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#citOFOno – IL SECONDO RACCONTO

15 novembre 2017

Riassunto delle puntate precedenti. A Miano c’è chi ruba le OFO. Non avendo un c***o da fare, ho iniziato a chiacchierare con i ladri. Ne sono nate dieci storie. Questa è la seconda. La storia di Luigi.
#OFO #citOFOno #citOFOno2

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Vagolo in zona Vincenzo Monti in auto.
È una zona che mi rende nervosissimo perché lì l’area C è in agguato in maniera PARTICOLARE.
“Particolare” vuol dire che basta svoltare distrattamente un attimo che ti becchi la multa. Più di tutte, odio piazza della Conciliazione, mi ha già fregato diverse volte. Rotondissima ma infingarda. Sbagli uscita ed entri in area C.
Sono fermamente convinto che gli hub cittadini abbiano un’anima. Piazza della Conciliazione e Porta Ludovica sembrano streghe di Halloween pronte a punirti alle spalle. Invece Corso Venezia non ti mente mai, lo vedi da chilometri che inizierà l’area C. Porta Venezia ti accoglie in un abbraccio. Io ho un quasi-furgoncino diesel, quindi sarebbe comunque un abbraccio mortale,  multa sicura, ma tant’è.
È in questo momento che mi sopravanza brillantissimo uno studente sulla sua OFO gialla.

Le bici in sharing hanno un nemico, dobbiamo ammetterlo: il pavè. Chi le ha costruite è convinto che in Italia abbiamo liscissime ciclovie in tartan tipo Amsterdam.
E invece Milano ha il pavè. Non parliamo poi dei sanpietrini a Roma.
L’hipster con la barba alla Vittorio Emanuele mi saetta a fianco, aitante.  Lo immagino andare  dritto sparato a una scuola di design e di moda in centro a Milano. Pedala fiero delle sue zero emissioni di CO2. Ma puntualmente, come svolta in Largo Cinque Alpini, il sorriso gli si spegne in volto e le sue funzioni genitrici sono duramente messe alla prova. Le bici hanno ammortizzatori ridicoli. Si pentirà?

La mia è tutta invidia. L’hipster mi ispira, maledico di essermi spostato in auto, parcheggio, apro la mia brava app OFO e zàcchete individuo la solita bici , disponibilissima…dentro un cortile.
Ormai avvezzo, entro sparato. La bici non c’è, eppure il segnaposto sulla app è di un giallo intensissimo: il velocipede dev’essere qui.
Un gruppo di cuochi bengalesi, impegnati nel ristorante italiano sciurètto che dà sulla strada, mi guarda sornione.
“Cerchi bici gialla?”
E puntano il dito verso l’alto, tipo Scuola di Atene. Esito per un attimo, forse vogliono dirmi che le bici OFO ormai sono assurte a una costellazione nel firmamento.
E invece. Sono sempre stato un tipo piatto.
“Tu devi andare al quarto piano”.
Si sono portati la OFO su in cima, al ballatoio! Il GPS dovrebbe avere anche un altimetro, mi dico io.
Mi precipito a falcate di 3 scalini per volta su al quarto. Ed ecco che un ragazzo scende come una folgore, più veloce di me, con la sua OFO sulle spalle. Non mi nota neanche, non può immaginare che sia un suo concorrente.
È giovanissimo, sembra uscito da “I Fiori delle mille e una notte” di Pasolini, ha a malapena la prima peluria sopra il labbro e arranca con la OFO.

Bene, vorrei bloccarlo ma è indaffarato – non perché voglia sfuggire al confronto, non gliene frega assolutamente niente – ma perché ha un enorme zainetto-cubo sulle spalle. Pure quello giallo, tutto in tinta. Deve consegnare un pranzo con uno dei tanti servizi food delivery che imperversano in città. Usa la OFO per avere il lavoro.

E lì vado in corto circuito. Da una parte, la “causa delle bici rapite”. Dall’altra mi viene in mente il compenso ridicolo che questi pony-express-senza-motore si beccano ad ogni consegna.

Il corto circuito è lungo abbastanza perché Luigi, lo chiameremo così, mi si sfili dalle mani.

Scendo sconsolato a cercarmi un’altra bici.

E fuori dal portone scopro una cosa buffissima. Luigi non sa andare in bici.
Lui è ancora lì. Tiene sempre la terza e quindi fa un metro in 20 pedalate.
Tutta quella energia giovane pasoliniana, e poi mi finisce con la ruota nei binari del 5, per poi scabussare alla fine sul pavè. È scivolato di faccia. Sta verificando terrorizzato se lo zainetto-cubo sia intatto.
Mi guarda. Lo dicevo io del pavè.
“La bici non s’è fatta nulla”, gli faccio. “Tu stai bene? Come ti chiami?”
“ ****. “ Sembra uno di quei dipinti da Al-Fayyum, gli occhi enormi, sgranati.
“Dove devi consegnare?”
“Porta Venezia”.
“Hai un culo mostruoso. Mi dicevi Porta Lodovica non ti portavo”.
Apriamo il baule dell’auto, carichiamo la OFO e lo zaino, e andiamo tra le braccia del dazio di Porta Venezia.
Viene da ****. Faceva consegne anche lì, in moto. Aspettava che costruissero la strada asfaltata per raddoppiare il numero delle consegne.
“E com’è finita?”
“Che il mio governo non l’ha più costruita, quella strada. Mio fratello è qui da cinque anni, ho pensato di raggiungerlo.”.
Evidentemente ha bisogno di quella manciata di euro della food delivery e una bici non ce l’ha. E fino al 31 ottobre, tutto sommato giustamente, la usa ininterrottamente per mettere da parte i soldi per farsene una e incominciare a lavorare con più continuità.
Arriviamo a destinazione, mi guarda: “Adesso tu vuoi la OFO indietro, vero?”
“Lascia perdere, cerco in un altro cortile”.

#citOFOno – La storia di Ishak

9 novembre 2017

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Sono tornato nella mia città natale, Milano, per qualche giorno per lavoro e una mia amica mi ha introdotto al mondo meraviglioso delle biciclette OFO.
Fino al 31 ottobre erano gratuite, in prova.
Dopo l’uso compulsivo nei primi giorni, ho iniziato a pensare che la mappa della app non fosse collimata bene bene, perché visualizzavo un sacco di OFO DENTRO le case.
A un certo punto ho capito che la mappa era precisissima e che semplicemente le bici – la gente se le zanzava. Portandosele in casa.
Ora la cosa divertente è che non smontano il GPS dentro la bici, quindi la app continua a localizzare la bici rubata.
Non avendo un c***o da fare al pomeriggio, ho iniziato a citofonare ai condomini, come quando a dieci anni chiamavamo gli amici per giocare a calcetto, e mi sono messo a beccare i ladri di biciclette a uno a uno.
Stiamo parlando di una media giornaliera di 8 OFO zanzate su 10 che provavo a prendere, ragazzi.
Ho citofonato, li ho fatti scendere e mi son messo a chiacchierare con loro.
Ne sono uscite dieci storie di incontri tra cazzari. Questa è la prima.

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La storia di Ishak.
#OFO #citofono
Esco dal MAS, una bellissima scuola di musical, danza e recitazione a Milano, dove stavo guardando le lezioni del mio amico coreografo Matteo Gastaldo.
In via Ponte Nuovo una OFO risulta parcheggiata dentro un condominio. Il pizzaiolo rumeno mi lascia entrare in cortile, e trovo la OFO non solo parcheggiata, ma LUCCHETTATA. Genio.
Mi siedo e aspetto. Passa una signora. Lancio con nonchalance un “Ne sa qualcosa?”
“Ma sa che è giorni che la guardo e mi faccio la stessa domanda?”
Poi, la botta di culo.
Passa un ragazzo sui 17 anni. È il nipote della sciura, la quale lo apostrofa con un tono da zia-senza-possibilità-di-risposta-menzognera:
“Luca, tu sai chi si è rubato la OFO?”
E Luca risponde al volo, alla Pavlov, senza nemmeno cercare di intortare la zia. Sembra Mowgli di fronte a Kaa.
“Ho visto Ishak, il compagno di classe di Carlo, armeggiarci attorno”.
Luca mi indica il balcone di casa Ishak.
Citofono a Ishak.
“Scendi, va’. E porta le chiavi del lucchetto.”
Arriva Ishak. È uguale al figlio di Moretti ne “La stanza del figlio”. E mi fa:
“Tanto non la usava nessuno”.
“Beh, certo, se te la lucchetti in cortile, è un po’ difficile che qualcun altro la usi. E secondo te io a fianco alla bici che ci faccio?”
Ishak: “Ah la volevi usare?”
Attenzione: ci è, non ci fa. Sorrido. Con Ishak opto per la strategia “abbraccio hare krishna”.
“Libera ‘sta bicicletta, va’. Hai un nome copto, sei cristiano ve’?”
“Sì. Ortodosso, diciamo”.
“E non rubare non te l’ha insegnato la mamma? Ce l’avete pure voi il decalogo, ve’?”
“Ma scusa meglio in mano mia che buttata nel Naviglio, ti pare?”
Fa pure riferimento a un articolo del Corriere uscito un paio di giorni prima. Dei vandali non avevano trovato niente di meglio da fare che buttare le OFO nella darsena. Personalmente credo che pure i vandali abbiano una hit parade della cazzate da fare, e “buttare la OFO a mare” non dev’essere il massimo. Qualcuno deve aver interesse a danneggiare quante più OFO possibile, nel minor tempo possibile. Ma glisso e mi riconcentro sul labiale di Ishak, che era arrivato a:
“Ma scusa meglio in mano mia che buttata nel Naviglio, ti pare?”
Il ragionamento non fa una grinza.
Porto Ishak al centro del cortile. Mi siedo su un panettone in cemento.
“Adesso facciamo così. Io non chiamo la polizia se tu urli al condominio ‘Ho fatto una stronzata’. Un po’ di volte.“
Ishak: “No, la mamma mi ha insegnato a non dire le parolacce”.
Ecco, ‘sta frase qui mi blocca per un attimo, devo ammetterlo. Chapeau. Devo riconoscere a questo ragazzo che è sveglio. Ma anche mamma e papà non devono essere da meno.
Allora esco un attimo dal droghiere pakistano appena a fianco, mi prendo un sacchetto di patatine, mi metto comodo sul panettone, citofono a Luca e chiamo i suoi amici.
Ishak rimane un attimo interdetto, ma io ho le chiavi del suo lucchetto.
Quindi ha da aspetta’.
Poi mi apro il dizionario dei sinonimi e dei contrari sull’Iphone.
E così Ishak ha urlato “Ho fatto una cretinata, scemenza, sciocchezza, scemata, cavolata, stupidaggine, stupidata, idiozia, fesseria, bestialità, banalità, bazzecola, piccolezza, cosa da nulla, inezia, fregnaccia, boiata.” per 5 minuti. Il tempo di mangiarci le patatine con Luca & C mentre lo guardavamo.
Poi ho ringraziato, gli ho ammollato il suo lucchetto e inforcato la nostra OFO.

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STUDIO AZZURRO_IMMAGINI SENSIBILI – Passato nel futuro Una retro…prospettiva

18 aprile 2016

Palazzo Reale, Milano

VideoAmbienti. Luci d’inganni e Lucidi inganni.

Il primo spazio di VideoAmbiente in cui si entra ci porta al 1984, anno in cui a Palazzo Fortuny, a Venezia, prende vita la prima istallazione di Studio Azzurro concepita come un’intera scena totale, come un luogo del fatto e non solo della rappresentazione.

Il progetto è quello de “Il Nuotatore (va troppo spesso a Heidelberg)”, e lo spazio è definito da una prevalente luminescenza azzurra che avvolge lo spettatore e lo accompagna nella visione del percorso che fa un nuotatore, in cui il tempo è scandito da gesti ripetuti, affaticati ed infiniti, interrotti all’improvviso da cento microeventi della durata di pochi istanti,

gettati come una manciata di coriandoli nel corso dell’unico riferimento temporale possibile, il modulo di un’ora determinato dalla lunghezza massima del nastro”

Un ambiente saturo di colore azzurro.

Azzurro come il nome che lo Studio ha scelto di darsi 35 anni fa, Azzurro come un’entità, all’inizio astratta, che nel corso degli anni acquisisce identità e diventa, essa stessa, l’alimento che nutre il loro percorso progettuale lontano e svincolato dal sistema dell’arte tradizionale, Azzurro come

…”è Azzurra l’atmosfera creativa che avvolge il nostro lavoro.

Non identifica la solidità di un gruppo,

ma la leggerezza di una visione che ci accomuna e

che costruiamo giorno per giorno”

Il viaggio ha inizio.

Lo spettatore diventa “spett’attore”.

La mostra racconta una serie di progetti selezionati che hanno segnato la storia di Studio Azzurro dagli anni ’80 fino ad oggi. Ogni sala ospita un Videoambiente, interattivo a seconda del progetto presentato, ed una sequenza di tavole grafiche dove si leggono le idee progettuali da cui nascono i lavori eseguiti, da “Facce di Festa”, film di 60′ in 16mm presentato alla Rassegna L’altro Cinema Europeo a Venezia nel 1980, a “Sipario Elettronico” Ivrea 1985, continuando con “La camera astratta” Opera VideoTeatrale del 1987, “Il Giardino delle Cose” Milano 1992, “Il soffio sull’Angelo” Università degli Studi di Pisa 1997, e le più recenti “Le zattere dei sentimenti” Berlino 2002, “Tarocchi” una sezione della grande Mostra dedicata a Fabrizio De Andrè del 2008 e “Isse_Il Cerchio” studio per danza, gesti e narrazione video Milano 2015.

Questi, solo per citarne alcuni.

Immagini Sensibili. Ambienti sensibili.

Gli ambienti costruiti reagiscono alla presenza fisica ed ai gesti delle persone, avviando così un’esperienza interattiva che varia nel passaggio da una sala all’altra.

“Intorno alla metà degli anni novanta

abbiamo cominciato ad occuparci di interattività in campo artistico.

E’ stata una rivelazione.

Il ruolo del pubblico era già uno dei temi che fondava la poetica del nostro lavoro”

Una poetica che fonda le sue basi sulla socialità, un principio che la costruzione di un “luogo” fa sì che ci sia animando condivisione tra le persone che vi si approcciano, a differenza di una singola “postazione” che richiama, invece, l’individualità della propria esperienza.

Una poetica che incentra la propria ricerca sulle conseguenze che nascono dall’approccio del visitatore al luogo, dove è lo spettatore che con le sue azioni, crea l’esibizione dell’opera.

E’ il gesto diretto dello spettatore che spinge alla relazione tra le differenti azioni che intervengono nell’azione: il vedere, il toccare, il sentire.

“Il corpo e i suoi gesti tornano ad essere

mezzo effettivo di esplorazione dello spazio e strumento conoscitivo primario,

con cui accedere ad una consapevolezza e responsabilizzazione nuove

nei confronti dell’opera”

Tavoli_Perchè queste mani mi toccano?_Triennale Milano 1995

Tavoli_Perchè queste mani mi toccano?_Triennale Milano 1995

Coro_Mole Antonelliana Torino 1995

Coro_Mole Antonelliana Torino 1995

Io non mi lascerò calpestare,

dice il pavimento della sala di Maat,

poiché sono silenzioso e sacro.

Inoltre io non conosco

IL NOME DEI TUOI PIEDI

che si apprestano a calpestarmi.

Parla dunque!

Libro dei Morti degli Antichi Egizi

La mostra si chiude con un nuovo progetto creato apposta per questa esperienza a Palazzo Reale.

La VideoInstallazione interattiva per specchi sensibili è ambientata nella Sala delle Cariatidi e prende il nome di “Miracolo a Milano“.

In questo “ambiente sensibile” lo spettatore, una volta giunto davanti ad uno dei quattro grandi specchi installati, vede, dopo pochi secondi, la sua immagine sparire per far posto a quella di una persona che gli racconta una breve storia della propria vita, a un “Portatore di Storie”.

Questa volta non è lo spettatore che decide a chi rivolgersi o su cosa interagire, ma è la casualità dell’identità della persona che appare che stabilisce l’interazione, così come l’imprevedibilità del cambiamento di vita di alcune persone che, in un tempo di crisi come quello che stiamo vivendo, si sono trovate a far fronte a necessità basilari che prima facevano parte dello svolgersi naturale all’interno della propria condizione economica ed esistenziale.

Miracolo a Milano_Palazzo Reale Milano 2016

Miracolo a Milano_Palazzo Reale Milano 2016

E’ questo il motivo per cui una volta finito il racconto, la persona che parla si sente quasi alleggerita della propria confidenza fatta, e, con un salto, si solleva verso l”alto fino a raggiungere il cielo.

Esplorazione, incontro, interazione, ascolto, osservazione, empatia, curiosità.

C’è tutto in questo viaggio esplorativo,

in questo “salto nel sogno del possibile“…

Foto e riprese dei filmati: Raffaella Matocci
Editing: Giulio Pascali

Le polemiche intorno alla sistemazione del Giardino dei Giusti

25 giugno 2015

La proposta di sistemazione del Giardino dei Giusti portata avanti dalla associazione Gariwo ha scatenato notevoli polemiche da parte Giancarlo Consonni e Graziella Tonon, condirettori dell’Archivio Bottoni del Politecnico di Milano.

Il Giardino dei Giusti di Milano nasce ai piedi del Monte Stella nel 2003, per iniziativa di Gabriele Nissim e dell’associazione Gariwo, ispirandosi al celebre Giardino di Gerusalemme dove viene piantato un albero per ogni “Giusto” ovvero ogni persona che, durante la Shoah, ha salvato almeno un ebreo dall‘uccisione. Il Giardino di Milano si differenzia perchè “tratta e onora come “giusti” tutti coloro che (senza distinzione, di razza, credo religioso o politico) abbiano messo a repentaglio la propria vita per salvare quella di un perseguitato”.
Il Giardino di Monte Stella  “è un’istituzione che col tempo è diventata riferimento a livello europeo e internazionale. Partendo dall’esempio di Milano, il Parlamento di Strasburgo, su richiesta di Gariwo, ha votato, nel 2012, una mozione che istituisce la Giornata europea dei Giusti. L’esperienza del Monte Stella ha figliato altrettanti giardini a Varsavia, Praga, Yerevan, Kigali, Sarjevo e in tante altre città italiane”.

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Dopo dieci anni di attività l’associazione ha sentito l’esigenza di dare un assetto all’area con l’obbiettivo di “renderlo più forte nella sua identità e fornirlo di alcune strutture di fruizione della cittadinanza e degli studenti”. E’ stato quindi avviato un processo di progettazione affidato all’arch. Valabrega e che è passato attraverso un workshop di progettaizone all’università e svariati incontri di presentazione del progetto che è stato adeguato alle indicazioni ricevute nel corso degli incontri.

Come dicevamo contro il progetto si sono schierati Giancarlo Consonni e Graziella Tonon condirettori dell’Archivio Bottoni del Politecnico di Milano, avviando una raccolta firme che ha ricevuto un discreto riscontro. Analoga raccolta a favore del progetto è stata fatta dall’associazione.

Il parco del Monte Stella costituisce un caso unico e singolare nella storia dell’urbanistica. Nato grazie a Giampiero Bottoni che nel realizzare il Quartiere Triennale 8 (QT8) ebbe l’intuizione di sfrutttare la collina formata dalle macerie dei bombardamenti, per farci un parco urbano che fosse strettamente collegato urbanisticamene e paesaggisticamente al quartiere.

Gli oppositori al progetto ritengono quindi che il Monte Stella sia un luogo già fortemente identitario che non necessiti e che non possa subire alcun intervento integrativo; in questo senso l’intervento proposto dall’associazione, non solo sarebbe inutile, ma addirittura dannoso nei confronti dell’esistente.

Qui trovate la descrizione del progetto. L’intervento si riferisce a un’area di 7.000 mq all’interno di un parco più vasto di 300.000.
L’intervento consiste essenzialmente in una operazione di arredo urbano; non ci sono grattacieli ne pericolosissime speculazioni edilizie: dal poco che si vede non si tratta di un progetto particolarmente invasivo. Paradossalmente lo si potrebbe criticare proprio per la mancanza di audacia; per dire, l’idea dell’anfiteatro circolare è palesemente figlia di una certa architettura neorazionalista degli anni ’70 e ’80.
Ciononostante non ho visto quello scempio che denunciano i comitati.

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Niente di nuovo sul fronte delle polemiche che si scatenano sempre in questi casi.

Polemiche che, in sintesi tentano di rispondere alle seguenti domande:

  • entro che limite è consentito intervenire sul territorio naturale e artificiale esistente per adeguarlo alle esigenze di uso contemporaneo?
  • fino a che punto le esigenze di conservazione del patrimonio esistente possono condizionare le scelte di trasformazione della città?
  • se è comprensibile pensare che un sito archeologico o fortemente storicizzato debba avere un elevatissimo grado di protezione che ne conservi le caratteristiche unitarie consolidate nell’arco di secoli, quanto è corretto adottare gli stessi criteri per opere moderne, che ancorchè unitarie risalgono a pochi decenni fa?
  • e non è proprio dalla stratificazione dagli interventi e dagli inserimenti successivi che si sono consolidate molte delle più importanti opere italiane?

Tonon e Consonni citano i Giardini di Boboli come esempio limite per dimostrare “per assurdo” come non sia possibile intervenire sui luoghi consolidati come il Parco: “se la più prestigiosa e la più apprezzata delle Associazioni chiedesse di disporre di una balza del Giardino di Boboli per collocarvi muri, muretti, totem e un teatro all’aperto per rendere visibile il proprio messaggio, cosa pensereste?”

Ma il Parco del Monte Stella non è il Giardino di Boboli, è una pregevolissima opera di architettura del paesaggio nata anche per celebrare simbolicamente la memoria delle devastazioni della Seconda Guerra Mondiale; in questo senso la collocaizone del Giardino dei Giusti è estremamente assonante dal punto di vista culturale; non si vede perchè non si possa trovare una forma di rappresentazione architettonica che possa essere altrettanto assonante all’architettura modernista di Bottoni e alla sua idea di Parco.

Proprio Boboli si è formato per aggiunte e trasformazioni successive, a cominciare nel 1549 con l’opera di Niccolò Tribolo, passando per Bartolomeo Ammannati, Bernardo Buontalenti fino a concludersi con Cosimo II (1609-1621) quando il giardino triplicò la sua estensione ad opera di Giulio Parigi e del figlio Alfonso.

Il Giardino sarebbe sato lo stesso se all’epoca fossero nati i comitati in difesa del Giardino Boboli a impedire che gli ultimi architetti aggiungesero altri interventi?

Più in generale ritengo che la riflessione da fare dovrebbe concentrarsi sul grado di cristallizzazione che intendiamo dare alla città, sia moderna che antica. Personalmente do per scontato che le città siano a tutti gli effetti dei fenomeni dinamici (non a caso si parla di organismi urbani); la sensazione che provo in queste discusisoni è che, specie all’interno di una vasta parte dell’establishment intellettuale, vi sia una visione della città che tende a cristallizzare tutto che vede la città (e il territorio) come un oggetto inanimato statico e immutabile sempre uguale a se stesso. Il retropensiero di questa visione è che l’uomo abbia già deto e fatto tutto quelle si poteva dire o fare in architettura e urbanistica.

Purtroppo siamo stati sfigati, fino all’altro ieri la città era ancora fluida, potevi interagire, dialogare e proporre la tua visione delle cose, potevi adattarla e se lo ritenevi necessario modificarla alle tue esigenze.

Ormai è tardi, non è più consentito avere esigenze od aspirazioni; cosa vogliono mai questi dell’Associazione Gariwo? un luogo sistemato dove organizzare i loro eventi? c’è già un bellissimo prato! un Prato progettato da Bottoni, mica vorrai pretendere che oggi ci possa essere un architetto in grado di eguagliarlo?

Concludo con un suggerimento a promotori del no; provate a proporrlo voi un progetto alternativo, qualcosa che secondo la vostra sensibilità si possa adattare allo spirito del Monte Stella; fatelo tenendo conto delle esigenze dell’associazione che evidentemente sente la necessità di disporre di un “luogo” necessariamente artificiale (e architetonico) dove svolgere le sue attività; chi meglio di voi infatti saprebbe proporre soluzioni in grado di soddisfare entrame le esigenze del problema?

Expo 2015, un concorso senza coraggio per il Padiglione Italia

8 gennaio 2013

La pubblicazione, tanto attesa, del bando per il concorso del Padiglione Italia all’Expo del 2015 sembra lasciare tutti insoddisfatti.

Le motivazioni di ordine squisitamente tecnico per cui il bando viene definito deludente sono argomentate chiaramente dal CNAPPC in una recente nota, con cui si può a grandi linee essere d’accordo. Ma il bando delude anche sul piano deontologico, poiché per almeno due ragioni non perviene all’obiettivo di preservare la dignità professionale:

primo, è stato enfaticamente annunciato come un concorso per giovani architetti e invece per la partecipazione il bando richiede da subito il possesso di imponenti requisiti tecnico-organizzativi oltre che economico-finanziari, benché si possa ricorre allo strumento dell’avvalimento;

secondo, s’è parlato tanto di padiglione emblema del “Made in Italy” e poi non c’è stato, probabilmente perché prigionieri di una mentalità provinciale, il coraggio di procedere con un concorso riservato a professionisti italiani.

Certo è, che un concorso così rilevante, in un momento storico di particolare crisi per il paese, poteva costituire il giusto mezzo di riscatto per l’Architettura Italiana.

Esaminando il bando si ravvisano sia responsabilità dirette di Expo spa che difficoltà suscitate dal Codice degli Appalti.

In effetti, rispetto alle seconde responsabilità, quelle indotte, è proprio il Codice degli Appalti che non è mai riuscito a fornire una guida decisa, un format di bando chiaro e inequivocabile, vincolante per tutti, onde evitare libere interpretazioni degli enti banditori, specie se chi programma non ha l’esperienza adeguata o non ha a cuore l’architettura. È urgente la riscrittura del Codice.

Una soluzione ci sarebbe, incaricare Perelà di redigere un nuovo Codice (si cita il romanzo futurista di Aldo Palazzeschi), che finalmente risolva ed appiani tutti i problemi lasciati insoluti dalle leggi «decrepite e grinzose» oggi in vigore e dalla ininfluenza dei rappresentanti degli Ordini professionali sempre meno autorevoli nel tutelare la professione, incapaci di conquistarsi la giusta considerazione degli enti banditori.

Non c’è da fidarsi più di nessuno, ogni desiderata dei vertici di “Expo” è stato immediatamente contraddetto dai fatti: “faremo un concorso per giovani talenti”, “stiamo costruendo un bando aperto”, “i criteri premieranno la qualità”. Solo annunci sconfessati da una stesura di bando che ha interpretato nella maniera peggiore e inutilmente restrittiva il Codice, declinata dalla filosofia delle gare per engineering. Niente a che vedere con i concorsi di architettura: giuria a sorpresa, che non aiuta l’ampia partecipazione; criteri molto impegnativi, che possono essere adempiuti solo da società affermate; incertezza nel numero e nel tipo di elaborati, che, per incomparabilità delle proposte, non tutelano i concorrenti di equo giudizio, oltre che, avendo introdotto una approssimativa procedura online, non si chiariscono le modalità con cui la giuria valuterà i progetti (a monitor, proiettati, stampati… tutto insieme).

Di fronte a tanta incertezza milanese ma soprattutto registrando l’ennesima diversa interpretazione procedurale dimostrata con il terzo bando di concorso in breve tempo, dopo Architetture di Servizio e Velodromo Vigorelli, non ci resta che attendere che dal camino scenda il nostro Perelà – eroe di fumo – a riscrivere il Codice.

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Prima dell’uscita del bando di Concorso era stato scritto:

Milano 1906-2015: tutto è cambiato, niente è cambiato.

Milano, 17 novembre 2012, dopo più di un secolo la Città ospiterà nuovamente l’Expo, cosa è cambiato dalla prima volta?

La prima Esposizione Internazionale di Milano si svolse nel 1906 in padiglioni ed edifici appositamente costruiti alle spalle del Castello Sforzesco (l’attuale Parco Sempione) e nell’area dove dal 1923 sorgerà la Fiera di Milano. Per l’occasione le nuove costruzioni furono 225, tra gli interventi più rappresentativi si ricordano quelli dell’architetto Sebastiano Locati, tra cui l’Acquario Civico risultato di particolare pregio in stile liberty. Le nazioni partecipanti furono 40, gli espositori 35.000, i visitatori furono oltre 5 milioni, una cifra record per l’epoca. Il tema fu quello dei trasporti.

L’immagine simbolo dell’esposizione fu realizzata dall’artista triestino Leopoldo Metlicovitz che vinse il concorso per il manifesto, celebrava l’apertura del traforo transalpino del Sempione completato proprio nel 1906 (e da cui il parco prende il nome) rendendo possibile la prima linea ferroviaria diretta tra Milano e Parigi. Il 3 agosto, nella galleria d’Arte decorativa italiana e ungherese scoppiò un incendio che distrusse diversi edifici tra cui il Padiglione dell’Architettura. In quaranta giorni i locali andati distrutti furono ricostruiti e nuovamente inaugurati alla presenza del re Vittorio Emanuele III. Il 1 ottobre fu anche inaugurata la sezione d’arte decorativa ungherese alla presenza del presidente del Consiglio dei ministri Giovanni Giolitti.

La nuova Esposizione Internazionale di Milano si svolgerà tra pochi mesi, nel 2015, su un’area del sito espositivo di 1,1 milioni di mq, a nord-ovest della Città, adiacente al nuovo complesso Fieristico di Rho. Per l’occasione nuove costruzioni, padiglioni ed edifici, saranno appositamente costruiti, tra cui le architetture di servizio. Le nazioni partecipanti al momento sono 108 su 130 stimati, con 21 milioni di visitatori attesi. Il tema è quello dell’alimentazione.

L’immagine simbolo dell’esposizione sarà affidata al Padiglione Italiano, da realizzare sulla base di un primo concept che sarà sviluppato dal regista di spettacoli Marco Balich  su investitura diretta, creativo italiano di fama mondiale per aver curato le cerimonie olimpiche di Torino 2006 e Londra 2012, e già aggiudicatario di Rio 2016. Inoltre, secondo le prime notizie che si apprendono, il Padiglione Italiano, del valore di circa 35 milioni, sarà frutto di un concorso internazionale realizzato in collaborazione con il CNA, aperto anche ai giovani e sarà lanciato entro novembre, per ottenere il preliminare entro il 30 marzo.

Pertanto, esprimiamo piena soddisfazione per la strada finalmente intrapresa dal Commissario Diana Bracco verso l’espletamento dell’atteso concorso internazionale di architettura però allo stesso modo desideriamo che sia un concorso vero, con giuria qualificata, bando esemplare, incarico al Vincitore.

Ordine degli architetti di milano non approvato bilancio consuntivo

Quando ho ricevuto la mail del nostro amico Giovanni Loi di Milano, credevo che fosse uno scherzo. In realtà è tutto vero a Milano non è stato approvato il bilancio consuntivo 2010 dell’Ordine degli Architetti.

E’ un risultato importantissimo che dimostra come gli iscritti, che si ritrovano ad essere in una condizione lavorativa sempre più drammatica, comincino a rendersi conto dell’inutilità degli Ordini professionali che non fanno quasi nulla dei loro compiti istituzionali ma che sono diventati dei circoli privati per gestire grosse quantità di denaro nell’interesse di pochi.

Si pensi che il fatturato dell’Ordine di Roma è di quasi 4 milioni di euro.

Oggi bisogna avere il coraggio di ripensare la funzione di un Ordine professionale che si rifà ad una Legge istitutiva che ha quasi 100 anni, provate a pensare come è cambiata la società in questi ultimi 100 anni e vi renderete conto che o si riparte da zero ripensando totalmente la funzione e i compiti di un Ordine professionale o bisogna chiuderli.

Vi riporto il post scritto da Giovanni Loi di anarchit pubblicato sul forum del Corriere.it e i relativi commenti:

Inviato da: Giovanni Loi il Lunedì, 02 Maggio 2011

Sin dal 1995 conduco una serissima battaglia sui bilanci dell’Ordine degli architetti di Milano.
I diversi Consigli che si sono succeduti hanno sempre aspramente censurato le mie considerazioni che attengono alle funzioni istituzionali di un Ordine professionale ed ai modi di finanziarlo, così come la legge prevede.
Posso assicurare che il Ministero della Giustizia, da me più volte chiamato in causa, ha ritenuto di non dover mai intervenire nel merito, consentendo, per più di 3 lustri, che si riproducesse una prassi che esula da quanto la legge prevede.
La norma che limita le spese di un Ordine come il nostro è sancita dal DdgL. n° 382 del 1944 che recita: “Art. 7 – Il Consiglio provvede alla amministrazione dei beni spettanti all’Ordine o Collegio e propone all’approvazione dell’assemblea il conto consuntivo ed il bilancio preventivo. Il Consiglio può, entro i limiti strettamente necessari a coprire le spese dell’Ordine o Collegio, stabilire una tassa annuale, una tassa per il rilascio dei certificati e dei pareri per la liquidazione degli onorari.
Ferma rimanendo l’efficacia delle norme che impongono contributi a favore di enti previdenziali di categoria, nessun pagamento, oltre a quelli previsti da questo decreto, può essere imposto o riscosso per l’esercizio della professione a carico degli iscritti nell’albo.”
Per giudicare la bocciatura odierna dei Bilanci dell’Ordine di Milano, che personalmente, a fini di giustizia e di interesse pubblico, auspicavo sin dal 1995, bisogna conoscere quali sono le reali funzioni attribuite per legge ad un Ordine, ovvero ad un Ente sostitutivo dello Stato che detiene poteri di magistratura disciplinare nei confronti dei propri iscritti, i quali, sempre per legge, sono obbligati ad essere tali qualora intendano esercitare la libera professione.
Ebbene queste limitatissime funzioni sono: la tenuta e aggiornamento dell’Albo; stabilire il contributo annuo per essere iscritti all’Ordine; dare pareri sulle controversie professionali e sulla liquidazione degli onorari; vigilare sulla tutela dell’esercizio professionale.
Si può spiegare perché la norma del 1944 imponeva questi limiti. Perché al di là di questi limiti si potrebbe imporre una tassa che agevola la costituzione di qualche cosa di molto diverso che somiglia al vecchio sindacato unico ad iscrizione obbligatoria che proprio la stessa legge del 1944 aveva abolito.

Inviato da: Avolpato il Venerdì, 29 Aprile 2011

Milanesi ieri ho assistito ad un evento a dir poco soncertante! Nella Milano dell’expo, delle grandi infrastrutture, dei cantieri in ogni dove, delle gru che modificano la skyline della cittò, la Milano dell’eccellenza nonchè culla del design….gli architetti si rivioltano al loro Ordine Proessionale!!!!bocciando il bilancio consuntivo dell’esercizio 2010, con una votazione veramente testa a testa come nei film di suspance:73 aveti diritto al voto, di cui 69 votanti….34 favorevoli, 34contrati, una scheda bianca….quindi non superata la solgia del 50%+1 votante necessaria all’approvazione di un bilancio che “Cuba” 2 milioni di euro….

alla fine della votazione gli animi si scaldano, si ipotizza una seconda votazione in quanto tale circostanza non è mai successa…ma chi come me ieri c’era sà già che il ministrero di Graziea e Giustizia commissionerà il ricco e nutrito ordine degli architetti dellsa MIlano dell’Expo….

Cosa succederà della nostra città????

Inviato da: jlondon il Venerdì, 29 Aprile 2011

ordini professionali quanto di più corporativo e inutile ci possa essere

Inviato da: SuperMario il Venerdì, 29 Aprile 2011

Solo 69 votanti?
Vuol dire che gli architetti di Milano pagano le quote professionali e tacciono, disinteressati a come vengono gestiti i loro soldi e le loro pensioni.
Si vede che ne hanno già troppi.

Inviato da: bstucc il Venerdì, 29 Aprile 2011

E poi? Il parere di un ordine professionale è forse vincolante?

Inviato da: Scatulin del Luster il Venerdì, 29 Aprile 2011

Anche io c’ero.Ho fatto da presidente di seggio. Ringrazio Volpato per la sua disamina dell’accaduto. E’stato emblematico.
Su 12000 iscritti eravamo solo in 73! ma non stupitevi, gli anni passati i numeri erano addirittura più bassi!
Orbene ho appena terminato la telefonata con la Presidente dell’Ordine, sul fatto che essendo presidente di seggio nominato dagli iscritti, dovessi redigere un particolare verbale e/o recarmi anche oggi in sede. Mi ha tranquillizzato dicendomi “ma tu non hai dormito la notte per il problema della non approvazione del bilancio?”.
Confesso verso quasi 200 euro annui di quota di iscrizione e mi rugherebbe un po’ far precettare il mio Ordine professionale che ricordo, come è emerso ieri sera, ha anche compito di magistratura e deve controllare che gli iscritti si comportino rispettando etica e deontologia professionale.
Per legge però (ricordo risalente al ventennio), come ridadito da me e da altri colleghi intervenuti nella dichiarazione di voto, l’ordine ha il solo obbligo di tenuta elenco iscritti e suo aggiornamento e di controllo del rispetto delle norme professionali deontologiche degli stessi.
Non è scritto da nessuna parte nel codice civile ne riportato in alcuna Legge attualmente vigente che si debba con la propria quota OBBLIGATORIA necessaria per poter esercitare la professione, pagare siti internet, serate culturali, riviste, bella sede, pubblicazioni, viaggi di rappresentanza.

No non è d’obbligo per alcun iscritto.
Quindi voglio poter scegliere di quali servizi avvalermi. Allo stato attuale qualsiasi collega se vuole può partecipare e fruire dei servizi messigli a disposizione altrimenti li paga comunque, con la sua quota annuale per tutti gli altri che ne fanno uso…
Il fatto che dopo il mio intervento sia arrivato uno scroscio di applausi dai colleghi faceva presagire che il bilancio a consuntivo non venisse approvato. Ricordo a tutti che, se è vero che 200 euro all’anno non fanno la differenza per molti colleghi “arrivati”, la fanno eccome per tutti i giovani Architetti milanesi neo iscritti all’ordine che vengono sfruttati dai colleghi arrivati per 800-1000 mese in partita iva e oltretutto sono proprio coloro che lavorano alacremente e rendono realizzabili le cose che poi vedete per la città, nelle belle presentazioni: cad, rendering 3D, nuove tecnocnologie, housing sociale, design, insomma il futuro!e quindi Evviva la doppia quota: minimum tax per tutti e quota aggiuntiva per tutti i servizi in più!

Saluti! Scatu

Inviato da: Alexx il Venerdì, 29 Aprile 2011

Se l’ordine degli architetti è come quello dei medici non serve, per fare il medico ci vuole la laurea, l’esame di stato per l’abilitazione e per alcune cose la specialità, l’iscrizione all’ordine non è richiesta per lavorare negli ospedali o alle asl, è una cosa privata e facoltativa, quindi anche le minaccie di essere espulsi dall’ordine lasciano il tempo che trovano.
non lo sapevate ? beh ora si !!
Alexx

Inviato da: viktor_66 il Venerdì, 29 Aprile 2011

Fosse successo all’ordine dei commercialisti sarebbe stato splendido!

Re: Ordine degli architetti di milano non approvato bilancio consuntivo

Inviato da: Spider il Lunedì, 02 Maggio 2011

Chissà che succederà all’Ordine Avvocati… ho visto un bilancio a pareggio da oltre 6 mln…

La commedia dell’arte rivive alla ex fiera di Milano

LA COMMEDIA DELL’ARTE RIVIVE ALLA EX FIERA DI MILANO.

Il 2 luglio 2004, a Milano la cordata CityLife (Generali Properties S.p.A., capocordata, RAS S.p.A., Immobiliare Lombarda S.p.A., Lamaro Appalti S.p.A., Grupo Lar Desarrollos Residentiales) si è aggiudicata la gara internazionale per la riqualificazione del quartiere storico Fiera di Milano, 255.000 metri quadrati. La gara fu gestita dalla Fondazione Fiera Milano, soggetto economico privato.

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Il criterio di aggiudicazione della gara è stato economico: CityLife offrì 523 milioni di euro, ben l’8% in più della seconda offerta. Gli altri competitori, per la cronaca erano Pirelli real estate s.p.a. e Risanamento s.p.a.

L’area, all’atto della compravendita, venne consegnata al vincitore corredata del Piano Integrato di Intervento approvato dal Comune di Milano. La Fondazione, in questo modo, poteva garantire all’acquirente l’effettiva possibilità di realizzare tutto quello che era previsto nel progetto vincitore.

Dimenticavo di ricordare che i raggruppamenti selezionati per la gara finale erano stati scelti da una commissione di valutazione con il fior fiore degli esperti internazionali:

  • Kenneth Frampton titolare della cattedra di architettura alla Columbia University. Competenza: architettura
  • Cristophe Girot docente di architettura del paesaggio presso l’Università Tecnica Federale di Zurigo. Competenza: architettura del paesaggio
  • Guido Martinotti ordinario di sociologia urbana presso l’Università Milano – Bicocca. Competenza: sociologia
  • Gaetano Morazzoni consulente del Comitato promotore Corridoio 5. Competenza: infrastrutture ad ampia scala territoriale
  • Lorenzo Ornaghi Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Competenza: governo delle reti di interessi
  • Bianca Alessandra Pinto Sovrintendente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Competenza: estetica
  • Marco Angelo Romano ordinario di urbanistica ed esperto di Estetica della città presso la facoltà di architettura dell’Università di Genova. Competenza: urbanistica
  • Giorgio Rumi storico e componente del CdA della Fondazione Balzan e della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano. Competenza: storia
  • Lanfranco Senn ordinario di Economia regionale e urbana presso l’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano. Competenza: economia urbana
  • Deyan Sudijc critico, curatore di mostre e direttore di riviste, nel 2002 è stato direttore della Biennale di Venezia. Competenza: architettura
  • Bernhard Winkler è tra i fondatori della facoltà di architettura presso l’Università Tecnica di Monaco di Baviera, della quale è stato docente e preside. Competenza: mobilità.

Questa commissione, immaginiamo, avrà assegnato alle cordate selezionate un punteggio derivato dalla qualità progettuale specifica per ciascuno degli ambiti di competenza dei membri che la componevano.

CityLife, nel suo sito ufficiale riporta che:” Fin dai suoi presupposti CityLife ha preso in considerazione non solo la qualità di vita dei suoi futuri abitanti, ma anche il suo inserimento nel contesto, l’incremento di vivibilità complessiva e la spinta verso il futuro della città, come testimoniano:

  • la scelta di tre architetti di culture, nazionalità e esperienze diverse tra loro (Zaha Hadid, Arata Isozaki e Daniel Libeskind)
  • la volontà di porre alla base del loro lavoro una seria e approfondita ricerca sulle aspettative del quartiere e di tutta la città
  • il metodo di lavoro che ha privilegiato la riflessione e il confronto tra culture al puro gesto creativo del singolo.

Tutto bene, pare, la macchina va avanti. Tanto è vero che CityLife pubblica un bando di gara per le opere di fondazione speciale e consolidamento da eseguirsi tra il 01/02/2010 e il 15/04/2010.

Certo, nel frattempo c’è stata una crisi economica planetaria, una riduzione (anche se minima a Milano e Roma) dei valori immobiliari e la macchina da guerra Citylife scricchiola. Paura di fare la fine di Dubai?

A quanto pare no, tanto è vero che Salvatore Ligresti, numero uno del gruppo assicurativo Fonsai, che ha una quota in Citylife, l’11 dicembre 2009 dichiara che non ha intenzione di vendere la quota di Fonsai in Citylife. «Non credo che sia cosa fattibile, non ci pensiamo neanche», dichiara l’ingegnere di Paternò.

Ma. Attenzione c’è un “ma” importante nelle sue dichiarazioni.

Le torri disegnate dalle archistar Libeskind, Hadid e Isozaki verranno «raddrizzate», anche per risparmiare sui costi. «Cerchiamo di raddrizzarle un po’ – ha detto Ligresti a margine dell’inaugurazione del cantiere – si cerca di risparmiare e quindi di rendere possibile la realizzazione delle strutture in modo da economizzare. Una torre storta costa di più» (da Il Sole24Ore.com dell’11/12/09).

Ligresti sfonda una porta aperta: il progetto era stato criticato anche dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

A titolo di cronaca le stesse torri erano state oggetto di proteste anche da parte dei cittadini che abitano il quartiere di Fiera Milano.

Quale è il nodo del problema? Un’antipatia dell’ancien regìme contro tutto ciò che è storto perché è sovversivo?

Il problema, in realtà è di costi e conseguentemente di cubature utili: l’inclinazione prevista nella prima versione del progetto, si vocifera tra gli addetti ai lavori, penalizzava in modo eccessivo le superfici abitabili , con inevitabili ripercussioni sul valore commerciale degli spazi.

Ahhh, finalmente ritrovo la mia adorata Italia. Avevo paura che stessero veramente realizzando una trasformazione urbana di livello europeo.

Invece no. Questa è pura commedia dell’arte: prendi un’area strategica, fai gestire privatamente la sua trasformazione, fai una gara basata su criteri (esclusivamente?) economici, ammantala di rigore con una commissione blasonata, scegli il progetto economicamente più remunerativo purché griffato non da una (non era sufficiente), ma da tre archistar, poi, finalmente quando si arriva al dunque, alla vigilia dell’inizio dei lavori, smonta la scenografia creata finora e realizza quello che veramente ti renderà di più. Tanto ormai nessuno sarà in grado di fermarti.

E’ bello soprattutto vedere come, quando non si è vincitore di un concorso ma si è scelti per chiamata diretta, un’archistar difende il proprio progetto (brano tratto dall’intervista a Daniel Libeskind di Alessia Gallione, dell’11/12/2009, pubblicata su Repubblica – Milano.it) :

“Il suo grattacielo si “raddrizzerà”?

«L’architettura non è solo una bella immagine, serve per risolvere i problemi, trovare soluzioni. La destinazione di quel grattacielo è al centro di un cambiamento: prima erano uffici, poi è diventato un mix di uffici e appartamenti, poi ancora hotel e residenze. Un edificio non è solo forma, deve rispondere a quesiti. Certamente non è ancora definitivo, ma sarà bellissimo».”

Che bisogna fare? Anche Libeskind tiene famiglia. Certo questa incertezza, perfino sul programma funzionale, alla vigilia dei lavori, lascia un po’ perplessi. C’è da chiedersi: e se le torri vanno raddrizzate, per non dire che il progetto va stravolto, inizieremo ora a fare le fondazioni? Oppure le facciamo ora per non fare saltare il programma dei lavori e poi ci rimettiamo le mani (e chi paga?)?

Io che di natura sono concreto e vorrei che le cose si realizzassero in tempi e modi certi avrei una soluzione, che regalo a CityLife:

Liquidiamo il supergruppo Libeskind, Hadid, Isozaki. Chiamiamo (per chiamata diretta, altrimenti si perde tempo) un nuovo supergruppo formato da Franz Di Salvo, Mario Fiorentino buonanima (o chi per lui) e Vittorio Gregotti che, con la loro esperienza delle Vele di Scampia, Corviale di Roma e lo Zen di Palermo, ci hanno dimostrato come si può ragionare più concretamente di economia e cubatura nelle costruzioni, e facciamo qualche cosa che sia più in linea con i desiderata del signor Ligresti e altri detrattori anche più titolati di lui.

P.S.

Anche se è di poco interesse per il lettore vorrei significare che questo articolo non è una difesa del progetto delle 3 archistar, assai conformista nel mio immodesto giudizio, ma un’espressione di forte disagio verso le procedure progettuali ed edilizie di questo paese.