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Minimi tariffari. Perché non sia una battaglia di retroguardia

12 maggio 2017

(..) Città e paesaggio incarnano valori collettivi essenziali per la democrazia. Formano un orizzonte di diritti a cui deve rispondere la responsabilità dell’architetto, perché il suo lavoro incide sull’ambiente e sul tessuto urbano, determina la qualità della vita quotidiana, modifica le dinamiche della società (..) scrive  Salvatore Settis nel suo ultimo  “Architettura e democrazia”.

La manifestazione programmata il 13 maggio a Roma, che vede in piazza i liberi professionisti e gli Ordini professionali italiani per il ripristino dei minimi tariffari aboliti dalla legge “Bersani” del 2006 (n. 248/2006), ha il grande merito di riportare all’attenzione pubblica il tema del ruolo sociale delle categorie professionali, devastate negli ultimi anni da una crisi non solo di mercato ma anche di identità.

La verità è che gli ultimi 20 anni hanno trovato impreparate, complici le nostre fallimentari Università, intere categorie professionali precedentemente tutelate da un sistema culturale e sociale che garantiva loro un mercato protetto e selettivo. E così, anche crogiolandosi nel comodo equivoco e nella presunzione di dover essere categoria culturale prima che professionale, queste categorie non hanno retto l’onda d’urto di un mercato, non solo del lavoro ma anche della conoscenza, sempre più globale e orizzontale.

Queste categorie, innanzitutto quella dell’architetto, continuano a ricoprire tuttavia un ruolo primario all’interno dei processi di trasformazione dei nostri territori antropizzati o meno che siano; ma lo fanno purtroppo privi di qualsiasi riconosciuta autorevolezza e di qualsiasi potere contrattuale.

E’ evidente come il ripristino per legge dei minimi tariffari, che questa manifestazione promuove, rappresenti un tentativo di ricostruire questo svanito potere contrattuale, tradendo tuttavia una visione limitata della questione e rischiando di passare, con evidente effetto boomerang, per un tentativo di tutelare solamente gli interessi di categoria. La questione merita invece un approccio più ampio e argomentato soprattutto perché è in ballo non solo la tutela professionale e sociale di una categoria ma la stessa dignità del lavoro.

Allora bisogna premettere che la scelta di liberalizzare le professioni aveva un intento lodevole, quello di scardinare un mercato monopolizzato, spesso dalla solite figure professionali, che si aggiudicavano, in materia pubblica, a parità di compenso professionale qualsiasi appalto/gara sulla base di valutazioni tecniche spesso opinabili; l’eliminazione delle tariffe minime avrebbe garantito l’immissione nel mercato di forze nuove capaci di competere, oltre che sul piano professionale, anche su quello economico, secondo un principio di libero mercato.

Ma evidentemente qualche cosa non ha funzionato, e per un duplice motivo.
Il primo è che, ovviamente, la libera competizione produce apertura del mercato e benefici sociali solo laddove esiste un mercato veramente libero e competitivo. In Italia il libero mercato paga indiscutibilmente e storicamente (soprattutto culturalmente) la presenza di centri di potere diffusi, monopolistici e clientelari, che, a seguito della liberazione delle tariffe, hanno opposto una forte resistenza e lavorato a costruire maglie sempre più strette e opache nella gestione degli appalti, complice la crisi storica che stiamo vivendo.
Il secondo motivo è riconducibile al ritardo culturale della categoria (e qui ci sarebbe da rincarare la dose sulla formazione innanzitutto universitaria), che non ha mai abbandonato la visione e la gestione oserei dire romantica dell’attività, e che ha messo a nudo una generazione di professionisti nella stragrande maggioranza incapace di essere realmente competitiva in un mercato globale, limitando quella dimensione innovativa che tale rivoluzione liberista doveva alimentare e potenziare; è successo invece che il micro tessuto degli studi professionali, a fronte di una calo sostanziale della committenza pubblica, si è trovato disarmato e debole di fronte ai colossi che oggi gestiscono il mercato dell’immobiliare privato, dai fondi immobiliari ai mercati del retail o del facility services, e non hanno potuto imporre, in situazioni di crisi e di competizione selvaggia, la propria qualità professionale.

E’ per questo che sono convinto che tale rivendicazione del ruolo sociale della categoria e del ripristino della dignità del lavoro professionale, incentrata solamente sul tema del ripristino delle minimi tariffari intesi come prima del 2006, non solo rappresenti una battaglia di retroguardia che non porterebbero nessun beneficio ne di condizione lavorativa degli architetti e degli ingegneri ne di ricaduta nella collettività, ma nasconda, come già detto, un effetto boomerang devastante che affosserebbe ulteriormente (se fosse mai possibile) una categoria già pubblicamente squalificata e delegittimata.
Ma allora come affrontare l’evidente urgenza di dover ricostruire l’immagine e la legittimazione delle figure professionali, passando per la loro valorizzazione come attori principali della tutela e della valorizzazione del territorio del nostro paese e come evidente investimento su uno dei patrimoni più importanti che l’Italia possiede, quello delle proprie città e del proprio paesaggio naturale?

Per questo i fronti da affrontare sono diversi e più ampi, riconducibili essenzialmente a 3 punti.
1.    Una riforma profonda delle professioni che metta ordine alle competenze, riporti su un binario corretto la deriva della formazione professionale, agevoli – anche fiscalmente – l’aggregazione professionale a vantaggio di strutture complesse in grado di acquisire potere negoziale e di competere nel mercato globale
2.    Una riforma fiscale, soprattutto dei regimi IVA professionali, che segni la differenza tra economia professionale e economia d’impresa.
3.    Una riforma profonda della normativa di settore a partire dalla Legge Urbanistica nazionale che dopo 75 anni mostra limiti enormi che solo parzialmente possono essere superati dalla normativa regionale; una riforma che aggiorni i principi della pianificazione e dello sviluppo territoriale e che allo stesso tempo affronti decisamente il tema della certezza delle procedure e della semplificazione amministrativa.

Sarebbe importante pertanto che la manifestazione del 13 maggio a Roma affrontasse soprattutto queste priorità, evitando che questa giornata si riduca ad una battaglia di retroguardia dannosa per la categoria e tutto sommato inutile: che vittoria di Pirro sarebbe infatti ripristinare le tariffe minime in un sistema professionale e di mercato senza garanzie di lavoro?
Personalmente parteciperò nell’ottica di dare un piccolo contributo all’importantissima costruzione di una coscienza e consapevolezza collettiva, perché la dignità del lavoro professionale passa indiscutibilmente anche per un principio di compenso minimo. E, in maniera provocatoria proprio verso quei Consigli Nazionali degli Ordini Professionali, che poco hanno fatto negli ultimi anni per migliorare la condizione lavorativa della nostra professione, e che oggi sono tutti, opportunamente, in prima linea nell’organizzazione della manifestazione, mi chiedo: perché non modificare il Codice Deontologico, al cui rispetto siamo tenuti, inserendo il concetto di effort minimo delle prestazioni professionali al di sotto dei quali l’impossibilità di garantire minimi salariali compatibili con la dignità professionale, possa configurarsi come illecito ideologico e/o concorrenza sleale? Potremmo arginare la deriva al ribasso di gare e appalti sanzionando deontologicamente attraversi i propri Consigli di Disciplina, anche con sospensione dall’Albo, eccessi di ribasso a tutela della categoria e dei nostri committenti. Non sarebbe, come detto, una soluzione ma servirebbe a migliorare, senza necessariamente passare per posizioni facilmente populistiche, la nostra condizione lavorativa e a garantire migliori servizi professionali ai nostri clienti.

Assemblea (elettorale) aperta degli iscritti – dopo un anno l’Ordine si muove

A distanza di più di un anno dalla richiesta di convocazione presentata da Amate l’Architettura, insieme con 555 colleghi firmatari, finalmente l’Ordine ha deciso di convocare una assemblea consultiva aperta agli iscritti.

L’iniziativa ha un sapore decisamente elettorale e arriva fuori tempo massimo, a ridosso dell’estate, quando l’attenzione generale si balnearizza e solo dopo che l’Ordine, che allora risultava granitico e compattamente schierato all’ombra della reggenza Schiattarella, si è spaccato in due blocchi contrapposti.

Due blocchi simmetrici  che oggi si affannano a rifarsi una verginità agli occhi dei loro elettori; un nocciolo duro di circa 2000 elettori che costituiscono la vera eredità dell’ex Presidente dell’Ordine.

Entrambi gli schieramenti appaiono come appena scongelati da una macchina di ibernazione.

Da una parte chi si propone come figlio adottivo (e prediletto) del presidente dimissionario; un gruppo che pare non essersi minimamente accorto che attorno a loro il mondo è in completa rivoluzione; il mondo cambia, la crisi investe tutto e tutti travolgendoci, ma loro restano li impassibili e inamovibili arroccati in una difesa acritica della passata gestione a riproporre soluzioni fotocopiate dal loro padre adottivo; con granitica e incrollabile fiducia li vediamo sostenere le  stesse posizioni, gli stessi slogan; ma si tratta dello stesso fumo, della stessa ansia di far proliferare enti e società controllate aggiungendo incarichi ruoli e commissioni da distribuire. Dobbiamo ancora capire bene perché abbiano aspettato tanto a dimettersi e non abbiano lasciato che l’Ordine si commissariasse all’epoca delle dimissioni di Schiattarella (il quale continua ad essere presidente della Fondazione Terranova). Continuano ostinatamente a volere far credere che l’organizzazione di eventi culturali e mostre, rivolti sempre e sistematicamente alle loro cerchie ristrette, possano tutelare tutti professionisti romani; dopo 14 anni gli iscritti all’Ordine possono fare il bilancio della loro situazione e valutare se la loro situazione sia migliorata oppure no, e quanto di questo miglioramento sia realmente dovuto all’attività dell’Ordine.

Dall’altra il fronte dei rivoluzionari; dopo anni passati fianco a fianco, approvando tutto senza mai che si sentisse volare una mosca o un filo di obbiezione, oggi si propongono come portatori del nuovo ordine democratico, aperto e partecipato. Ma dove erano e cosa facevano quando la nostra associazione richiedeva a gran voce maggiore trasparenza? quando richiedevamo che si attuasse una rotazione delle nomine selezionando i nuovi incaricati sulla base di concorsi pubblici e aperti? Dove erano quando Schiattarella dimissionario è stato lasciato tranquillamente al suo posto di presidente della Fondazione Terranova (quella che oggi loro vorrebbero eliminare)? Per quale motivo oggi dovremmo pensare che queste tardive prese di distanza dovrebbero certificare un reale (e non demagogico) cambio di passo nella gestione dell’Ordine? cosa si dovrebbe pensare di una assemblea convocata così a ridosso delle vacanze, preludio estivo alle imminenti elezioni la cui convocazione arriverà in pieno agosto?

Ancora più perplessi lasciano i comunicati che stanno circolando e che invitano a partecipare all’assemblea, ricordando le nostre petizioni ma evitando accuratamente di citare Amate l’Architettura. Che credibilità può avere chi vuole presentarsi gridando al cambiamento epocale e poi si dimentica di riconoscere il lavoro di chi questo cambiamento lo aveva richiesto da tempo?

Una guerra civile tutta interna al palazzo (in questo caso una casa) che sembra avere come unico scopo il controllo di una istituzione che governa 5 milioni di euro l’anno, la gestione della Casa dell’Architettura, una casa editrice, una posizione di privilegio nei rapporti con le istituzioni pubbliche e con i maggiori enti di rappresentanza degli architetti (CNA e Inarcassa).

Fuori da queste beghe di palazzo che toccano gli interessi di una parte minoritaria degli iscritti, ci sono i problemi di 17.000 architetti, notoriamente poco partecipi alla vita dell’Ordine; un nucleo importante (il più numeroso d’Europa) che però sembra essere richiamato solo quando torna più comodo; una comunità che viene invocata per garantirsi il consenso ma che poi viene sistematicamente dimenticata quando si tratta di difendere gli interessi della professione in contrasto con le amministrazioni o altre istituzioni con cui i professionisti combattono ogni giorno.

Contro questa situazione esplosiva c’è solo un modo: agire, mobilitarsi, informarsi ed essere presenti:

PARTECIPARE!!!!

è per questo che, nonostante lo scarso preavviso, nonostante la diffidenza (anzi proprio per questo) Amate l’Architettura ritiene importante intervenire all’assemblea per ribadire alcuni pochi ma efficaci punti:

– riduzione drastica della quota obbligatoria di iscrizione;

– riduzione degli enti e delle società controllate;

– adozione delle votazioni per il rinnovo del consiglio dell’Ordine tramite posta certificata;

– totale trasparenza nella gestione delle società controllate tramite l’istituzione di bandi aperti e la pubblicazione obbligatoria dei bilanci;

– finanziamento delle società controllate svincolato dalla quota dell’Ordine;

– istituzione di un servizio di assistenza legale per la professione contro (e a garanzia) gli abusi commessi sia da comittenti pubblici che privati;

Invitiamo tutti a partecipare.

PS – L’Assemblea è indetta per il giorno 24.07.2013, alle ore 18.00, presso la sede dell’Ordine in piazza Manfredo Fanti, 47, Roma con il seguente ordine del giorno:

1.Formazione e Ordini;

2.Riforma Inarcassa;

3.Rivista Ar;

4.Varie ed eventuali.

Lettera a una giovane Collega

6 Marzo 2013

Cara ***, rimettiamo il problema sulle sue gambe:
non è che voi giovani non riuscite a inserirvi, è che l’assetto economico che questo paese ha in questi anni vi mette ai margini, è molto diverso.
Il ragionamento da fare non è né semplice, né breve, ma va svolto e ti chiedo un poca della tua pazienza per ascoltarlo.
Proviamo a imbastirlo:
1.
È la struttura di questa nostra professione che sta mostrando la corda: sulla tua pelle, sulla mia e su quella della quasi totalità di noi Architetti.
E’ una struttura plasmata nel 1923 e rimasta rigidamente e tragicamente identica a sè stessa. Le sue caratteristiche, ancora oggi le medesime, sono state fabbricate da un regime autoritario per le sue esigenze di controllo sul settore dei professionisti, come alle sue esigenze di controllo sul settore degli operai provvedeva il sindacato fascista, che non era libero, ma l’unico al quale ci si doveva (non poteva) iscrivere.
Anche i professionisti furono, nel 1938, inquadrati nel sistema delle Corporazioni (cioè i sindacati fascisti); tu oggi ti sei DOVUTA iscrivere all’Ordine: vedi che la differenza con allora non esiste.
Chi scrisse la Costituzione aveva in parte colto questi aspetti quando inserì nelle Norme Transitorie l’eliminazione dei Consigli Nazionali degli Ordini, fra i quali quello degli Architetti, da attuarsi entro il 1953 (eravamo nel 1946), Consigli giustamente visti come Tribunali Speciali (come erano e sono). Queste prescrizioni non sono mai state attuate da chi, da allora, ha governato questo paese.
Queste sono caratteristiche che marcano una differenza profonda con paesi più civili di noi nell’ambito delle professioni (ad esempio USA, Inghilterra, Francia, la stessa Spagna che pure viene da un’esperienza molto più lunga di regime autoritario).
Ti rendi conto che l’impossibilità di esprimere liberamente sé stessi nella propria professione porta alla sclerotizzazione di tutta la professione, mentre ad es. negli Stati Uniti questa è estremamente viva e in via di continuo rinnovamento (e quindi anche di tutela- anzi di autotutela- degli Iscritti al Registro Nazionale NCARB).
Questa sclerotizzazione ha la caratteristica di esprimere, non il governo, ma l’autoritarismo dei pochi (i Consigli degli Ordini e il CNA) sui molti (tutti gli Iscritti); è un dato intrinseco alla struttura e non ha niente a che vedere con la buona o la malafede, dei Consiglieri che vi si trovano.
L’elezione dei Consigli degli Architetti si svolge esattamente come 90 anni fa, chi è lì non ti rappresenta, ma amministra un Ente di Stato: per Legge.
Cioè per legge non ti rappresenta e quindi non agisce per te, ma per difendere il cittadino da te: vai a leggerti le disposizioni vigenti e tocca con mano questa enormità unica in Europa (non so in Cina). Sicuramente i paesi africani e mediorientali, sotto questo aspetto, sono più avanzati di noi in quanto adottano il sistema anglosassone.
Le stesse leggi, cosiddette di riforma della professione, non hanno modificato niente della sostanza di questo assetto, anzi, hanno avuto la conseguenza di volgere in peggio la nostra situazione: pensa a tutti gli obblighi che ci hanno ulteriormente gettati sulle spalle, e se non assolviamo i quali ci troviamo deferiti ai Consigli di Disciplina. La tanto conclamata liberalizzazione si è conclusa in un ulteriore inasprimento di norme se possibile più “stataliste” e quindi più sclerotizzanti di quelle di prima.
Pensa alla Formazione Permanente, cui i nostri Ordini e il nostro CNA “dimenticano” regolarmente di aggiungere l’aggettivo Obbligatoria (termine che evocherebbe conseguenze che non si vuole diventino di coscienza comune). Obbligatorietà che non trova riscontro in altri Paesi Europei (es.: la Francia, o l’Inghilterra) ma che da noi è stato sbandierato, da CNA e Ordini, come caratteristica Europea.
In questo Paese si assiste all’introduzione di norme sempre più vessatorie a fronte di un’impossibilità sostanziale al libero esercizio della Professione.
A che serve infatti tutta la congerie di obblighi se sostanzialmente, fattualmente, non ho la possibilità di esercitarla a causa di un assetto ormai decrepito della Professione stessa?
Pensa alle competenze, alle tue competenze di Architetto: siamo l’unico Paese Europeo a condividere la competenza del Progetto con i Diplomati, è come se il Chirurgo condividesse le sue competenze con quelle dell’Infermiere.
Sarebbe tragico.
Nell’intervento chirurgico ogni operatore ha la medesima dignità ed indispensabilità e oggi si comprende molto più profondamente l’importanza di una sapiente, preparata, allenata equipe di lavoro: fatto sta che l’intervento funziona nella misura in cui ogni operatore svolge consapevolmente e con professionalità il suo ruolo, ruolo che ha un’ambito preciso dal quale non traborda pena il fallimento dell’intervento (che può fallire solo per imperizia o dolo e di cui si può ricostruire, grazie agli ambiti rispettivi, la responsabilità).
Identicamente dovrebbe essere nel processo edilizio: ogni operatore interviene nel suo ambito, ognuno con le sue responsabilità.
Mi spieghi a te cosa ti serve la formazione permanente obbligatoria nel momento in cui non la puoi esercitare perchè altri eseguono le tue mansioni (senza averne il medesimo percorso accademico)?
Buona parte delle tue difficoltà sono dunque dovute, come si vede, alla nostra struttura professionale, così come concepita da leggi di parte, e così sostenuta dagli Ordini e dal CNA, che letteralmente uccidono non solo la nostra professionalità, ma la nostra stessa possibilità di esercitarla.

2.
La crisi economica attuale costringe a riflettere ancora di più sul nostro assetto professionale e ci costringe a prendere atto che non è più possibile affrontare singolarmente il “mercato”, il rapporto con la committenza, ma è necessario evolversi, cambiare, e volgersi verso forme organizzative molto diverse: comunitarie, di tipo cooperativo (coworking) e soprattutto organizzarsi in forme di espressione POLITICA delle nostre esigenze, come le libere Associazioni di Professionisti.
Libere associazioni sull’idea dell’AIA che negli Stati Uniti esiste dal 1857 e che realmente promuove Professionisti e Professione!
Dicono che siamo troppi e poi questo Paese è il giacimento di beni culturali (Architettura compresa) più rilevante a livello mondiale: ci sarà lavoro in quest’ambito secondo te?
Ma anche qui, e nel colpevole silenzio di Ordini e CNA, i diplomati (con la complicità di leggi apposite) hanno invaso competenze e campo d’azione fino ad oggi di nostra esclusiva competenza (restauro).
La responsabilità è nostra, perchè l’emancipazione non la si compra al supermarket, ma ci si dà assieme all’assunzione di responsabilità che comporta.

Un caro saluto

Beppe Rinaldi

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Il ricorso al TAR pagato con i soldi dell’Ordine

13 febbraio 2013

Come noto, nel 2010, l’allora Presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma Amedeo Schiattarella si è presentato come candidato alle elezioni per la presidenza del CNA senza riuscire ad essere eletto. A seguito della mancata elezione, il Consiglio dell’ordine degli architetti di Roma, il 28 marzo 2011, ha deliberato di intervenire per chiedere il ricalcolo dei voti delle elezioni del CNA.

L’Ordine di Roma si è quindi fatto promotore – appoggiato da altri Ordini territoriali italiani – del ricorso presso il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio chiedendo : “ l’annullamento del verbale prot.18643 dell’11/02/2011 con cui il Direttore Generale del Dipartimento per gli affari di giustizia del Ministero della Giustizia, ha proceduto alla proclamazione degli architetti eletti quali componenti del Consiglio Nazionale degli Architetti (..)

Il 17 ottobre 2012 il ricorso veniva dichiarato dal TAR “inammissibile”.

(Di seguito uno stralcio delle motivazioni del TAR N. 08556/2012 REG. PROV. COLL, N. 03234/201 REG. RIC:)

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Lette le motivazioni di inammissibilità, alcuni colleghi architetti hanno ritenuto doveroso accedere agli atti presso l’Ordine degli architetti di Roma, per avere chiarezza sui costi sostenuti per il ricorso. Dal verbale di Consiglio è emerso che, il presidente Schiattarella il 10/10/2011, in relazione alle spese del ricorso ad adiuvandum sulle elezioni CNA, “chiedeva al Consiglio di deliberare l’impegno di spese legali di 9.000,00 euro oltre oneri, impegnandosi a versarne personalmente altri 9.000,00 per arrivare al saldo”. Il Consiglio ha deliberato di stanziare la somma imputata al capitolo di bilancio “azione esterne di tutela e promozione professionale“, con il voto contrario di 3 consiglieri.

Alla luce delle motivazioni del TAR che evidenziano il conflitto del ricorrente con l’azione del ricorso stesso, non ci è chiaro il motivo per cui tali spese siano state addebitate agli iscritti dell’Ordine degli Architetti di Roma. Infatti, se tali costi rientrano legittimamente tra le “azione esterne di tutela e promozione professionale” a quale titolo il presidente Schiattarella si è offerto di “versarne personalmente altri 9.000,00 euro per arrivare al saldo”?

Vista l’infondatezza della stessa azione legale e alla luce della sentenza di inammisibilità, chiediamo che tali spese non gravino sul bilancio dell’Ordine e che il Presidente e i Consiglieri che hanno votato a favore, ripartiscano tra loro le spese di euro 9.000,00 oltre oneri.

Resta comunque da chiarire l’opportunità da parte del Consiglio di deliberare sull’uso di denaro pubblico per una azione legale che ha visto lo stesso ricorrente, Presidente rappresentante di Ordine provinciale, concorrere alla presidenza del CNA, per il quale la configurazione “della posizione d’interesse è intrinsecamente contraddittoria” (cit. TAR )

Sentenza TAR

(articolo modificato il 14/02/2013 h 22.40)

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(documento inserito il 16/02/2013 h 8.50)

Architetti 2.0

30 novembre 2012

Il bell’articolo di Gianluca Andreoletti introduce (oserei dire riporta sul piatto della discussione) il tema centrale del ruolo dell’architetto e rilancia la necessità di affrontare  in maniera decisa l’istituzione di una legge per l’architettura.

L’articolo si iscrive chiaramente nella discussione avviata con gli articoli di Marco Alcaro, Gianluca Adami e Lucio Tellarini che si sono occupati più specificamente della questione dell’Ordine e della sua riforma.

La posizione di Andreoletti è molto condivisibile perchè sostanzialmetne mira a chiarire in maniera netta i compiti da assegnare all’Architetto, per farlo rimanda allo strumento più forte, l’istituzione normativa.

Pur condividendo l’ispirazione di fondo ritengo però che sarebbe stato un articolo perfetto se fosse stato scritto nel secolo scorso, quando ancora non era esplosa la “rivoluzione digitale”, con tutte le trasformazioni culturali che ne stanno derivando.

Non tenere conto oggi del fatto che le condizioni al contorno sono radicalmente cambiate, fa apparire questa rivendicazione come un voler chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. Non è colpa degli architetti (che reclamano la definizione del proprio ruolo da molto tempo) ma credo che per fare un discorso credibile all’esterno sia necessario provare a riformulare alcuni paradigmi.

Allo stesso modo anche gli altri articoli citati sembrano muoversi avendo dei modelli di riferimento che non rispecchiano più la realtà delle dinamiche sociali in cui il professionsta deve trovarsi ad operare. In fondo il tema non è se debba esserci un Ordine Professionale e secondo quali normative, ma in che maniera l’Architetto può entrare a far parte sostanziale e non marginale nel processo di controllo e trasformazione del territorio; conseguentemente immaginare il migliore modello istituzionale di controllo per la società in cui si opera.

Nei commenti a Andreoletti ho riportato questa osservazione:

nessuna norma (specie nella terra dell’abuso edilizio) può sperare di essere applicata se non viene calata all’interno di un tessuto sociale disposto ad accoglierne i principi.
Una norma di carattere impositivo, destinata a modificare il comportamento e le consuetudini di una società, per essere accolta deve essere almeno percepita come una norma necessaria.
Ancora più difficile l’imposizione di una norma in un contesto sociale che si stà rapidamente trasformando.”

Già ma come sta cambiando questa società?

Una domanda che deve necessariamente essere posta se si ha l’aspirazione di poter incidere minimamente nei comportamenti sociali, o addirittura promuovere una legge, con l’auspicio che abbia la minima possibilità di essere applicata.

E’ interessante questo articolo su Wittengstein relativo allo sciopero dei giornalisti (che a sua volta richiama un altro articolo di Mario Tedeschini Lalli). Tedeschini riflette sulla trasformazione del ruolo del giornalista; riporto due capoversi sostituendo “architetti” a “giornalisti” e “Ordini” a “FNSI” (tra parentesi le sostituzioni):

(Il sistema degli ordini) appare ancora una volta come un generale che schieri la sua truppa appiedata e trincerata a difesa di uno strategico ponte, ignorando che nel frattempo sono stati inventati gli elicotteri trasporto truppe che consentono di aggirare la postazione e prenderla alle spalle e che, per di più, oltre alla strada che passa su quel ponte ne sono state costruite infinite altre che ti portano a destinazione passeggiando o in automobile, evitando l’incomodo di battagliare.

Le istituzioni professionali (degli architetti) non hanno più la mano sul rubinetto (della progettazione), come peraltro non lo hanno più neppure i governi (…) che pure vorrebbero aprirlo e chiuderlo a piacimento. Le une, certo, lo vorrebbero utilizzare per scopi nobili, gli altri hanno cercato di chiuderlo per biechi scopi di potere, ma la realtà dell’universo digitale rende lo sforzo quasi inutile. Per la semplice ragione ce non c’è più tubo e quindi non c’è più rubinetto.

Per chi non lo avesse ancora capito siamo di fronte a una rivoluzione epocale, della quale sappiamo poco; non sappiamo quanto durerà; non sappiamo cosa ci porterà; ne vediamo i segni evidenti in tutte le manifestazioni del vivere comune; tutti ne siamo colpiti in maniera diversa (dalla scuola, al giornalismo, dalla creatività , alla politica, dalla medicina all’architettura); non possiamo non tenerne conto; per farlo dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione i valori che ci stiamo portando dietro dal secolo scorso; paradossalmente dobbiamo tenerne conto proprio per preservare quei valori.

Un passo indietro.

La rivoluzione industriale ottocentesca ha creato il professionista, o almeno ne ha istituzionalizzato l’importanza all’interno di una società complessa. Il sistema ordinistico ne è una diretta conseguenza.

Il modello è quello accademico che per garantire la qualità e la competenza di un professionista richiede che vi sia a monte un sistema di certificazione (a partire dal conseguimento della laurea); il sistema funziona (ha funzionato) egregiamente in una società dove il costo della verifica sociale era estremamente alto rispetto al risultato da ottenere. Poichè il singolo cittadino non poteva autonomamente (per ignoranza e per inaccessibilità alle informaizoni necessarie) verificare la qualità del lavoro di un professionista, le istituzioni di controllo hanno avuto il compito importante di garantire questo controllo.

Dove è difficile ottenere informazioni su un professionista o verificare se il suo operato è adeguato alle esigenze del committente vi è la necessità di mantenere titoli e istituzioni che garantiscano questa verifica di qualità. Le istituzioni accademiche (come gli ordini) nascono proprio per consentire questa certificazione; l’istituzione accoglie dentro di se solo persone di comprovata capacità e qualifica; il professionista vede riconosciuta la sua capacità in virtù dell’appartenenza.

Le Istituzioni accademiche hanno il limite di tendere a preservare se stesse e hanno poca attitudine ad accogliere l’innovazione culturale; esse inoltre garantiscono l’esclusività elitaria della conoscenza, riservando ai propri componenti l’accesso al sapere esclusivo (non disponibile su vasta scala); sin dal medioevo le corporazioni hanno avuto il ruolo biunivoco di controllo di qualità e garanzia di esclusività.

Ma in una società aperta, dove le informazioni sono disponibili in tempo reale, dove la competenza può essere acquisita anche al di fuori delle istituzioni tradizionali, e le azioni di ciascuno sono sottoposte a verifica sistematica da una massa di “utenti” attivi, l’importanza specifica dei titoli (e degli organismi di controllo) comincia a vacillare, quantomeno a ridimensionarsi; non scompare del tutto la necessità di una specializzazione dei ruoli professionali, ma decade la centralizzazione del potere di controllo.

Già nel novecento lo sviluppo culturale nazionalpopolare ha portato su due fronti paralleliad una convergenza delle competenze.

Da una parte il pubblico è sempre più informato (mediamente più acculturato, anche se appiattito su un livello medio basso) e quindi in grado di recepire informazioni, farsi un’idea autonoma sulla qualità di un prodotto, esprimere un guidizio e determinare la validità di un progetto (e di un professionista) rispetto a parametri e requisiti che possono essere sia di carattere personale che generale.

Sul fronte opposto la facilità di accesso alle lauree (e alla professione) ne ha determinato la massificazione seguendo un processo inverso e convergente di appiattimento culturale.

Alla formazione di utenti mediamente più esigenti e attenti ha corrisposto la moltiplicazione di professionisti mediamente meno capaci.

Sul finire del millennio il fenomeno delle Archistar è il risultato una reazione economica e speculativa a questa erosione della credibilità del sistema, perfettamente coerente con le dinamiche comunicative basate sui Mass Media.

Il potere economico aveva la necessità di garantire i propri investimenti facendo leva sul principio del marchio. Le archistar non hanno bisogno della certificazione formale del loro valore; l’archistar giustifica se stessa in quanto essa stessa è marchio di qualità; operano in funzione della loro reputazione, che non rientra nei criteri accademici.

L’archistar, per il potere che le deriva dalla sua reputazione, consente di facilitare molti processi semplicemente bypassandoli; tutto avviene all’interno dello studio del progettista che decide i requistiti (individuando le esigenze e le priorità di un intervento), elabora le soluzioni (il progetto) senza dover necessariamente rendere conto alle normative correnti (che vengono derogate proprio in virtù del peso mediatico messo in campo), gode di un sistema di valutazione autoreferenziale (sostenuto anche dallo stesso potere speculativo che deve comunque preservare il proprio investimento).

La crisi economica sta mettendo in seria discussione questo meccanismo nelle sue manifestazioni troppo speculative; l’eccesso di esposizione economica che richiede un tipico progetto archistar, espone gli investitori a forti rischi. Contemporaneamente le dinamiche partecipative tipiche del web 2.0 stanno spingendo la società civile verso una maggiore consapevolezza nei suoi diritti e doveri nell’ambito delle trasformazioni urbane; l’archistar è divenuto così la metafora della speculazione edilizia imposta dall’alto.

La rivoluzione digitale ha amplificato a dismisura le possibilità di verifica dal basso dell’opera dei progettisti, anche quando si tratta di Archistar (che anzi sono divenuti i bersagli diretti delle contestazioni di natura partecipativa).

Il singolo professionista, già tagliato fuori dal macrosistema economico, si ritrova però tagliato fuori anche nelle dinamiche “dal basso”; da una parte non garantisce il sistema economico, dall’altra non ha acquisito la sufficiente credibilità per porsi come legittimo portatore delle istanze sociali.

La rivoluzione digitale stà stravolgendo l’intera struttura piramidale alla base dell’organizzazione sociale; non solo la società è oggi composta da cittadini mediamente più “acculturati”, e quindi più confidenti delle loro idee ed aspirazioni, ma la disponibilità di informazioni in tempo reale e la possibilità di condividere altrettanto velocemente queste informazioni e competenze li ha resi sempre meno disposti a subire qualsiasi genere di imposizione dall’alto sia nei rapporti che riguardano il “bene comune” sia nelle relazioni interpersonali con i professionisti.

Il professionista del secolo scorso aveva compiti e ruoli molto ben definiti nel processo della progettazione; operava in scienza e coscienza; rispondeva sostanzialmetne a pochi referenti (sia in ambito pubblico che privato); aveva delle responsabilità che gli derivavano dalla deontologia alle quali in linea teorica si doveva attenere; il controllo sul rispetto di tali responsabilità era demandato a se stesso (o comunque ad una ristreta cerchia di consimili).
Il risultato della sua azione influiva fortemente sulle trasformazioni del territorio incidendo sulla vita dei cittadini senza alcuna loro effettiva possibilità di incidere su questo processo (se non sotto forme molto mediate). La mancanza di coscienza civile diffusa in italia ha esasperato questa “privatizzazione” del controllo territoriale.
L’aspetto principale della professione era che aveva un carattere prevalentemente monodirezionale e sostanzialmente statico nel tempo (un cliente, un requisito, un progetto, in linea di principio sempre immutabili).
Il professionista di questo secolo deve muoversi all’interno di una società “liquida”, ed è sottoposto al controllo ed alla verifica di una infinità di stakeholder (sopratutto in campo pubblico), sui quali non ha alcun controllo diretto ma ai quali bene o male è tenuto a rendere conto. Anche in ambito privato si sperimenta uno spodestamento del professionista come figura depositaria di un sapere, intoccabile e indiscutibile nel suo ruolo. Lo stesso meccanismo comunicativo del progetto (tradizionalmente il disegno su carta) si sta rapidamente evolvendo verso sistemi multipli di espressione, più adatti a interagire con il sistema mediatico transmediale contemporaneo.

Già ormai da tempo il processo della progettazione è sottoposto a spinte e modifiche operanti su più livelli (da quelle burocratiche a quelle economiche) che però sono limitate a competenze specifiche, a nicchie di potere sostanzialmente derivate dal modello precedente.

Oggi a volere prendere in considerazione le nuove esigenze che stanno emergendo possiamo provare a capire il contesto in cui un professionista è (o comunque prima o poi sarà) costretto a muoversi; si tratta delle istanze che l’intera società digitale sta facendo emergere.

Trasparenza del processo. Il professionista come tutti i centri di controllo burocratici ed economici sono tenuti a tenere traccia di tutti i passaggi e i riferimenti normativi che portano alla determinazione di un progetto (e alla realizzazione dell’opera). Chiediamo trasparenza a chi ci governa e ci impone regole burocratiche; siamo tenuti a fornire lo stesso “servizio” in maniera da consentire a chi ci sta commissionando un lavoro, di essere informato sul suo andamento. Si passa dal criterio della consegna (organizzata su più step di approfondimento) al meccanismo della interazione permanente.

Progettazione convergente. Il progetto è il risultato di competenze multidisciplinari su cui possono intervenire competenze altamente specializzate ma anche contributi non professionali. Il modello della cultura convergente di Jenckins applicato al progetto presuppone che scelte e le relative responsabilità siano trasversali e condivise; l’architetto in questa dinamica, pur rimanendo un elemento determinante e sostanziale del processo (il professionista esperto), è costretto a perdere buona parte del controllo sulla progettazione lasciando spazio a competenze non specialistiche; si tratta di una evoluzione cognitiva inarrestabile che sta permeando tutto il mondo contemporaneo; laddove le scelte di progetto sono sotratte al completo controllo del professionista è giusto però che gli si attribuiscano anche minori responsabilità. Il progetto acquisisce sempre di più caratteristiche fluide, in quanto soggetto a continui adattamenti (anche in corso d’opera); questa caratteristica è già una realtà sperimentata quotidianamente in tutti gli appalti alla quale finora si è reagito in maniera schizzofrenica imponendo per legge l’immutabilità del progetto (anche quando questo dura anni). La stessa schizzofrenia di chi pretende che l’Architetto operi in regime di libero mercato mantenendo invariate le responsabilità civili e penali che comportano la titolarità formale di un progetto. La responsabilità deve essere commisurata al compenso.

Open data (e open source). L’architetto opera e progetta in un universo dove le informazioni sono sempre più disponibili su vasta scala, gli strumenti che ha a disposizione sono sempre più aperti (dai data base ai programmi software a basso costo), si tratta di una opportunità per il progettista, ma sul rovescio della medagli la società richiede che esso stesso contribuisca aprendo progressivamente l’acesso alle informazioni che lo riguardano mettendo a disposizione i propri progetti in maniera aperta. Le istituzioni pubbliche per prime dovrebbero iniziare a consentire che tutti i progetti in corso siano liberamente recuperabili nei formati editabili. Si tratta dello stesso tema del copyright, già fortemente messo in discussione su altri piani; l’architeto può essere padrone delle idee, non del supporto su cui queste vengono veicolate; su un altro livello l’opera di architettura, una volta realizzata cessa di essere proprietà del progettista e diviene “bene comune”. resta fondamentale in ogni caso che resti traccia di tutti i contributi ideativi e progettuali all’opera di architettura (comprendendo in questo il riconoscimento chiaro del contributo dei singoli collaboratori).

Formazione permanente e centrata sull’esperienza. Il conseguimento di un titolo o l’acquisizione di una competenza sta diventando sempre meno una garanzia di capacità professionale; il dinamismo globale della società non consente più di mantenere rendite di posizione a tutti i livelli; l’aggiornamento continuo è una necessità (a sua volta facilitato dalla disponibilità di informazioni); paralleleamente la disponibilità di informazioni richiede che il professionista sia più una figura in grado di gestire questo flusso, piuttosto che una competenza iperspecialistica; l’architetto è una figura estremamente predisposta per questo genere di competenza; è inoltre fondamentale che la competenza sia sempre di più centrata sull’esperienza (v. a proposito il mio articolo sulla formazione). Il titolo di studio non può che essere un punto di partenza, ma occorre agire in maniera da valorizzare chi esercita realmente negli anni la professione rispetto a chi non la esercita.

In conclusione.

L’Architettura è un tema che non può prescindere dall’architetto;

la tecnologia ha però aperto al mondo la possibilità di interferire su questa prerogativa.

Su più livelli,

il cittadino comune ha il diritto dovere e la possibilità di verificare l’operato del professionista,

il singolo professionista ha a sua volta il diritto dovere possibilità di tenere sotto controllo l’operato dei colleghi e delle istituzioni che lo rappresentano.

Tutti insieme (cittadini comuni, professionisti e organi di rappresentanza) hanno la possibilità di agire nei confronti delle istituzioni di governo.

Dovendo ragionare su una legge per l’Architettura e su come conseguentemente si debba trasformare il sistema Ordinistico, partirei da qui.

Don Quijote, The lord of La Mancha!

13 giugno 2012

1° parte

Sapete quanto sia duro oggi vivere da architetti in Italia!   Ce n’è abbastanza per uscire pazzi.

Siamo tra l’incudine di un lavoro, solo in Italia così poco definito: ti puoi trovare a realizzare  dal docfa per un accatastamento, alla perizia per il tribunale, alla definizione di un condono, cose per le quali effettivamente è estremamente necessaria una serrata formazione di architetto.

Peró non finisce qui!

Se fosse solo questo forse gli architetti dopotutto potrebbero mettersi l’anima in pace.

httpv://www.youtube.com/watch?v=TMH7qkgViVs&feature=relmfu

Ma la tortura italiana è cosa più complessa e sofisticata. Una goccia cinese. Una di quelle cosè da cui non se ne esce mai, quelle domande con risposte che generano di nuovo la stessa domanda e così via nell’inferno della demenza!

Ecco dicevamo che se non bastasse lavorare su cose per le quali forse non valeva la pena neanche studiare, arriva a martellare con incessante cadenza e con straordinaria frequenza un accadimento, o meglio un accanimento, che fa riaccendere la gastrite all’architetto. Un incarico diretto dato dal pubblico, un restauro di un palazzo storico di un ingegnere, un centro commerciale con annesse residenze progettato da un geometra, un’assicurazione professionale, perchè effettivamente questi architetti ormai i lavori li prendono al 80% di ribasso e forse si rischia troppo ora, un politico che dichiara che la soluzione per un quartiere degradato sia la sua distruzione e in luogo di esso un bel paesotto di plastica, un aumento dei costi previdenziali minimi mentre si cerca di sopravvivere e allora per aiutarti ti tirano una ciambella di piombo, gli ordini professionali che si attrezzano a farti pagare la formazione continua mentre già si fatica a pagare lo stesso ordine, una proposta di legge per ampliare le competenze dei geometri (relatore un architetto).

Ma la ciliegia sulla torta, l’accadimento che fa scattare l’applauso e a far scadere tutto finalmente nella ridicola farsa è l’intervista post terremoto al politico. Con il terremoto si evidenziano le criticità dei sistemi costruttivi edificati al massimo ribasso e controllati da tecnici che di fatto sono stati esautorati dal sistema di produzione architettonica, tecnici a cui si affidano la direzione dei lavori di imprese che lavorano al 40% di ribasso d’asta. Impossibile dirigerle per il verso giusto. Viene il terremoto e crollano scuole, ospedali, convitti pubblici la colpa non è del sistema penoso che ha generato quegli edifici, ma del fatto (questa l’idea geniale del politico) che lo stato non deve essere responsabile. E perció ecco l’assicurazione contro le calamità naturali!!!

Stavolta lo stomaco non ce la fa!!!  Dallo stomaco passa al cervello. E lo shock è notevole. Un elettro-shock ! E vai al tappeto.

Eppure quando tutto intorno diventa incolore, quando la realtà parla solo di interesse privato, quando tutto ciò che vediamo è un vomitevole arricchirsi e un incentrare tutta la propria vita intorno all’avere e non all’essenza delle cose…allora proprio allora sorge forte nell’animo di chi ha a cuore l’essere e non l’avere, per chi ha a cuore il percorso e non il punto d’arrivo, per chi crede che si possa fondare una nuova società basata sul bene comune e non sul proprio, per chi crede che tendere una mano sia un valore, per chi crede nella forza delle idee, per chi crede che seguire una stella non sia tempo perso, anche quando le tue gambe non ce la fanno più, non è importante quanto sia lontana quella stella, non ‘e importante se irrangiungibile, l’importante è il l’idea, allora si ha il DOVERE DI SOGNARE DI STAR MEGLIO…IL DOVERE E L’OBBLIGO DI SOGNARE

Ed io allora inizio a sognare e dico che si può fare, che la democrazia deve essere possibile e che forse c’è la possibilità di cambiare la nostra situazione, che è un dovere seguire quel forse, non importa il risultato della nostra azione importa averci provato e aver fatto ciò che andava fatto anche se si sapeva che la stella fosse irrangiugibile, anche se si sapeva di combattere contro i mulini a vento.

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2ªparte:

dove un attore mette in scena un vecchio nobiluomo spagnolo Don Alonso Quijano. La sua indignazione per ciò che vedeva della sua realtà fatta di traditori, ladri, profittatori, assassini, lo porta alla fine a perdere la ragione  e alla fine a compiere i più strani progetti mai immaginati, a diventare un cavaliere errante e andare in giro per il mondo a cercare avventura e il suo nome e’…..

DON QUIJOTE DE LA MANCHA!!!!!

httpv://www.youtube.com/watch?v=BSRhLuf4h0E&feature=relmfu

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C’è un solo modo di dar senso alle nostre vite ed è quello di avere capacità di sognare, avere capacità di vedere più in là del proprio orizzonte. In fondo noi architetti non siamo stati formati proprio per avere la capacità di vedere oltre? E oggi noi non dobbiamo smettere di sognare. Sognare è cosa che dà molto fastidio alla realtà, perché essa potrebbe essere cambiata e forse in meglio. La paura dei sani che per questo odiano i pazzi, i visionari. Ma le visioni aiutano a vivere la tristezza della realtà e ne diventano l’alternativa pura, l’essenza dell’uomo, la sola cosa per cui valga veramente, VERAMENTE, la pena di vivere.

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To dream the impossible dream

httpv://www.youtube.com/watch?v=QnRK8eho8IE&feature=related

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Ed è per questo che decidiamo di firmare la petizione per un’assemblea straordinaria, decidiamo di essere vicino al Don Quijote de La Mancha. Scegliamo il sogno della democrazia, scegliamo il sogno, scegliamo il debole al prepotente, scegliamo di combattere una battaglia che sappiamo già essere persa, scegliamo la stella che sappiamo di non poter raggiungere mai, scegliamo di combattere per i diritti, non importa se tutto questo sia senza speranza, non importa quanto sia senza speranza..scegliamo di accompagnare i Don Quijote fino alla fine dei nostri giorni.

I Sancho Panza—–> Alessandro  Ridolfi e  Christian Rocchi

CONSIGLIERI DELL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI DI ROMA E PROVINCIA