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Storia dell’Architettura Contemporanea per Fotomontaggio

22 marzo 2018

Pubblichiamo i risultati del Corso di “Storia dell’Architettura Contemporanea 1” (Docente: Mattia Darò) per l’Anno accademico 2017-2018, presso l’Istituto Europeo del Design di Roma, corso triennale in Interior Design.

Il corso è stato affrontato in una prima parte attraverso sei lezioni frontali tematiche articolate su 6 diversi temi caratterizzanti la storia dell’architettura contemporanea, dal 1750 a oggi (1).

Questi i temi e i principali argomenti trattati nelle lezioni frontali (2):
1. VISIONI, lo sviluppo della capacità visionaria degli architetti nella storia dell’architettura contemporanea: da Piranesi ad Archizoom via Yona Friedman

2. MONUMENTI, la grande scala come dimensione che rivendica l’autonomia dell’architettura nella contemporaneità: da Boullée alla strategia XL di Koolhaas via il Monumento Continuo

3. TRASCENDENZA PROGRAMMATICA, la modernità ha segnato l’affermazione della ragione, che nei suoi capolavori è confluita in un funzionalismo trascendente : dall’enciclopedismo di Durand all’invenzione dell’infrastruttura del tempo libero del Centre Pompidou via le dom-komuna

4. CONTESTUALE RIFLESSIVO, la riflessione sulla disciplina stessa, tema spesso perseguito spesso in antitesi dei presupposti della modernità: dall’inquinamento decorativo dei precursori dei grattacieli Adler e Sullivan al postmodernismo via la alpine architecture di Bruno Taut

5. LA CITTA’ INDIFFERENZIATA (LA CULTURA DELLA METROPOLI), la cultura urbana dello sviluppo delle città contemporanee secondo i modelli culturali della modernità affermatisi come idea di un paesaggio metropolitano: dall’autoritarismo del barone Haussman all’esplosione del manhattanismo via il Plan Voisin

6. IL METODO DELLA PROVOCAZIONE, la società mediatica e l’importanza delle avanguardie nella cultura moderna danno vita a una corrente artistica alimentata dalla riflessione e dall’uso della provocazione come metodo: dagli ready-made di Duchamp agli edifici/sculture di Frank Gehry via Robert Venturi

 

Nella seconda parte del corso si sono tenuti quattro incontri di laboratorio dove discutere con il docente la tesina richiesta per l’esame. Tale tesina prevedeva la reinterpretazione tramite fotomontaggi di sei casi romani selezionati secondo i temi delle lezioni frontali.

CREDITI DEI FOTOMONTAGGI SELEZIONATI (nei titoli sono riportati i link agli articoli specifici)

VISIONI/PIRANESI:
Filippo Maria Abbandonati
Giorgio Migliaccio e Ludovica Mucci
Raffaella Napolitano e Anna Sacco
Rebecca Russo

MONUMENTI/CORVIALE:
Lorenza Agostino e Manuela Capurso
Maria Vittorio Florio
Gian Marco Gili e Giulia Grimaldi
Giorgio Migliaccio e Ludovica Mucci

TRASCENDENZA PROGRAMMATICA/UNITA’ ORIZZONTALE DI LIBERA:
Giorgio Migliaccio e Ludovica Mucci
Raffaella Napolitano e Anna Sacco
Rebecca Russo

CONTESTUALE RIFLESSIVO/CASA PAPANICE:
Giulia Biagini
Giorgio Lucchetti
Benedetta Maria Moroni e Serena Sciamanna
Rebecca Russo

LA CITTA’ INDIFFERENZIATA/EUR:
Filippo Maria Abbandonati
Giulia Biagini
Messua Di Vito
Giorgio Migliaccio e Ludovica Mucci

(1) Per l’arco temporale di riferimento si è seguito l’andamento già definito da alcuni dei principali riferimenti bibliografici come:
-K.Frampton, Storia dell’architettura moderna, Zanichelli, Bologna, terza edzione, 1993
-M.Biraghi, Storia dell’Architettura Contemporanea, Einaudi, Torino, 2008

(2) Sono state consigliate delle specifiche letture per tema:
– VISIONI: M. TAFURI, “L’architetto scellerato”: G.B.Piranesi, l’eterotopia e il viaggio, in La sfera e il labirinto, Einaudi, Torino, 1980
– MONUMENTI: R. KOOLHAAS, Bigness, ovvero il problema della Grande Dimensione, in Junkspace, Quodlibet, Macerata, 2006
– TRASCENDENZA PROGRAMMATICA: LE CORBUSIER, Le Modulor, Birkhäuser GmbH, 2000
– CONTESTUALE RIFLESSIVO: R. MONEO, Aldo Rossi in Inquietudine teorica e strategia progettuale nell’opera di otto architetti contemporanei, Marsilio, Venezia, 2005
– LA CITTA’ INDEIFFERENZIATA: REM KOOLHAAS, La doppia vita dell’utopia: il grattacielo in Delirious New York, Electa, Milano, 2001
– IL METODO DELLA PROVOCAZIONE: M. PERNIOLA, L’arte espansa, Einaudi, Torino, 2015

Nuvole, distanze di rispetto e DM 1444. Un approfondimento

Luisa Benato su Twitter ci ha posto una questione a partire da una osservazione sulla nuvola di Fuksas che, come tutti sanno, è da anni al centro di polemiche relative alla sua realizzaizone; non ultima la questione dello spostamento di 2 m.

La questione posta da Luisa è relativa al rispetto dei parametri del DM 1444/68.

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@amarchitettura.Mi chiedevo perchè il DM del ’68, i cui parametri sono obbligatori per le nuove costruzioni, non è stato nel caso applicato

Incuriositi, gli abbiamo chiesto di specificare meglio a cosa si riferisse.

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Ne è seguita una piccola discussione, interna ad Amate, sui limiti di imposizione degli standard stabiliti dal DM 1444/68.

Margherita Aledda ci ha fornito il suo parere illuminandoci sulla questione, che riguarda applicazioni più ampie.

“L’art. 9 del Decreto Ministeriale n. 1444 del 02.04.1968 individua le distanze minime tra fabbricati per le diverse zone territoriali omogenee, e stabilisce che per i nuovi edifici ricadenti in zone diverse dalla zona A, è prescritta “in tutti i casi la distanza minima assoluta di m 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti”.

Disposizione che, pur se contenuta in un Decreto Ministeriale, ha natura di norma primaria, atteso che trova la sua fonte nell’art. 41 quinquies della Legge n. 1150 del 1942 (Legge Urbanistica), il quale, dopo aver previsto che nei Comuni debbono essere osservati “limiti inderogabili” di distanza tra i fabbricati, dispone che tali limiti debbano essere stabiliti con decreto del Ministero per i lavori pubblici di concerto con quello per l’interno, sentito il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

Il principio espresso dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14953 del 2011, ha affermato che il D.M. 1444/68, essendo stato emanato su delega dell’art. 41 quinquies della Legge Urbanistica, ha efficacia di legge dello Stato, ne deriva che le sue disposizioni in tema di limiti di densità, altezza e distanza tra i fabbricati prevalgono sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali successivi, ai quali si sostituiscono per inserzione automatica.

Dalla lettura dell’art. 41 quinquies della Legge Urbanistica, e dalla natura di norma primaria attribuita all’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, discende, dunque, che sono inderogabili i limiti minimi di distanza tra fabbricati in quest’ultimo stabiliti.

Come costantemente affermato dalla Giurisprudenza Amministrativa, la disposizione contenuta nell’art. 9 del D.M. 1444/68 prevale sia sulla podestà legislativa regionale, in quanto integra la disciplina privatistica delle distanze, sia sulla podestà regolamentare e pianificatoria dei comuni, in quanto deriva da una fonte normativa statale sovraordinata, sia infine sull’autonomia negoziale dei privati, in quanto tutela interessi pubblici che, per la loro natura igienico-sanitaria, non sono nella disponibilità delle parti.

La norma è preordinata, più che alla tutela di interessi privati, alla tutela dell’interesse pubblico all’igiene, alla sicurezza e al decoro della collettività, atteso che il rispetto della distanza minima imposta è necessario per impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario.

La Corte di Cassazione, a sezioni unite, si è posta il problema di verificare se possano considerarsi o meno legittime le previsioni regolamentari locali (ad esempio le N.T.A. dei P.R.G.) che, in contrasto con quanto stabilito dall’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, consentano la costruzione di edifici a distanze diverse rispetto a quella di 10 metri ivi prevista. Il consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa insegna che l’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968 integra con efficacia precettiva il regime delle distanze nelle costruzioni, quindi la distanza tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti – predeterminata con carattere cogente, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza – vincola anche i Comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici. Ne deriva che, ogni previsione regolamentare in contrasto con il limite minimo di 10 metri è illegittima, essendo consentita alla Pubblica Amministrazione solo la fissazione di distanze superiori.

L’orientamento consolidato della giurisprudenza amministrativa è condiviso dalla Corte di Cassazione che rileva la prevalenza dei precetti contenuti nel Decreto Ministeriale sulle norme regolamentari locali, ove queste prevedano distanza inferiori rispetto a quella di 10 metri prevista dal D.M. Ove, invece, le norme regolamentari prescrivano una distanza fra edifici maggiore di quella minima di 10 metri, questa può essere applicata. Infatti, se la finalità dell’art. 9 del D.M. è da ravvisarsi nell’intento di evitare la formazione tra edifici frontisti di intercapedini nocive, con la prescrizione di una distanza “minima” inderogabile, non è impedito ai Comuni di adottare, nella formazione dei piani regolatori generali e dei regolamenti edilizi locali regole più rigorose, sulla base di valutazioni discrezionali degli interessi pubblici da tutelare.

Sulla base di tale principio dunque, se da un lato ai Comuni è inibita la possibilità di prevedere nei propri strumenti urbanistici la possibilità di costruzione tra i fabbricati a distanze inferiori rispetto a quella minima di 10 metri prevista dall’art. 9. del D. M., dall’altro essi potranno legittimamente determinare la fissazione di distanze maggiori.”

Se poi la “Nubbe de Fuksas” rispetti questi vincoli e se e come eventualmente dovessero essere stati derogati non lo sappiamo. Grazie comunque a Luisa Benato per averci dato questo spunto.

 

 

 

In difesa di Fuksas – Gli architetti vanno pagati e bene!

27 marzo 2014

Ho seguito con estremo stupore il tripudio diffuso di molti colleghi alla notizia del licenziamento di Fuksas dalla Direzione Artistica del cantiere della Nuvola.

Si tratta a mio parere di un esempio lampante di tafazzismo collettivo, applicato alla categoria degli architetti. Un fenomeno che la dice lunga infatti di quanto noi architetti siamo capaci di farci del male da soli, solamente attraverso l’esercizio del livore reciproco.

Premetto (occorre sempre premettere in questi casi perchè c’è sempre la storia dello stolto che guarda il dito, ecc.) che in questa storia il giudizio estetico ed architettonico sul progetto deve rimanere sospeso. Il fatto che la “Nubbe de fero” ci piaccia o meno non ha alcuna attinenza sul fatto che se sei un architetto e lavori per realizzare una qualsiasi opera di architettura, si presupone che tu debba essere pagato; da architetto direi che devi pure essere pagato bene.

Ha invece rilevanza la stupidaggine detta dal presidente di EUR Roma, che visto che Fuksas è ricco, allora può lavorare gratis.

Si tratta di un assioma inaccettabile che è direttamente connesso con la cultura diffusa che spinge molti committenti a ritenere che gli architetti meno famosi possano lavorare gratis: “perchè così fanno esperienza!”

Eh no! non è così, l’architetto va pagato SEMPRE.

Se il principio è valido per i giovani architetti precari che faticano ad arrivare a fine mese, non è che diventa meno valido se un architetto è ricco e famoso; soprattutto se la ricchezza dell’architetto è dovuta alla sua attività di architetto.

In effetti è ormai diffusa la convinzione che la professione dell’Architetto sia una attività, alla stregua di un hobby, un esercizio di speculazione intellettuale appannaggio di pochi ricchi e radical chic.

Si tratta di una distorsione culturale contro la quale tutti gli architetti si scontrano quotidianamente (non dite che non è vero, non siete credibili). Però quando questo problema capita a figure di successo come l’odiato, antipaticissimo Fuksas, siamo tutti pronti a godere (come ricci, si dice): evviva! finalmente anche lui come noi! un po di giustizia! ha avuto quello che si meritava!

(si sente sullo sfondo il rumore di bottiglia sui genitali)

Dimenticandoci che lo scopo non è livellarci tutti verso il peggio, ma adeguarci tutti al meglio. Se passa il principio che persino l’architetto famoso non deve essere pagato, con quali argomenti noi che non abbiamo fama e credito da spendere potremo convincere i nostri clienti che “Si! l’architetto è un lavoro! L’architetto va pagato!” indipendentemente dal fatto che sia ricco o che sia povero; indipendentemente dal fatto che il suo lavoro sia più o meno gratificante.

A maggior ragione non deve passare il principio che l’attività di un architetto sia qualcosa di cui tutto sommato si possa fare a meno. Alzi la mano chi è convinto che per realizzare (bene) un’opera sia sufficiente fare un buon progetto e che non sia necessario invece seguire i lavori passo passo, correggendo e guidando nelle scelte l’impresa esecutrice. Alzi la mano chi è convinto che le imprese, anche le migliori, siano in grado autonomamente di interpretare senza errori o distorsioni i progetti (anche i migliori) senza mai interpellare i progettisti.

(se avete alzato la mano, potete direttamente andare a riconsegnare il timbro, prego…. Raus!)

Specie nel caso in questione è bene tenere presente di che cosa stiamo parlando. Un appalto di un progetto che a base d’asta valeva 280 milioni e che è stato aggiudicato con un ribasso di 50 milioni.

Il centro congressi è un’opera complessa, lo dicono i numeri, i volumi e le superfici messi in campo, lo sarebbe indipendentemente dalle scelte progettuali di Fuksas, che certo non si è semplificato la vita.

A questo si aggiunge la prassi, scellerata, di affidare appalti integrati alle imprese, che consente loro di decidere sulle scelte progettuali di dettaglio e di incidere pesantemente sulla esecuzione delle opere senza che chi le ha pensate e progettate possa minimamente incidere; una prassi che mette di norma a serio rischio sia la qualità generale dell’opera sia la coerenza del realizzato rispetto al progetto.

Quindi, un opera con un ribasso consistente il cui sviluppo esecutivo è in mano all’impresa stessa.

Quante possibilità ci sono che l’impresa cominci a interpretare le scelte di progetto sia ricercando soluzioni più economiche (per se, non per il committente) e richiedendo varianti per integrare l’appalto?

La scelta del Committente, di individuare la formula della Direzione Artistica è quindi una scelta intelligente, quasi necessaria per compensare le inevitabili distorsioni realizzative e per arginare, senza snaturare il progetto, le spinte dell’impresa a modificare l’opera.

Questo è valido, lo ripeto, indipendentemente dal giudizio che ha sul progetto della Nuvola. Se il Centro Congressi deve essere realizzato, se il progetto è stato regolarmente selezionato, allora è giusto che debba essere completato, ed è ancora più giusto che debba essere completato in maniera coerente con il progetto iniziale.

O no?

Qualcuno oggettivamente ritiene che non fosse corretto coinvolgere il progettista nella fase di esecuzione dei lavori chiedendogli di fornire la consulenza diretta in ogni fase di esecuzione?

Qualcuno ritiene che questa consulenza postesse svolgersi senza allestire un gruppo di lavoro complesso formato da disegnatori, archietti, ingegneri ed esperti in grado di fare verifiche, produrre dettagli, rivedere calcoli, verificare i campioni, ecc.?

Qualcuno ritiene che questo lavoro, che poi non è che il normale lavoro quotidiano di ciascun architetto, non debba essere adeguatamente compensato?

Qualcuno infine ritiene che per un opera che vale 280 milioni di euro (provate a ripeterlo come facevano De Vito e Schwarzenegger ne “I Gemelli”: duecentoottantamilionidieuro) la parcella di un architetto non debba essere dell’ordine di qualche milione?

(20 milioni è troppo? il 7% è troppo? boh, cosa c’è dentro l’incarico? in ogni caso c’è una sostanziale differenza tra il ridurre un compenso e pretendere che sia svolto gratis)

Ora io capisco che possa dare fastidio che Fuksas abbia successo in Italia e nel mondo, capisco che per molti di noi le sue architetture facciano schifo, capisco anche che per molti di noi le sue opere non dovrebbero nemmeno annoverarsi nella categoria di Architetture; tutte queste però non sono che opinioni di nautura accademica, aspetti che rientrano nell’ambito della discusisone architettonica e non hanno alcuna attinenza con il principio che l’Architetto Massimiliano Fuksas, in quanto architetto e come tutti gli architetti, deve essere pagato per il suo lavoro.

Concluderei parafrasando Voltaire:

Disapprovo quello che progetti, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a realizzarlo (e a essere pagato per questo!)

Articolo in parte rivisto grazie alle osservazioni di Sergio Roma.