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REGALO DI NATALE – come si vanifica il processo partecipativo

19 Gennaio 2015

Noi di “amate l’architettura” ci avevamo creduto.
Nella 1a Giunta Marino (siamo già alla 2a dopo qualche sostituzione in “itinere”, dopo il “terremoto” del “Mondo di mezzo” e dopo soli 18 mesi di vita) avevamo salutato favorevolmente l’arrivo dell’Assessore Caudo che, da subito, aveva parlato di trasformazioni urbane all’insegna della “partecipazione” dei cittadini alle scelte dell’Amministrazione Comunale. Di “Laboratori di progettazione partecipata”. Di Concorsi internazionali trasparenti e aperti (“Basta con le Archistar”) per assegnare incarichi di progettazione per opere di riqualificazione di “brani” significativi della città. E noi ad applaudire.
Con riserva naturalmente, “scottati” oramai come siamo dal micidiale “Uno-Due” ricevuto dalle Giunte Veltroni, Alemanno, roba da non potersi più risollevare, di fronte allo “scempio” subito da Roma battezzata “La Capitale del non finito” (Zaira Magliozzi – Il Giornale dell’architettura n.117/2014).
Le “Vele” di Calatrava, la “Nuvola” di Fuksas, la Stazione Tiburtina dello Studio Abdr, gli Impianti per i Mondiali di nuoto, le Torri residenziali di Renzo Piano conosciute oramai come “Beirut”, la Metro C, i “Quartieri dormitorio” di Ponte di Nona e “Bufalotta-Porta di Roma” con gli Accordi di programma del tandem “Veltroni-Morassut”.
Storie che tutti conosciamo a memoria e che come un “mantra” liberatorio ogni tanto ne rinnoviamo il ricordo nell’illusione che non accadano più. Quindi con entusiasmo siamo entrati a far parte del “Laboratorio di progettazione partecipata” per la trasformazione dell’area degli ex Stabilimenti Militari di Via Guido Reni.
Insieme ad altre Associazioni di quartiere, Movimenti e cittadini, con il coordinamento dei Responsabili tecnici dell’Assessorato, per 5 mesi abbiamo lavorato alla stesura di un Documento che avrebbe dovuto far parte delle Linee guida di un “Concorso Internazionale di progettazione” per il Master Plan della Città della scienza.
Usiamo il condizionale perché nessuno ancora conosce il DPP (Documento Preliminare di Progettazione) che, come si legge nel Bando di Concorso pubblicato lo scorso 23 Dicembre 2014, sarà fornito solo ai 6 Progettisti che saranno “scelti” per partecipare alla 2a Fase del Concorso.
Ecco, partiamo proprio da questo punto per esprimere tutta la nostra delusione e contrarietà ad un Bando di Concorso che francamente abbiamo trovato, per alcuni aspetti, disarmante tanto da meritarsi in pieno la valutazione/Rating di 2/10 espressa dal sito “professione architetto”, e cerchiamo di spiegare anche il perché.
a). Il Concorso è a “Procedura ristretta ad inviti” come giustamente lo ha classificato anche il Sito di “Europa concorsi”, quindi è a tutti gli effetti una “Gara” non un Concorso, infatti solo la 1° Fase, che è una selezione basata su curriculum e quantità di progetti elaborati e/o realizzati, è aperta naturalmente a tutti. Ed anche la richiesta di “Una Proposta Planimetrica dell’area con immagine tridimensionale” diventa marginale e quasi irrilevante visto che in questa 1a Fase non viene messo a disposizione dei partecipanti il DPP (Documento Preliminare di Progettazione). “Per non condizionare i partecipanti e lasciargli più libertà” è stata la risposta dell’Assessore Caudo nella conferenza stampa di ieri e pensiamo che si commenti da sola, visto che se avessero voluto raccogliere proposte suggestive anche da chi non possiede curriculum “straordinari”, avrebbero potuto fare un Concorso di idee in 2 Fasi come suggerito da noi. Invece crediamo sia stata una mancanza di “correttezza e sensibilità” nei confronti del “Laboratorio di progettazione partecipata”, ritenere non opportuno palesare quanto del lavoro prodotto dal Laboratorio sia stato recepito e trasferito nel DPP.
Ma soprattutto è stata una scelta precisa per orientare il criterio di selezione solo sui curriculum. Meno informazioni si danno non consegnando il DPP e più semplice sarà la scelta dei 6 Progettisti che saranno “invitati” a partecipare alla 2a Fase. E’ stato così ignorato completamente il nostro suggerimento di “spostare l’attenzione dal progettista al progetto” privilegiando quindi l’idea, come fanno oramai molti paesi europei e come abbiamo documentato con un “Format” di Concorso Internazionale agli atti del “Laboratorio” insieme al Bando di Concorso Internazionale di Helsinki (Finlandia) per il Nuovo Museo Guggenheim.
(Dal Sito della Fondazione Guggenheim) – “Una giuria composta da architetti (tra cui Jeanne Gang di Studio Gang e Yoshiharu Tsukamoto di Atelier Bow-Wow) e rappresentanti della Fondazione, del locale Ordine degli architetti e della Città di Helsinki non sta valutando le proposte presentate da progettisti selezionati invitati a partecipare (come succede in genere), ma sta analizzando le idee presentate in forma anonima da architetti o studi di architettura mondiali esclusivamente sulla base di cinque criteri: approccio architettonico, sostenibilità, inserimento nel contesto urbano, fattibilità e funzionalità. Nessun limite “personale” quindi alla partecipazione, né di fatturato, né di età, né di progetti realizzati, né di fama. Significativi sono anche i riconoscimenti in denaro per i finalisti: 100mila euro per il vincitore e 55mila a testa per ognuno dei selezionati alla fase finale. Ad oggi, sul sito è possibile visionare la gallery dei 1.715 progetti presentati per la 1° Fase, provenienti da 77 nazioni del mondo, tra cui soprattutto gli Stati Uniti, Finlandia, Francia, Regno Unito, Italia, Cina, India, Germania e Svizzera”.
Prendiamo atto che in questo caso il mantra “ce lo chiede l’Europa” non ha fatto presa sul “Gruppo di esperti” che ha preparato il Bando. Del resto se nell’ultima classifica di Trasparency International, pubblicata proprio lo stesso giorno in cui scoppiava lo scandalo di “Mafia Capitale”, i Paesi Scandinavi sono ai primi posti e noi, insieme a Bulgaria e Grecia, siamo all’ultimo posto, ci sarà pure una ragione. Ed allora quale migliore occasione si poteva presentare come quella di un Concorso Internazionale di progettazione, per cercare di ridimensionare quell’immagine negativa di Roma andata in onda ultimamente?
Un Concorso senza vincoli, né curriculari o di fatturato, trasparente, ma soprattutto aperto a tutti. In particolare ai nostri giovani professionisti la cui maggioranza vive una situazione lavorativa disastrosa e che le statistiche ci dicono arrivano alla soglia dei 40 anni con poche o nessuna esperienza di progettazioni e di realizzazioni. Le cause vengono da lontano e soprattutto dalla cronica mancanza di politiche sulla Scuola e sull’ Università, che non possiamo trattare in questa sede. Oggi il lavoro non c’è più, e quindi a maggior ragione nessuno si dovrebbe permettere di cancellare anche la speranza ed il diritto di sognare.
b). (Dal Sito di CDP). – “Cassa depositi e prestiti (CDP) è una società per azioni a controllo pubblico: il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) detiene l’80,1% del capitale, il 18,4% è posseduto da Fondazioni di origine bancaria, il restante 1,5% in azioni proprie.CDP Investimenti Sgr (CDPI Sgr) è una società di gestione del risparmio. Il capitale di CDPI Sgr è detenuto per il 70% dalla CDP e per il 15% ciascuna dall’ACRI (Ass. di Fond. e di Casse di Risp. Spa) e dall’ABI (Ass. Bancaria Italiana).
Nella nostra “ignoranza” in materia, se dovessimo dare seguito a quanto letto sul sito, sarebbe lecito pensare che se il capitale di CDPI Sgr, proprietaria dell’area, è detenuto per il 70% da CDP il cui capitale e detenuto per l’80% dal Ministero Economia e Finanze, per la proprietà transitiva (70 x 80 / 100) = il 56% del capitale di CDPI Sgr, proprietaria dell’area, sarebbe detenuto dal MEF.
Quindi il Soggetto Banditore, dovrebbe essere un investitore a maggioranza di controllo pubblico. Ha acquisito dal Demanio, altro Ente pubblico, un’area militare dismessa ed ha sottoscritto un Protocollo d’intesa con il Comune di Roma, altro Ente pubblico. Ma aldilà di queste considerazioni, è indubbio che l’investimento debba far tornare agli investitori degli utili. Quello che non è assolutamente chiaro invece è il perché la CDPI Sgr è da considerare a tutti gli effetti un investitore privato, come ha sostenuto, nella conferenza stampa, il Direttore Generale di CDPI Sgr Marco Sangiorgio, che ci ha tenuto a sottolineare lo “status” di “ente di diritto privato” che, volendo, avrebbe consentito a CDPI Sgr anche di agire liberamente e senza vincoli.
Ma siccome loro sono “bravi e buoni” hanno voluto condividere il percorso proposto dall’Assessore Caudo e “concedere” al Comune di Roma sia il “Laboratorio di progettazione partecipata” che il “Concorso internazionale di progettazione”. Ma purtroppo, da quanto si è capito nella conferenza stampa, le conclusioni e le proposte del “Laboratorio” non devono essere piaciute all’Assessore Caudo, specialmente quella inerente il Concorso, fatta da “amate l’architettura”.
Ma se fosse veramente così, allora quale è stato il senso di tutto il “Laboratorio”?
E perché il Comune ha impegnato risorse pubbliche in un “Processo di progettazione partecipata” sapendo che poi l’investitore “privato” poteva decidere a suo piacimento?
Serviva forse la” foglia di fico” della “Partecipazione”?
E per quale motivo non si sarebbero potuti ottenere gli stessi risultati con un Concorso aperto a tutti e di vero respiro internazionale?
Quali sono stati gli aspetti che hanno “scoraggiato” l’Amministrazione della Capitale d’Italia e la “Cassa” più antica e solida del nostro paese? Quelli tecnico-economici, quelli organizzativi o cos’altro?
Ecco a queste domande ci piacerebbe avere delle risposte.
Con amarezza e delusione quindi dobbiamo ammettere che Il Concorso disattende le indicazioni del “Laboratorio di progettazione partecipata” puntando soprattutto all’individuazione dei progettisti (come per le Gare) e non del progetto (come avviene invece nei regolari Concorsi). Inoltre appare, a nostro avviso, concepito anche fuori dal Codice degli appalti (Forma palese e non anonima, Numero di 6 invitati anziché 10 alla 2° Fase – Art. 105, 106 e 107). Senza dimenticare l’aspetto “anomalo” del “ruolo” del Gruppo di “esperti” scelti per elaborare il Bando di concorso e nominati paritariamente dal Soggetto banditore e dall’Amministrazione comunale.
Per la cronaca, la richiesta del “Laboratorio” che in questo gruppo ci fosse anche la partecipazione di un rappresentante dei cittadini, non è stata nemmeno presa in considerazione e senza neanche spiegarne il motivo.
Lo stesso Gruppo di esperti formato da 8 membri ora si appresta a “trasformarsi” in Commissione giudicatrice dei partecipanti alla 1a Fase per scegliere i 6 progettisti invitati alla 2° Fase. Ma 2 membri dello stesso Gruppo/Commissione giudicatrice andranno poi a far parte della Giuria che sceglierà il Vincitore.
Questo “sfruttamento” esagerato del Gruppo di esperti, vista la situazione in cui versa il Paese, vogliamo pensare che sia stato motivato sicuramente per un contenimento dei costi del Concorso.
In conclusione è deprimente constatare come in Italia non si riesca mai a seguire uno standard unico e definito per i concorsi. Ogni ente banditore elabora una formula diversa e personalizzata, a discapito della trasparenza e delle pari opportunità per i partecipanti. Tutto questo, purtroppo, non fa altro che alimentare i pregiudizi sulla cattive amministrazioni in particolare e sui concorsi di architettura più in generale. Noi saremo felicissimi di essere smentiti dai fatti.
Il Consiglio Direttivo di “amate l’architettura”
Giulio Paolo Calcaprina (Presidente), Giorgio Mirabelli (Vicepresidente), Lucilla Brignola,

Ilaria Delfini, Margherita Aledda, Gianluca Adami, Claudia Fano, Santo Marra, Giulio Pascali

Laboratorio del processo di partecipazione – Ex caserme di Via Guido Reni, una proposta di concorso internazionale

Dopo la pubblicazione dello schema di proposta per il recupero dell’area delle ex caserme di Via Guido Reni, pubblichiamo oggi la seconda parte del nostro contributo, già presentato al Comune il 15 maggio 2014, che prevede l’organizzazione di un concorso di idee internazionale per la selezione dei progettisti incaricati di progettare il recupero dell’area.

La proposta è stata elaborata da Giorgio Mirabelli, Lucilla Brignola e Santo Marra.

Come sempre siamo aperti ai vostri contributi e suggerimenti.

(qui trovate il pdf del documento)

Qui trovate il post relativo alla nostra proposta di masterplan per il recupero dell’area.

Qui trovate il link a tutti i contributi proposti dalle associazioni che stanno partecipando al laboratorio.

IL CONCORSO

Il Movimento “amate l’architettura”, da tempo impegnato sul tema dei Concorsi di architettura in Italia, si  è fatto promotore della “costruzione” di una rete di Associazioni e di Movimenti di architettura e di architetti con l’obiettivo di realizzare una giornata di studio/convegno a Roma, nel prossimo mese di Settembre, sulle tematiche dei Concorsi di architettura, per affrontare il “nodo” dello strumento concorsuale come unico metodo democratico fondato sulla qualità del progetto. Nella stessa sede, verrà presentato un “documento standard operativo” che verrà discusso e quindi in seguito proposto agli Enti pubblici per unificare i processi concorsuali. In linea con questa attività, “amate l’architettura” intende presentare all’Assemblea, come primo contributo all’interno del “Processo di partecipazione”, il proprio modello ideale del Concorso internazionale di architettura per il Progetto Urbanistico del Quartiere della Città della Scienza. Il modello sarà ispirato agli indicatori qualitativi elaborati da Nib-Rating (progetto nato per la valutazione dei Concorsi), frutto della collaborazione tra professionearchitetto.it (portale di informazione tecnica e culturale degli architetti) e newitalianblood.com (portale dell’omonima associazione nata per dare voce ai giovani architetti).

IL MASTERPLAN

“amate l’architettura” pone la sua azione primaria al servizio della promozione di una maggiore qualità dell’architettura per contrastare la mediocre e purtroppo diffusa pratica costruttiva odierna, operando verso una crescente sensibilizzazione della società su queste tematiche. Nella piena convinzione di dovere intervenire con urgenza per ricostruire rapporti fra istituzioni, professionisti e fruitori finali, improntati ad una maggiore correttezza e responsabilità, il movimento propone riflessioni e apre spazi di confronto su alcune sfide urgenti in ambito sociale, ecologico ed economico a cui l’Architettura può e deve dare risposte. In questo contesto è prioritaria la difesa del progetto e del diritto alle idee, nell’intento di diffondere la consapevolezza che la buona architettura conviene a tutti. In quest’ottica “amate l’architettura” è disponibile, all’interno del processo partecipativo ed in collaborazione con gli altri soggetti, a fornire indicazioni per una lettura più attenta del masterplan, quindi a proporre soluzioni, sul piano strategico-culturale, per l’assetto urbanistico e per la ri-qualificazione eco-sostenibile del patrimonio edilizio, dei parchi e della mobilità, che contribuiscano alla stesura di linee guida per la definizione di un cosiddetto “SMART/Plan”, obiettivo del “Concorso internazionale per il Progetto Urbano Flaminio”.

Format per il Concorso Internazionale di Architettura

Premessa

In Architettura i concorsi, di progettazione e di idee, sono l’unico strumento competitivo per la ricerca della qualità attraverso il valore dei progetti, essenziali per innescare, mediante la competizione, processi di innovazione all’interno della poetica architettonica. Per questo le consultazioni devono essere aperte e trasparenti, garantire giurie qualificate, pretendere bandi semplici ed allo stesso tempo inappuntabili, fondarsi su una seria programmazione dell’opera da realizzare e, soprattutto, devono avere sempre riguardo della dignità professionale dei partecipanti. Un concorso di architettura può risultare di ottimo o di pessimo livello applicando qualsiasi procedura o legge vigente. Il discrimine, data per scontata la buona fede degli organizzatori, risiede soltanto nella professionalità, nell’esperienza e nell’interpretazione delle “regole”. L’efficacia delle procedure concorsuali si può misurare sin dall’inizio attraverso:

un’accorta composizione della Giuria che deve condividere ab-origine il bando;

una corretta concezione del bando, avvalendosi di un esperto programmatore di concorsi;

una seria programmazione strategica e tecnica (mediante un adeguato DPP).

Alla fine di questo percorso è necessaria solo una giusta determinazione per la realizzazione dell’opera e per il

successivo affidamento in gestione. Operazione demandata ad una trasparente attività della politica.

Giuria

La Giuria misura la qualità/affidabilità di un concorso, in quanto garante del suo buon esito. Per questo la sua composizione deve essere esplicitata nel bando con nominativi di esperti e/o di chiara fama. Diversamente il concorso pone motivi di esitazione, allorchè la composizione della Giuria diviene sempre meno precisata e/o specificata, rendendo non consigliabile la partecipazione ad un bando. Qui di seguito proponiamo un’idea di Giuria composta da figure che, a nostro avviso, dovrebbero rappresentare quelle doti di competenza professionale, serietà, prestigio, qualità artistica e culturale, tali da offrire ampia garanzia sulle scelte che saranno effettuate. In questo esempio, per maggiore chiarezza e comprensione, alle figure individuate sono stati affiancati dei nomi che sono da ritenersi puramente indicativi.

1. Presidente della Giuria Sen. Arch. Renzo Piano

Autore dell’Auditorium Parco della Musica nonché del Masterplan “Parco della Musica e delle Arti” per la riqualificazione di via Guido Reni e di tutto l’asse Ponte della Musica-MAXXI-Auditorium, che prevedeva una nuova sede del Teatro dell’Opera proprio nell’ex Stabilimento militare. Recentemente nominato Senatore a vita, con il suo progetto sociale “Rammendare le periferie” prescrive la necessità di intervenire con priorità assoluta sui territori marginali e degradati, siti dismessi e/o da bonificare, con l’irrimandabile obiettivo di recuperare questi luoghi a nuovi spazi di socialità. La rivitalizzazione di queste aree urbane non può non toccare i temi dell’efficienza energetica e della rigenerazione ecosostenibile di edifici e/o di interi quartieri.

2. Rappresentante dell’Amministrazione Capitolina – Arch. Maurizio Geusa

Dirigente dell’ U.O (Unione Operativa) Riqualificazione di ambito urbano e riuso del patrimonio pubblico nonché R.U.P. (Responsabile Unico del Procedimento) per il Progetto Urbano Flaminio.

3. Rappresentante del MIBAC – Arch. Rita Paris (Soprintendenza Speciale Beni Archeologici di Roma)

Gli immobili militari risultano prevalentemente assoggettati alla disciplina prevista dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio di cui al D. Lgs. 22.1.2004, n. 42, pertanto, sarà necessario verificare con la Direzione Regionale del MIBAC. e le competenti Soprintendenze che gli scenari di trasformazione e valorizzazione risultino pienamente coerenti con le esigenze di salvaguardia dei beni oggetto di tutela.

4. Componente dell’ Assemblea di Partecipazione per il Progetto Urbano Flaminio

Riteniamo che la presenza nella Giuria di un componente dell’Assemblea del Processo partecipativo, scelto dalla stessa Assemblea, tra i rappresentanti dei vari Comitati e Associazioni dei cittadini, non potrà che rendere ancora più credibile sotto l’aspetto della democrazia della partecipazione il percorso che l’Amministrazione ha voluto e fortemente sostenuto.

5. Esperto di chiara fama sull’Energia rinnovabile – Prof. Jeremy Rifkin

Guru dello sviluppo sostenibile e di nuove generazioni di sistemi orizzontali diffusi di produzione di energia da fonti rinnovabili da adottare nella riqualificazione del patrimonio edilizio esistente. Convinto che bisogna avere abitazioni autosufficienti ed energeticamente attive, non come opzione ma come obbligo, per far sì che il settore delle costruzioni che oggi è il primo fattore di riscaldamento del pianeta diventi parte della soluzione.

6. Paesaggista – Prof. Arch. Franco Zagari

Figura centrale nella cultura del progetto del paesaggio contemporaneo in Italia e all’estero, affianca l’attività progettuale alla didattica e alla ricerca teorica. I suoi temi privilegiati sono lo spazio pubblico urbano e il giardino. Come consulente di Renzo Piano si è occupato della consulenza urbanistica e degli spazi esterni per l’Auditorium Parco della Musica di Roma.

7. Architetto di chiara fama e prestigio internazionale – Prof. Arch. Richard Burdett

Professore di architettura e urbanistica alla London School of Economics and Political Science, Direttore della Biennale Architettura 2006, succede a Renzo Piano nell’Urban Lab di Genova come nuovo consulente urbanistico della città. Cresciuto e formatosi a Roma ha, tra l’altro, relazionato al Convegno “Roma 2010-2020: Nuovi modelli di trasformazione urbana”.

Bando

La corretta concezione di un bando misura la capacità/consapevolezza dell’Ente promotore a gestire la procedura concorsuale. Gli indicatori di peculiarità del bando forniscono la misura del gradimento dello stesso ovvero dell’ accessibilità a parteciparvi.

a) Aperto a tutti senza vincoli curriculari/esperienziali/reddituali

b) Tempi congrui di consegna elaborati (min. 60 gg)

c) Numero di elaborati congrui

d) Incarico al vincitore

e) Chiarezza e semplicità burocratica di partecipazione

f) Valore dei premi congrui (min. 3 premi, rimborso per tutti gli invitati alla 2^ fase)

Programmazione

Il livello di programmazione strategica e tecnica misura la capacità/volontà dell’Ente promotore a gestire tutta l’operazione per la realizzazione dell’intervento. Gli indicatori sintetizzano i requisiti essenziali che una programmazione deve contenere per dimostrare la fattibilità delle opere e la reale intenzione a realizzarle, nonché la loro previsione di migliore funzionamento a beneficio della collettività, nei tempi e nei modi desiderati.

a) Opera programmata e senza vincoli inibitori (DPP con indirizzi documento di partecipazione)

b) Disponibilità dell’immobile su cui si interviene

c) Quadro delle esigenze ben specificato

d) Opera finanziata (o finanziabile)

e) Tempi di esecuzione dell’opera previsti

f) Individuazione dell’eventuale soggetto per la gestione

Fermi i requisiti dati dagli indicatori esposti, si propone un Concorso Internazionale aperto a tutti, in forma anonima, a due fasi. La Prima Fase, come se fosse un Concorso di Idee, accessibile con la presentazione di n.2 tavole in formato A1 ed una relazione di max 20 pagine formato A4. Questo per avere il massimo coinvolgimento e partecipazione, ricevere il maggior numero di idee progettuali e selezionare le 10 proposte da sviluppare nella Seconda Fase. Seconda Fase che, come un Concorso di Progettazione, servirà per ottenere il Progetto preliminare con un numero di elaborati prefissati, quindi confrontabili. I 10 progettisti scelti ed invitati alla Seconda Fase dovranno avere tutti un congruo rimborso spese se presenteranno un progetto valutabile. Tra questi progettisti saranno scelti i tre progetti primi classificati, i cui premi saranno calcolati in base al valore del corrispettivo del Progetto Preliminare. Se ipotizziamo un intervento complessivo di circa 250 mln di euro possiamo prevedere un corrispettivo di circa 2,5 mln di euro per la Progettazione Preliminare. Il montepremi del Concorso potrebbe quindi essere di circa 260 mila euro, cosi distribuito:

1^ Premio 90 mila euro (importo che verrà poi detratto dalla Parcella professionale)

2^ Premio 40 mila euro

3^ Premio 25 mila euro

Agli altri 7 invitati alla 2^ Fase spetteranno 15 mila euro cadauno.

Laboratorio del processo di partecipazione – Caserme Guido Reni, la nostra proposta

Come avevamo anticipato, Amate L’Architettura sta partecipando al Laboratorio del processo di partecipazione per il Recupero delle Caserme di Via Guido Reni al Flaminio. Dopo una prima fase di interlocuzione i nostri rappresentanti Giorgio Mirabelli, Lucilla Brignola e Santo Marra hanno elaborato una proposta e la hanno presentata nel corso del laboratorio.

Si tratta di uno schema che condividiamo volentieri con tutti quelli che ci seguono e che vorranno darci il loro contributo. Il processo è ancora aperto e la partita tutta da giocare.

Buona partecipazione!

(qui trovate il pdf)

Qui trovate il link a tutti i contributi proposti dalle associazioni che stanno partecipando al laboratorio.

Il MasterPlan o SmartPlan?

Esiste una proposta, elaborata qualche anno fa dall’Arch. Renzo Piano, che riguarda forse la parte più significativa del Quartiere Flaminio, uno dei più interessanti e forse più belli di Roma, in quanto caratterizzato da una serie di impianti e strutture di notevole valenza architettonica. La proposta fu presentata su richiesta dell’allora Sindaco Rutelli, sotto la cui Amministrazione iniziarono i lavori per l’Auditorium-Parco della musica, fu poi accettata dal sindaco Veltroni e perfino dal Sindaco Alemanno. In pieno stile mitteleuropeo, l’Arch. Piano aveva previsto:

“Un grande Parco, denominato “Parco delle Arti”, che, partendo da Villa Glori, attraverso la “Porta delle Arti al Flaminio”, con un Passerella pedonale arrivava all’Auditorium, inglobando poi nel verde il grande Viale De Coubertin fino a comprendere le “architetture sportive” di Nervi padre e figlio, Palazzetto dello Sport e Stadio Flaminio.

Tutti i parcheggi necessari sarebbero stati posizionati in una Piastra sotterranea con la scomparsa totale delle auto in superficie, e per completare i servizi alla musica, nell’area dismessa delle Caserme di Via Guido Reni, era stato previsto il nuovo Teatro dell’Opera.

Via Guido Reni diventava un Boulevard ciclopedonale con un tram che arrivava fino al quartiere Prati, passando sul Ponte della Musica, ed era stata anche prevista una connessione con il Foro Italico, pur se limitata solo all’Accademia della Scherma, già destinata a Museo dello Sport.

Le destinazioni d’uso previste, per valorizzare l’operazione immobiliare pubblico-privata, erano simili a quelle attuali, solo che al posto del Museo della Scienza c’èra il Teatro dell’Opera.

Non era chiaro il ruolo di Piazza Mancini che pur compresa nella proposta rimaneva un po’ isolata e senza una vera definizione e destinazione funzionale, mentre sia il Lungotevere che il Villaggio Olimpico restavano fuori da questa “rigenerazione” che aveva come protagonista assoluto la sistemazione a “verde” delle aree da riqualificare.

plan_renzo-piano

Masterplan della Proposta dell’Arch. Renzo Piano

Calcolo dotazione Standars urbanistici in base alle Superfici previste secondo lo schema fornito

roma_capitale_destinazioni_flaminio

Residenziale = 29.000 mq + 6.000 mq (Alloggi sociali) = 35.000 mq x 3,2 (h) = 112.000 mc

112.000 mc / 80 (mc/ab.) = 1.400 ab. X 22 mq/ab = 30.800 mq

Nella Città Consolidata gli Standards possono essere dimezzati e quindi abbiamo 11 mq/ab = 15.400 mq di cui:  7.700 mq di Verde Pubblico

5.250 mq di Servizi Pubblici

2.450 mq di Parcheggi pubblici

A questi bisognerebbe aggiungere gli Standards per il Museo, per il Commerciale ed il Ricettivo 4mq/ ogni 10 mq di cui il 50% possono essere parcheggi: Museo 27.000 mq + Commerciale 5.000 mq + Ricettivo 5.000 mq = 37.000 mq /10 x 4 = 14.800 mq di cui 7.400 mq possono essere parcheggi.

Quindi se questi calcoli non sono sbagliati dovremmo avere una quantità di standards pari a 7.700 mq (Verde) + 5.250 mq (Servizi) = 12.950 mq quota per il Residenziale + 7.400 mq (Verde + Servizi) quota per il Museo, il Ricettivo ed il Commerciale, per un totale di 20.350 mq che è di molto inferiore ai 14.000 mq di “Attrezzature pubbliche di quartiere” previsti nella Delibera di Variante.

Mancano naturalmente i 2.450 mq + 7.400 mq = 9.850 mq di parcheggi totali che crediamo siano stati previsti nella piastra interrata sotto l’Area di intervento.

C’è da aggiungere però che nella Variante approvata, dei 14.000 mq destinati alle “Attrezzature pubbliche di quartiere” non viene specificato quanto sia il Costruito o la Sul prevista per queste funzioni.

Ma nella riunione del 15 Maggio scorso abbiamo appreso dall’Arch. Geusa che all’interno dei 14.000 mq, per le Attrezzature pubbliche di quartiere sono stati previsti circa 2.000 mq.

Strutture militari

Gli immobili di questo tipo risultano prevalentemente assoggettati alla disciplina prevista dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio di cui al D. Lgs. 22.1.2004, n. 42, pertanto, sarà necessario verificare con la Direzione Regionale ai BB.AA.CC. e le competenti Soprintendenze che gli scenari di trasformazione e valorizzazione risultino pienamente coerenti con le esigenze di salvaguardia dei beni oggetto di tutela.

Secondo quanto riferito verbalmente dall’arch. Geusa, la Soprintendenza ha però certificato, dopo sopralluogo avvenuto qualche mese fa, una assoluta mancanza di interesse storico ed architettonico delle strutture e dell’impianto complessivo delle Caserme.

Sarebbe in ogni caso importante conoscere quanto dichiarato dalla Soprintendenza ed inotre avere:

– Un rilievo dell’Area e degli edifici;

– Sapere se esiste anche una valutazione tecnico-strutturale e dello stato di conservazione dei manufatti e delle strutture;

– Sapere se c’è una volontà di recuperare (se ci fossero le condizioni) almeno quelle strutture e quegli edifici più significativi dal punto di vista architettonico-storico e meglio conservati sotto il profilo strutturale e costruttivo, aldilà di un intrinseco ed effettivo valore storico-architettonico-ambientale.

Se tutto ciò fosse possibile e conveniente si potrebbe recuperare il carattere identitario del luogo attraverso la riqualificazione, almeno in parte, dell’impianto architettonico e tipologico-distributivo. Quantomeno si potrebbe lasciare la facoltà di decidere se recuperare o meno alcune strutture ai progettisti che parteciperanno al Concorso di architettura.

Queste, secondo noi, sono indicazioni importanti che deve fornire l’Assemblea in un senso o nell’altro.

Master Plan

A nostro avviso bene ha fatto l’Amministrazione Comunale a ripartire dal Master Plan che aveva elaborato Renzo Piano facendo proprie alcune di quelle scelte, come quella, certo la più importante, dell’ asse che da Villa Glori -“Porta delle Arti” arriva fino a Monte Mario, sull’altra sponda del Tevere, attraverso il Ponte della Musica. (Volendogli cambiare nome come suggerito dall’Assessore Caudo, lo si potrebbe chiamare Ponte delle Arti e/o della Cultura).

Su questa direttrice, inglobando le strutture sportive del Palazzetto dello sport e dello Stadio Flaminio e la Piazza Apollodoro, si arriva poi in Via Guido Reni ed al Maxxi, con di fronte l’area delle Caserme. Come già detto, al posto del Museo della Scienza, nella proposta di Renzo Piano era stato previsto un Teatro dell’Opera diviso dalle strutture residenziali-commerciali-ricettive da una grande piazza in continuità con quella opposta del Maxxi, ipotesi che trova conferma in quella proposta oggi dal Comune.

Il Quadrante troverebbe così una nuova connotazione dove verrebbero esaltate le varie “vocazioni” e potenzialità che ha questo “brano” di città che a nostro avviso oggi è sicuramente uno dei quartieri più importanti di Roma, non solo per il notevole patrimonio architettonico che già esiste, ma anche per quello che sarà realizzato su questa area. Residenze, Sport (Palazzetto dello sport, Stadio Flaminio, Stadio Olimpico, Foro italico), Arte (Maxxi, Auditorium), Cultura, Musica, Festa del Cinema (Auditorium), Città della Scienza, fino a spingerci verso Piazzale Flaminio/Piazza del Popolo, dove all’altezza del Borghetto Flaminio troviamo il Polo museale Explora ed una sezione della Facoltà di Architettura.

PROPOSTA

Area totale =                            51.000 mq        Costruito 72.000 mq di Sul

Area privata =                          24.000 mq        Costruito 45.000 mq di Sul

(Residenze + Alloggi sociali 17.000 mq-2/3 Piani + Commerciale 5.000 mq + Ricettivo 2.000 mq-2/3 Piani)

Area pubblica edificata =        12.000 mq        Costruito 29.000 mq di Sul

(Museo della Scienza 10.000 mq-3 Piani + Servizi pubblici 2.000 mq)

Area pubblica  =                     15.000 mq

(Piazze, Percorsi pedonali e Sistemazioni a verde)

Rispetto alle destinazioni previste nella Variante di Roma Capitale le differenze della nostra proposta (Planimetria Generale dell’area dell’intervento allegata – Tav. 1) consistono:

1. Nella diminuzione dell’area privata che da 27.000 mq passerebbe a 24.000 mq, ma non cambierebbe la Sul di costruito che resterebbe di 45.000 mq. Le quantità previste di 29.000 mq di Residenziale, 6.000 mq di Alloggi sociali, 5.000 mq di Commerciale e 5.000 mq di Turistico/Ricettivo, resterebbero immutate trovando una diversa definizione architettonica anche in altezza ed arrivando ad un massimo di tre piani, permettendo il passaggio di circa 3.000 mq di area a destinazione privata in quella a destinazione pubblica.

2. Nella previsione di 2.000 mq di “Servizi pubblici di quartiere” che avrebbero dovuto trovare posto nei 14.000 mq di “Attrezzature pubbliche di quartiere” per le quali, però, come già detto, nel Documento di Variante non c’è alcuna quantità di Sul prevista.

3. In una Area pubblica che quindi passerebbe da 24.000 mq previsti nella Variante, con 27.000 mq di Sul, ad un totale di 27.000 mq con 29.000 mq di Sul.

In sintesi le Proposte finali contenute in questo Secondo documento, sono state solo rettificate, ma non si discostano, nella sostanza, da quelle presentate nel Primo documento che sono:

a. Il ricorso al “Concorso di Architettura in due fasi” che sia democraticamente e con trasparenza accessibile a tutti, garantendo che il vincitore sarà chi avrà elaborato il progetto migliore sia sotto il profilo urbanistico-architettonico che sotto quello importantissimo della fattibilità e della sostenibilità dell’opera. Non comprendiamo cosa voglia dire la frase: “Non chiameremo le Archistar, ma saranno 4/5 gruppi internazionali a competere” che l’assessore Caudo ed il suo staff ripetono spesso. Ma soprattutto non abbiamo compreso con quale criterio e da chi saranno scelti questi gruppi e dove sarebbe “la novità” rispetto ai soliti Concorsi ad inviti che si sono fatti fino ad oggi. Crediamo che gli esiti ed i successivi sviluppi che hanno avuto i Concorsi per il MAXXI e per la “Nuvola” di Fuksas (specialmente sotto l’aspetto del costo finale delle opere che sono state realizzate con finanziamenti pubblici) siano sufficienti per pensare di cambiare rotta e dare un preciso segnale di trasparenza e di corretta preparazione per poter gestire un Concorso di architettura a carattere internazionale.

b. Inoltre Riteniamo che la presenza nella Giuria di un componente dell’Assemblea del Processo partecipativo, scelto dalla stessa Assemblea, tra i rappresentanti dei vari Comitati e Associazioni dei cittadini, non potrà che rendere ancora più credibile sotto l’aspetto della democrazia della partecipazione il percorso che l’Amministrazione ha voluto e fortemente sostenuto.

c. Una modifica, crediamo, non molto significativa che faccia prevalere la Superficie Pubblica rispetto a quella Privata, senza peraltro modificare la Sul del costruito, che sicuramente andrà incontro ad un sentire molto “radicato” all’interno dei Movimenti e delle Associazioni dei cittadini del territorio.

d. La possibilità di recuperare il carattere identitario del luogo attraverso la riqualificazione, almeno in parte, di alcune strutture e dell’impianto architettonico e tipologico-distributivo. Quantomeno si potrebbe lasciare la facoltà di questa decisione ai progettisti che parteciperanno al Concorso di architettura.

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Roma Sì Muove – 8 Referendum per riflettere

1 Ottobre 2012

Sono gli ultimi giorni utili per firmare gli 8 referendum promossi da comitato Roma Sì Muove (la raccolta firme scade il 5 ottobre).

Si tratta di 8 referendum che spaziano da questioni di diritto civile (come il Testamento Biologico) alla lotta alla riduzione dei costi della politica (l’elenco dei quesiti referendari si trova qui).

Alcuni temi sono legati a tematiche spesso trattate anche dal nostro movimento; si pensi alla proposta di azzerare lo sviluppo immobiliare ponendo dei limiti all’ulteriore consumo del suolo in favore di un recupero (e riuso) del patrimonio esistente o alla proposta di promuovere forme alternative e integrate di mobilità a scapito del traffico veicolare privato; anche il tema della libertà di accesso alle spiagge demaniali rimanda alla questione del rapporto tra spazio pubblico e le sue forme di utilizzo.

Altri temi sono relativi a questioni di carattere più etico (istituzione del testamento biologico, apertura alle coppie di fatto) e politico/amministrativo (riduzione dei costi della politica), sui quali credo che sia utile aprire un fronte di discussione ampio.

Indipendentemente dalle singole opinioni è evidente che si tratta di temi importanti che troppo spesso i nostri politici faticano ad affrontare in maniera chiara, spesso per paura di scontentare possibili gruppi di opinione o semplicemente per non legarsi le mani sulla futura azione di governo del territorio. La possibilità che offrirebbero questi referendum è quindi quella di spingere la politica a esprimere una opinione (sei favorevole o no?) e soprattutto consentire ai cittadini di esprimere senza incertezze o dubbi la loro posizione, sgombrando il campo da comode e arbitrarie interpretazioni della “volontà popolare”.

Quante volte abbiamo sentito politici sostenere di essere depositari della volontà del popolo solo per avere vinto delle elezioni? Quante volte un voto di preferenza dato a questo o quel politico è stato reinterpretato a seconda delle convenienze? Quante volte infine abbiamo espresso un voto eleggendo un sindaco senza avere avuto la possibilità di approfondire le posizioni (le nostre) su molti temi cruciali, scoprendo solo dopo quali fossero le reali intenzioni dei candidati?

Oggi abbiamo la possibilità di scegliere il prossimo sindaco sulla base della fiducia che sarà in grado di ispirarci; parallelamente abbiamo anche la possibilità di indicargli con precisione verso dove vogliamo che indirizzi la sua azione.

In sintesi con la sottoscrizione della richiesta di referendum non si esprime un pare favorevole al merito della proposta ma si esprime un parere favorevole a che si apra un ampio dibattito sui temi proposti.

Sarebbe per esempio molto interessante capire cosa ne pensano i romani sulla possibilità di accedere liberamente alle spiagge (riducendo il fenomeno della “privatizzazione” di uno spazio demaniale), se magari preferiscono che le spiagge restino “private” o se invece preferirebbero ridurre la presenza degli stabilimenti; un risultato tutt’altro che scontato.

Oppure sarebbe curioso capire se i romani (con la loro proverbiale indolenza) ritengono veramente utile promuovere diverse forme di mobilità, quali potrebbero essere il carsharing o il bikesharing, o se preferiscono tenersi stretta la possibilità di muoversi autonomamente con la propria macchina. Indirettamente potremmo capire ad esempio se i romani sono veramente favorevoli all’apertura di nuovi parcheggi in centro o se invece preferirebbero che le risorse del comune fossero indirizzate verso il potenziamento delle linee pubbliche. Non sarebbe poco.

Infine sarebbe utile sapere se i cittadini dell’urbe vedono di buon occhio un ulteriore aumento delle cubature costruite o se ritengono preferibile ragionare sul recupero dell’esistente. Un parere contrario alla proposta darebbe ovviamente mano libera al futuro sindaco nella concessione di nuove edificazioni, anche come forma di finanziamento di ulteriori sviluppi e trasformazioni urbane; un parere negativo gli darebbe la forza di arginare le spinte speculative, notoriamente forti nella capitale; in tal caso è evidente che il Comunesarebbe costretto a trovare iverse forme di finanziamento della propria attività.

Di seguito vi riporto l’elenco dei quesiti che potete trovare meglio descritti a questo link. Mi limito a riportare il testo del Quesito 6) + AMBIENTE – CEMENTO che ci riguarda più direttamente:

“Volete voi che Roma Capitale adotti tutti gli atti ed effettui tutte le azioni necessarie a predisporre e attuare, attraverso la revisione delle previsioni edificatorie del Piano Regolatore Generale e le conseguenti misure di salvaguardia, un piano straordinario finalizzato allo stop del consumo di territorio e al recupero qualitativo ed energetico del patrimonio edilizio e dei tessuti urbani esistenti ?”

Qui trovate invece dove andare a firmare. Per aggiornamenti in tempo reale potete consultare la pagina Facebook.

Quesito 1) MENO TRAFFICO, MENO SMOG, PIÙ MOBILITÀ

Quesito 2) MARE LIBERO

Quesito 3) TESTAMENTO BIOLOGICO

Quesito 4) FAMIGLIE DI FATTO

Quesito 5) LIBERTA’ DI SCELTA NEI SERVIZI ALLA PERSONA

Quesito 6) + AMBIENTE – CEMENTO

Quesito 7) RIFIUTI ZERO

Quesito 8) RIDUZIONE DEI COSTI

“Chiamata alle armi”: rete 150K

Con questo post, parte quella che definiamo la fase 2 del progetto della Rete 150K, diretta conseguenza dell’assemblea aperta che abbiamo tenuto a Roma lo scorso 8 febbraio 2012.

150k

Per chi non ricordasse o non sapesse che cosa è la Rete 150K:

è una rete di professionisti che vuole rappresentare un luogo di confronto, attraverso un processo partecipato ed inclusivo, per recepire e coadiuvare le istanze degli architetti italiani al fine di promuovere l’architettura, la gestione del territorio e la valorizzazione delle risorse intellettuali.

I principi fondativi sono:

Inclusività:  rete150K vuole essere uno strumento di connessione di gruppi e persone con punti di vista diversi ed eterogenei;

Ascolto: rete150K vuole permettere un confronto non pregiudiziale né ideologico delle idee;

Apertura:  rete150K vuole creare le condizioni di convergenza su temi fondamentali, per l’architettura e per tutti coloro che operano nel campo;

Propositività:  rete150K vuole promuovere il confronto su temi determinati, come proposte di legge, emendamenti, linee guida e, dopo una fase di analisi collettiva, vuole produrre documenti largamente e democraticamente condivisi da sottoporre all’esecutivo politico, ai propri rappresentanti, ai cittadini;

Trasparenza: tutte le procedure ed i passaggi all’interno di 150K devono potere essere accessibili dagli utenti iscritti alla rete.

Rete 150k si è data alcune Regole:

Possono aderire alla rete150k tutti i professionisti, Enti, Istituzioni, Associazioni che desiderino contribuire a restituire dignità e ruolo sociale alla figura dell’architetto e dei professionisti coinvolti nella produzione di architettura, in maniera attiva, propositiva, partecipata;

La rete150k promuove dal basso azioni e proposte concrete di sensibilizzazione sia presso le istituzioni pubbliche e private che presso la cittadinanza;

incoraggia la partecipazione e l’espressione dei singoli professionisti per dare loro modo di avere voce e di confrontarsi direttamente;

non ha finalità di lucro ma promuove azioni di raccolta di fondi sia per le proprie finalità che per quelle dei propri aderenti nello sviluppo di iniziative coerenti con i propri obbiettivi;

tutti gli aderenti alla #rete150k sono liberi di proporre ed organizzare un’iniziativa, utilizzando il nome e il marchio della rete a condizione che siano garantiti i principi generali.

La rete150k ha bisogno del contributo di tutti per accrescere, ampliare e approfondire questi temi e individuarne altri insieme.

I PROSSIMI PASSI

La Rete 150K vuole organizzare Assemblee aperte come nell’evento di febbraio a Roma, l’esperienza della riunione di Roma dell’8 febbraio 2012 può essere replicata in altre città d’Italia. Stiamo lavorando per organizzare la prossima assemblea a Milano, in autunno. L’obiettivo è di creare un effetto “virale” e a fare sì che tutti si possano appropriare della Rete 150K secondo le modalità che abbiamo impostato (connettività e neutralità). La rete 150K è open source ma segue regole definite.

Stiamo formando dei gruppi di lavoro, su temi ben definiti, sia d’urgenza che di strategia a lungo termine per arrivare, in tempi stabiliti, a formulare proposte precise, largamente condivise. In caso di gruppi di lavoro già esistenti, come è emerso dall’assemblea, questi saranno messi in rete (se lo vorranno), sostenuti e proiettati su una dimensione nazionale.

Implementeremo inoltre la nostra piattaforma telematica, già creata, dove, con l’aiuto di tutti, potranno convergere documentazioni, riflessioni, proposte da tutti i componenti della rete. Questa documentazione sarà al tempo stesso un volano di idee e di conoscenza ma anche una patente di autorevolezza per le iniziative e gli studi che verranno promossi.

Per i motivi su esposti chiediamo a tutti di aderire a 150k richiedendo al nostro indirizzo e-mail rete150k@gmail.com il modulo di adesione che, una volta ricevuto, dovrà essere reinviato in allegato, compilato e firmato.

Ti ricordiamo infine che:

la piattaforma telematica della Rete 150K con i documenti prodotti finora si trova all’indirizzo:

http://www.thinktag.it/it/groups/rete-150k

La registrazione dello streaming dell’assemblea pubblica dell’ 8 febbraio 2012 è visibile all’indirizzo:

http://www.livestream.com/rete150k

L’indirizzo e-mail ufficiale per le comunicazioni con la Rete 150K è:

rete150k@gmail.com

Grazie per l’attenzione, invitiamo tutti ad aderire.

Formazione, un giro d’affari da 34 milioni… usiamoli per formare professionisti

17 Luglio 2012

Dalla lettura della bozza di regolamento sulla formazione che sta circolando, pur nella consapevolezza che si tratta di una bozza ampiamente emendabile, possiamo cominciare a farci una idea di cosa comporterà per gli iscritti l’obbligo di formazione previsto dalla riforma e tentare delle proposte di miglioramento.

Dalla bozza leggiamo che: “L’unità di misura dell’attività di ASPC è il credito formativo professionale (CFP) che corrisponde, se non diversamente specificato, ad un’ora di formazione. (…) L’iscritto ha l’obbligo di (…) acquisire annualmente 30 CFP” (in alternativa troviamo 90 CFP per triennio, ma la sostanza non cambia); anche se le modalità di acquisizione dei CFP potranno essere varie, indicativamente si considera che 1 CFP equivalga a 1 ora di formazione; quindi ogni iscritto sarà tenuto a svolgere annualmente un equivalente di 30 ore di lezione. A naso sembrerebbe un ordine di grandezza ragionevole; si parla di una settimana all’anno che ciascun professionista dovrebbe dedicare alla formazione. Occorre inoltre tenere presente che per attività definite “abilitanti” (ovvero quelle che già oggi richiedono una formazione obbligatoria o un aggiornamento periodico) si ipotizza un rapporto di 1 CFP per ogni 8 ore; questa formazione però conferisce una abilitazione specifica integrativa già ad oggi esistente (i professionisti sono già oggi tenuti a svolgere questo genere di formazione) e quindi la considero ininfluente rispetto alle mie considerazioni.

Considero quindi ragionevole ipotizzare 30 h di formazione annua per ciascun iscritto.

Questo dato ci consente di delineare l’ordine di grandezza economico degli aspetti formativi. Prendiamo ad esempio i corsi di formazione di carattere professionalizzante promossi dall’Ordine, troviamo corsi sul catasto a 200€ per 16 ore di  lezione, corsi sulla prevenzione incendi a 380 € per 40 ore di lezione, corsi per CTU a 300 € per 28 ore, corsi per Coordinatori della Sicurezza nei cantieri a 300 € per 40 ore di lezione. In media questi corsi erogano formazione ad un costo pari a circa 9,5 €/h. L’Ordine di Roma, come noto, ha deliberato l’istituzione di una Fondazione che ha tra i suoi scopi dichiarati quello di offrire agli iscritti una formazione a costi calmierati; quindi ipotizzo una riduzione del 20% ed ottengo un costo orario medio pari a 7,6 €/h, che moltiplicate per 30 fanno 228 € all’anno.

A partire dall’anno prossimo ciascun architetto che vuole esercitare la professione dovrà tenere in conto di dedicare circa una settimana del suo tempo alla formazione con un impegno economico di circa 228 € all’anno.

Se moltiplichiamo questo valore per il numero di iscritti troviamo che a Roma (17.000 iscritti) il mercato della formazione ha un potenziale di 3,8 milioni di euro; a livello nazionale  (150.000 iscritti) il potenziale è pari a 34,2 milioni di euro. Di fatto stiamo raddoppiando l’onere di iscrizione.

Parliamo di “giro d’affari”, in quanto esisteranno forme e modalità di acquisizione dei CFP, molto diversificate che non necessariamente comporteranno l’esborso diretto di moneta sonante o un impegno temporale così netto. Nella bozza si propongono le seguenti tipologie di attività formativa:

– Corso Formativo Qualificante per l’acquisizione di competenze originali ed innovative in un determinato settore.
– Corso Formativo Tecnico-strumentale per l’apprendimento di specifiche competenze utili
al miglioramento della prestazione professionale (lingua, software, strumenti, ecc.).
– Corso Formativo Abilitante su materie di carattere obbligatorio finalizzata all’acquisizione di
abilitazioni specifiche (sicurezza in cantiere, certificazione energetica, acustica, prevenzione incendi, ecc.)
– Partecipazione a Convegni, seminari, tavole rotonde.
– Partecipazione a eventi di Comunicazione su Prodotti (caratteristiche, prestazioni, modalità di posa, ecc. –
generalmente in collaborazione con le ditte produttrici).
– Attività Formative alternative quali visite a mostre, fiere, viaggi di studio, eventi speciali, ecc.

Secondo la bozza il Presidente dell’Ordine di riferimento potrà inoltre validare (una volta sola) la certificazione dei CFP per:

a) relazioni e/o docenze in convegni, seminari, corsi e master
b) docenze presso istituti universitari o enti equiparati
c) docenze presso scuole secondarie di secondo grado o enti equiparati
d) partecipazione attiva a commissioni e gruppi di lavoro istituiti o riconosciuti dal CNAPPC e/o
dagli Ordini territoriali
e) partecipazione in qualità di membro effettivo a commissioni giudicatrici di concorsi, per gli
esami di Stato, premi di architettura

Aggiungiamo anche quanto previsto dalla schema di decreto:

“Con apposite convenzioni stipulate tra i consigli nazionali e le università possono essere stabilite regole comuni di riconoscimento reciproco dei crediti formativi professionali e universitari”.
“L’attività di formazione è svolta dagli ordini e collegi anche in cooperazione o convenzione con altri soggetti”.

Considerazioni.

Definizione dei ruoli tra diverse istituzioni. Non risultano al momento definiti chiaramente e univocamente i compiti e i ruoli dei vari soggetti in campo. In sostanza il Ministero i Consigli nazionali e gli organi provinciali possono concorrere, sotto varie forme e titoli a definire regole e modalità di attribuzione dei CFP. Oltre a generare rischio di conflitto tra diverse istituzioni (che notoriamente non collaborano tra loro) vi è il serio rischio di generare diseguaglianze tra diversi Ordini e professionisti. Se si lasciano eccessivi margini di manovra tra i diversi Ordini il rischio è che si instaurino fenomeni di concorrenza al ribasso tra le diverse realtà locali (si pensi a quanto già avviene oggi con l’esame di stato, dove molti aspiranti architetti emigrano verso sedi dove l’esame di stato risulta più facile).

Conflitto di interessi. CNA e Ordini avranno sia il compito di definire le regole di attribuzione dei CFP (validando e certificando le specifiche iniziative) che quello di erogare direttamente le attività di formazione. Sulla carta si tratta di un grosso conflitto di interessi che dovrebbe essere chiarito e normato. Il fatto che gli Ordini provinciali siano una istituzione di carattere elettivo non garantisce agli iscritti una gestione super partes delle attività per almeno due ragioni. La prima di carattere pragmatico è relativa alla effettiva rappresentatività dei consigli provinciali (che esprimono al massimo il 25% degli iscritti); anche ribadendo che la responsabilità di questa scarsità di partecipazione è principalmente in capo agli assenti (il 75% dei non votanti alle elezioni), questo non è un motivo sufficiente per attribuire acriticamente ai consigli eletti “l’indipendenza ideologica” necessaria di fronte a situazioni complesse come questa; a maggior ragione non possiamo attribuire la medesima indipendenza ai Consigli Nazionali (che non sono eletti direttamente). I ripetutti riferimenti alle istituzioni universitarie non sembrano aiutare alla rimozione di tale conflitto.

Cultura della formazione. I redattori della bozza sembrano essere stati attenti a non dimenticare ogni possibile attività formativa, mantenendo bene aperta l’intera casistica delle attività di tipo tradizionale. Il modello di riferimento è chiaramente quello universitario (non a caso impostate secondo il criterio dei Crediti Formativi). Teoricamente sarà possibile recepire CFP anche partecipando a mostre ed eventi, a convegni, svolgendo docenze, partecipando a commissioni, ecc.; anche le parti più specificamente professionalizzanti sono trattate con il sistema tradizionale della lezione accademica (segui una lezione, studi un libro, ottieni il credito). La bozza sembra applicare il sistema formativo universitario al mondo dell’esercizio professionale creando di fatto uno dei maggiori ossimori della riforma. In pratica per garantire agli utenti che un professionista è in grado di svolgere adeguatamente il proprio mestiere stiamo adottando lo stesso sistema adottato dalle istituzioni note per essere tra le meno professionalizzanti al mondo.
Quando sei neolaureato devi faticare per fare esperienza e crearti una professionalità sul campo, integrando le nozioni prevalentemente teoriche ricevute nell’università; con questa bozza, invece di valorizzare quello sforzo di compensazione (dando valore all’esperienza sul campo) si rinforza in maniera burocratica la metodologia che si è già dimostrata poco efficace nel formare profesionisti.

Non è mia intenzione criticare il modello universitario, quanto evidenziare che per organizzare la formazione che ha come obbiettivo diretto la professione, occorre fare uno sforzo di immaginazione che superi i tradizionali schemi didattici.

Cosa manca?

A mio parere il grande assente di questa bozza (e in generale di tutta la riforma) è paradossalmente l’esperienza pratica. Manca la professione.
Manca la volontà di approfittare di questa “opportunità” offertaci per ripensare radicalmente il modello di apprendimento formativo agendo in maniera complementare e integrativa rispetto alle forme educative più tradizionali. Manca il coraggio di invertire il processo di apprendimento della professione di architetto, per definizione estremamente concreta, e di riportare l’esperienza pratica al centro della formazione. Non si riesce a riformare l’università nel senso di una maggiore professionalizzazione: in compenso si lavora sodo per una accademizzazione della professione.

Secondo il prof Francesco Antinucci vi sono due modelli fondamentali di apprendimento: quello percettivo-motorio e quello simbolico-ricostruttivo, ognuno con specifiche caratteristiche. Il meccanismo fondamentale dell’apprendimento simbolico-ricostruttivo è quello di “decodificare simboli e ricostruire nella mente ciò a cui essi si riferiscono” e questo richiede uno sforzo immenso di comprensione e concettualizzazione. Il secondo modo di apprendere, quello percettivo-motorio, sostiene Antinucci, “non avviene né attraverso l’interpretazione di testi, né attraverso la ricostruzione mentale. Avviene invece attraverso la percezione e l’azione motoria sulla realtà”. L’individuo percepisce la realtà con i sensi e interagisce e interviene su di essa. “L’apprendimento percettivo-motorio avviene in un continuo scambio di input (percettivi) e output (motori) con l’esteno”. Al contrario, “(…) nell’apprendere simbolico-ricostruttivo il lavoro avviene totalmente all’interno della mente: senza alcuno scambio con l’esterno che non sia l’input di simboli linguistici” (testo tratto da www.maecla.it)

Il prof Antinucci mette in seria discussione soprattutto l’efficacia del modello accademico tradizionale adottato sistematicamente dalla nostre istituzioni scolastiche (comprese quelle universitarie), proponendo una rimodulazione delle modalità di fare formazione che si fondi prevalentemente sull’esperienza. In occasione del convegno “Nativi Digitali” tenutosi presso il Tempio di Adriano, il professore ha provocatoriamente ricordato come l’architetto del Tempio di Adriano fosse di fatto un analfabeta; ovvero una persona che secondo i canoni della riforma sarebbe incapace di “di garantire la qualità ed efficienza della prestazione professionale, nel migliore interesse dell’utente e della collettività” (v. schema di decreto). Il concetto è chiaro, non si mette in discussione l’importanza dello studio attraverso i libri di testo le dispense e la classica lezione monodirezionale, ma se ne ridimensiona profondamente il ruolo, conferendo all’esperienza pratica una importanza ben più sostanziosa.

La maggior parte degli architetti e dei professionisti potrebbero confermare quanto l’apprendimento sul campo sia fondamentale alla crescita professionale, quanto l’esperienza sia “severa maestra”. Aggiungo quanto sia importante nell’esercizio della professione l’imitazione costruttiva, ovvero la ripetizione criticamente meditata di forme e metodologie che si rivelano funzionali. Quanti di noi per capire come comportarsi di fronte ad una qualsiasi pratica, come primo passo interpellano un collega alla ricerca di esperienze istruttive?

Appare evidente quindi l’incoerenza di una bozza di regolamento che pretende di certificare una competenza professionale escludendo totalmente proprio quell’elemento formativo che più è efficace alla crescita professionale: l’esperienza. Una incoerenza ancora più evidente se si osserva come tra gli esonerati dalla formazione permanente vi siano i neolaureati (cioè quelli che più di tutti per definizione hanno minori competenze prefessionali) e i colleghi che non esercitano, mentre gli aspetti formativi più pratici sono relegati alle dimostrazioni tecniche di prodotti (cioè solo alla formazione che deriva da sponsorizzazioni). Chi lavora (e quindi sta acquisendo competenze sul campo) è invece per definizione lacunoso ed obbligato a certificare la sua competenza.

Proposta

A questo punto della riforma non possiamo certo sottrarci dalla applicazione della Formazione Permanente. Possiamo però approfittare per rendere questo obbligo una opportunità rendendola più efficace e soprattutto molto più utile al miglioramento della professionalità di ciascun iscritto.

Possiamo approfittarne per valorizzare in maniera netta la professionalità acquisita sul campo.

Sul piano dei contenuti occorre attribuire in maniera drastica una maggiore peso alle attività di carattere propriamente tecnico e professionale (dalla redazione del progetto allo svolgimento delle procedure autorizzative, fino alle pratiche costruttive).

Sul piano della metodologia formativa ritengo necessario prevedere una didattica basata prevalentemente sulla CONDIVISIONE DELLE ESPERIENZE; basata cioè sulla organizzazione di incontri pubblici durante i quali viene data la possibilità agli iscritti di esporre le loro esperienze professionali mettendole a disposizione dei colleghi condividendone problemi, difficoltà e soluzioni adottate.
In questo caso i partecipanti attivi (quelli che portano i loro contributi) potrebbero avere diritto a ricevere CFP integrativi; i partecipanti passivi avrebbero la possibilità di selezionare in maniera interattiva gli argomenti di maggiore interesse professionale, ma soprattutto avrebbero la possibilità di fare tesoro delle esperienze concrete accumulate dai colleghi. Ovviamente la condivisione avverrebbe in maniera completamente gratuita.
Il compito degli Ordini a questo punto sarebbe esclusivamente quello di organizzare gli incontri e di vigilare sulla loro conduzione. Il controllo sulla qualità e la utilità funzionale degli incontri avverrebbe direttamente in funzione dei feed back e delle adesioni alle esperienze proposte (con modalità partecipative). I partecipanti preselezionerebbero i colleghi che propongono le esperienze più interessanti ed eviterebbero gli incontri di scarso interesse secondo i meccanismi ormai già collaudati di molti Social Network.

Con questa metodologia si otterebbe un abbattimento dei costi di docenza, una valorizzazione delle professionalità esistenti, una maggiore reattività alle reali esigenze formative degli iscritti e una magiore aderenza dei contenuti alle esigenze pratiche della professione; inoltre si eliminerebbe in maniera drastica la discrezionalità nella selezione dei contenuti e dei docenti (riducendo il rischio di creare un mercato parallelo di scambi e favori). Non sottovaluterei infine l’effetto aggregante che una formazione organizzata in questa modalità potrebbe genererare.

Insomma se questa riforma deve portare oneri per la professione, lavoriamo in maniera che questi oneri portino valore condiviso!

Ultimora da Edilportale.

“L’obbligatorietà della frequenza – secondo Palazzo Spada – irrigidisce le modalità di svolgimento del tirocinio; meglio, secondo i giudici, che la frequenza sia facoltativa. Inoltre, il CdS ritiene irragionevole la norma del Regolamento che consente alle associazioni di iscritti agli albi di organizzare i corsi di formazione liberamente, e impone agli altri soggetti l’obbligo di essere autorizzati dal Ministero. L’unica cosa importante, secondo i giudici, è la qualità dei corsi, da garantire mediante la fissazione di requisiti minimi validi per tutti (compresi ordini e collegi).

Anche per la formazione continua permanente, il CdS chiede che l’attività di formazione non sia riservata agli ordini e collegi (art. 7, comma 4) ma sia estesa a tutti i soggetti sulla base di requisiti minimi dei corsi.”

co/A – una proposta di concorso innovativa

23 Dicembre 2011

aulettaIn un mio precedente post ho provato a delineare i principi di base che, a mio parere dovrebbero fondare la gestione dei concorsi di progettazione. Il tema dei concorsi pubblici e della loro regolamentazione è uno di quei temi caldi che animano la discussione sul miglioramento della qualità delle nostre città e noi intendiamo discuterne durante l’assemblea dei 150K.
La mia proposta mirava alla definizione di un processo che garantisse la qualità della scelta, la responsabilizzazione dei soggetti conivolti nel processo di ideazione (progettisti e amministrazioni in primis) e il coinvolgimento partecipativo e “connettivo” di tutti gli stakeholders del processo di trasformazione urbana.
L’approccio del post, come di molti altri validissimi che si incontrano nella rete, aveva come sottintesa una naturale diffidenza verso la capacità del genere umano ad autoregolarsi e, conseguentemente la attribuzione alla norma di una sorta di potere taumaturgico nella risoluzione dei problemi.
Si tratta di un riflesso ideologico difficile da spezzare: alla identificazione di un problema, alla individuazione di una possibile soluzione, si agisce pensando ad una legge.
Ma prima della legge, se si vuole incidere seriamente su un problema, occorre lavorare sulle consuetudini. Se si vuole dimostrare che una idea, un principio sono migliori di altri (a tal punto da meritarne l’istituzionalizzaizone normativa) occorre dimostrarne sul campo la validità e magari, senza necessariamente aspettare una nuova legge lavorare con quello che si ha.
Aggiungo che per le amministrazioni pubbliche che hanno la reale volontà di risolvere i problemi della trasformazione del territorio in maniera non burocratica e soprattutto non populista, non è necessario attende alcuna nuova norma, potendo già ora autoregolamentarsi.
E’ fondamentale quindi prima di tutto lavorare direttamente sulle amministrazioni pubbliche, agendo sulla loro sensibilità e sulla loro reale volontà di gestire positivamente il territorio. Se ci sono delle buone pratiche è doveroso segnalarle e promuoverle.

Ritengo quindi doveroso segnalare il concorso di idee che ha lanciato il comune di Auletta per la valorizzazione del Parco a ruderi sorto dalla riqualificazione del centro storico (distrutto dal terremoto del 1980) che approfondisce in maniera innovativa diversi aspetti del concorso di idee.
Il bando si caratterizza per la definizione chiara dei requisiti da parte del Comune, che ha coinvolto in questo progetto l’associazione RENA (Rete per l’Eccellenza Nazionale), e per  il programma coraggioso che si propone di ricercare soluzioni innovative a problemi e obbiettivi complessi; soprattutto si nota la ricerca di metodologie innovative proprio nelle metodologie procedurali di selezione dei progetti vincitori.
Ad un tema è importante quale quello della memoria collettiva di un dramma storico si cerca di fornire risposte in maniera “connettiva”.
Altamente innovativa, sia sotto il profilo organizzativo che metodologico, la previsione di un meccanismo partecipativo rivolto non tanto ai cittadini (che comunque vengono coinvolti trasparentemente in ogni fase del progetto) quanto alla categoria dei progettisti che vengono spinti a condividere contenuti e proposte secondo modalità Creative Commons.
Si ribalta di fatto il tradizionale concetto di partecipazione, restituendo contemporaneamente dignità e responsabilità alla categoria di progettisti i quali sono chiamati a operare in maniera multidisciplinare e soprattutto aperta.
Notevoli anche la cura della grafica e della comunicazione (si nota come gli organizzatori stessi abbiano ricorso agli stessi processi produttivi che richiedono ai progettisti) dalla quale si intuisce lo sforzo per sfruttare ogni possibilità offerta dal web 2.0 finalizzato alla selezione del miglior progetto possibile.
Gli aspetti di regolarità burocratica e funzionale sono in secondo piano. Non è importante che sia rispettata una procedura, è importante che quella procedura consenta di selezionare la miglior soluzione possibile; smbra banale ma evidentemente non lo è.
Il percorso delineato prevede una prima fase più tradizionalmente concorsuale, una seconda, caratterizzata da un workshop durante il quale si svilupperanno le migliori idee selezionate e una finale nella quale i vincitori affineranno le idee per produrre gli elaborai destinati alla gara d’appalto; il tutto sempre e costantemente ricorrendo a procedure aperte, visibili e condivisibili dall’esterno.

Ci auguriamo quindi il pieno successo dell’iniziativa, e soprattutto siamo curiosi di vederne i risultati concreti, nella speranza che questa esperienza stimoli anche altre amministrazioni a modificare almeno in parte le remore e le ritrosie che permangono nell’utilizzo di strumenti concorsuali aperti e partecipativi.

co/A è coordinata da RENA, su incarico della Fondazione MIdA, dall’Osservatorio sul Doposisma e del Comune di Auletta. Con la consulenza tecnica del gruppo SNARK, RENA ha lavorato alla definizione e diffusione del bando di idee.
Il concorso resterà aperto fino al 30 gennaio 2012.