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#MERCATIERRANTI

29 Settembre 2015

In occasione della conferenza “Portare con se la biodiversità: piante e popoli che si muovono” che si terrà il 7 ottobre 2015 presso il Padiglione dell’Unione Europea di EXPO 2015, Amate L’Architettura collaborerà con il CNR Expo Lab nella gestione del live tweeting #MercatiErranti.

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Amate l’Architettura dedicherà i suoi contributi per evidenziare come i mercati agroalimentari contribuiscano a “NUTRIRE” le città oltre che da un punto di vista fisico anche da quello prettamente culturale, in quanto luoghi di aggregazione sociale e di incontro.
Partendo dal titolo, “NUTRIRE” preso in prestito da quello dell’EXPO, già rilanciato in occasione della nostra ultima azione con Carte in Regola, cercheremo di fornire una serie di spunti estremamente concreti ma al tempo stesso fortemente “visionari” di come i mercati agroalimentari contribuiscano ad estendere il significato del verbo “NUTRIRE”, che in un’accezione più ampia include la “nutrizione culturale e sociale”, con le quali le attività commerciali devono assolutamente integrarsi e convivere, se vogliamo salvare la funzione importante del mercato rionale e/o cosiddetto di “quartiere”.
E questo deve avvenire attraverso le trasformazioni sia fisiche (quindi architettoniche ed urbanistiche), che di ampliamento e di coinvolgimento di altre attività (ludiche, sociali, culturali, artigianali), affinché i mercati agroalimentari italiani possano continuare ad essere luoghi di preservazione e diffusione nel tempo delle culture e delle abitudini alimentari”.
Al fine di rappresentare casi in cui questa funzione complessiva del “mercato” inteso come luogo di acquisizione di beni ma anche di interscambio tra culture differenti, assolutamente in sintonia con il tema del convegno “su popoli e piante che si muovono”, si è pensato a tre luoghi che possiamo definire “storici” della città di Roma da dove inviare i nostri contributi. Tre Mercati che, pur con caratteristiche diverse, con un diverso sviluppo nel corso delle loro storia e con le ovvie differenze tipiche di altre localizzazioni geografiche, hanno tutti i requisiti per rappresentare e soprattutto testimoniare in modo paradigmatico la validità della tesi qui sopra sostenuta.
I mercati scelti sono a Roma e sono il Nuovo mercato Esquilino – Ex-Piazza Vittorio, il Mercato Metronio e quello di Campo dei fiori.

Nuovo mercato Esquilino – Ex-Piazza Vittorio (Via Principe Amedeo, 184)
Questa realtà nasceva con una localizzazione all’aperto (al centro della piazza) come complemento di un quartiere che era nato come luogo di elezione della burocrazia post unitaria. Di ciò ne è testimonianza evidente la tipologia di architettura prescelta mutuata, quasi pedissequamente, da quella tipica della città di Torino e di molte realtà ad essa riconducibili.  Pur con tutte le limitazioni insiste nei “parallelismi” tra epoche storiche differenti si potrebbe sostenere che come, alle sue origini il quartiere ha ospitato una comunità non propriamente autoctona anche ora, a seguito della massiccia immissione di più comunità provenienti da numerosi paesi extraeuropei il mercato Esquilino può essere considerato, tutt’ora l’emblema dell’interscambio culturale attuato attraverso l’esigenza di reperimento di merci di ogni tipo per il soddisfacimento delle quotidiane esigenze.
Dal 2001 il mercato sia ortofrutticolo che di abbigliamento occupa l’area della ex caserma Sani.
Interviste e foto

Mercato Metronio (Via Magna Grecia, 1956 -1957)
E’ forse l’unico mercato che ha il valore aggiunto di essere stato progettato negli anni 50 dall’Ing.  Ric-cardo Morandi con la finalità di dotare la zona di S. Giovanni di luoghi di aggregazione e di parcheggi. Attualmente la struttura è ancora in uso, sarebbe necessaria una completa riorganizzazione degli spazi, sia al piano terra che a livello ballatoio, anche con l’inserimento di altre realtà per poter ottimizzare la struttura che risulta sottoutilizzata.
Interviste e foto

Mercato di “Campo dei fiori”
Questa realtà, ha subito, soprattutto ad opera delle rappresentazioni cinematografiche e della letteratura, un processo di “mitizzazione” che ha contribuito ad evidenziarla come luogo tipico del “sentire romano”. Si potrebbe quasi sostenere che essa debba, rappresentare pur con le doverose differenze, uno dei tanti monumenti la cui visita sia obbligatoria per chiunque voglia conoscere veramente lo spirito della città. Questa caratteristica, nella quale prevalgono però, le ragioni del “mito” impedisce una visione oggettiva di questa realtà che appare, invece assolutamente allineata agli stilemi ormai comuni che prevedono una caotica commistione di realtà commerciali non propriamente orientate al soddisfacimento dei bisogni quotidiani del quartiere bensì agli onnivori desiderata della clientela turistica per la quale l’unico argomento è, tranne rare eccezioni, che l’oggetto acquistato provenga dal luogo in questione.

A questo link è possibile scaricare il programma.

Seguiteci e rilanciate i vostri contenuti utilizzando l’hashtag #mercatierranti.

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Le polemiche intorno alla sistemazione del Giardino dei Giusti

25 Giugno 2015

La proposta di sistemazione del Giardino dei Giusti portata avanti dalla associazione Gariwo ha scatenato notevoli polemiche da parte Giancarlo Consonni e Graziella Tonon, condirettori dell’Archivio Bottoni del Politecnico di Milano.

Il Giardino dei Giusti di Milano nasce ai piedi del Monte Stella nel 2003, per iniziativa di Gabriele Nissim e dell’associazione Gariwo, ispirandosi al celebre Giardino di Gerusalemme dove viene piantato un albero per ogni “Giusto” ovvero ogni persona che, durante la Shoah, ha salvato almeno un ebreo dall‘uccisione. Il Giardino di Milano si differenzia perchè “tratta e onora come “giusti” tutti coloro che (senza distinzione, di razza, credo religioso o politico) abbiano messo a repentaglio la propria vita per salvare quella di un perseguitato”.
Il Giardino di Monte Stella  “è un’istituzione che col tempo è diventata riferimento a livello europeo e internazionale. Partendo dall’esempio di Milano, il Parlamento di Strasburgo, su richiesta di Gariwo, ha votato, nel 2012, una mozione che istituisce la Giornata europea dei Giusti. L’esperienza del Monte Stella ha figliato altrettanti giardini a Varsavia, Praga, Yerevan, Kigali, Sarjevo e in tante altre città italiane”.

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Dopo dieci anni di attività l’associazione ha sentito l’esigenza di dare un assetto all’area con l’obbiettivo di “renderlo più forte nella sua identità e fornirlo di alcune strutture di fruizione della cittadinanza e degli studenti”. E’ stato quindi avviato un processo di progettazione affidato all’arch. Valabrega e che è passato attraverso un workshop di progettaizone all’università e svariati incontri di presentazione del progetto che è stato adeguato alle indicazioni ricevute nel corso degli incontri.

Come dicevamo contro il progetto si sono schierati Giancarlo Consonni e Graziella Tonon condirettori dell’Archivio Bottoni del Politecnico di Milano, avviando una raccolta firme che ha ricevuto un discreto riscontro. Analoga raccolta a favore del progetto è stata fatta dall’associazione.

Il parco del Monte Stella costituisce un caso unico e singolare nella storia dell’urbanistica. Nato grazie a Giampiero Bottoni che nel realizzare il Quartiere Triennale 8 (QT8) ebbe l’intuizione di sfrutttare la collina formata dalle macerie dei bombardamenti, per farci un parco urbano che fosse strettamente collegato urbanisticamene e paesaggisticamente al quartiere.

Gli oppositori al progetto ritengono quindi che il Monte Stella sia un luogo già fortemente identitario che non necessiti e che non possa subire alcun intervento integrativo; in questo senso l’intervento proposto dall’associazione, non solo sarebbe inutile, ma addirittura dannoso nei confronti dell’esistente.

Qui trovate la descrizione del progetto. L’intervento si riferisce a un’area di 7.000 mq all’interno di un parco più vasto di 300.000.
L’intervento consiste essenzialmente in una operazione di arredo urbano; non ci sono grattacieli ne pericolosissime speculazioni edilizie: dal poco che si vede non si tratta di un progetto particolarmente invasivo. Paradossalmente lo si potrebbe criticare proprio per la mancanza di audacia; per dire, l’idea dell’anfiteatro circolare è palesemente figlia di una certa architettura neorazionalista degli anni ’70 e ’80.
Ciononostante non ho visto quello scempio che denunciano i comitati.

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Niente di nuovo sul fronte delle polemiche che si scatenano sempre in questi casi.

Polemiche che, in sintesi tentano di rispondere alle seguenti domande:

  • entro che limite è consentito intervenire sul territorio naturale e artificiale esistente per adeguarlo alle esigenze di uso contemporaneo?
  • fino a che punto le esigenze di conservazione del patrimonio esistente possono condizionare le scelte di trasformazione della città?
  • se è comprensibile pensare che un sito archeologico o fortemente storicizzato debba avere un elevatissimo grado di protezione che ne conservi le caratteristiche unitarie consolidate nell’arco di secoli, quanto è corretto adottare gli stessi criteri per opere moderne, che ancorchè unitarie risalgono a pochi decenni fa?
  • e non è proprio dalla stratificazione dagli interventi e dagli inserimenti successivi che si sono consolidate molte delle più importanti opere italiane?

Tonon e Consonni citano i Giardini di Boboli come esempio limite per dimostrare “per assurdo” come non sia possibile intervenire sui luoghi consolidati come il Parco: “se la più prestigiosa e la più apprezzata delle Associazioni chiedesse di disporre di una balza del Giardino di Boboli per collocarvi muri, muretti, totem e un teatro all’aperto per rendere visibile il proprio messaggio, cosa pensereste?”

Ma il Parco del Monte Stella non è il Giardino di Boboli, è una pregevolissima opera di architettura del paesaggio nata anche per celebrare simbolicamente la memoria delle devastazioni della Seconda Guerra Mondiale; in questo senso la collocaizone del Giardino dei Giusti è estremamente assonante dal punto di vista culturale; non si vede perchè non si possa trovare una forma di rappresentazione architettonica che possa essere altrettanto assonante all’architettura modernista di Bottoni e alla sua idea di Parco.

Proprio Boboli si è formato per aggiunte e trasformazioni successive, a cominciare nel 1549 con l’opera di Niccolò Tribolo, passando per Bartolomeo Ammannati, Bernardo Buontalenti fino a concludersi con Cosimo II (1609-1621) quando il giardino triplicò la sua estensione ad opera di Giulio Parigi e del figlio Alfonso.

Il Giardino sarebbe sato lo stesso se all’epoca fossero nati i comitati in difesa del Giardino Boboli a impedire che gli ultimi architetti aggiungesero altri interventi?

Più in generale ritengo che la riflessione da fare dovrebbe concentrarsi sul grado di cristallizzazione che intendiamo dare alla città, sia moderna che antica. Personalmente do per scontato che le città siano a tutti gli effetti dei fenomeni dinamici (non a caso si parla di organismi urbani); la sensazione che provo in queste discusisoni è che, specie all’interno di una vasta parte dell’establishment intellettuale, vi sia una visione della città che tende a cristallizzare tutto che vede la città (e il territorio) come un oggetto inanimato statico e immutabile sempre uguale a se stesso. Il retropensiero di questa visione è che l’uomo abbia già deto e fatto tutto quelle si poteva dire o fare in architettura e urbanistica.

Purtroppo siamo stati sfigati, fino all’altro ieri la città era ancora fluida, potevi interagire, dialogare e proporre la tua visione delle cose, potevi adattarla e se lo ritenevi necessario modificarla alle tue esigenze.

Ormai è tardi, non è più consentito avere esigenze od aspirazioni; cosa vogliono mai questi dell’Associazione Gariwo? un luogo sistemato dove organizzare i loro eventi? c’è già un bellissimo prato! un Prato progettato da Bottoni, mica vorrai pretendere che oggi ci possa essere un architetto in grado di eguagliarlo?

Concludo con un suggerimento a promotori del no; provate a proporrlo voi un progetto alternativo, qualcosa che secondo la vostra sensibilità si possa adattare allo spirito del Monte Stella; fatelo tenendo conto delle esigenze dell’associazione che evidentemente sente la necessità di disporre di un “luogo” necessariamente artificiale (e architetonico) dove svolgere le sue attività; chi meglio di voi infatti saprebbe proporre soluzioni in grado di soddisfare entrame le esigenze del problema?

Tuscia felix

3 Settembre 2014

La Tuscia Viterbese è la più grande risorsa paesaggistica del Lazio. Grazie ad uno sviluppo industriale limitato, alla sua economia prevalentemente agricola e, soprattutto ad un sistema viario poco sviluppato, i paesi dell’Altro Lazio, con l’eccezione di Viterbo, hanno avuto uno sviluppo edilizio assai limitato. Soprattutto, è mancata la speculazione edilizia nei termini delle altre province, soprattutto quella di Latina.

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Perché è una risorsa? Come può essere valorizzata?
Può essere valorizzata scegliendo di affiancare all’economia agricola, già presente, una tipologia di turismo selezionata che affianchi l’economia esistente.

In realtà è un lavoro che è già in atto almeno da due decenni, ma girovagando per questi paesi si notano differenze vistose nell’approccio al problema.

Ci sono centri come Tuscania e Barbarano Romano che hanno fatto del turismo l’obiettivo principale (Tuscania per il suo patrimonio artistico, Barbarano perché è inserito al centro del Parco Regionale Marturanum) e hanno agito di conseguenza.

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Nel caso di Barbarano, per esempio, il centro storico, che è costruito su uno sperone circondato da forre e boschi, le nuove costruzioni sono state localizzate fuori dalla vista del centro ed è stata approntata una regolamentazione sui materiali e gli interventi compatibili con il patrimonio storico.
L’alluminio anodizzato, tanto per chiarirci, è sparito dal panorama della cittadina.

Ci sono infine piccoli centri come S.Martino al Cimino che vantano natali illustri (la ristrutturazione del borgo fu affidata al Borromini) e sono rimasti pressoché intatti.
Queste sono tre eccellenze, dunque, ma cosa hanno in meno Sutri, Civita Castellana, Soriano nel Cimino e Ronciglione (e non solo queste)? Solo e semplicemente una maggiore attenzione e pianificazione dell’attività edilizia, con un occhio di riguardo all’impatto sul paesaggio.
Quando gli amministratori riusciranno a superare gli interessi dei privati (costruisco qui perché mi conviene) in un ottica di valorizzazione del bene comune avvieranno una economia come quella della Toscana, che ha fatto dell’eccellenza e della sostenibilità il suo brand.

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In altre realtà, tempi, sensibilità, sono stati sperimentati interventi volti a coniugare i requisiti funzionali moderni con un richiamo alla tradizione locale.
Una sperimentazione significativa, in questo senso, è stato il quartiere Italia a Terni (città industriale, un contesto differente dalle cittadine citate prima) progettato da Mario Ridolfi.

Amate l’Architettura, anche nell’ottica di sensibilizzazione verso queste tematiche, affianca l’Associazione Stella Errante in un’escursione nella Tuscia Viterbese e nel Ternano, che si terrà il 13 settembre 2014.

Sarà presente anche un rappresentante del nostro Movimento che introdurrà a queste tematiche.
Per informazioni sul viaggio:

Qui un link al nostro album fotografico su Flickr

Tutela del paesaggio?

25 Ottobre 2013

Amministrazione comunale.

Ufficio tutela del paesaggio.

Un  professionista coscienzioso deve presentare una domanda di Permesso a Costruire per un immobile accessorio ad un altro che sta per essere ultimato.

Nella zona non sussistono vincoli paesaggistici. Il funzionario che seguirà la pratica del PdC suggerisce comunque di fare un passaggio “di cortesia”, a scanso di equivoci, per verificare che negli ultimi due anni (il tempo che è passato dal rilascio del precedente permesso) non vi siano state modifiche sostanziali al piano dei vincoli.

Il professionista un poco dubbioso ma animato dalla volontà di non dare nulla per scontato, va a trovare l’altro funzionario (che per comodità definiremo zelante funzionario); due stanze più in là.

Lo zelante funzionario tira fuori diligentemente la mappa dei vincoli paesaggistici dove in prossimità dell’area interessata è presente un vincolo di rispetto di 150 m da un corso d’acqua.

Lo zelante funzionario, quasi trionfante, sostiene quindi che si deve presentare la domanda di Autorizzazione Paesaggistica.

Il professionista coscienzioso conosce la zona e conosce il corso d’acqua, sa per certo che l’edificio è abbondantemente fuori da questa fascia di rispetto (ha già fatto costruire la strada di accesso che è lunga più di 500 m): si domanda come faccia lo zelante funzionario ad avere questa certezza senza nemmeno sapere dove si troverà l’immobile.

Comincia a preoccuparsi,
guarda meglio,
la scala è molto piccola,
cerca dei punti di riferimento,
trova una strada vicinale indicata sulla planimetria che coincide con l’area che gli interessa,
tira un sospiro di sollievo.

Fa quindi notare che il suo fabbricato si trova all’interno di un’area completamente bianca: “mi pare che non dobbiamo presentare alcunchè”, suggerisce.

“E no, dovete comunque chiedere un parere.” Controbatte lo zelante funzionario.

“Scusi ma non capisco, se non sussiste vincolo, posso tranquillamente dichiarare che non sussiste il vincolo nella relativa casella sul modulo SUAP; perchè devo richiedere un parere? la carta parla chiaro.”

“Eh, però vi trovate in prossimità della fascia.”

“E che significa in prossimità? c’è una misura, un algoritmo, una regola benedettina su quale mi possa regolare?”

(il coscienzioso professionista comincia a scaldarsi ma lo zelante funzionario non si scompone)

“Nessuna regola, siete li vicini e il mio parere è che dove chiedere il parere”

“Ricapitoliamo, lei mi sta dicendo che secondo la carta non sarei soggetto a chiedere alcuna autorizzazione, ma devo comunque fare una domanda di parere perchè c’è una fascia di rispetto in prossimità dell’area e lei decide autonomamente se e quanto influisce questa prossimità?”

“Si, esatto, ha capito perfettamente!”

“Ma perché dovrei fare questo?”

“Perchè cosi possiamo dirvi se ci sono prescrizioni.”

“Ovvero nessuna.”

“Certo, siete fuori dalla fascia.”

“Cioè lei mi sta dicendo che devo fare una pratica presso di voi per farmi dire che non è necessario fare una pratica. Ma cosa dovrei presentare? allego la documetazione insieme alla domanda di Permesso a Costruire che presento al Suap?”

“No non può passare dal SUAP”

“Perchè no?”

“Perche lei deve recepire il mio parere prima di presentare la domanda al SUAP, in maniera da recepire le mie prescrizioni, se dovessero esserci, nel progetto da presentare al SUAP.”

“Ma se mi ha appena detto che non ci sono prescrizioni?”

“Detto è morto, lei deve farselo dire per iscritto. Lo faccio per lei, daltronde lo sa che verba volant

“Scusi ma io sto completando un fabbricato 10 volte più grande proprio accanto a questo. Nella precedente pratica sono state rilasciate tutte le autorizzazioni, nessuno ci ha chiesto quella Paesaggistica e non ho avuto alcun problema.”

“Ha fatto male, doveva chiederla.”

“Sempre per farsi dire che sull’immobile non ci sono vincoli né prescrizioni?”

“Si”

“Boh che le devo dire, non capisco ma mi adeguo, mi toccherà avvisare il cliente che ci vorrà più tempo per il rilascio del Permesso ma se serve per stare tranquilli tanto meglio. Senta però io voglio fare le cose corrette mi dica come posso fare per regolarizzare anche la pratica precedente, come dice lei verba volant, non vorrei che poi il mio cliente si trovasse scoperto per colpa di un documento mancante: come posso fare richiedere un parere adesso anche per l’altro fabbricato?”

“No! non lo faccia! per carita!”

“No?!?”

“No, non faccia nulla. Sarebbe come fare una autodenuncia! Se lo fa poi dobbiamo chiederle di demolire l’immobile.”

“Hee?!”

(…)

la conversazione è stata temporaneamente sospesa in quanto il professionista coscienzioso dopo avere rischiato un infarto, si è fortunatamente ripreso, ma la reazione successiva, della quale vi risparmiamo i dettagli, ha seriamente preoccupato lo zelante funzionario, il quale ha ritenuto più saggio allontanarsi zelantemente dalla scena dei fatti.

Dobbiamo infine doverosamente informare i lettori del blog che la vicenda ha avuto un lieto epilogo: il professionista coscienzioso ha verificato meglio le normative è ha saggiamente deciso di procedere senza richiedere alcun parere. Il Permesso è stato regolarmente rilasciato senza nessuna obbiezione (almeno su questo aspetto) mentre il fabbricato è stato felicemente completato per la gioia del cliente finale.

Architettura e Paesaggio sono in contraddizione ?

27 Maggio 2009

Il Corriere della Sera di sabato 23 Maggio, in un articolo di Paolo Conti si parla di Ambiente e Cultura.

(titolo)

LA LITE SULLA TUTELA DEL PAESAGGIO, PDL E LEGA CONTRO IL MINISTRO BONDI.

Succintamente : Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha varato un nuovo regolamento creando la Direzione per la valorizzazione e l’accorpamento della Direzione per il Paesaggio con l’Architettura, l’Arte Contemporanea e le Belle Arti.

Alla Commissione VII (Cultura) della Camera, chiamata ad esprimere un parere sul nuovo Regolamento, però, non hanno gradito più di tanto e, attraverso i Capigruppo del Pdl Fabio Granata e della Lega Paola Goisis sembra che abbiano sostanzialmente chiesto il ritorno alla autonomia della Direzione del Paesaggio. Prendo dall’articolo di Paolo Conti il virgolettato di Fabio Granata mentre si riferisce idealmente al Ministro Bondi : “…Lo chiamiamo alla coerenza restituendo alla Direzione del Paesaggio la sua necessaria autonomia, proprio per preservare al meglio, come impone l’articolo 9 della Costituzione, la più grande infrastruttura immateriale dell’Italia…”

Veramente l’articolo 9 della Costituzione recita testualmente : La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Ora è noto a tutti (spero!) che Architettura è cultura e quindi anch’essa è soggetta a sviluppo e anche a tutela……noo!!! Quindi a che titolo i signori sostenitori del paesaggio rivendicano una posizione di “autonomia” rispetto alle arti e altre forme di cultura…?? E perché, poi, con la sottintesa pretesa prioritaria?

È giunto il momento di chiarire una volta per tutte ai paesaggisti che l’Architettura non è……brutta mentre il paesaggio è bello; ai conservatori, che l’architettura del passato non è migliore della architettura del presente; ai tradizionalisti, che l’architettura contemporanea ha pari dignità della architettura della tradizione, e via dicendo.

Ancora in direzione dei paesaggisti, poi, che pensano di doversi “difendere” dall’architettura faccio invece notare che i grandi flussi turistici ( con esclusione di quelli balneari-estivi e ludico-sciistici), riguardano forse per il 70% la visita a piccole e grandi città dell’intero globo, storiche e non storiche, e solo per il restante 30% riguardano la visita ad elementi e luoghi di carattere naturale e paesaggistico, senza nulla togliere al “Paesaggio” in quanto tale…( non ci sono mai stato ma appena ne avrò l’occasione andrò a vedermi molto volentieri le cascate del Niagara e il Gran Canyon, pure io). Ma è la spocchia del privilegio che mi infastidisce, la supponenza di chi pensa di godere di carattere prioritario…bah! E quindi, in conclusione, la grande massa turistica visita le città, e le città sono la massima espressione dell’Architettura …vero??!!

Ora, permettetemi, per la serie ……citazioni,massime detti, aforismi, ecc. di prendere a prestito una frase emblematica di W. Cooper (1731 – 1800):

DIO HA FATTO LA CAMPAGNA E L’UOMO HA FATTO LA CITTA’

Non male eh?! E ……passatemi la provocazione: chi ha vinto la gara sui flussi turistici che riguardano l’intera collettività? Dio con la campagna e il paesaggio o l’uomo con l’Architettura e le città ? ho la sensazione che l’uomo civile apprezzi sempre più le “eccellenze” ma predilige quelle di natura…..antropica. Lo diceva anche Giò Ponti: chi visita Venezia non ci va mica per la laguna e anche chi visita Roma non ci va per i sette colli e neanche chi visita Parigi ci va per vedere la Senna……, semmai il visitatore potrà godere anche della contemporanea felice coesistenza tra spazio costruito e ambiente naturale. Ma questo è anche e soprattutto FARE ARCHITETTURA.

Mi sono dilungato ed è meglio che ritorno a “bomba” o meglio a Bondi.

Congratulazioni Signor Ministro, a me semra un’ottima idea quella di riunire in un’unica Direzione il Paesaggio e l’Architettura. E’ “ l’uovo di Colombo” in controtendenza, è la naturale logica delle cose, senza trionfalismi da parte di nessuno ma soprattutto senza prevalenze e senza subordinazioni da parte di chicchessia.

Ma è ora che rimuovo la “suspence” sul pensiero di Pasolini che utilizzo per un’opportuna parafrasi:

…anche i miei più fieri sperimentalismi (progettuali) non prescindono mai da un determinante amore per il paesaggio. Bisogna strappare ai paesaggisti il monopolio del Paesaggio.

E concludo per i paesaggisti (ma vale anche per i conservatori e i tradizionalisti) con una nota di Argan sull’intervento di Wright su casa Kaufman: “…adopera con sicurezza il cemento, il ferro, il vetro: per andare nella foresta non occorre vestirsi da boscaioli.”

Contro il concetto di patrimonio inviolabile e contro il vincolo

12 Aprile 2009

Ho di recente letto Manifesto del Terzo paesaggio, di Gilles Clément.

E’ uno scrittore, giardiniere, paesaggista, entomologo, ed ingegnere agronomo francese.

Definirlo è complesso poiché egli non incarna una figura professionale collocabile e definibile. Lo si può definire Paesaggista – scrittore, filosofo – giardiniere, ma il modo che scelto, pur non conoscendolo di persona, è uomo appassionato della vita naturale.

Questa passione la ho portato a teorizzare il giardino planetario e il giardino in movimento, concetti da cui è scaturito il Manifesto del Terzo Paesaggio.

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Ho approcciato questo libro alla ricerca di più risposte partendo da alcune domande:

Questo testo è la introduzione a un modo di leggere lo spazio che ci circonda? Come si colloca l’architettura?

Come leggere, da architetto, un libro scritto da un paesaggista come Gilles Clement che ritiene l’architettura come una forza contraria che ostacola la biodiversità e il paesaggio?

La  concezione biologica, non economica, del territorio,  e la assunzione del concetto di paesaggio come essere vivente come può convivere con la minerale natura dell’architettura?;

Se il manifesto scritto da C. può essere uno strumento nelle mani del paesaggista è possibile che si inneschi un dispositivo traslabile proficuamente in quelle dell’architetto?

Considerazioni

Il Terzo paesaggio “riposa sull’idea che i lotti abbandonati o i frammenti non curati del giardino planetario siano il rifugio della biodiversità terrestre, e che in questi si trovi il nostro avvenire biologico” (Alessandro Rocca, “Il Giardino nomade. Il Viaggiatore permanente”, In: Gilles Clément – Nove giardini planetari. A cura di Alessandro Rocca, 22 Publishing srl, Milano, 2007, p. 36.).

Nell’elaborazione del Manifesto GC non cita mai il paesaggio, il verde, il biologico. Compaiono piuttosto le parole spirito, politica, equilibrio, potere, progetto, vita.

La disciplinata impostazione concettuale e scientifica che imposta nel testo contiene in se il germoglio di ragionamenti forse trasferibili in ambiti come per esempio quello dell’architettura e della società.

Se per quest’ultima si può intendere che le risorse più ricche per il nostro futuro politico e per lo sviluppo sociale siano i rami non controllati dal sistema attuale, lo stesso si può pensare per l’architettura?

Se gli spazi non controllati sono quelli che sfuggono al checkup economico e sociale come può l’architettura avvalersi di questi principi per sviluppare ipotesi future?

L’architettura è un organismo visibile solo alla scala umana. Dalla sua scala prescinde la sua esistenza?

Se il terzo paesaggio individua residui e riserve come spazi concreti sui quali intervenire e creare interrelazioni lo stesso approccio potrebbe essere adottato sulla città contemporanea intesa globalmente (dal satellite) come un microsistema? (non come insieme di microsistemi).

Come possiamo interpretare il termine “vivente” in campo architettonico, riferendoci in senso stretto al tema della progettazione o della composizione?

In che termini l’architettura della città può accogliere in se il tema del vivente vegetale senza che esso sia marginalmente risolto in aiuole e parchi? Come eliminare il recinto, la linea che separa naturale da minerale?

Se la città è un essere vivente perché in Italia le è negato uno sviluppo, una evoluzione naturale?

Se applicassimo le teorie di Darwin o di Lamarck (pur diverse fra loro) alla città, ci accorgeremmo che da un lato, l’organismo “centro storico” è più vicino alla pratica della mummificazione che a qualsiasi teoria dell’evoluzione e dall’altro, la periferia è laboratorio per il largo uso della clonazione di abominevoli esseri auto-simili.

Mi si risponderà che la città non è un organismo in senso stretto, risponderò che è sicuramente figlia dell’Homo Sapiens Sapiens.

I danni di questo atteggiamento paleo-fantascentifico non sono qui citati perché ovvi, ma resto tuttavia sconvolto per quello che accade oggi in Abruzzo.
Penso che il mio ruolo sia quello di offrire gratuitamente il mio studio professionale per la progettazione di un centro storico e di strutture necessarie agli abitanti delle zone colpite da Madre Natura e dalla cieca, ingiustificabile, bigotta, colpevole, ipocrita ignoranza di chi non ha saputo limitare i danni.

Come per GC mi è Inevitabile infine è il rinvio, per l’architettura al Terzo stato.

Fa riferimento al pamphlet dell’abate Emmanuel Joseph Sieyès del 1789: «Che cos’è il terzo stato? Tutto. Che cosa è stato finora? Nulla. Che cosa chiede? Chiede di essere qualcosa».

E l’architettura? Anche.

Sulla Fabbrica Solimene a Vietri. E oggi?

In questi giorni, mettendo ordine nel mio archivio fotografico ho rivisto le foto che ho fatto alla Fabbrica Solimene a Vietri, progettata dall’arch. Paolo Soleri.

Fabbrica Solimene

ico_flickr1 Vedi il set di immagini su Flickr

Voglio condividere con Amate l’Architettura le seguenti considerazioni:

  1. Se avessero presentato al giorno d’oggi un progetto così fuori dagli schemi come questo non sarebbe mai passato in commissione edilizia: basterebbe già un vincolo paesaggistico per bloccare tutto.
  2. E’ vero che Soleri si era conquistato l’amicizia di Vincenzo Solimene, ma quanti imprenditori al giorno d’oggi, a cantiere iniziato, chiamerebbero “un pazzo” che lo stravolga e incorra nel pericolo di “perdere tempo” per la chiusura del cantiere (non a caso l’edificio fu cominciato nel 1952 e finito nel 1956)?
  3. La standardizzazione delle soluzioni tecnologiche odierne, o meglio la delega ai produttori della ricerca della soluzione tecnologica, ci ha un po’ impigrito. Non  a caso salvo forse per opere di grande importanza, siamo abituati ad utilizzare soluzioni preconfezionate, dalle pareti ventilate all’illuminotecnica, anche quando potremmo essere in grado di trovare soluzioni originali all’interno del proprio studio.

Per il resto lascio parlare le immagini.