scelta occorrono gruppi di lavoro complessi o studi di progettazione molto grandi.

I progetti di Glenn Murkutt sono sempre interventi molto ben definiti e isolati nel contesto

I progetti di Glenn Murkutt sono sempre interventi molto ben definiti e isolati nel contesto

Riprendendo la citazione iniziale quindi è evidente che l’opera di architettura esprime una sua forza ideale (una forza ideale paragonabile al desiderio di pace) ma che nella sua messa in opera subisce un processo di distruzione, a tratti anche molto violento, come la guerra.

L’architettura realizzata è il risultato di infiniti compromessi; l’architettura realizzata è corrotta. Possiamo litigare a volontà per decidere se questo sia un fatto positivo oppure negativo, ma non possiamo non riconoscere che è così.
Questo deterioramento è fortemente traumatico; per l’architetto, ma anche per la città: una guerra, appunto e anche molto violenta!

Da una parte l’architettura è una rappresentazione imperfetta dell’idea che aveva in mente il progettista, una metafora incompleta dell’idea iniziale; dall’altra il suo inserimento nel contesto urbano non può che essere un momento di discontinuità, una rottura; e questo vale anche nei casi più spinti di mimetizzazione urbana, dove a mio parere la mimetizzazione di tecniche e forme costruttive non è che una pura illusione; una plastica facciale al botulino spesso più deformante delle rughe che si vogliono mascherare; questa però è un’altra storia.
Con il passare del tempo il processo di idealizzazione porta l’architettura realizzata a riconquistare una forma di purezza ideale. La patina del tempo agisce come un detergente sull’idea che abbiamo di quell’opera, ne lava la sporcizia iniziale idealizzandola; con il tempo l’opera del passato riconquista la sua purezza originale oppure gliene viene attribuita una nuova determinata dal filtro del tempo o dal legame affettivo che si sviluppa tra gli abitanti della città e l’opera stessa.
Il velo del tempo non è una patina, piuttosto una spazzola che rimuove le incrostazioni, corregge le storture che risiedono principalmente negli occhi dell’osservatore. Più l’osservazione si allontana nel tempo, più le opere appaiono nella loro essenza.
Man mano che il tempo passa molti degli aspetti pratici che hanno concorso alla realizzazione dell’opera passano in secondo piano fino a diventare ininfluenti a determinare il valore oggettivo dell’opera. Spesso sono proprio quelle storture a determinarne il valore.

Se è così possiamo rendere la questione un poco meno aulica e scendere più terra terra.

Esistono una serie di aspetti pratici e concreti che concorrono alla determinazione della forma architettonica, che incidono profondamente nella loro accettazione o nel loro rifiuto da parte della società. Questi aspetti, visti in una dimensione temporale più ampia perdono di significato.
I valori di moralità, legalità o di economicità della costruzione dell’architettura si perdono per strada.
Qui veniamo al tema di fondo di questo articolo.
In che misura il giudizio morale di un’opera di architettura influenza il giudizio estetico?
O meglio:

è lecito attribuire all’architettura i difetti morali delle persone che hanno concorso alla sua realizzazione?

Non è difficile immaginare cosa ci sia alle spalle di questi turisti

Non è difficile immaginare cosa ci sia alle spalle di questi turisti

Facciamo alcuni esempi.

Può capitare che i difetti di realizzazione finiscano per dare significato e valore all’opera, in senso letterale. Chi si lamenta oggi del fatto che laTorre di Pisa ha degli evidenti problemi statici?Quanto influisce oggi sapere se un’opera antica è costata troppo, o se la sua realizzazione è stata fatta nel rispetto delle norme?

Quanto sono costate le piramidi? E la basilica di San Pietro?

Quanto hanno dovuto pagare i Trinitari per San Carlo alle Quattro fontane?

Il valore culturale e artistico del Mausoleo delle Fosse Ardeatine sarebbe diverso se venissimo a sapere quanto è costato?

Allo stesso modo in un’opera antica non ci scandalizzano i ritardi nella sua realizzazione.
Ci interessa forse sapere se la Torre Eiffel è stata consegnata in tempo per l’inaugurazione dell’EXPO?

D’altra parte il Duomo di Milano è stato completato nell’arco di più di mezzo millennio, eppure questo non ce lo rende meno significativo.
Risulta agli atti che opere che oggi sono ritenute capolavori non siano mai state completate: il Duomo di Siena ne è un eccellente esempio.

borromini1

Sappiamo che Borromini fosse molto attento ai costi delle sue opere, cambia qualcosa?

Un’altra categoria che scandalizza molto l’osservatore contemporaneo è quella delle varianti in corso d’opera; l’idea che un progetto possa avere subito varianti significative nel corso della realizzazione è considerato dai contemporanei come un reato grave. Eppure la pratica dell’architettura è in larga parte una fatto empirico, pragmatico, una continua ricerca di soluzioni pratiche a problemi concreti, per cui pensare di realizzare un’opera, in un arco di tempo che si estende attraverso svariati anni, senza ipotizzare nemmeno una modifica è semplicemente utopistico, forse persino stupido.

Eppure non siamo così sconvolti dall’apprendere che la Mole Antonelliana non ha minimamente rispettato il progetto originario. Antonelli era noto per fare saltare i nervi ai propri committenti per le continue varianti e per lo scarso controllo dei costi. Oggi la Mole è il monumento simbolo di Torino.

Quante varianti in corso d'opera ha presentato Antonelli per realizzare la sua Mole?

Quante varianti in corso d'opera ha presentato Antonelli per realizzare la sua Mole?

Non parliamo poi di Novocomum per il quale la leggenda narra che il progetto presentato alla Commissione edilizia fosse radicalmente diverso da quello che fu poi realizzato. Un autentico abuso edilizio.
Che dire di San Pietro il cui nome è indissolubilmente sinonimo di cantiere sempre aperto con connotazioni “fraudolente e truffaldine”? Un cantiere aperto alle continue varianti e alle aggiunte fatte dai Capi Mastri assunti di volta in volta dopo Bramante (Michelangelo, Maderno, Bernini, ecc.).

Allarghiamo il discorso. Vogliamo parlare di sicurezza?
È poi così importante sapere quanti morti o infortuni sul lavoro ci sono stati per costruire un monumento antico? Quanto sarebbe importante sapere se per la cupola di Santa Maria del Fiore hanno rispettato le norme di sicurezza?
Il fatto che gli edifici costruiti a cavallo del ventennio crollassero, oggi non ci procura alcun fastidio; anzi molto spesso si guarda a quell’epoca come un riferimento di qualità architettonica “diffusa”.

… e se il problema fosse di corruzione?

Quanto saremmo disturbati dal conoscere il livello di corruzione delle istituzioni che hanno realizzato un’opera di architettura?
Per realizzare l’EUR sono state pagate mazzette? I terreni individuati per lo sviluppo urbanistico sono stati scelti per favorire qualche speculatore terriero?

L'intero EUR è la rappresentazione di un regime corrotto e dittatoriale. Però quanto ci piace?

L'intero EUR è la rappresentazione di un regime corrotto e dittatoriale. Però quanto ci piace?

sarebbe curioso scoprire che i realizzatori dell’acropoli non disdegnavano di intascarsi il denaro destinato alla realizzazione del Partenone

… o di speculazione edilizia?

Che cosa toglie alla piacevolezza delle piazze reali parigine il fatto che fossero frutto di bieca speculazione edilizia?

Vogliamo parlare degli sventramenti napoletani avviati per risanare la città dopo l’epidemia di colera?

Infine quanto incide il giudizio morale o la semplice simpatia personale del professionista? quanto è influente è l’integrità morale di chi ne ha consentito la realizzazione.

Il fatto che Le Corbusier avesse simpatie fasciste rende meno importanti le sue opere o il suo pensiero architettonico? è abbastanza evidente che per realizzare opere di grandi dimensioni ci vuole un commitente con grandi risorse, qundi di norma, capi di stato, monarchi, papi, dittatori, grandi speculatori. A meno che non si voglia relegare la storia dell’architettura a villette monofamiliari, la storia dell’architettura si è sempre fatta attraverso il potere economico e sociale.

Parlando di simpatia sembrerebbe che Leon Battista Alberti stesse antipatico a Vasari? e Brunelleschi litigava in continuazione con il Ghiberti e con le maestranze di cantiere, non doveva avere proprio un bel carattere.

Per valutare un’opera di architettura quanto conta la simpatia dell’architetto?

Fuksas sembra incarnare un poco tutti i mali del costruire contemporaneo; antipatico a molti e autore di progetti costosissimi. Siamo sicuri che tra 100 anni questo creerà problemi ai visitatori della "Nubbe de fero"

Fuksas sembra incarnare un poco tutti i mali del costruire contemporaneo; antipatico a molti e autore di progetti costosissimi. Siamo sicuri che tra 100 anni questo creerà problemi ai visitatori della "Nubbe de fero"

Insomma, concludiamo.
La realizzazione delle opere di architettura non è mai un percorso lineare.
A ben guardare si potrebbe sostenere il contrario. Proprio le opere più controverse, quelle che in qualche modo risultano più contrastanti, sono le opere che oggi siamo portati ad ammirare quelle a cui attribuiamo maggiore valore.
La prospettiva storica delle opere ci induce a dimenticare (o soprassedere) sugli aspetti più spiacevoli che stanno dietro alle opere storiche; per le quali siamo portati ad avere un giudizio idealizzato.
Ma se è così come ci dobbiamo comportare nei confronti delle opere contemporanee?
Dobbiamo disporci ad accettare opere controverse come la nuvola di Fuksas? Dobbiamo forse sospendere il giudizio sulle opere di Casamonti? Dobbiamo evitare di pensare al sistema di corruzione che si è sviluppato dietro EXPO quando esprimiamo un giudizio sul Padiglione Italia?

Sono state dimostrate le responsabilità oggettive di Calatrava sui cedimenti. Tra 50 anni chi se ne importerà più?

Sono state dimostrate le responsabilità oggettive di Calatrava sui cedimenti. Tra 50 anni chi se ne importerà più?

Ovviamente non è così.

Non ci possiamo permettere di accettare che le opere possano essere realizzate male, senza controllo dei costi, dei tempi, delle varianti; non possiamo accettare che la scelta di progettisti e imprese appaltatrici avvenga secondo criteri clientelari e in assenza di criteri minimi di trasparenza.

Possiamo però sospendere il giudizio estetico sulle stesse opere; possimao distinguere l’oggetto della nostra valutazione e esprimere opinioni che prescindano dai meccanismi “tossici” che ne hanno consentito la realizzazione.

Possiamo quindi pensare ed accettare che un’architettura “cattiva” possa tuttavia essere anche bella?

Oppure no?

Il Cupolone, simbolo indiscusso della Roma Cristiana, realizzato con innumerevoli varianti in corso d'opera, nell'arco di centinaia di anni, al centro di un sistema di corruzione e di potere che non ha uguali: ciononostante è oggi il simbolo indiscusso della Cristianità

Il Cupolone, realizzato con innumerevoli varianti in corso d'opera, nell'arco di centinaia di anni, al centro di un sistema di corruzione e di potere che non ha uguali: ciononostante è oggi il simbolo indiscusso della Cristianità Romana

Credits

L’immagine del disegno di Lebbeus Wood è tratta da:

Lebbeus Woods – A Visionary Architect

La foto di Casa Marika-Alderton di Glenn Murkutt è tratta da

https://es.wikipedia.org/wiki/Glenn_Murcutt:

Tutte le altre foto sono di Giulio Paolo Calcaprina e Giulio Pascali

Le aree dismesse per rivitalizzare la Città di Pisa

27-28 Aprile 2013

Il Municipio dei Beni Comuni presenta:

LE AREE DISMESSE PER RIVITALIZZARE LA CITTA’ DI PISA

Due giorni di riflessione e confronto con urbanisti a partire da un’area dismessa e recuperata dalla cittadinanza.

Oggi le Amministrazioni (Pisa, Calci, Vicopisano, San Giuliano, Vecchiano, Cascina) hanno intrapreso il percorso per la formazione del Piano Strutturale d’area, è quindi il momento per definire obiettivi e regole per una programmazione che esprima i bisogni e i desideri della comunità.

E’ il momento delle scelte responsabili, tra cui il destino delle aree dismesse, abbandonate. Si rende indispensabile affrontare una discussione costruttiva sul ruolo di queste aree, superando il concetto di “valorizzazione” immobiliare e dell’ irremovibilità del costruito. Le aree produttive dismesse dovranno essere considerate quali aree da pianificare unitariamente in un processo partecipativo, in cui si affronti e si verifichi il loro valore d’uso, facendo emergere in via prioritaria l’interesse della collettività.

E’ una scommessa ardua, ma in questo momento favorito dalla crisi del mercato immobiliare in atto, la politica deve confrontarsi su questi temi. Basta consumare suolo e risorse, attraverso il Piano Urbanistico partecipato, si deve avviare un processo lungimirante che valorizzi l’impegno sociale attraverso la rigenerazione delle aree dismesse.

La riflessione è aperta. L’ex Colorificio Liberato si pone quale laboratorio sperimentale di pratiche capaci di costruire scambi a partire dalle relazioni anche con altre esperienze nazionali ed internazionali, in modo da creare una rete di aree dismesse da far conoscere e rivitalizzare.

Scopriamo insieme queste aree abbandonate e confrontiamoci sulle strategie per una visione alternativa che consideri lo spazio urbano e il territorio un bene comune da curare e progettare collettivamente secondo i reali bisogni dei cittadini che lo vivono quotidianamente.

PROGRAMMA

Sabato 27
Ore 16:30 Visita guidata nell’area dismessa/liberata: Il Colorificio Toscano. Saranno presenti alcuni ex lavoratori della fabbrica
Ore 18 Presentazione dell’ultimo numero della rivista  Millepiani/Urban “Cartografia del desiderio – Per la creazione di una nuova Polis”.
Inteviene: Enzo Scandurra – Prof. di Urbanistica – Università di Roma La Sapienza
Ore 19:30 Apericena a cura di Radio Roarr

Domenica 28
Ore 10 Introduzione al tema: le aree dismesse a Pisa a cura di Arch. Chiara Ciampa
Ore 10,15 “Chi è e cosa pensa chi frequenta il Colorificio”Considerazioni  su un’indagine didattica e partecipata, a cura di:
– Federica Molea – Laureanda  della Facoltà di Architettura
– Prof. Sonia Paone – Docente di Sociologia Urbana
Ore 11,30 Alla scoperta del patrimonio dismesso e delle relazioni urbane.
(Passeggiata in bicicletta attraverso luoghi simbolo dell’abbandono della città di Pisa, è previstaa una sosta per pranzo al sacco nell’area verde dell’ex Ospedale Santa Chiara)
Ore 17,30 Riflessioni, proposte e scommesse sui luoghi abbandonati da rigenerare
intervengono:
– Paolo Berdini – Urbanista
– Mauro Baioni  – Urbanista
– Francesco Careri – Stalker, Laboratorio di Arti Civiche Università Roma Tre
– Giorgio Pizziolo – Architettura di Firenze

Organizza Progetto Rebeldia in Collaborazione con  Legambiente Pisa – Radio Roarr – Ciclofficina del Progetto Rebeldia -presso Ex Colorificio Liberato,  Via Montelungo 70/633 Pisa