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Una commissione per il futuro di Roma Capitale

2 Settembre 2009

In primo luogo è una operazione di partecipazione sociale e civile alla costruzione della città che coinvolge ed allarga il campo culturale, che ha la possibilità di influire alla costruzione della città; in seconda battuta si tratta di una operazione di trasparenza perché i risultati sono aperti e chiaramente accessibili (v. link); infine è bene impostato il prodotto finale, costituito da semplici schede di sintesi, che illustrano con chiarezza, chi è il proponente (così sappiamo con chi prendercela), quali sono gli obiettivi (così possiamo fare tutti i processi alle intenzioni), quale la strategia, i tempi, il budget, ecc. (così ne possiamo valutare la serietà).

Veniamo ai contenuti.

I risultati generali appaiono alla fine decisamente frammentati, a fronte di 39 idee di varia natura (si va dalla rivoluzione del sistema dei trasporti, alla educazione al pronto soccorso nelle scuole), non si riesce a individuare un filo logico conduttore, una strategia generale, spesso molte idee sono simili e in apparente concorrenza tra loro; si ha la sensazione che il lavoro sia stato condotto più per la buona volontà dei singoli proponenti, che per uno sforzo di tipo collegiale.

Le singole schede spesso peccano di genericità, soprattutto nella parte relativa ai tempi ed alle modalità di finanziamento, ma questo è un aspetto che paga il pegno della impostazione generale della commissione; si trattava di abbozzare delle idee, lo sviluppo in dettaglio, se ci sarà, verrà dopo.

Per quanto riguarda le singole idee, molte di queste hanno influenza diretta o indiretta sui temi dell’architettura.

Le proposte più interessanti sembrano venire da personalità “non architetti”; il che forse è un bene: forse scopriamo che la società civile è in realtà più illuminata degli stessi architetti; il problema è se gli architetti italiani saranno in grado di dare risposte alla società contemporanea quando questa si sveglierà dal suo torpore postmoderno e comincerà a fare domande….

Spiccano due proposte portate avanti dall’ambasciatore Umberto Vattani (ex Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri). L’ambasciatore è famoso per avere rivitalizzato il Palazzo della Farnesina esponendovi i capolavori dei maggiori artisti italiani del dopoguerra raccogliendoli dai magazzini polverosi dei musei italiani, dimostrando nei fatti che anche l’arte contemporanea è fatta per vivere nei luoghi pubblici a disposizione (gratuita) dei cittadini.

In sintesi cosa ha fatto? Pur avendo all’interno della commissione a disposizione altri architetti, con cui avrebbe potuto dialogare (ad es. il prof Marconi), ha pensato bene di guardarsi intorno con un orizzonte un po’ più internazionale (internazionalizzazione era negli obiettivi della commissione) e coinvolgere l’arch. Paolo Maggiora; uno che non ha problemi di contemporaneità, ma soprattutto non ha problemi di vision.

Paolo Maggiora per chi non lo sapesse, è il progettista di Caofeidian, “la Pechino dell’Innovazione, Prima Città del III Millennio e simbolo “ufficiale” della contemporaneità della Cina”, del Nuovo Centro di Buenos Aires, del progetto Laguna Verde, dove si parla di Area Megalopolitana TO-MI-GE, di City Life a Milano; ha lavorato con Peter Eisenman, Zvi Hecker; Zaha Hadid, Arata Isozaki e Daniel Libeskind e chi più ne ha più ne metta.

I due insieme hanno elaborato due proposte: “La città dell’archeostoria” e “Il Distretto dell’Internazionalità e dello Scambio Culturale”.

Il primo progetto propone di realizzare un grande Centro Internazionale di Studi e di Esposizione, individuando due poli: un “centro d’irradiazione”, prossimo all’area Fori/Palatino; un “centro urbano esterno”, prossimo all’Aeroporto Leonardo da Vinci. L’obiettivo dichiarato è quello di istituire un centro che abbia la capacità di “rendere possibile, a diverse fasce di pubblico, una piena comprensione, e quindi una maggiore e migliore visitabilità, di Roma Antica, intesa come grande fenomeno urbano che interessa il Centro, le Vie Consolari, il Tevere, Ostia e Porto”.

Il secondo progetto appare meno architettonicamente sviluppato ma resta uno spunto interessante ed ha l’ambizione di porre finalmente Roma al centro di una rete di rapporti e scambi di respiro internazionale.

Altre due proposte interessanti vengono ancora da un “Non architetto”, il prof. Michele Trimarchi (docente di Analisi ed Economia del Diritto, presidente del Teatro Stabile Abruzzese).

Il professore propone di istituire un Centro di ricerca e produzione nei settori della luce e della multimedialità “Medialuce”, e di realizzare un nuovo (“altro”) teatro per la lirica romana.

“Si pone anche per Roma la necessità di aggiornare il quadro delle sue centralità tradizionali e di individuarne delle nuove”.

L’obiettivo del progetto è dotare la città, i suoi residenti e i suoi visitatori di un grande teatro d’opera edificato ad hoc su bando internazionale; il pensiero corre immediato al teatro dell’Opera della Bastiglia a Parigi.

Il risultato principale che si attende da questo progetto è la partecipazione crescente di una domanda composita di spettatori, e l’assorbimento sistematico della domanda di lirica espressa dai turisti italiani e internazionali.

A fianco di questo obiettivo principale si deve perseguire lo scopo di una produzione culturale ampia e complessa, che renda il nuovo teatro un polo di elaborazione creativa, di formazione e di realizzazione di spettacoli d’opera, anche attraverso sinergie con altri teatri internazionali, con reti televisive e radiofoniche, con social networks.

Sospendo il giudizio sulla proposta di ricostruire il vuoto di Via Giulia; per come è pensata la ritengo una proposta decisamente di basso profilo e di sostanziale rinuncia alla progettazione. Il prof. Marconi, che conosce a fondo la storia e la stratigrafia culturale Romana è certamente una persona che se volesse saprebbe come tradurre in linguaggio contemporaneo “non invasivo” un intervento di ricucitura urbana come quello di Via Giulia.

Alla luce dell’esperienza dei campionati di nuoto, ispira un sorriso amaro leggere della proposta di fare di Roma capitale dello sport.

Concludendo: si scorge qualcosa di nuovo all’orizzonte, e quel qualcosa sembra provenire proprio dalla mitica categoria dei politici; staremo a vedere. Si vocifera già di fantomatici finanziamenti per cominciare a mettere in pratica le idee più fattibili. Se mi dicessero che realizzano un nuovo teatro dell’opera moderno e contemporaneo sarei quasi disponibile a lasciare a Marconi il suo giocattolo….

Di seguito l’elenco delle proposte più architettonicamente interessanti:

  • Sistema dei parcheggi interrati “Lungo Tevere” (Edmondo Tordi)
  • Incremento della sostenibilità ambientale degli scali aeroportuali del Lazio, con riferimento all’Ecoaeroporto di Viterbo (Marianna Li Calzi)
  • La città dell’archeostoria (CAST) (Umberto Vattani – Pier Paolo Maggiora)
  • Medialuce Centro di ricerca e produzione nei settori della luce e della multimedialità (Michele Trimarchi)
  • Programma pluriennale per la valorizzazione del capitale intellettuale di Roma (Natale Forlani)
  • Alienazioni e valorizzazioni pubbliche (Vincenzo Ricciuto)
  • Roma all’Opera: un altro teatro per la lirica romana (Michele Trimarchi)
  • Roma capitale dello sport (Luca Pancalli)
  • Decoro urbano (ACEA Spa)
  • Orientamento delle politiche urbane e dei regolamenti edilizi alla promozione delle energie rinnovabili (ACEA Spa)
  • “Taglianorme” e certezza del diritto (Luigi Tivelli)
  • Il Distretto dell’Internazionalita’ e dello Scambio Culturale (DISC) (Umberto Vattani – Pier Paolo Maggiora)
  • Multimedia Travel Guide (MTG) (Gianpiero Gamaleri)

Questo è un elenco dei principali progetti di Maggiora.

  • Caofeidian: la Pechino dell’Innovazione, Prima Città del III Millennio e simbolo “ufficiale” della contemporaneità della Cina;
  • Il Nuovo Centro di Buenos Aires: la direzionalità strategica, politica e amministrativa, della Capital Federal argentina;
  • Laguna Verde, nuova centralità dell’Area Metropolitana Torinese a Settimo Torinese, nella prospettiva della prossima Area Megalopolitana TO-MI-GE. Dialogo Progettuale in fase di implementazione a partire dai primi approfondimenti con Peter Eisenman e Zvi Hecker;
  • Jinhua: sperimentazione del primo Sistema Urbano sulla base della teoria “100 Città”;
  • 100 Città: progetto di metodo di attuazione per la realizzazione di Nuovi Sistemi Urbani per 400 milioni di contadini cinesi che accederanno alla condizione di cittadini nei prossimi vent’anni nel quadro della cooperazione intergovernativa Italia-Cina;
  • Le Nuove Arche: centro direzionale urbano dell’economia e della finanza a Verona, Dialogo “storico” con Cangrande della Scala, Andrea Mantegna e Carlo Scarpa;
  • Il complesso Susa 2 che completa il Sistema direzionale SITAF S.p.A., realizzato nei primi anni ’90;
  • CityLife: il “Nuovo Centro” di Milano sul Quartiere Storico della Fiera, con Hadid, Isozaki e Libeskind;
  • Il Comparto Centrale per i Giochi Olimpici di Torino 2006, con Isozaki;
  • La Torre della Fiera: completamento della Nuova Fiera di Milano a Rho, nel quadro del più ampio sistema territoriale Expo 2015;
  • Il Turin Health Park: la Città della Salute;
  • La Torre 18: torre del Nuovo Centro Direzionale di Brescia;
  • La Nuova Sede della Banca di Spalato;
  • Il Malpensa Business Park, con Isozaki e Rogers;
  • Minsk Tower: torre polifunzionale di 430 metri, simbolo della nuova Bielorussia;
  • LIAV, Linea Integrata Alta velocità: Sistema di Comunicazione Integrato sull’asse Torino-Milano con collegamento per Malpensa, mediante la realizzazione di un sistema ferroviario ad alta velocità nel contesto dell’adeguamento dell’autostrada A4;
  • La ex Venchi Unica: quartiere polifunzionale integrato con Mario Botta, Filippo Barbano (sociologo) e Mario Deaglio (economista);
  • Il rinnovo del comparto di Torino-Esposizioni, con Botta e Hollein

scarica le schede progettuali

L’Aquila com’era dov’era ?

11 Giugno 2009

Il primo postulato sostenuto dal Prof. Marconi è che vi sia in realtà una esigenza di “rimozione collettiva”, volta a cancellare ogni traccia dei danni e dei traumi subiti, ricostruendo appunto tutto come prima, come se nulla fosse mai accaduto.

Questa prima premessa però non è suffragata da alcun dato oggettivo o scientifico; non è dato al momento sapere se TUTTI gli abitanti de L’Aquila hanno veramente intenzione di ricostruire TUTTO com’era prima; per saperlo veramente bisognerebbe avviare un’indagine statistica, un referendum; fare un’operazione di architettura partecipata; ma anche in questo caso i risultati sarebbero necessariamente schematici, parziali. 

E’ probabile che vi sia qualcosa di simile ad un sentimento collettivo verso i principali monumenti, magari diverso da monumento a monumento; magari molti cittadini sono legati al tessuto urbano condiviso, ma non alle singole abitazioni (le quali anche nel centro storico potrebbero essere state costruite in diverse epoche e con diversi linguaggi).

Siamo sicuri che ogni singolo proprietario di casa, che ha visto quella stessa casa tremargli e crollargli sotto i piedi, dove magari ha perso la vita qualcuno, ora non veda l’ora di rientrarci? Ma soprattutto siamo sicuri di voler applicare lo stesso metodo ad ogni brano architettonico distrutto? Anche a voler attuare un processo “dal basso” di autoricostruzione della città non credo che molti architetti esulterebbero dalla gioia, Marconis in primis.

Non sappiamo inoltre se la via della “rimozione” della memoria sia in sé la strada concettualmente corretta da seguire. 

Ritengo in generale poco utile, e in genere fuorviante, applicare all’architettura criteri metodologici di altre scienze (come ad esempio la filologia….). In questo caso la premessa vorrebbe applicare una forma di psicanalisi di gruppo all’urbanistica. 

Ma se anche fosse possibile questa trasposizione scientifica, chi ci dice che la rimozione sia veramente la strada corretta da seguire per superare una sorta di crisi post traumatica sociale? ed ancora, come mai per rimuovere un ricordo spiacevole dalla memoria di un soggetto traumatizzato, si sceglie di ricostruirgli così com’era “la scena del delitto”? 

Nella mia superficiale conoscenza delle cose, mi pareva che la rimozione della memoria fosse il male da curare, non la cura! anni di monumenti alla memoria buttati al vento!

Non so’ dare risposte, ma credo che prima di dare soluzioni precostituite, sarebbe opportuno come minimo approfondire l’analisi.

La seconda tesi portata avanti è tratta dalla citazione di Umberto Eco, che evidenzia la funzione fàtica (espressiva) dell’architettura. In tal senso un fatto architettonico deve essere letto non solo per la funzione che svolge, o per la quale è stato realizzato, ma anche per il messaggio culturale che porta. Questa interpretazione dell’architettura sembrerebbe mirare a giustificare un approccio storicistico della progettazione mettendo in crisi la branca dell’architettura moderna che si rifà a criteri di oggettività e funzionalismo. In realtà tutte le più importanti realizzazioni dell’architettura contemporanea e larga parte delle architetture novecentesche (comunque moderne) dimostrano ampiamente di avere recepito l’importanza comunicativa dell’architettura.

Il solito esempio di Bilbao illustra bene il significato della funzione fàtica dell’architettura sfruttandone a pieno le potenzialità per veicolare il rilancio di una città in crisi, non devastata da un terremoto, ma certamente bisognosa di “ricostruzione” economica e culturale.

Che messaggio vogliamo dare per la ricostruzione di una città che era già in crisi prima del terremoto? 

Che ricostruzione vogliamo attuare? Quale messaggio di speranza e fiducia nel futuro?

Vogliamo pensare ad una città che crede nel suo presente, proiettata nel futuro, o ad una città che si ritrae in se stessa incapace di ricercare nuove energie, nuovi progetti, nuove idee od ideali?

Il prof. Marconi, prosegue lo svolgimento della sua tesi portando ad esempio interventi di restauro su singoli manufatti edilizi; restauro e ricostruzione puntuali; in questo cita Renzo Piano quando suggerisce l’uso del legno per la ricostruzione; questa citazione, che appare un po’ decontestualizzata, ha una sua validità per gli interventi di ricucitura di fabbricati parzialmente danneggiati; non sembra generalizzabile al caso di ricostruzione di edifici completamente crollati; tantomeno è applicabile alla ricostruzione di interi agglomerati urbani.

La seconda citazione, ancora a proposito di un restauro di un singolo edificio, tende a reiterare un disguido; in pratica Roberto Cecchi, Direttore Generale per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Ministero per i Beni Culturali, sembrerebbe citare a sproposito il restauro della cattedrale di Noto parlando di integrazione tra vecchio e nuovo anche per la ricostruzione di una città; il prof. Marconi ci dimostra dove sbaglia, ricordando che gli interventi di ricucitura della cattedrale non avevano nessun inserto moderno (ci mancherebbe altro, era un intervento di restauro!); il professore però commette involontariamente lo stesso errore di Roberto Cecchi, pretendendo di applicare ad una città criteri e filosofie di progettazione utilizzate per un singolo intervento edilizio.

Comunque è il professore stesso che ci ricorda che nella ricostruzione della cattedrale di Noto non si è trattato di una semplice “anastilosi”, non un semplice com’era dov’era, ma di un’autentica riprogettazione dell’opera, in alcuni casi diversa dall’originale, utilizzando però stili e “linguaggi” affini a quelli originali. In questo caso, se applicato questo criterio alla città de L’Aquila, è evidente e un po’ banale che l’obiettivo non sarebbe, ricostruire com’era né dov’era, ma: come sarebbe e dove sarebbe! soprattutto se a costruirla sarebbe stato il prof. Marconi. Una sorta di archistar in stile.

Veniamo al tema del linguaggio. La tesi proposta è di nuovo una operazione di trasposizione scientifica; Marconi sostiene che per la progettazione di un’opera in un centro storico non solo occorrerebbe conoscerne le caratteristiche “linguistiche e filologiche” (cosa che ritengo per certi versi, sacrosanta), ma anche utilizzarne il lessico, il vocabolario linguistico, nelle nuove realizzazioni (il discorso sembrerebbe allargarsi anche a tutti i campi della progettazione). In tal senso invita tutti ad esercitarsi “nella filologia: quella Scienza umana relativa alla ricostruzione e alla corretta interpretazione dei documenti di un ambiente culturale definito”. 

Egli sostiene che come chi volesse esercitarsi nell’emendare un documento antico dovrebbe necessariamente studiare prima il linguaggio e la sintassi della lingua utilizzata nel documento, così anche chi volesse realizzare un opera in un contesto consolidato dovrebbe necessariamente utilizzare lo stesso linguaggio. Inoltre porta ad esempio la sensazione di ‘spaesamento’ che “proveremmo se qualcuno ci parlasse senza preavviso in una lingua diversa dalla nostra lingua materna”.

Ora a me paiono evidenti due cose. 

In primis non capisco per quale motivo uno studioso di Cicerone, pur conoscendo perfettamente la sua opera, pur avendone studiato a fondo la filologia, dovrebbe esercitarsi nella ricostruzione di brani latini mancanti, utilizzandone la stessa lingua e sintassi? Forse per qualche produzione cinematografica, o peggio per frode; certo è che se quello stesso studioso intendesse divulgare i risultati delle sue ricerche, comunicare il proprio evento culturale, utilizzerebbe l’italiano, o addirittura l’inglese, lingue terribilmente brutte rispetto alla eleganza del latino, capisco, ma sicuramente più efficaci a trasmettere il messaggio; più efficaci a diffondere la conoscenza di quella stessa lingua antica.

Inoltre, quando parlo, scrivo, comunico, agisco, lo faccio in un contesto contemporaneo ed utilizzo i mezzi e gli strumenti che la contemporaneità mi ha messo a disposizione (sono compresi anche il legno, e i mattoni); lo spaesamento che si prova quando ci si ritrova all’improvviso in un contesto differente, non è necessariamente negativo. Anzi spesso c’è bisogno di cambiare, rivoluzionare, per risolvere situazioni di stagnazione.

Concludendo 

Un approccio metodologico che ritengo corretto dovrebbe innanzitutto seguire un metodo che presupponga l’analisi preliminare dei bisogni espressi dalla popolazione colpita. Non parlo di operazioni di architettura partecipata (salvaguardiamo il ruolo della professione: che diamine!), Però sarebbe utile passare attraverso una operazione, preliminare di analisi oggettiva dei bisogni, espressi e non, di chi la città la usava, la utilizzerà, ma soprattutto la usa oggi (presente indicativo).

Nella definizione degli interventi, lungi dal volere dare alla progettazione un approccio funzionalistico, ritengo opportuno attuare proprio l’approccio fàtico accennato, con l’intento di esprimere in maniera palese e non subalterna la modernità e la contemporaneità dell’intervento.

Nella definizione specifica degli interventi nel centro storico, personalmente credo che possa essere pensato un approccio misto che tenda a distinguere in maniera il più possibile netta gli interventi più propriamente di restauro, dagli interventi di ricostruzione; in ogni caso dovrà essere pensato un approccio che coniughi tecnica e tecnologia compatibili, con l’esigenza di comunicazione contemporaneistica dell’intervento. L’utilizzo di tecniche e materiali “tradizionali” non necessariamente dovrebbe comportare la creazione di forme e stilemi conservatori.

Ritengo che la strada per il superamento di una crisi sia la ricostruzione positiva e migliorativa, il perseguimento di un’idea di città rinnovata; L’Aquila, prima del terremoto, era una città in crisi, adesso, nella disgrazia, ha l’occasione di ripartire, ricostruire la propria città, in senso nuovo. C’è bisogno certamente di rispetto del passato, ma soprattutto di fiducia nel presente e di una visione per il futuro. 

Per chi volesse leggere il testo di Marconi, è sempre un esercizio di erudizione interessante.

http://www.stefanoborselli.elios.net

Dopo 70 anni si chiude il buco di via Giulia, ma come ?

Dopo decenni di concorsi di idee, migliaia di esami all’Università che avevano come tema la progettazione dell’area, la giunta Alemanno ci riporta alla realtà, il buco si ricostruisce, ma non progettando un nuovo edificio, come per anni ci hanno fatto studiare  all’Università, ma ricostruendo ciò che c’era prima.

Se è così perché non si chiudono le Facoltà di Architettura ? gli Architetti non servono più a nessuno.

Pensando al progetto di Maurizio Sacripanti per il Museo di via Giulia e pensando alla ricostruzione di Paolo Marconi, mi viene la pelle d’oca.

via-giulia

p.s. qualcuno mi sa dire cosa fa e a cosa serve questa commissione Marzano ?

Riporto un’articolo di Lilli Garrone sul Corriere della Sera del 15 maggio:

Dal passato. Via Giulia cambia faccia, ecco il progetto. Il «buco» aperto dal ’39 con la demolizione. Ora il disegno di Paolo Marconi per la commissione Marzano. Rinascono palazzo Ruggia e palazzo Lais, ospiteranno un’università.  Il progetto è il n° 9 della Commissione Marzano. L’architetto Marconi: occasione unica. Erasmus coprirà il «buco» di via Giulia. Ateneo destinato agli stranieri e alloggi per studenti: si riqualifica l’area.

Via Giulia cambia faccia. Il progetto presentato al Campi­doglio dalla commissione Marzano parla di «recupero della bellezza antica». È l’unico di ur­banistica, ed è stato redatto dal professor Paolo Marconi del­l’università Roma Tre, prevede il loro utilizzo come «Universi­tà internazionale» con alloggi per professori e studenti. È un progetto di cui si parla da anni: la chiusura del «buco» metà di via Giulia, di fronte piazza del­la Moretta, con la ricostruzione dei due edifici, palazzo Ruggia e palazzo Lais, che furono de­moliti nel 1939. Furono abbat­tuti per realizzare una passeg­giata verso il Gianicolo: è rima­sto solo un vuoto, utilizzato dall’Ama come deposito.

Il progetto si chiama «Via Giulia: il recupero della bellezza antica», ed è contrassegnato dal numero «9». È l’unico di ur­banistica, riguarda il centro an­tico della capitale, ed è stato proposto ufficialmente dalla commissione presieduta da An­tonio Marzano al sindaco Gian­ni Alemanno in Campidoglio.

È un progetto di cui si parla da anni: la chiusura del «bu­co » architettonico a metà di via Giulia, di fronte piazza del­la Moretta, con la ricostruzio­ne dei due edifici, palazzo Rug­gia e palazzo Lais, che furono demoliti nel 1939. Allora, quan­do furono abbattuti, lo scopo era quello di fare una sorta di contraltare alla passeggiata del Pincio verso il Gianicolo, par­tendo da piazza Mazzini; nella realtà è rimasto solo un vuoto, che oggi viene utilizzato dal­l’Ama come deposito dei pro­pri mezzi.

La proposta per la loro ricostruzione adesso è completa: dovranno diventare una «Università internazionale» con an­nessi alloggi per docenti e stu­denti (per circa 150 posti), an­che per coloro che arrivano a Roma per fare il loro «Era­smus », lo scambio di studenti fra le varie università europee. E per questo potrebbero benefi­ciare di fondi europei, oltre ad essere realizzati in project fi­nancing: la ricostruzione preve­de alloggi per i giovani e la rea­lizzazione di book shop, di punti internet al servizio dell’università, ma anche di labora­tori d’artigianato d’arte. In un luogo che si viene a trovare a meno di 200 metri dalla ferma­ta della linea C alla Chiesa Nuo­va.

A firmare il progetto è il professor Paolo Marconi, membro della Commissione marzano e titolare di Restauro monumen­tale all’Università di architettu­ra di Roma Tre, che da 15 anni studia nei minimi dettagli que­sta ricostruzione: «Non possia­mo perdere questa occasione storica – afferma – per restitui­re alla sua bellezza e unità un complesso edilizio e paesistico così significativo per Roma e per l’Italia, rappresentato non a caso dai pittori vedutisti a co­minciare dal Seicento. Oggi ­aggiunge – abbiamo le capaci­tà progettuali e imprenditoria­li necessarie per ricostruire questi palazzi e tutta la Ripa sinistra, sulla base delle ricerche archivistiche, nonché delle fon­damenta e dei resti archeologi­ci presenti».

Il progetto redatto da Paolo Marconi prevede, infatti, oltre al riutilizzo delle fondamenta già esistenti, anche la ricostru­zione in pietre, mattoni e le­gno per i solai: «quindi – spiega – in materiale assolutamen­te ecosostenibile». «ma la cosa più importante – aggiunge – è che via Giulia torna ad essere ‘intera’, la strada romana che era ancor prima delle altre che sono venute dopo come via del Corso».

«È un programma che deve assolutamente andare avanti ­afferma il presidente della commissione Cultura del Campidoglio Federico Mollicone. ­Crediamo che la sostituzione edilizia di quadranti di pregio come quello di via Giulia è la risposta giusta per riqualifica­re la città consolidata. E verifi­cheremo come rendere fattibi­le l’opera al di là del contesto della commissiona Marzano, convolgendo il delegato al cen­tro storico Dino Gasperini».

«Abbiamo cercato di sviluppare questo tema durante l’anno di festeggiamenti per i 500 anni di via Giulia appena terminati – dice Marco Ravaglioli, presidente del ‘Comitato via Giulia 500’ che ha promosso le celebrazioni – Si tratta di un te­ma centrale dal punto di vista della salvaguardia e della valo­rizzazione del centro storico. Il ‘buco’, ma sarebbe meglio di­re lo ‘sfregio’, lungo via Giulia è una bruttura che va sanata e che una città come Roma non si può permettere». E ricordan­do proprio i laboratori d’arte previsti dal progetto (per i tem­pi: l’esecutivo sarebbe pronto entro 18 mesi dal bando di con­corso) Marco Ravaglioli ag­giunge: «Ci potrebbe trovare posto anche il liutaio di piazza de’ Ricci, Claude Lebet, noto in tutto il mondo, che sta dispera­tamente cercando uno spazio in centro…».