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CALL 100 parole: “COSA FARÀ L’ARCHITETTO NEL POST-COVID?” Riflessioni di Massimo Canevacci

28 Luglio 2020

Non essendo architetto e amando l’architettura nello spazio, posso immaginare che la sfida che si apre nel presente post-virus, se post sarà, dovrebbe immaginare relazioni diverse, plasmate e ispirate dai più differenti contesti cultural-naturali. Le direzioni potrebbero visionare una antropologia-non-antropocentrica che non “sente” più la natura in quanto opposta a cultura, una sorta di oggetto “dialettico” che si può usare all’infinito incrostrato di cemento. Antropocene spiega che le tecnologie umane sono immanenti ai processi di evoluzione, sono co-evolutive. Da sempre. Eppure in questo momento la situazione si presenta decisive nelle scelte. Sollevare la natura dalla pesantezza industrialista e urbanista. Inserirla – palpitante – come merita e come desidera nel corpo della cultura, nei suoi tanti corpi. La metropoli leggera disegnata con mani di animalia, vegetalia, mineralia e in questo innovativamente umania. Disegni urbani che mutano, che spingono oltre la fissità moderna, che giocano ludicamente con le cosmologie decentrate quanto appassionate di movimentarsi sull’altrove. Architetture polifoniche e ubique che sospirano, alitano, transitano.

 

Testo di: Massimo Canevacci
Immagine: Kengo Kuma, Birch Moss Chapel. Nagano (Giappone – 2015)