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A cosa serve l’Architettura? la risposta di LPP

10 Giugno 2017

Nel chiedere in giro a cosa serve l’Architettura, pongo sempre un limite per così dire “programmatico”, dare una risposta in 30 parole. Non si tratta di un limite rigido, infatti, come si vede dalle risposte che ho pubblicato, il limite è stato abbondantemente superato.

I limiti sarebbero fatti per essere superati, direbbe qualcuno. Ma qui non siamo in questo caso. Il limite delle trenta parole per me ha il significato di spingere il mio interlocutore a fare uno sforzo di sintesi. La sintesi in questa maniera diventa un metodo di ricerca. Si dice che solo se sai descrivere quello che fai in poche parole allora sai veramente cosa fai. Se poi si trasgredisce questo vincolo non ne farei una tragedia, anche la ricerca è fatta di imprevisti e insubordinazioni alle regole, ma alla lunga mi pare che questa elasticità si stia trasformando in un alibi.

Così ho chiesto aiuto a chi in queste cose è un maestro: Luigi Prestinenza Puglisi. Questa è la sua risposta.

L’architettura serve a prefigurare il mondo così come vorremmo che fosse: è sostanza di cose sperate, secondo la bella intuizione di Edoardo Persico.

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Il falso problema dei docenti professionisti. È lo studente che deve fare esperienza, non il professore!

6 Febbraio 2013

A seguito della vicenda, molto spiacevole, che ha visto protagonista l’arch Peluffo, reo di avere esercitato la professione durante il periodo di prova da ricercatore, Luigi Prestinenza Puglisi ha avviato una discussione proprio sul rapporto tra docenza e professione.

Il tema è noto da tempo e mi ricordo che è sempre stato molto dibattuto; come spesso accade nelle istituzioni italiane se ne parla molto ma difficilmente poi si interviene per modificare seriamente il sistema.

A questo link trovate la versione dei fatti dell’arch Peluffo che, mentre evidenzia alcune incongruenze del mondo universitario, propone come ricetta salvifica il riavvicinamento del mondo universitario al mondo professionale.

La sostanza della discussione consiste in questo: se l’esperienza professionale è un elemento essenziale e imprescindibile per chi vuole fare (o insegnare) architettura, allora perchè vietare ai professori di esercitare la professione?

Al contrario: un professore che ha intrapreso una carriera esclusivamente universitaria (senza mai svolgere la professione) potrà mai avere le competenze minime necessarie per insegnare una materia che per definizione si esplica nel “fare”?

È un po’ come chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina.

Nella dialettica tra la teoria e la prassi (quindi tra la ricerca pura e la pratica concreta del progetto) appare persino banale ricordare come tra i due estremi non ci dovrebbe essere soluzione di continuità.

Non ci può essere evoluzione tecnica e culturale senza quella “volontà di astrazione” che solo una mentalità sperimentale (quindi anche fortemente teorica) esprime; parimenti, poiché l’architettura è un’arte che si manifesta nella realtà fisica e materiale, un architetto (anche il più visionario), deve necessariamente sapersi confrontare con la pratica costruttiva: deve saper fare stare le cose in piedi, deve saper tradurre le idee in progetto, il progetto deve essere funzionale ad un cantiere, l’opera compiuta infine deve funzionare (nel senso più ampio del termine) nella realtà urbana in cui viene realizzata.

Non può esserci architettura senza entrambe queste due componenti: un eccesso di astrazione teorica è fonte di velleitarismo; una formazione eccessivamente fondata sulla pratica porta ad una cristallizzazione omologante del progetto.

Serve quindi, sia nella didattica che nella pratica quotidiana, una buona dose di idealismo associata ad una solida competenza costruttiva; se così non fosse, cosa ci renderebbe diversi da un qualsiasi geometra o da un ingegnere.

L’ipotesi di LPP e Peluffo è che, mancando totalmente la pratica professionale negli ambienti scolastici, questa mancanza si possa colmare consentendo ai professori di svolgere l’attività professionale.

Le nostre università in effetti non sembrano brillare né per l’insegnamento pratico, né tantomeno per la ricerca teorica sperimentale. Solo che mentre la mancanza di ricerca teorica è in qualche modo mascherabile o comunque inquadrabile all’interno del sistema universitario, la mancanza di insegnamento pratico è molto più evidente; il sistema poi sembra costruito apposta per allontanare il più possibile qualsiasi rapporto con la professione.

Come racconta Peluffo il docente che intende esercitare viene penalizzato sia sul piano economico che su quello della carriera. Conseguentemente molti docenti cercano (e trovano) sistemi e metodi per eludere almeno formalmente le limitazioni istituzionali (sarebbe interessante avere qualche dettaglio in più su questo aspetto, sarà per la prossima volta). Tutto ciò si tramuta in una diffidenza generalizzata tra il mondo dell’accademia e quello della professione.

Come dargli torto?

Una buona parte del mondo professionale vede l’Università come una fonte di concorrenza sleale: dotazioni hardware e software gratis; forza lavoro a basso costo, se non gratuita; capacità di influenza sui risultati dei concorsi; influenza nella definizione delle normative; senza contare la rendita di posizione che conferisce il titolo accademico (meritatamente). Un mondo ostile a cui è precluso ogni accesso.

Simmetricamente l’Università sembra sempre più chiusa in se stessa, isolata in un limbo autarchico fatto di idee che si riflettono continuamente su se stesse. Una realtà costruita come un labirinto di specchi che rifiuta il contatto con il mondo esterno; troppo rischioso introdurre corpi estranei. Troppo rischioso persino introdurre nuove idee (altro che ricerca teorica); le quali necessitano di essere prima sdoganate all’estero; necessitano di essere addomesticate dalla moda; necessitano di divenire maniera, argomento per lezioni accademiche. Una sperimentazione senza sperimentazione, senza rischi. Per questo universo conta solo l’architettura “alta”, quella che passa nelle riviste, che poi sono gestite dallo stesso sistema, oppure quella che vince i concorsi (pochi, autogestiti, poco realizzati). Architetture limbiche che, anche se realizzate, appaiono incapaci di farsi modello ripetibile su vasta scala; opere splendide, splendidamente isolate dalle “opere minori”, che però caratterizzano il tessuto diffuso del paesaggio urbano; “quella non è architettura”, si dice, “quella è edilizia”.

Ma è appunto l’edilizia, il campo in cui si ritroverà ad esercitare la maggioranza dei laureati. È appunto nel campo della professione ordinaria che si gioca la vera partita della credibilità di una professione (fatta anche di professori e accademie). È nell’edilizia che risiedono i maggiori margini di miglioramento per fare architettura. Ma se questo fonte deve restare sotto il presidio dei professionisti, le armi per combattere questa guerra non possono che arrivare dalle università.

In questo contesto, figure come Peluffo appaiono in realtà molto più contigue con il mondo accademico di quanto non vogliano fare credere. Qui mi si conceda, è al Peluffo in quando simbolo che mi riferisco, non alla specifica vicenda; mi riferisco alla metafora dei tanti professor Peluffo che come Peluffo tentano di accreditarsi attraverso la professione, finendo per ibridarsi in questo incongrua figura non riconosciuta né accettata da nessuna delle due parti.

L’idea aprioristica che un docente sia migliore se esercita la professione è frutto evidente dello stesso gioco di specchi di cui è prigioniera l’Università. Nella discussione non è raro sentir precisare che quando ci si riferisce alla attività professionale non si intende la professione dei praticoni: “non sia mai! a tutto c’è un limite!”

Questa distinzione tradisce una visione fortemente crociana dell’architettura.

Un visione a cui piace distinguere il mondo tra buoni e cattivi; tra cultura ufficiale e non ufficiale; tra speculazione e opera d’arte; tra arte maggiore e arte minore. Una cultura ancorata alla certificazione del bello e delle competenze: senza l’esame di stato non sei architetto ma senza la pubblicazione non fai architettura. Da una parte il mondo accademico, il solo degno di essere preso in considerazione, dall’altra il resto del mondo, tagliato fuori.

Se i criteri di giudizio con i quali accreditiamo la professionalità del professore devono assomigliare in tutto e per tutto ai criteri di valutazione delle carriere universitarie allora appare evidente la futilità di tutta la discussione. L’Accademia accetta l’estraneo solo se promette di non rompere (gli specchi). Peluffo, con la sua denuncia tardiva, non appare come uno che ha voluto realmente rompere il gioco; piuttosto dà l’idea di uno che ha provato maldestramente ad entrare nel labirinto e, solo a causa della sua goffagine (o eccesso di orgoglio), ne è stato allontanato. Adesso la discussione avviata da Luigi Prestinenza Puglisi appare come un semplice tentativo di ampliare il campo di gioco; aggiungere qualche specchio in più a condizione che si ristabiliscano in fretta le regole di accesso.

Se vogliamo veramente abbattere il confine tra il mondo accademico e la professione non è concedendo un po’ di “libera uscita” ai professori che si risolve il problema e nemmeno accettando l’ingresso dei professionisti al gioco; bisogna lavorare per smontare pezzo per pezzo l’intero labirinto.

Per questo occorre spostare il punto di vista della questione.

Il problema non è verificare se un docente può vantare esperienze concrete di progettazione e realizzazione, quanto verificare e sistematizzare il travaso di queste competenze dal professore allo studente.

Non chiediamoci quindi se per insegnare, un docente debba possedere determinate competenze pratiche, ma se uno studente debba acquisire quelle competenze, e se per questo processo di acquisizione non debba essere previsto in maniera organica all’interno del sistema scolastico universitario. Allora apparirà evidente come la preparazione professionale del professore acquista senso solo nella misura in cui è necessaria per la formazione dello studente.

È lo studente che deve fare esperienza, non il professore; per questo obbiettivo il semplice svolgere attività professionale da parte del docente, non è sufficiente. Anzi, se questa professionalizzazione non è inquadrata in un sistema ben preciso rischia di avere scarsa utilità; rischia cioè di essere una competenza fine a se stessa, funzionale solo al tornaconto (economico e di prestigio) di chi la esercita.

Supponiamo che la formazione di un laureato sia un racconto; avremmo un inizio, uno svolgimento della storia e un finale. Le nostre università non contemplano né l’inizio (la teoria) né il finale (la pratica): solo un lento reiterato svolgimento. La qualità del racconto però non migliora se inseriamo il finale in un punto a caso della storia.

Detto questo ecco alcune domande sulle quali invito a riflettere.

L’insegnamento della professione di architetto è veramente solo un fatto di esperienza, o deve anche prevedere una parte formativa più teorica? Dando per scontata una risposta affermativa, in che misura i due aspetti si devono integrare? Perchè questo deve necessariamente tradursi in un docente “tuttologo”? Non sarebbe meglio coinvolgere direttamente i professionisti “puri” per la parte pratica della formazione?

Se invece l’esperienza professionale dovesse risultare così centrale nella formazione allora l’università è inutile? Cosa ci distingue dalle altre professioni più “pratiche”?

Se l’esperienza professionale è una conditio sine qua non per determinare la competenza del docente, quali sono le modalità più efficaci per valutare queste competenze e fare si che esse vengano trasmesse agli studenti?

In quale punto del percorso formativo ritiene più opportuno prevedere l’inserimento della pratica costruttiva? Se l’obbiettivo finale è trasmettere esperienza agli studenti, non sarebbe meglio fargli “fare” esperienza, piuttosto che raccontargliela?

Quale è il sistema didattico migliore per la formazione degli architetti di domani? La formazione si deve esaurire con il ciclo universitario? O forse l’Università non è che un tassello di un percorso molto più ampio? Ma in questo caso, l’esperienza professionale non potrebbe continuare a rimanere un percorso estraneo alla formazione universitaria?

Ecco, mi sembra che se non si affrontano questi interrogativi, le questioni sollevate da LPP (e da Peluffo) siano destinate a rimanere un puro esercizio accademico: materia buona per le favole.