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Biennale, no grazie

Il 6 Ottobre 2012 siamo partiti per Venezia per andare alla Biennale, invitati dal GiArch a partecipare all’incontro sull’architettura contemporanea dedicato ai giovani professionisti pubblicati nella Monografia della UTET “Progetti di giovani architetti italiani”, del quale sono fierissimo di far parte. Le curatrici Annabella Bucci e Valeria Marsaglia sono state eccezionali e hanno lottato davvero per mettere in contatto e promuovere tutti i progettisti presenti nel volume, e per questo meritano un sentito grazie.

Penso però che la giornata del 6 Ottobre mostri bene tutte le difficoltà che l’architettura italiana sta attraversando e dalle quali molto difficilmente uscirà.

Ma lasciatemi raccontare.

Arrivati all’ingresso dell’Arsenale è arrivata subito la prima delusione: tutti gli architetti hanno dovuto pagarsi il biglietto d’ingresso.

Ma come? Ci invitate a parlare al Padiglione Italia e dobbiamo pagare per farlo?

Si è vero, sul comunicato stampa c’era scritto: “L’ingresso alla Convention avviene acquistando il biglietto”; non voglio attaccarmi ai venti euro che tutti hanno dovuto pagare: dico solo che è stato veramente umiliante e triste vedere con i propri occhi come la parola dei giovani conti così poco che se vuoi esprimerla in un minuto e mezzo devi addirittura pagarti il biglietto. Di chi è la colpa? Il padiglione Italia dirà che è della Biennale, la Biennale dirà che era di qualcun altro, come sempre.

Andiamo avanti. Arriviamo al Padiglione Italia e ci rendiamo conto che il pubblico della convention siamo noi stessi. Architetti che parlano dei propri lavori di fronte ad un pubblico di soli architetti. Non era forse il caso di invitare questi famosi imprenditori ai quali si presume che il Padiglione Italia abbia aperto le porte? Dov’erano le figure istituzionali?

Visto l’andazzo mi sarei accontentato di vedere anche solo un po’ di fornitori e invece niente: eravamo soli.

D’altronde è il Padiglione Italia stesso a mostrare indifferenza e disinteresse nei confronti dei giovani progettisti.

Non ce l’ho con Luca Zevi, che in un tempo record, e con grande onestà intellettuale è riuscito ad allestire un padiglione molto coerente con il suo programma; mi permetto però di non condividerne le scelte. La mostra di Zevi vuole dirci che, proprio nel momento in cui il capitalismo mostra tutti i suoi limiti, esiste un filo conduttore, un territorio comune, che unisce il pensiero e l’opera di Adriano Olivetti, con il lavoro degli imprenditori che hanno commissionato i loro uffici o laboratori ad architetti affermati, ottenendone però una serie di edifici-immagine, sparsi sul territorio e tutti fra loro diversissimi. Queste opere dovrebbero a loro volta costituire il presunto common ground dell’architettura Italiana.

Questo è secondo me profondamente sbagliato. Le architetture del made in Italy non hanno nulla in comune con l’utopia di umanizzazione dell’industria alla quale Olivetti si ispirava, e tra loro hanno in comune solo “l’interesse per l’immagine e l’apparire”, per usare le significative parole che Germano Celant ha scritto nel 2004 nel catalogo della sua grande mostra “Arti&Architettura”.

L’i.lab di Italcementi non dice proprio nulla sull’architettura italiana, tanto più perché l’ha fatto Richard Meier, settantottenne pluripremiato architetto americano.

Il territorio comune dell’architettura italiana è uno solo e, piaccia o no, si chiama crisi, parola bandita dalla Biennale e dal Padiglione Italia.

Non bastano gli ottimi video di 2A+P / Tspoon e di Arcò, relegati infondo al padiglione: è proprio sul consumo del suolo, sugli interventi a zero volume, sulle nuove forme del fare architettura e sulla situazione dei giovani progettisti che avrei voluto che si focalizzasse il dibattito sullo stato dell’architettura italiana, che non è fatta di scintillanti edifici super-premiati, super-tecnologici, super-rivestiti, ma da un patrimonio edilizio realizzato in modo scellerato e da un numero eccessivo di professionisti disoccupati e molto spesso impreparati al mercato internazionale, io in primis probabilmente. Eppure il padiglione Italia, come uno struzzo si nasconde dalla crisi mostrando una carrellata di “immagini patinate, da pieghevole propagandistico”, come ha detto giustamente Valerio Paolo Mosco.

Non ce l’ho con Luca Zevi dicevo, ma ce l’ho invece con il MiBAC che, nonostante nelle sue linee guida avesse specificato che “la proposta curatoriale dovrà riservare particolare attenzione all’attività delle giovani generazioni”, è riuscito a scegliere proprio la proposta di Zevi, nella quale la parola “giovani” non compare affatto. Eppure, leggendo le sintesi delle proposte curatoriali degli altri nove esperti invitati dal Mibac e pubblicate dal Giornale dell’Architettura, ci accorgiamo che c’era stato chi, come Massimo Carmassi (il più anziano dei curatori invitati) aveva effettivamente messo l’accento sull’opera delle nuove generazioni. È andata così, peccato.

Se anche al Padiglione Italia ci fosse stato uno spazio più ampio dedicato ai giovani, non credo che sarei stato selezionato per essere ospite fisso alla Biennale; ma sfogliando il volume della Utet sono convinto che tanti miei colleghi lo avrebbero meritato e nell’osservarli mi sarei riconosciuto in loro, avrei visto com’è fatta effettivamente l’architettura italiana, con tutti i suoi limiti e i suoi problemi. Perché il punto è proprio questo, occorre rispondere all’inquietante domanda che ha fatto da titolo ad un dibattito organizzato due anni fa dall’Istituto Svizzero di Roma: “What ever happened to italian architecture”?

Perché non abbiamo detto niente? Secondo me abbiamo fatto tutti lo stesso ragionamento: “meglio star zitti, buoni e guadagnare in silenzio questa partecipazione alla Biennale, così domani lo scriviamo sul sito internet dello studio”.

Rimpiango il tempo dei CIAM, quando esisteva davvero un territorio comune nell’architettura internazionale, quando i colleghi non erano visti come competitors, ma come preziosi alleati per una battaglia comune. Se questo common ground oggi esistesse davvero, avremmo tutti insieme rifiutato questo pseudo invito a pagamento alla Biennale, avremmo detto: “No, grazie”

Architetto Francesco Napolitano

Ogni occasione è buona per attaccare l’Ara Pacis

GIUSEPPE PULLARA
Corriere della Sera 02/06/2009

ARCHITETTURA NOSTRO SPECCHIO QUOTIDIANO

Dispiace a tutti vedere la parete candida del museo dell’Ara Pacis, sul lungotevere, imbrattata da secchiate di vernice. Anche al sindaco Alemanno, che tempo fa voleva perfino «buttar giù» l’edificio del progettista americano Richard Meier. Ci dispiace perché in una importante architettura urbana, che piaccia o meno, alla fine riconosciamo un pezzetto del nostro mondo, della nostra vita quotidiana. Ci passiamo davanti, ne sentiamo parlare, la accettiamo o la respingiamo. Fa parte del palcoscenico in cui recitiamo la nostra parte. Ci sentiamo offesi, oggi, dall’offesa all’opera architettonica tanto più perché per compiere questo gesto sono stati usati i colori della bandiera: un furto di valori profondi e riservati che aggrava la posizione del teppista. 

L’altro giorno Renzo Piano, nel ricevere a Milano il premio Inarch alla carriera, rivelava che per anni ha nascosto la sua identità girando per Parigi: il «suo» rivoluzionario Beaubourg era contestatissimo e lui preferiva non farsi riconoscere. «Ormai da chissà quanto mi fermano per la strada, mi amano: l’architettura ha bisogno di tempo per farsi accettare ». Vedremo se l’Ara Pacis di Meier sarà amata dai romani. Per ora fa semplicemente parte del nostro panorama quotidiano. Ci appartiene, è di tutti noi e per questo è un edificio da rispettare.

Come i graffitari e altri disperati che per uscire dall’isolamento compiono gesti da consumo mediatico, anche chi ha sporcato il museo testimonia le difficoltà della relazione umana, dello scambio, dell’ascolto delle parole a cui si fa sempre meno ricorso in favore di provocazioni, urli, atti forti. Si vede nella campagna elettorale, ma ormai sembra un diffuso modo di esprimersi. Non bisogna accettare questa deriva ricorrendo a sociologismi da strapazzo, che giustificano tutto. Cercare di capire come e perché nasce un problema non esclude che si agisca innanzitutto per impedirne le conseguenze negative per la comunità. A proposito: con tutte le telecamere che ci spiano, non ce n’è una a difesa di un edificio costato caro e che contiene un tesoro?

Fuori il colpevole.

ROMA – Arte vera, finta e vandalismi un’occhiata alla Teca di Meier
Roberto Pepe
Corriere della Sera (Roma) 16/06/2009

Caro Buccini, Giuseppe Pullara parlando di Architettura nel Corriere di Roma, riferisce che Renzo Piano ha dovuto nascondere la propria identità a Parigi, in quanto odiato per la costruzione del famoso Beaubourg. Ora, invece, tutti lo osannano. La tesi è che la gente comune è ignorante (artisticamente parlando) e che l’artista, alla lunga, ha sempre ragione,… a prescindere. Tale aneddoto lo espone riferendosi al muro (imbrattato di vernice) dell’odiata «officina-garage» che Meier ha costruito per avvolgere l’Ara Pacis. Qui si confonde quel sacrosanto sentimento umano che è l’«abitudine»: quando la gente si abitua ad una bruttura tipo Beaubourg parigino o la Teca romana, incomincia a considerare l’opera come un fatto compiuto fisico di riferimento e quindi, quasi positivo. Senza entrare nell’annosa ed irrisolvibile questione di Arte non-arte, abbiamo il coraggio individuale senza paura di apparire out culturalmente, di affermare che non ci piacciono, in quanto lavori (per noi) privi di valore artistico, avulsi dall’ambiente circostante. Tutto sommato, quell’insano, deprecabile gesto dell’imbrattamento colorato è meno esecrabile delle proteste protette dei no-global…


Goffredo Buccini

Caro Pepe, il mondo è pieno di commistioni felici tra panorami classici e buona architettura moderna. E quel suo riferimento finale ai no global (per una volta, che dia­volo c’entrano?) marchia abbastanza ideologicamen­te la sua più che legittima critica. La teca è stata vittima di una vera gazzarra pre-elettorale quando Veltroni era ancora sindaco. Non mi pare, onestamente, un problema serio per Roma e non mi pare serio vagheggiarne lo smantellamento… La tesi non è affatto che la gente comune è ignorante, ma che il gusto si può educare. Mi scusi, ma io sto con Pullara.