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Architettura gassosa, un dibattito effervescente all’interno della Biennale

22 novembre 2018

Si è svolto all’interno della Biennale di Architettura di Venezia il workshop “Architettura gassosa”, un evento che fa parte del progetto “Becoming” ideato dalla curatrice Axtu Aman all’interno del Padiglione di Spagna. All’interno di questo progetto “Amate l’Architettura” ha dato il suo sostegno all’iniziativa, per le tematiche innovative presentate che costituiscono un nuovo impulso e arricchimento al dibattito architettonico contemporaneo.  Il laboratorio aperto a tutti, è stato organizzato in collaborazione con lo IUAV di Venezia e con La Universidad de Arquitectura de Xalapa (Veracruz, Messico).

Si tratta di una progetto teorico di Emanuele Lo Giudice sugli orientamenti futuri dell’architettura, in linea con le trasformazioni della società contemporanea e delle sue nuove forme di vita, di lavoro, di relazione e le dinamiche sociali in atto indotte dalla rivoluzione dei sistemi di comunicazione e connessione globale: si potrebbe dire “l’architettura ai tempi del digitale”.

Nella stessa maniera in cui sono cambiate le modalità di relazionarsi passando da una modalità solida (sistema di relazioni regolate da una struttura sociale gerarchica rigida) a una modalità liquida (relazioni rese fluide da una società orientata non più secondo una struttura una ma secondo dinamiche economiche e di mercato), siamo ora giunti ad una modalità gassosa, nella quale la contemporaneità delle connessioni e delle comunicazioni, la sincronicità degli eventi resa possibile dalle connessioni digitali, ha fatto esplodere i legami, creando un sistema complesso di reti intersecanti, attraverso le quali la comunicazione viaggia trasversalmente seguendo un percorso non più lineare ma caotico, che può essere assimilato al moto disordinato delle particelle di un gas.L’architettura, che per sua natura prende forma dai legami sociali e dalle sue dinamiche, si configura non più come un sistema più o meno ordinato secondo leggi di composizione o scomposizione e radicato in un luogo preciso, ma si frammenta come un insieme di elementi funzionali ed esplode proiettandosi in diverse possibilità di collocazione: viene superata quindi la relazione fra luogo ed edificio che ha sempre caratterizzato l’architettura.

In questo lavoro teorico Emanuele Lo Giudice ipotizza nuovi scenari architettonici che si prefigurano immaginando uno dei futuri possibili ed il workshop si è posto come esplorazione delle nuove dinamiche, partendo dall’ambito circoscritto di un frammento di museo gassoso. Il museo oggi infatti, è una delle tipologie architettoniche più rappresentative del vivere contemporaneo, luogo di aggregazione ed incontro di flussi di persone, scambio di informazioni, fruizione di spazi che cambiano e contengono oggetti e temi diversi.

Creare un allestimento di un prodotto artistico secondo un’idea gassosa diventa un mezzo di analisi e penetrazione di una nuova modalità di costruire un museo, uscendo dalla concezione classica di spazio espositivo statico per entrare in una visione dinamica, dove gli allestimenti viaggiano nel mondo insieme agli spazi che li contengono, non più come oggetti contenuti in un contenitore, ma come un’unità espositiva autonoma costituita da spazio-oggetto. Attualmente il museo risulta un sistema di aggregazione di spazi secondo una data configurazione e secondo legami che tengono unite e collegano le parti, nel museo gassoso i legami non sono più statici e definiti una volta per tutte, ma temporanei e modificabili nel tempo, gli elementi che lo costituiscono possono essere scomposti e ricomposti secondo un nuovo ordine, essere spostati in
un altro posto e prendere una nuova configurazione, si potrebbe parlare di cellule espositive che viaggiano insieme alle mostre in luoghi e tempi diversi.

La domanda che ha contrassegnato il laboratorio di Venezia è riferita a come va concepito e come si configura un allestimento all’interno di un museo gassoso, questa domanda non poteva essere posta solamente agli architetti, ma andava a coinvolgere un insieme eterogeneo di competenze che ruotano intorno al tema: prima di tutto gli artisti stessi e poi altre figure come direttori di musei, esperti in semiotica…..ecc.

Il workshop quindi è stato concepito seguendo due impostazioni parallele: da un lato il dibattito teorico degli esperti chiamati ad argomentare sul tema e dall’altro un laboratorio costituito da un insieme di tavoli di lavoro guidati da un artista che proponeva un’opera o processo creativo, di cui un gruppo di studenti doveva immaginare l’allestimento, affiancati da un tutor-architetto (fra cui la sottoscritta membro di Amate l’Architettura), con il compito di sostenere e seguire lo sviluppo del tema.

Fra gli intervenuti nel dibattito: Giorgio De Finis, direttore artistico del Macro di Roma, Maria Rosa Jijon, attivista e segretario culturale dell’IILA (Istituto Italo Latino Americano), Agostino De Rosa, architetto e docente presso lo IUAV di Venezia, Tiziana Migliore, docente di semiotica presso l’Università di Tor Vergata di Roma, Renato Bocchi, architetto e docente presso lo IUAV di Venezia

Fra gli artisti che hanno condotto i laboratori: Massimo Mazzone, scultore e docente presso l’Accademia di Brera di Milano, Clemencia Labin, artista visuale venezuelana, Daniele Scarpa Kos, artista veneziano e Eleonora Gugliotta, giovane performer milanese.

Fra gli attori del dibattito, ritengo che sia stato particolarmente interessante, al fine di individuare le tendenze attuali nella gestione e configurazione dell’idea di museo contemporaneo, l’intervento di Giorgio De Finis, in qualità di direttore artistico del Macro, dove sta conducendo un esperimento di “Museo Asilo”, ovvero di museo contenitore indifferenziato e omni-accogliente della produzione artistica del presente. Questa esperienza si colloca all’interno di una concezione di museo aperto o museo contenitore neutro, che si propone di rappresentare attraverso l’abbandono di ogni intenzione interpretativa, uno spaccato dell’arte in progress. Questa idea di museo si configura molto vicina all’idea di museo gassoso, che perde le caratteristiche di monumento stabile e diventa un processo dinamico in grado di seguire le trasformazioni ed evoluzioni del modo di fare museo.

Altro contributo particolarmente pertinente è stato quello di Maria Rosa Jijon, che come promotrice culturale, ha descritto un progetto attualmente in corso in Sud America di “Museo Nomada”, cioè di museo senza museo, di un insieme di opere senza contenitore e quindi in grado di spostarsi ed essere ospitate in qualsiasi sede dislocata in qualsiasi posto, quindi la frantumazione del concetto di museo e la sua scomposizione in diverse realtà contemporanee.

Nei tavoli di lavoro del laboratorio sono stati elaborati diversi tipi di allestimento, dall’idea di Clemencia Labin di creare un ambito dedicato ad ospitare un quadro vivente, tipico della sua colorata e folklorica produzione vicina alla santeria sud americana, al processo creativo proposto da Daniele Scarpa Kos, come scomposizione e ricomposizione di tale processo in uno spazio pensato per far vivere al fruitore un frammento della creazione di un’opera.

La conclusione del workshop, che si è inevitabilmente configurato anche lui stesso come gassoso, apre la parola a nuovi scenari di interpretazione e ha rappresentato una piccola o grande provocazione che si propone di riattivare la capacità di immaginare il futuro come esercizio di pensiero.

L’evento è stato patrocinato da: “Amate l’Architettura” che ha contribuito anche in modo attivo con la partecipazione di alcuni membri dell’associazione; IUAV di Venezia, Ambasciata del Messico; Ambasciata Spagnola; Istituto Cervantes; Università di Architettura di Xalapa (Vera Cruz – Messico); Ordine degli Architetti di Roma; Ordine degli Architetti di Venezia.

 

Foto: Emmanuele Lo Giudice e Elena Padovani

Editing: Daniela Maruotti

Fuori di Lista – La replica di Massimo Cardone

30 settembre 2017

[nota degli amministratori, abbiamo ricevuto da Massimo Cardone questa risposta al nostro articolo Fuori di Lista, una risposta che pubblichiamo molto volentieri]

Amate, grazie per la manifestazione di stima che sapete essere reciproca.

Stima che viene confermata per l’attenzione che state ponendo sul tema del rinnovo del Consiglio dell’Ordine; come mi è già capitato di dire, dobbiamo assolutamente approfittare di questa occasione per discutere del futuro della nostra professione, anche per capire se questo luogo statutariamente obsoleto che è l’Ordine Professionale può essere uno strumento di supporto al nostro percorso professionale.

Il nostro gruppo di ORDINE LIBERO è convinto che si sia perso il senso di questa Istituzione, che con il tempo si sia piuttosto lavorato al contorno, più per soddisfare ambizioni personali che per rispondere alla mission originale; così come si è disattesa completamente la Convenzione con il Comune di Roma che prevedeva che la Casa dell’Architettura fosse un luogo di promozione dell’Architettura aperto alla città e ai suoi abitanti, un luogo di discussione pubblica, molto lontano dal luogo autoreferenziale che è stato in questi anni; un risultato deludente, che va a discapito della nostra professione (senza promuovere l’Architettura non ci sarà lavoro per gli Architetti), se paragonato a quello della Casa del Jazz o del Cinema.

Noi pensiamo che bisognerebbe concentrarsi su questo così come sulla Formazione Obbligatoria che è un tema di opportunità e invece è stato trattato dall’Ordine uscente come una vessazione alla quale ottemperare senza troppo sforzo con corsi inutili: pensiamo ancora che la nostra professione si possa risollevare senza una reale crescita professionale diffusa? come pensiamo di competere con le altre categorie presenti sul mercato che rispondono meglio e con più competenza alla domanda professionale? la nostra superiorità professionale bisognerà conquistarcela sul campo e temo non ci sarà garantita per titolo. Vorremmo costruire un Ordine che garantisca corsi di altissima qualità e gratuiti; i soldi ci sono, basta tagliare sulle società partecipate come Prospettive Edizioni che pubblica una rivista utile più a chi ci scrive che a chi la legge. E ce sarebbe anche per abbassare la quota di iscrizione.
Per fare tutto questo, per credere in questa rivoluzione, bisogna però essere maggioranza; anche per questo nascono le liste; l’alternativa è essere opposizione in Consiglio ma siamo abbastanza grandi da voler ottenere il cambiamento.
E per fare questo bisogna anche essere credibili, quindi bene votare/valorizzare il singolo candidato, ma attenzione a valutare bene con chi si accompagna; di poltronisti incalliti con disprezzo delle regole, di veterani dell’Ordine mascherati da novità, di rivoluzionari dell’ultima ora – “eroi del tinello” li ha definiti la nostra candidata presidente Eleonora Carrano – ce ne sono molti. Facciamo bene le nostre valutazioni e votiamo anche i programmi.
Detto questo, che vinca il migliore sperando che sia il migliore per tutti e non per pochi.

Buon voto a tutti! Viva l’Architettura!

Massimo

qui trovate la replica di Cecilia Anselmi e di Christian Rocchi

Ordini professionali come Servizio civile

30 settembre 2017

[nota degli amministratori, abbiamo ricevuto da Christian Rocchi questa risposta al nostro articolo Fuori di Lista, una risposta che pubblichiamo molto volentieri]

Cari colleghi,

chiedo in anticipo venia per la quantità di parole che seguono, ma queste pagine sono state sempre occasione di riflessione ed approfondimento interessante e cosi’ ne approfitto.

Tempo fa avevamo scritto, proprio su Amatelarchitettura, su cosa dovesse essere il sistema ordinistico.

(mi scuso per l’autoreferenzialità, ma ho trovato questo di link).

Penso si possa concordare che un ordine non dovrebbe essere espressione distaccata da cosa pensiamo la nostra società debba essere. La società, oggi, dovrebbe definire ogni singolo suo componente e soprattutto chiarirsi le idee sul concetto di cittadino/consumatore.

A mio avviso gli ultimi tragici anni, dal punto di vista economico e lavorativo, hanno delineato un’Italia che a pochi di noi appartiene. I diritti del consumatore hanno prevalso sui diritti di cittadino. Le problematiche già presenti ante crisi si sono acuite e i temi di un liberismo senza regole certe al contorno, una su tutte il diritto ad avere giustizia, hanno privilegiato non la qualità delle persone, non il miglioramento spirituale dei cittadini a cui aspirava la filosofia liberale crociana, ma i gruppi di potere economico.

Il liberismo con Croce è stato definito come uno strumento di attuazione e di raggiungimento di obiettivi “filosofici” liberali: quelli di miglioramento dello stato spirituale della società per intenderci. Croce criticava, però, la cieca fiducia nei mercati ed il liberismo identificato con la teoria del “laissez-faire” dell’economista francese Frédéric Bastiat. Con Monti lo strumento è diventato lo stesso fine con buona pace dell’obiettivo filosofico del miglioramento etico della società, e con una fiducia illimitata sul potere di miglioramento sociale, quasi taumaturgico, del libero mercato.

Tra questi due opposti (ma simili perché procedenti da posizioni idealiste), tra il filosofo puro e l’economista fine a se stesso, si inserisce la visione pragmatica di Einaudi: non spetta all’economista fissare gli obiettivi da raggiungere, spetta al politico/filosofo, all’economista spetta il compito di realizzare la visione posta dal politico con lo strumento che riterrà più opportuno.

Quindi la ricetta pragmatica di Einaudi è: la cosa pubblica detta gli indirizzi per un miglioramento delle condizioni comuni, ma è manifesto dell’eticità delle singole persone. Ovvero: lo Stato, la cosa pubblica, non è padrona delle sorti dei suoi cittadini, non si impone come si imponeva il fascismo, per capirci, ma ne inspira il miglioramento attraverso, si, la libera iniziativa ed autodeterminazione, ma non escludendo a priori l’intervento regolatore dello Stato.

Non credo nelle idee che non mettano gambe e piedi e che non camminino nella realtà. Credo che debbano essere fonte di ispirazione, idee a cui tendere, ma sapendo bene che la perfezione delle idee esiste solo come concetto e che la realtà sia un’altra cosa. Da questa visione pragmatica la necessità dell’intervento regolatore del pubblico e di sistemi di controllo, disinteressati, scollegati da qualsiasi fine economico ed indirizzati al solo al conseguimento del miglioramento della società.

A questo dovrebbe servire un ordine e tale servizio dovrebbe essere operato da persone disinteressate, ovvero interessate unicamente a mantenere esclusivamente sul piano di sicurezza e qualitativo la resa dei servizi dei propri iscritti.

La conduzione degli ordini dovrebbe essere considerato da tutti un servizio civile espletato a favore della società. Va da se che in nessun modo dovrebbe essere considerato opportunità di crescita economica personale diretta ed indiretta, ma, utilizzando lo stesso pragmatismo einaudiano, in una società superficiale com’è quella in cui viviamo, dove troppo spesso è l’abito che fa il monaco, la stella sul petto diventa occasione anche di visibilità e tornaconto indiretto.

Per questo credo che sia giusto il confine dei due mandati espresso, senza alcun dubbio, dalla legge.

Troppo spesso nella storia degli ultimi anni della nostra istituzione pubblica, l’Ordine degli architetti di Roma e provincia a cui appartengo, si è anteposto l’io all’assemblea, l’egoismo di una persona ai fini istituzionali dell’ente pubblico.
Per questo, anche e soprattutto, non ho accettato la richiesta di alcuni del mio gruppo di candidarmi presidente. Alcune volte c’e’ necessità di vivere le idee, in cui si crede, sulla propria pelle.

L’idea a cui si deve tendere non è un ordine fatto da 1, ma è un ordine aperto a tutti e ho i miei forti dubbi che la pensi in questo modo il consiglio uscente, dal quale circa due anni fa, dopo le elezioni al Consiglio Nazionale degli Architetti (ogni volta deleterio per la nostra istituzione) ho preso le distanze.

Le liste formalmente non esistono ed è vero, ma esistono modi diversi per arrivare a comporle: quella di collezionare la lista della spesa per cercare di raccattare più’ voti possibili, e spesso create nel vuoto delle idee, e quelle nate invece da un confronto anche serrato e duro sui temi di nostro interesse. Due cose completamente diverse. Non condividevo e non condivido quindi fare miscellanea di persone, anche eterogenee, perché’ ha significato in precedenza e significherebbe anche ora mischiare persone con percorsi diversi.

Supportando PRO cerco di dare una mano alla costruzione di un ordine di tutti, un ordine fondato grandi su pilastri di legalità e rispetto per l’istituzione pubblica, un ordine chiaramente dove il presidente non sia il padrone e non si senta al di sopra delle leggi, ma sia uno dei 20000 iscritti.

Questa penso nel complesso che possa essere l’idea a cui tendere.

qui trovate la replica di Cecilia Anselmi e di Massimo Cardone

Il voto trasversale non funziona, e perché

30 settembre 2017

Dare senso al voto è il primo passo per fare una scelta politica.
La posizione ufficiale di Amate l’Architettura nel tenere un profilo neutrale e super partes la comprendo e apprezzo molto. Vorrei però replicare al post sul voto “Fuori di Lista” uscito su A l’A il 28 Settembre scorso.
Il voto è qualcosa che ognuno inevitabilmente dovrà fare singolarmente secondo coscienza. Per questo è “segreto” e nessuno chiede di dichiararlo in pubblico. A meno che qualcuno non si senta liberamente per sua scelta di fare l’endorsement ai propri beniamini.
In questo periodo però, ciò su cui sto cercando di far riflettere le persone che incontro e con cui parlo di questi argomenti è: pensate molto bene non solo a ”chi” mandate dentro al consiglio, ma anche alla ”composizione” del gruppo.
Si possono votare 15 persone. Questo vuol dire che ogni votante può scegliere la propria ideale formazione del consiglio. Ora, capisco che il sentimento comune più diffuso e anche il più legittimo sia che ognuno voglia sentirsi libero di dare il voto alle persone di cui ci si fida e che reputa le più competenti e (anche) oneste. E che queste persone vi siano in ogni lista.

Ma noi candidati non siamo monadi. Se ci siamo messi in gioco è perché siamo inseriti, come singoli individui dotati di proprie specificità, in una ”rete relazionale” che, nel caso specifico del gruppo di cui faccio parte (forse meno per gli altri), è sostanza stessa della nostra scelta di candidarci!

Sto apprezzando molto e mi riempie d’orgoglio, sapere che tanti colleghi vorranno darmi la fiducia ma io da sola posso fare ben poco. Non ha senso per me (come per molte delle persone che hanno scelto di candidarsi), entrare in un consiglio con gente con cui non posso mettermi al tavolo per tentare di attuare il programma che ho definito assieme ai miei compagni di lista e che per me è l’unica road map degna di dare senso a quel consiglio e all’OAR negli anni a venire.

Sono interessata a fare un lavoro serio. Non sono interessata ad avere a che fare con burocrati d’apparato o a scaldare una poltrona all’interno di un’arida istituzione che funga solo da organismo di controllo.
Vorrei ricordare a tutti che io appartengo al popolo (assai numeroso) degli scettici. Di coloro che hanno mille perplessità e perduto ogni speranza in relazione alla possibilità di un cambiamento di questa istituzione e di altre. Se ho deciso di imbarcarmi in questa avventura e scommettere in questa sfida, è anche grazie alle persone con cui sto facendo squadra e con cui ho grandissimo affiatamento. Credo che questo sia aspetto da non sottovalutare, un plus, soprattutto una garanzia, per un elettorato altrettanto scettico, confuso e poco consapevole!

Votare me, deve significare votare il più possibile un gruppo di persone con le quali posso intraprendere un lavoro che sarà duro e difficile. Persone che hanno affinità tra loro, che sono convinte e solidali sul “come farlo”, e non solo sull’esserci. Innanzitutto riconoscendo un presidente, competente, autorevole e presentabile come portavoce di tutto questo. E secondo me Francesco Orofino, tra tutti i candidati, è l’unico credibile in tal senso.
Io vi chiedo, come lo sto chiedendo a tutti, di riflettere bene sulle cose che scrivo.
Sono fondamentali in generale, non solo per il mio gruppo. Mandare al consiglio 3 persone di una lista, 2 di un’altra, 1 di un’altra ancora, cioè contribuire alla composizione di un consiglio troppo misto, eterogeneo e disgregato, significa contribuire alla disgregazione e alla neutralizzazione delle potenzialità reali di effettuare un cambiamento. Quindi significa contribuire indirettamente al mantenimento dello status quo. Allora però non stiamo più a lamentarci. Teniamoci le cose come sono e rimaniamo in silenzio.

NON ILLUDETEVI CHE IL CAMBIAMENTO NON DIPENDA ANCHE DA VOI e dalla scelta che farete con il voto, il primo strumento che avrete in mano per attuarlo.

Un ringraziamento sentito a Al’A, per avermi dato voce, nonostante la divergenza di opinioni sul tema. La dialettica è l’anima della democrazia. Sempre.

qui trovate la replica di Christian Rocchi e di Massimo Cardone

Inarcassa: Una bella vittoria.

Dunque Marco Lombardini ce l’ha fatta ed è stato eletto delegato Inarcassa per la provincia di Roma.

Dunque anche noi in quota parte ce l’abbiamo fatta con lui, perché abbiamo fatto nostra la sua candidatura.

La sua è una storia esemplare che ha un valore per tutto il territorio nazionale.

Roma è l’arena più dura di tutta l’Italia: 40 candidati architetti, molto agguerriti, per 4 posti disponibili con un quorum minimo da raggiungere di 1800 voti circa.

Talvolta, negli anni passati, quando c’era un Consiglio dell’Ordine di Roma disinteressato ai problemi di Inarcassa, non si è arrivati al quorum. Come è capitato quest’anno a Milano.

Non è stato semplice ed è stata una vittoria sul filo di lana: eravamo partiti in svantaggio, durante lo spoglio delle schede alcuni candidati sfoderavano, ogni tanto, gruppi compatti di voti (le raccomandate spedite agli iscritti, precompilate, raccolte e spedite) eppure proprio alla fine, un voto per volta, Lombardini ha recuperato lo svantaggio, superando, seppure di pochi voti, gli altri non eletti.

Assieme a lui si sono riconfermati due delegati uscenti: Antonio Marco Alcaro, direttore di Acquario Romano srl, tesoriere Cesarch, tesoriere ALOA, nostro ex presidente ed ex socio di Amate l’Architettura; Gianluca Valle, socio del noto studio. Inoltre è stato eletto Flavio Mangione, architetto e dottore di ricerca, ex professore aggregato alla Sapienza, molto legato all’Ordine di Roma in quanto componente del Comitato Tecnico-Scientifico e curatore di alcuni corsi di formazione presso l’O.A.R.
La seconda buona notizia è che, a livello nazionale, molti “muratoriani” di ferro sono stati spazzati via e sono entrati molti nuovi delegati.
Richiesta di rinnovamento generale, dunque, che speriamo che si concretizzi in una rimozione sistematica del gruppo di potere che tiene in pugno Inarcassa da oltre 15 anni e in un profondo, radicale, cambiamento della riforma e della Cassa: a favore degli iscritti e non contro di essi.
Già dalle preferenze prese (Alcaro 359 voti, Valle, 283, Mangione 279, Lombardini 182) si può notare come “il nostro” si configuri come un outsider rispetto agli altri candidati, ben più strutturati e addentrati nelle dinamiche romane.

Una considerazione particolare va rivolta anche verso tutti quei candidati, quei gruppi e quelle associazioni che hanno partecipato ad un tavolo per un programma condiviso (iniziativa promossa dall’Ordine) che, alla fine, non hanno saputo resistere a lanciare proprie candidature senza tentare seriamente di convergere su un candidato unico. Noi di Amate l’Architettura abbiamo fatto un passo indietro, come abbiamo scritto 4 mesi fa e abbiamo fatto fronte comune, altri no.
Ebbene ci rivolgiamo a costoro: se vogliamo tentare di cambiare qualcosa, non è più tempo di particolarismi. Chiediamo perciò a tutti i delegati eletti, ma anche ai candidati non eletti di superare divisioni prive di senso e sostenere, dall’interno e dall’esterno, un’azione comune.
Dunque questa non è la fine di un percorso ma di un inizio. Non è una delega in bianco ma chiederemo costantemente conto dell’operato di Marco Lombardini e ve ne informeremo.

Riteniamo che questo delegato debba essere un’espressione corale di chi vuole riformare la cassa “dal basso” e renderla più sostenibile per tutti, particolarmente per i giovani. Per questo chiediamo anche la attiva partecipazione dei nostri lettori con le loro segnalazioni ed osservazioni. Noi ci faremo portavoce delle loro istanze.

Riportiamo ( e ringraziamo) in calce una dichiarazione che ci ha spedito Marco Lombardini immediatamente dopo la sua elezione a candidato:
“ringrazio Amate l’Architettura per il sostegno datomi e per aver creduto in questa candidatura tanto da ritirarsi dalla campagna elettorale. Il successo, tengo a sottolinearlo, non è personale, ma solo il risultato di un lavoro corale portato avanti in questi anni dai fondatori di Inarcassa Insostenibile con quelle persone attente e capaci che ci si sono affiancate lungo il percorso e con cui è stato facile trovare delle intese e dei rapporti che chiaramente non si esauriscono qui. Questo è solo l’inizio. Ora ci aspetta il compito più difficile. Aggregare le forze dentro il Cnd per iniziare quel percorso di riforma che possa portare Inarcassa nuovamente vicina agli iscritti e che possa ridare alla parola sostenibilità non solo un contenuto finanziario ma anche e soprattutto sociale. Naturalmente io come gli altri candidati di Inarcassa Insostenibile eletti ci adopereremo per arrivare a questo risultato, speriamo sempre più con la partecipazione degli iscritti. Un saluto. Marco Lombardini”