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150K – l’intervento di Gianluca Adami

21 aprile 2013

Recentemente il Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Roma in collaborazione con il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma ha deciso di elaborare congiuntamente una proposta di Legge Regionale in materia di valorizzazione della qualità architettonica. La redazione della proposta è stata affidata all’arch. Valentina Piscitelli, in qualità di coordinatore del gruppo di lavoro, e all’Avv. Pietro Ilardi, che ne è stato materialmente l’estensore.

L’idea è quella di poter trovare una sponda sensibile all’idea della qualità architettonica nella nuova giunta regionale guidata da Nicola Zingaretti. La nostra opinione generale però è che questa legge nella sua attuale stesura non risulterebbe abbastanza incisiva.

Non è infatti, e non può essere, una vera legge sull’architettura, perché è regionale. I confini entro cui può operare sono per forza limitati dalla divisione attuale delle competenze fra Stato e Regione. Quindi non può derogare dalla normativa nazionale e in particolare dal Codice dei contratti pubblici (D.Lgs. 162/06) al quale più volte si richiama.

Secondo il nostro punto di vista l’elaborazione di una proposta di legge dovrebbe sempre avvenire in maniera partecipata e questa è una delle principali battaglie che, come rete 150k, abbiamo intenzione di portare avanti. Quindi consideriamo questo, un testo dal quale partire per trovare una condivisione ampia, che pure è necessaria.

A livello nazionale, come è già stato illustrato dai colleghi che hanno preceduto il mio intervento, riteniamo necessario intervenire con una legge per l’Architettura. Il punto di riferimento, o meglio uno dei punti di riferimento, è la proposta di legge redatta dal Sole24ore.

In particolare per quanto riguarda il rispetto delle competenze Regionali in materia di urbanistica è utile citare l’art. 5 relativo agli incentivi ai privati. Il testo integrale di questo articolo è:

Le Regioni possono prevedere normative incentivanti per i soggetti privati che ricorrono ai concorsi di progettazione per selezionare i progetti di realizzazione delle opere di nuova costruzione. Tra gli incentivi possono figurare bonus volumetrici, sconti sugli oneri urbanizzazione e procedure semplificate per l’ottenimento dei titoli abilitativi.

Come si può notare è un testo breve e chiaro. Ovvero ha le caratteristiche che dovrebbe sempre avere il testo di una legge per risultare efficace. Altrettanto evidentemente demanda una successiva precisazione alle singole normative regionali. E questo mi permette di soffermarmi su un altro dei punti che considero fondamentali: il fatto che qualunque normativa regionale debba per forza discendere da una più ampia normativa nazionale.

Questa considerazione, che può apparire ovvia, in realtà non è così condivisa come si può pensare. Tanto è vero che negli ultimi anni sono nate alcune leggi Regionali, e altre ne sono state proposte, che avevano come obiettivo la Qualità Architettonica e che però non sono andate ad inserirsi in un quadro normativo in grado di accoglierle. Il risultato è stato che hanno inciso poco o nulla sulla pratica edilizia e hanno invece contribuito a creare un tessuto normativo sempre più complesso e contraddittorio.

Quindi, benché sia uno sforzo titanico, l’operazione da portare avanti è quella di ristrutturare l’intero quadro normativo del settore, a tutti i livelli.

NazionaleRegionale e quando necessario perfino di regolamenti comunali.

Questo è il senso principale che, a mio avviso, dovrebbe avere la rete 150k.

Il nostro principale compito è quello di predisporre gli strumenti operativi con cui possano essere elaborate proposte normative con la partecipazione di tutti gli iscritti. Leggi che finalmente smettano di portare i nomi dei loro autori per diventare dei beni comuni.

Mi piace citare uno scritto recente di Gustavo Zagrebelsky, che personalmente mi auguro possa diventare il nostro prossimo Presidente della Repubblica, il quale ci ricorda qual è il ruolo della cultura e di conseguenza delle leggi:

La società non è la mera somma di molti rapporti bilaterali concreti, di persone che si conoscono reciprocamente. È un insieme di rapporti astratti di persone che si riconoscono come facenti parte d’una medesima cerchia umana, senza che gli uni nemmeno sappiano chi gli altri siano. Come può esserci vita comune, cioè società, tra perfetti sconosciuti? Qui entra in gioco la cultura. Consideriamo l’espressione: io mi riconosco in… Quando sono numerosi coloro che non si conoscono reciprocamente, ma si riconoscono nella stessa cosa, quale che sia, ecco formata una società. Questo “qualche cosa” di comune è “un terzo” che sta al di sopra di ogni uno e di ogni altro e questo “terzo” è condizione sine_qua_non d’ogni tipo di società, non necessariamente società politica. Il terzo è ciò che consente una “triangolazione”: tutti e ciascuno si riconoscono in un punto che li sovrasta e, da questo riconoscimento, discende il senso di un’appartenenza e di un’esistenza che va al di là della semplice vita biologica individuale e dei rapporti interindividuali. Quando parliamo di fraternità (nella tradizione illuminista) o di solidarietà (nella tradizione cattolica e socialista) implicitamente ci riferiamo a qualcosa che “sta più su” dei singoli fratelli o sodali: fratelli o sodali in qualcosa, in una comunanza, in una missione, in un destino comune. Noi siamo immersi in una visione orizzontale dei rapporti sociali. Ma, ciò significa forse che non abbiamo più bisogno di un “terzo unificatore”, nel senso sopra detto? Per niente. Anzi, il bisogno si pone con impellenza, precisamente a causa dei suoi presupposti costituzionali: la libertà e l’uguaglianza, i due pilastri delle concezioni politiche del nostro tempo, che se lasciati liberi di operare fuori di un contesto societario, mettono in moto forze egoistiche produttive di effetti distruttivi della con-vivenza.

La legge. L’insieme delle leggi che ci governa rappresenta il terzo unificatore che sta al di sopra di ogni uno e di ogni altro.

In questo insieme di leggi io vorrei riconoscermi. Vorrei finalmente iniziare a riconoscermi. Per questo penso che il quadro normativo del nostro settore vada riscritto senza mezze misure. Perché sono convinto che nessuno dei presenti in questa sala vi si riconosce ed è questo quello che vorremmo iniziare a fare.

Vorrei essere breve e concludere il mio intervento con una proposta concreta. Quindi mi riaggancio alla proposta di Legge Regionale portata avanti dall’Ordine degli Architetti e degli Avvocati di Roma.

L’art. 9 è relativo ai Concorsi di progettazione banditi da soggetti privati.

Premesso che l’unico modo per introdurre una qualità diffusa nei quartieri di nuova costruzione sia il ricorso ai concorsi anche da parte dei privati.

Premesso anche che si sia capaci e si abbia la volontà di scrivere regole chiare e uniformi che regolano i concorsi, sia pubblici che privati, e che si inizi ad esercitare un’attività di verifica della loro applicazione.

In tal caso modificando il solo articolo 9, questa proposta di Legge, pur rimanendo nel limitato perimetro delle competenze regionali, potrebbe diventare non solo importante ma determinante per cambiare l’aspetto della città e causare un accesso meritocratico alla produzione edilizia di rilievo.

Se si garantisse ai costruttori un beneficio concreto in termini di cubatura edificabile in caso di assegnazione del progetto attraverso concorso si smuoverebbe il mercato in senso meritocratico.

Questo articolo da solo potrebbe valere tutta la legge. Il resto a quel punto potrebbe essere solo la cornice.

Una modifica di questo tipo è sicuramente all’interno del perimetro delle competenze della Regione, tanto è vero che nella Legge Regionale n°10 del 2011, ovvero la seconda versione del Piano Casa del Lazio l’Art. 4 Interventi di sostituzione edilizia con demolizione e ricostruzione degli edifici al comma 7 recita:

Al fine di promuovere la qualità edilizia ed architettonica degli edifici di cui al presente articolo e dell’ambiente urbano, nel caso in cui il soggetto proponente l’intervento di sostituzione edilizia provveda mediante la procedura del concorso di progettazione, con l’assistenza degli ordini professionali competenti, l’ampliamento di cui al comma 1 è aumentato del 10 per cento, purché l’intervento sia realizzato sulla base del progetto vincitore del concorso.

Questa norma ha avuto una incidenza molto ridotta perché è limitata alla casistica di per sé esigua della sostituzione edilizia, e anche perché un incentivo del 10% è evidentemente troppo basso per rinunciare a scegliersi da solo il progettista e andrebbe aumentato.

Però questo precedente, apre una strada percorribile e interessante.

Altri contributi sono pubblicati qui.

150k – Architettura e politica

Architettura e politica” è uno di temi di discussione aperti su www.150k.it in vista del primo incontro del 18 aprile alla Casa dell’Altra Economia.

“Dietro alla scrittura delle leggi che determinano il quadro normativo nel quale operiamo c’è un disegno politico. Il libero professionista, che prima aveva un ruolo nella socità ed era una figura di garanzia nel processo edilizio, adesso sta per essere spazzato via in onore ad un libero mercato che in realtà non è affatto libero.

L’equità di cui c’è bisogno nella riorganizzazione della professione va di pari passo con la qualità della produzione architettonica e costituisce un beneficio per l’intera società.

Il problema di fondo è etico e sta attraversando l’Italia da cima a fondo. C’è un problema di rapporto fra le più profonde istanze della società civile e la politica.

Dobbiamo fare tabula rasa e cominciare a riscrivere le regole.

Non abbiamo risposte pre-confezionate, in quanto architetti liberi professionisti abbiamo una serie di problemi. Le risposte le vorremmo trovare qui, insieme.”

Qui il link alla pagina del social network (in fase Beta) dedicato a 150k: ci si può iscrivere e partecipare alla discusisone.

La prima sottocategoria che intendiamo sviluppare è per la scrittura di una nuova legge per l’Architettura.

“Ciò che chiediamo oggi ai politici, ai legislatori e ai nostri rappresentanti, è una nuova legge per l’architettura che designi, come quella francese, l’architetto come coordinatore di tutti i processi che concorrono alla definizione di un progetto e di un’opera di architettura.

La redazione di una Legge per l’Architettura non può essere portata a termine se non attraverso l’apertura di una discussione ampiamente codivisa da parte degli addetti ai lavori per la sua definizione e messa a punto.

Il punto di partenza è l’analisi di una serie di testi di legge e proposte di legge, che costituiscono, nel bene e nel male, un riferimento per l’attuale processo di elaborazione.”

Qui il link alla pagina dedicata alla legge per l’Architettura.

Vi ricordiamo sempre che è attiva la raccolta fondi.

Hashtag #rete150k

Pagina facebook dedicata

La bellezza salverà il mondo

L’ultima volta che ho sentito parlare di qualità architettonica, come principio guida per la nuova architettura delle opere pubbliche, con riferimenti a propositi e proposte, è stato nel palazzo della Provincia di Roma proprio dalla bocca del Presidente Zingaretti e anche del nostro Presidente Schiattarella.

Io mi trovavo li a ricevere un premio per il concorso del Liceo Farnesina, bandito con la solerte collaborazione dell’Ordine degli architetti di Roma, in quanto il Presidente voleva dare un segno tangibile che la sua presidenza tenesse alla qualità dell’architettura nelle scuole pubbliche di cui è responsabile, sempre attraverso l’esperto consiglio e consulenza del nostro ordine.

A onor del vero, bisogna dire, in continuità con le amministrazioni di Sinistra da Rutelli in poi.

I risultati sono stati esposti all’Acquario Romano e raccolti in una pubblicazione di Prospettive Edizioni, per cui ognuno può andare a vedere e farsi un idea di come l’ordine abbia condotto e messo in pratica ciò che sembrava aver appena propinato all’inconsapevole zingaro.

Pensai subito, caro Zingaretti fatti consigliare meglio la prossima volta, scegli meglio i tuoi saggi ed esperti di qualità architettonica.

In giuria non c’era nemmeno un architetto che avesse realizzato un liceo o scuola pubblica come per precedenti concorsi. Zingaretti, dopo essersi profuso in concetti molto vaghi sulla qualità architettonica, da perseguire in tutte le nuove opere pubbliche e per suo conto nella nuova edilizia scolastica, con l’aiuto e la consulenza dell’Ordine degli architetti di Roma, se ne andò repentinamente senza alcun contraddittorio e solo dopo aver proferito la parola “bellezza”, che con l’aiuto degli esperti selezionati da Schiattarella, in persona, presumo, si sarebbe raggiunta questa qualità architettonica tanto agognata, in ogni opera pubblica. (non ho memoria di alcun atto per la selezione dei saggi).

Dopo di lui anche il nostro esimio Presidente dell’Ordine si lanciò in volute enormi che ritornarono laddove erano partite.

In contrasto subito mi vennero alla mente citazioni come: “La bellezza è una promessa di felicità …., oppure, il bello è la luce del vero “

Che cosa centrava la bellezza con la qualità?

Devo dire che al sentimento di estraneità si aggiunse anche la sconsolatezza di tanta superficialità, e subito pensai ma come è possibile codificare e regolamentare la bellezza e l’estetica che sono una categoria dello spirito?

Sembrava veramente una ricerca disperata se non persa in partenza la codificazione in una sorta di manuale per la qualità, magari anche con un marchio DAC (denominazione architettonica controllata). Ecco, si controllare e riprodurre l’ architettura di qualità!

Certo bisogna riconoscere che l’architettura ha una sua tecnica e scientificità che permettono di dire e fare edifici secondo delle regole e modalità codificate che poi si sono tradotte in norme e direttive, eppure il perseguimento e l’applicazione, anche alla lettera, delle stesse regole non attribuisce all’opera architettonica statuto di opera d’arte o di qualcosa che possa essere annoverato nei libri di storia dell’architettura, o semplicemente non assicurano che l’opera sia bella, Come mai?

Ma ci ritornerò più avanti.

Pochi giorni fa, invece, ecco appunto, riapparire sul sito dell’Ordine di Roma il disegno di legge (vedi link) valido per tutti i livelli governativi che segue Zingaretti come la sua ombra!

Certo ricordando bene non era la prima volta che ne sentivo parlare c’era già un’altra Legge Regionale, quella della Puglia sulla qualità architettonica (vedi link), che a ben guardare sembra proprio ripresa pari pari, e che è stata pure bocciata in parte dalla Corte Costituzionale.

Quindi ritengo inutile commentare e cercare di capire se sia migliorabile o meno, questo disegno di legge.

Mi sembrerebbe perdere tempo su un qualcosa che nasce male e che può solo diventare peggio.

Tralascio anche il fatto che ci siano stati esperti e consulenti, ( pagati da noi?), che si siano applicati con risultati non soddisfacenti, perchè non si siano posti il problema correttamente, e cioè cercando di definire l’essenza della legge, la sua verità, depurandola da una serie di questioni intricate e di difficile comprensione perché abbracciano tematiche differenti, del tipo estetiche, etiche di diritto, amministrative, tecnologiche, architettoniche, storiche, di sostenibilità ambientale e cosi via.

Mi spiego meglio, legiferare sull’architettura è materia complicata vista anche la mole delle leggi e decreti in essere, e poi non sono un esperto, però voglio comunque evidenziare alcuni concetti che mi premono, soprattutto per aprire una riflessione.

Ma perché dopo vari tentativi per arrivare ad una legge sull’architettura, ad un certo punto, si abbandona l’idea condivisa della parola architettura e si ha l’esigenza di circoscriverla limitandosi al solo aspetto qualitativo?

La qualità è un aspetto dell’opera di architettura, ma sebbene necessario, non è sufficiente alla definizione della bellezza che è propria del capolavoro, inteso come lavoro di eccellenza, che fa da esempio.

Come ci ricorda Hume: “La bellezza non è una qualità delle cose stesse: essa esiste soltanto nella mente che le contempla ed ogni mente percepisce una diversa bellezza “.

Non sfugge quindi al legislatore ma soprattutto al consumatore questo aspetto poco irreggimentabile.

Ecco quindi farsi avanti l’idea che dopo la trasformazione della cultura in merce anche l’architettura debba a pieno titolo entrare nel mercato con la sua certificazione di qualità. E voi, non ci crederete, ma è proprio la sinistra che sdogana la cultura, essendone l’elite depositaria, a farlo, poi la destra ha fatto il resto!

Dalla Melandri (2001) a Rutelli (2006) passando per Zanda (2007) che è il primo che la introduce e che semplicemente la definisce come “esito di un coerente sviluppo progettuale”, e per il codice Urbani che si limita all’esistente, per arrivare a Bondi (2008) che la ridimensiona, togliendo anche la parola “opera d’ingegno” legata alla progettazione cosi come per il diritto d’autore per finire con l’ultima proposta di legge popolare del Ilsole24ore, che fa pragmaticamente fa sparire qualsiasi definizione riferendosi al Codice dei contratti pubblici.

Le liberalizzazioni con figli e figliastri e la riforma delle professioni poi hanno dato il colpo di grazia, eh si perché non è che si richiedono nuovi oneri per i professionisti chiedendo di abbassare le tariffe e poi si vuole avere anche più qualità!

Il resto lo sapete già o potete intuirlo facilmente , tutte queste leggi o disegni di legge passano sul tavolo dell’Ordine e vengono vidimati, condivisi, commentati senza essere studiati e compresi per poi attaccarsi alle suole di qualche politico che gira per i corridoi o nella Buvette e se li scrolla di dosso facendoli cadere in qualche camera buia.

Ma allora se proprio questo è quello che si vuole perché non fare una legge che definisca i requisiti per la qualità architettonica, cioè tutti quei requisiti che danno valore di mercato all’opera architettonica, quali per esempio la veduta, la posizione, la dimensione, il consumo zero, la sostenibilità ambientale, il consumo di CO2, l’efficienza energetica, la resistenza ai terremoti ed eventi catastrofici, i flussi , la sua manutenzione e cosi via. Ecco una bella certificazione di qualità architettonica potrebbe essere codificata e ottenuta per legge e lo Stato, Regioni, Comuni ne porrebbero i bolli e ne rilascerebbero la patente, sostituire il vecchio concetto di agibilità con una nuova tabella di parametri e valori da revisionare continuamente che cresca di anno in anno sino a diventare un castello di carte più alto della nostra casa.

Chi potrebbe opporsi in parlamento o in Regione ad un tale disegno di legge?

Le imprese e i consumatori , ma anche molti professionisti che si considerano solo dei tecnici, ne sarebbero felici, si starebbe a pieno titolo all’interno del mercato.

Si potrebbe creare una borsa dell’edilizia a parte e far partire anche la sottoscrizione di titoli azioni, derivati per dare case di qualità a tutti, ma forse questa storia la conoscete già.

Ma la vera architettura è altra cosa!

A onor del vero esiste una precedente direttiva europea che sposta il concetto verso la qualità architettonica già nel 1997 nell’assemblea dell’ O.I.A., che Veltroni rilancia con l’istituzione del nuovo Ministero dei beni culturali nel 1998, ma senza troppa convinzione, nella quale assemblea vengono esortati gli stati a dedicarsi alla definizione di una legge sull’architettura.

L’art. 2 recitava così::

” l’architettura è una prestazione intellettuale (e non un servizio);

– il progetto deve fornire la migliore soluzione alle esigenze del committente ed alle intenzioni riportate nel suo programma;

– interventi di qualità si ottengono anche favorendo la trasparenza nella selezione degli architetti o l’assegnazione dei progetti come esito di un concorso che esprima un elevato livello di esigenze;

– deve essere garantita la consultazione del committente reale, cioè dell’utente dell’edificio;

– le amministrazioni pubbliche debbono favorire l’innovazione, il miglioramento della qualità architettonica e la qualificazione professionale organizzando concorsi di progettazione e rendendone pubblici i risultati;

– i soggetti privati che ricercano la qualità architettonica attraverso concorsi possono beneficiare di agevolazioni finanziarie o fiscali;

– per poter essere alla base del progetto, le richieste del committente all’architetto devono essere esplicite, chiare ed esaustive soprattutto per quel che riguarda gli aspetti funzionali ed economici;

– il progetto ha carattere unitario e deve essere sviluppato in tutte le fasi, secondo un processo continuo, dallo stesso professionista o con la sua approvazione; è di pubblico interesse che venga garantita una realizzazione conforme al progetto”.

Per cui, ancor più serve, oggi, una legge per l’architettura e l’ambiente che contempli tutto ciò, ma che vada oltre fondandosi su di un punto di partenza comune, un nuovo e aggiornato concetto di estetica e di bellezza non più autosufficiente ma condivisa e sostenibile, partendo da una nuova ecologia dell’ambiente e soprattutto della mente.

Occorrerebbe convocare gli stati generali dell’architettura, artisti, filosofi di estetica e della scienza, antropologi, scrittori, storici, legislatori, ambientalisti, imprese e associazioni civili per individuare e favorire il formasi di questo nuovo concetto condiviso di bellezza omnicomprensivo anche di tutti quegli aspetti tecnico, scientifici e amministrativi che la nuova legge per l’architettura e l’ambiente dovrebbe riorganizzare con più efficacia.

Sicuramente è un impresa improba soprattutto viste le passate esperienze ma è meglio fallire per un obiettivo alto che per un misero tornaconto personale o di categoria.

Non dobbiamo rinunciare ad amare l’architettura, ad esserne soggiogati, stupiti e attratti dalla sua inafferrabile bellezza che, vale ricordarlo, è un sentimento intrinseco alla natura umana e perché la bellezza salverà il mondo!

Architetti 2.0

30 novembre 2012

Il bell’articolo di Gianluca Andreoletti introduce (oserei dire riporta sul piatto della discussione) il tema centrale del ruolo dell’architetto e rilancia la necessità di affrontare  in maniera decisa l’istituzione di una legge per l’architettura.

L’articolo si iscrive chiaramente nella discussione avviata con gli articoli di Marco Alcaro, Gianluca Adami e Lucio Tellarini che si sono occupati più specificamente della questione dell’Ordine e della sua riforma.

La posizione di Andreoletti è molto condivisibile perchè sostanzialmetne mira a chiarire in maniera netta i compiti da assegnare all’Architetto, per farlo rimanda allo strumento più forte, l’istituzione normativa.

Pur condividendo l’ispirazione di fondo ritengo però che sarebbe stato un articolo perfetto se fosse stato scritto nel secolo scorso, quando ancora non era esplosa la “rivoluzione digitale”, con tutte le trasformazioni culturali che ne stanno derivando.

Non tenere conto oggi del fatto che le condizioni al contorno sono radicalmente cambiate, fa apparire questa rivendicazione come un voler chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. Non è colpa degli architetti (che reclamano la definizione del proprio ruolo da molto tempo) ma credo che per fare un discorso credibile all’esterno sia necessario provare a riformulare alcuni paradigmi.

Allo stesso modo anche gli altri articoli citati sembrano muoversi avendo dei modelli di riferimento che non rispecchiano più la realtà delle dinamiche sociali in cui il professionsta deve trovarsi ad operare. In fondo il tema non è se debba esserci un Ordine Professionale e secondo quali normative, ma in che maniera l’Architetto può entrare a far parte sostanziale e non marginale nel processo di controllo e trasformazione del territorio; conseguentemente immaginare il migliore modello istituzionale di controllo per la società in cui si opera.

Nei commenti a Andreoletti ho riportato questa osservazione:

nessuna norma (specie nella terra dell’abuso edilizio) può sperare di essere applicata se non viene calata all’interno di un tessuto sociale disposto ad accoglierne i principi.
Una norma di carattere impositivo, destinata a modificare il comportamento e le consuetudini di una società, per essere accolta deve essere almeno percepita come una norma necessaria.
Ancora più difficile l’imposizione di una norma in un contesto sociale che si stà rapidamente trasformando.”

Già ma come sta cambiando questa società?

Una domanda che deve necessariamente essere posta se si ha l’aspirazione di poter incidere minimamente nei comportamenti sociali, o addirittura promuovere una legge, con l’auspicio che abbia la minima possibilità di essere applicata.

E’ interessante questo articolo su Wittengstein relativo allo sciopero dei giornalisti (che a sua volta richiama un altro articolo di Mario Tedeschini Lalli). Tedeschini riflette sulla trasformazione del ruolo del giornalista; riporto due capoversi sostituendo “architetti” a “giornalisti” e “Ordini” a “FNSI” (tra parentesi le sostituzioni):

(Il sistema degli ordini) appare ancora una volta come un generale che schieri la sua truppa appiedata e trincerata a difesa di uno strategico ponte, ignorando che nel frattempo sono stati inventati gli elicotteri trasporto truppe che consentono di aggirare la postazione e prenderla alle spalle e che, per di più, oltre alla strada che passa su quel ponte ne sono state costruite infinite altre che ti portano a destinazione passeggiando o in automobile, evitando l’incomodo di battagliare.

Le istituzioni professionali (degli architetti) non hanno più la mano sul rubinetto (della progettazione), come peraltro non lo hanno più neppure i governi (…) che pure vorrebbero aprirlo e chiuderlo a piacimento. Le une, certo, lo vorrebbero utilizzare per scopi nobili, gli altri hanno cercato di chiuderlo per biechi scopi di potere, ma la realtà dell’universo digitale rende lo sforzo quasi inutile. Per la semplice ragione ce non c’è più tubo e quindi non c’è più rubinetto.

Per chi non lo avesse ancora capito siamo di fronte a una rivoluzione epocale, della quale sappiamo poco; non sappiamo quanto durerà; non sappiamo cosa ci porterà; ne vediamo i segni evidenti in tutte le manifestazioni del vivere comune; tutti ne siamo colpiti in maniera diversa (dalla scuola, al giornalismo, dalla creatività , alla politica, dalla medicina all’architettura); non possiamo non tenerne conto; per farlo dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione i valori che ci stiamo portando dietro dal secolo scorso; paradossalmente dobbiamo tenerne conto proprio per preservare quei valori.

Un passo indietro.

La rivoluzione industriale ottocentesca ha creato il professionista, o almeno ne ha istituzionalizzato l’importanza all’interno di una società complessa. Il sistema ordinistico ne è una diretta conseguenza.

Il modello è quello accademico che per garantire la qualità e la competenza di un professionista richiede che vi sia a monte un sistema di certificazione (a partire dal conseguimento della laurea); il sistema funziona (ha funzionato) egregiamente in una società dove il costo della verifica sociale era estremamente alto rispetto al risultato da ottenere. Poichè il singolo cittadino non poteva autonomamente (per ignoranza e per inaccessibilità alle informaizoni necessarie) verificare la qualità del lavoro di un professionista, le istituzioni di controllo hanno avuto il compito importante di garantire questo controllo.

Dove è difficile ottenere informazioni su un professionista o verificare se il suo operato è adeguato alle esigenze del committente vi è la necessità di mantenere titoli e istituzioni che garantiscano questa verifica di qualità. Le istituzioni accademiche (come gli ordini) nascono proprio per consentire questa certificazione; l’istituzione accoglie dentro di se solo persone di comprovata capacità e qualifica; il professionista vede riconosciuta la sua capacità in virtù dell’appartenenza.

Le Istituzioni accademiche hanno il limite di tendere a preservare se stesse e hanno poca attitudine ad accogliere l’innovazione culturale; esse inoltre garantiscono l’esclusività elitaria della conoscenza, riservando ai propri componenti l’accesso al sapere esclusivo (non disponibile su vasta scala); sin dal medioevo le corporazioni hanno avuto il ruolo biunivoco di controllo di qualità e garanzia di esclusività.

Ma in una società aperta, dove le informazioni sono disponibili in tempo reale, dove la competenza può essere acquisita anche al di fuori delle istituzioni tradizionali, e le azioni di ciascuno sono sottoposte a verifica sistematica da una massa di “utenti” attivi, l’importanza specifica dei titoli (e degli organismi di controllo) comincia a vacillare, quantomeno a ridimensionarsi; non scompare del tutto la necessità di una specializzazione dei ruoli professionali, ma decade la centralizzazione del potere di controllo.

Già nel novecento lo sviluppo culturale nazionalpopolare ha portato su due fronti paralleliad una convergenza delle competenze.

Da una parte il pubblico è sempre più informato (mediamente più acculturato, anche se appiattito su un livello medio basso) e quindi in grado di recepire informazioni, farsi un’idea autonoma sulla qualità di un prodotto, esprimere un guidizio e determinare la validità di un progetto (e di un professionista) rispetto a parametri e requisiti che possono essere sia di carattere personale che generale.

Sul fronte opposto la facilità di accesso alle lauree (e alla professione) ne ha determinato la massificazione seguendo un processo inverso e convergente di appiattimento culturale.

Alla formazione di utenti mediamente più esigenti e attenti ha corrisposto la moltiplicazione di professionisti mediamente meno capaci.

Sul finire del millennio il fenomeno delle Archistar è il risultato una reazione economica e speculativa a questa erosione della credibilità del sistema, perfettamente coerente con le dinamiche comunicative basate sui Mass Media.

Il potere economico aveva la necessità di garantire i propri investimenti facendo leva sul principio del marchio. Le archistar non hanno bisogno della certificazione formale del loro valore; l’archistar giustifica se stessa in quanto essa stessa è marchio di qualità; operano in funzione della loro reputazione, che non rientra nei criteri accademici.

L’archistar, per il potere che le deriva dalla sua reputazione, consente di facilitare molti processi semplicemente bypassandoli; tutto avviene all’interno dello studio del progettista che decide i requistiti (individuando le esigenze e le priorità di un intervento), elabora le soluzioni (il progetto) senza dover necessariamente rendere conto alle normative correnti (che vengono derogate proprio in virtù del peso mediatico messo in campo), gode di un sistema di valutazione autoreferenziale (sostenuto anche dallo stesso potere speculativo che deve comunque preservare il proprio investimento).

La crisi economica sta mettendo in seria discussione questo meccanismo nelle sue manifestazioni troppo speculative; l’eccesso di esposizione economica che richiede un tipico progetto archistar, espone gli investitori a forti rischi. Contemporaneamente le dinamiche partecipative tipiche del web 2.0 stanno spingendo la società civile verso una maggiore consapevolezza nei suoi diritti e doveri nell’ambito delle trasformazioni urbane; l’archistar è divenuto così la metafora della speculazione edilizia imposta dall’alto.

La rivoluzione digitale ha amplificato a dismisura le possibilità di verifica dal basso dell’opera dei progettisti, anche quando si tratta di Archistar (che anzi sono divenuti i bersagli diretti delle contestazioni di natura partecipativa).

Il singolo professionista, già tagliato fuori dal macrosistema economico, si ritrova però tagliato fuori anche nelle dinamiche “dal basso”; da una parte non garantisce il sistema economico, dall’altra non ha acquisito la sufficiente credibilità per porsi come legittimo portatore delle istanze sociali.

La rivoluzione digitale stà stravolgendo l’intera struttura piramidale alla base dell’organizzazione sociale; non solo la società è oggi composta da cittadini mediamente più “acculturati”, e quindi più confidenti delle loro idee ed aspirazioni, ma la disponibilità di informazioni in tempo reale e la possibilità di condividere altrettanto velocemente queste informazioni e competenze li ha resi sempre meno disposti a subire qualsiasi genere di imposizione dall’alto sia nei rapporti che riguardano il “bene comune” sia nelle relazioni interpersonali con i professionisti.

Il professionista del secolo scorso aveva compiti e ruoli molto ben definiti nel processo della progettazione; operava in scienza e coscienza; rispondeva sostanzialmetne a pochi referenti (sia in ambito pubblico che privato); aveva delle responsabilità che gli derivavano dalla deontologia alle quali in linea teorica si doveva attenere; il controllo sul rispetto di tali responsabilità era demandato a se stesso (o comunque ad una ristreta cerchia di consimili).
Il risultato della sua azione influiva fortemente sulle trasformazioni del territorio incidendo sulla vita dei cittadini senza alcuna loro effettiva possibilità di incidere su questo processo (se non sotto forme molto mediate). La mancanza di coscienza civile diffusa in italia ha esasperato questa “privatizzazione” del controllo territoriale.
L’aspetto principale della professione era che aveva un carattere prevalentemente monodirezionale e sostanzialmente statico nel tempo (un cliente, un requisito, un progetto, in linea di principio sempre immutabili).
Il professionista di questo secolo deve muoversi all’interno di una società “liquida”, ed è sottoposto al controllo ed alla verifica di una infinità di stakeholder (sopratutto in campo pubblico), sui quali non ha alcun controllo diretto ma ai quali bene o male è tenuto a rendere conto. Anche in ambito privato si sperimenta uno spodestamento del professionista come figura depositaria di un sapere, intoccabile e indiscutibile nel suo ruolo. Lo stesso meccanismo comunicativo del progetto (tradizionalmente il disegno su carta) si sta rapidamente evolvendo verso sistemi multipli di espressione, più adatti a interagire con il sistema mediatico transmediale contemporaneo.

Già ormai da tempo il processo della progettazione è sottoposto a spinte e modifiche operanti su più livelli (da quelle burocratiche a quelle economiche) che però sono limitate a competenze specifiche, a nicchie di potere sostanzialmente derivate dal modello precedente.

Oggi a volere prendere in considerazione le nuove esigenze che stanno emergendo possiamo provare a capire il contesto in cui un professionista è (o comunque prima o poi sarà) costretto a muoversi; si tratta delle istanze che l’intera società digitale sta facendo emergere.

Trasparenza del processo. Il professionista come tutti i centri di controllo burocratici ed economici sono tenuti a tenere traccia di tutti i passaggi e i riferimenti normativi che portano alla determinazione di un progetto (e alla realizzazione dell’opera). Chiediamo trasparenza a chi ci governa e ci impone regole burocratiche; siamo tenuti a fornire lo stesso “servizio” in maniera da consentire a chi ci sta commissionando un lavoro, di essere informato sul suo andamento. Si passa dal criterio della consegna (organizzata su più step di approfondimento) al meccanismo della interazione permanente.

Progettazione convergente. Il progetto è il risultato di competenze multidisciplinari su cui possono intervenire competenze altamente specializzate ma anche contributi non professionali. Il modello della cultura convergente di Jenckins applicato al progetto presuppone che scelte e le relative responsabilità siano trasversali e condivise; l’architetto in questa dinamica, pur rimanendo un elemento determinante e sostanziale del processo (il professionista esperto), è costretto a perdere buona parte del controllo sulla progettazione lasciando spazio a competenze non specialistiche; si tratta di una evoluzione cognitiva inarrestabile che sta permeando tutto il mondo contemporaneo; laddove le scelte di progetto sono sotratte al completo controllo del professionista è giusto però che gli si attribuiscano anche minori responsabilità. Il progetto acquisisce sempre di più caratteristiche fluide, in quanto soggetto a continui adattamenti (anche in corso d’opera); questa caratteristica è già una realtà sperimentata quotidianamente in tutti gli appalti alla quale finora si è reagito in maniera schizzofrenica imponendo per legge l’immutabilità del progetto (anche quando questo dura anni). La stessa schizzofrenia di chi pretende che l’Architetto operi in regime di libero mercato mantenendo invariate le responsabilità civili e penali che comportano la titolarità formale di un progetto. La responsabilità deve essere commisurata al compenso.

Open data (e open source). L’architetto opera e progetta in un universo dove le informazioni sono sempre più disponibili su vasta scala, gli strumenti che ha a disposizione sono sempre più aperti (dai data base ai programmi software a basso costo), si tratta di una opportunità per il progettista, ma sul rovescio della medagli la società richiede che esso stesso contribuisca aprendo progressivamente l’acesso alle informazioni che lo riguardano mettendo a disposizione i propri progetti in maniera aperta. Le istituzioni pubbliche per prime dovrebbero iniziare a consentire che tutti i progetti in corso siano liberamente recuperabili nei formati editabili. Si tratta dello stesso tema del copyright, già fortemente messo in discussione su altri piani; l’architeto può essere padrone delle idee, non del supporto su cui queste vengono veicolate; su un altro livello l’opera di architettura, una volta realizzata cessa di essere proprietà del progettista e diviene “bene comune”. resta fondamentale in ogni caso che resti traccia di tutti i contributi ideativi e progettuali all’opera di architettura (comprendendo in questo il riconoscimento chiaro del contributo dei singoli collaboratori).

Formazione permanente e centrata sull’esperienza. Il conseguimento di un titolo o l’acquisizione di una competenza sta diventando sempre meno una garanzia di capacità professionale; il dinamismo globale della società non consente più di mantenere rendite di posizione a tutti i livelli; l’aggiornamento continuo è una necessità (a sua volta facilitato dalla disponibilità di informazioni); paralleleamente la disponibilità di informazioni richiede che il professionista sia più una figura in grado di gestire questo flusso, piuttosto che una competenza iperspecialistica; l’architetto è una figura estremamente predisposta per questo genere di competenza; è inoltre fondamentale che la competenza sia sempre di più centrata sull’esperienza (v. a proposito il mio articolo sulla formazione). Il titolo di studio non può che essere un punto di partenza, ma occorre agire in maniera da valorizzare chi esercita realmente negli anni la professione rispetto a chi non la esercita.

In conclusione.

L’Architettura è un tema che non può prescindere dall’architetto;

la tecnologia ha però aperto al mondo la possibilità di interferire su questa prerogativa.

Su più livelli,

il cittadino comune ha il diritto dovere e la possibilità di verificare l’operato del professionista,

il singolo professionista ha a sua volta il diritto dovere possibilità di tenere sotto controllo l’operato dei colleghi e delle istituzioni che lo rappresentano.

Tutti insieme (cittadini comuni, professionisti e organi di rappresentanza) hanno la possibilità di agire nei confronti delle istituzioni di governo.

Dovendo ragionare su una legge per l’Architettura e su come conseguentemente si debba trasformare il sistema Ordinistico, partirei da qui.

Niente è trasmissibile se non il pensiero

Svanita l’idea che le competenze grazie alle quali hai abbracciato una professione o hai intrapreso un’attività lavorativa siano quelle utili per l’intera vita professionale. Svanita la certezza di potersi ragionevolmente attendere una pensione soddisfacente in seguito a una carriera fortunata. Tutte queste inferenze dal presente al futuro, (…) sono state spazzate via.

Così, qualche giorno fa leggevo su un quotidiano l’incipit di Tony Judt, illustre storico del Novecento e pensavo “ sembra scritto proprio per noi architetti” ma in realtà è la cruda constatazione che i vari decreti e riforme di cui siamo oggetto, come inermi professionisti, (terribile casta da 15/20.000 € annui medi), si iscrivano in un disegno molto più ampio che segue il trend del liberismo oligopolistico, un laissez faire globale in salsa italiana che libera il mercato (per noi le imprese, le pubbliche amministrazioni, le S.p.A ecc..), dalla trasparenza, dai vincoli tariffari e relega noi professionisti ad un ruolo subalterno di “servizio” che forse sarebbe meglio definire come opera servilia in contrapposizione al servizio di alto livello intellettuale che ha origine con le arti liberali, caratteristici delle persone libere intellettualmente ma legate ad un codice deontologico oltreché legale, cioè dai liberi professionisti.

Sul piano del rapporto privato-professionisti, invece, le tariffe erano, già da tempo, di molto al di sotto dei minimi, essendo l’offerta ben più grande della relativa domanda, perchè il libero mercato dei privati è inesistente.

Il piano storico e il piano sociologico dimostrano che il fenomeno delle professioni liberali si pone in posizione centrale rispetto alle esigenze, ai bisogni, alle domande che sorgono dalla società e dall’economia. Esso è in grado di produrre beni, immateriali, di importanza primaria in rapporto alla protezione dei diritti e al soddisfacimento di rilevanti interessi collettivi.

Ciò che dobbiamo chiedere oggi ai politici, ai legislatori, ai nostri inutili e dannosi rappresentanti, è una nuova legge per l’architettura che designi, come quella francese, l’architetto come coordinatore, a capo di tutti i processi che concorrono alla definizione di un progetto e un’opera di architettura, che sebbene sembri un’ovvietà lapalissiana è attualmente contraddetta nei fatti sia dal Codice degli Appalti pubblici che dal Regolamento, oltrechè dalle varie proposte avanzate in ultimo da ilsole24ore e documentate da Amate l’Architettura.

Fortunatamente, per noi, queste timide proposte dormono nelle varie commissioni parlamentari, perché tutte quante, persino quella di iniziativa del Ilsole24ore, giornale di Confindustria, sebbene prenda il primo articolo quasi alla lettera, poi si dimentica di aggiungerci questo piccolo dettaglio, che cioè “chiunque desideri intraprendere dei lavori soggetti ad autorizzazione di costruire dovrà fare appello a un architetto per stabilire il progetto di architettura[…] senza pregiudizio al ricorso di altre persone partecipanti sia individualmente, sia in gruppo nella sua concezione”. (loi 77-2 du Janvier 1977 modifie sur l’architecture)

Questa stessa osservazione la inoltrai, in risposta, proprio a chi del ilsole24ore mi richiedeva la sottoscrizione e rimasi colpito del fatto che non avevano tenuto in minimo conto l’apertura di una discussione critica per la definizione e messa a punto, da parte degli addetti ai lavori, di una legge cosi importante ma fosse calata dall’alto come undici comandamenti! (febbraio 2011)

Ancor più fui colpito di come fu liquidata questa discussione dagli ordini in generale e in particolare dall’ordine di Roma che dedicò una serata e qualche timido e retorico commento, al tema avallando così, superficialmente (con dolo o con colpa?) ma corresponsabilmente lo stutu quo, in cui si trascina la nostra condizione di semiliberi professionisti.

Dopo di che, si può discutere,  e mi auguro che questa mia riapra una discussione su questo blog ma anche nei luoghi fisici dedicati) su tutti gli altri articoli di legge, sugli importi, sulle modalità associative, sull’equiparazione agli standards europei ecc.., ma niente sarà determinante per noi se non si porrà l’architetto a capo del processo che produce architettura, semplicemente perché l’architettura la fanno gli architetti!

E’ sotto gli occhi di tutti che, oramai, quasi la totalità delle gare pubbliche si vincano per i ribassi economici, con punte anche dell’85% ma anche e soprattutto del fatto che molte di queste si basano sul solo principio dei fatturati di categorie d’opera, che prescindono da una valutazione critica della qualità d’insieme dei candidati, determinando di contro improbabili cordate e matrioske societarie che relegano l’architetto ad uno dei prestatori di servizi in subordine.

La vera architettura, quella che apporta innovazione e che si lega alla propria tradizione culturale, fatta dai maestri, (che tutti studiamo?), per la quasi totalità dei casi, però, nasce in piccoli studi, scaturendo da un approccio libero, retto, disinteressato al profitto e veramente appassionato.

In una delle rare interviste di Peter Zumthor, Pritzker dell’architettura, in reazione alla etichetta che vorrebbe liquidare superficialmente il suo modo di lavoro come maniacale, Zumthor si dichiara essere un architetto passionale che non può fare a meno di curare e verificare nei minimi dettagli ciò che fa.

Chi lo avrebbe mai detto che un calvinista delle montagne svizzere fosse un passionale!

E voglio ribadirlo, questo non significa assolutamente la rivendicazione di una condizione, che superficialmente viene considerata “artigianale”, che rifiuta la competizione e il mercato, perché proprio per la sua dimensione controlla e verifica costantemente la validità della concezione architettonica, sempre attraverso il lavoro di equipe specialistiche , in coscienza e responsabilmente.

La configurazione di società d’ingegneria, la grande dimensione, la spropositata mole di fatturati richiesti per l’espletamento delle opere, traslano, banalmente, i problemi, che l’architettura è chiamata a risolvere da un piano culturale ad uno meramente economico e tecnico, ma non si grida per ogni dove che in Italia il problema è culturale!

E allora scriviamolo completo questo primo articolo: L’architettura è una espressione della cultura e del patrimonio artistico del nostro Paese. La Repubblica promuove e tutela con ogni mezzo la qualità dell’ideazione e della realizzazione architettonica come bene di interesse pubblico primario per la salvaguardia e la trasformazione del paesaggio …. di conseguenza, chiunque desideri intraprendere dei lavori soggetti all’ autorizzazione di costruire dovrà fare appello a un architetto per stabilire il progetto di architettura […] senza pregiudizio al ricorso di altre persone partecipanti sia individualmente, sia in gruppo, nella sua concezione.

Quello che mi preme qui, ora, è primariamente, smontare quei ragionamenti capziosi che surrettiziamente difendono interessi economici e di potere, che falsi politicanti, e mediocri architetti, propalano come quintessenza della democrazia e del mercato, che, però, non vale mai per tutti, (medici, notai).

A quei politici che, impunemente sostengono, per quanto sia stato abrogato il referendum contro il finanziamento pubblico ai partiti, di essere contrari all’ abolizione dei rimborsi elettorali perché c’è il rischio per la democrazia che la politica sia fatta solo dai ricchi, dico: Ma in una società dove i liberi professionisti sono sempre più schiacciati dalle grandi società di capitali e ridotti a rango di impiegati, non vi è forse il rischio, vero, che quella società diventi meno democratica, più iniqua e più acriticamente uniforme ad un pensiero dominante legato a leggi di mercato?

Questo è ciò che va difeso la propria indipendenza intellettuale, la propria moralità!

Tralasciando il fatto, non secondario, della bruttezza, spesso costosa, di tutto ciò che viene costruito come opera pubblica, molto spesso senza lo strumento del concorso di architettura.

Nel suo ultimo discorso, un mese prima di morire Le Corbusier, scrive questo discorso << (..) Si, niente è trasmissibile se non il pensiero, la summa del nostro lavoro. Questo pensiero potrebbe o no avere un destino vincente, forse, in seguito, assumere una differente e imprevista dimensione (…) Dobbiamo riscoprire la linea diritta che unisce l’asse delle leggi fondamentali, biologia, natura, cosmo. Diritta e Inflessibile come l’orizzonte del mare. Cosi come dovrebbe essere il professionista, diritto e inflessibile come l’orizzonte lo è sul mare, egli dovrebbe servire come una livella, come una linea certa, nel mezzo dei flussi e della mutevolezza. Questo è il suo ruolo sociale. Questo significa che egli deve vedere con chiarezza e averla ben a perpendicolo nella sua mente.

Moralità: non significa preoccuparsi delle glorie terrene, contare su se stessi, agire secondo coscienza. Non è giocando all’eroe che uno può agire, acciuffare incarichi e realizzare progetti. Tutto ciò avviene nella mente, nasce e cresce pian piano nel corso di una vita fuoriuscendo come una vertigine, e la fine verrà prima che noi possiamo realizzarlo>>[1]

[1] Le Corbusier ,Oeuvre complete- vol. 8 . 1965-69 ed. Birkhauser

Un Concorso di Architettura visto dalla parte delle Istituzioni

Il Comune di Terni ha bandito un concorso in due gradi, di un certo rilievo, per la progettazione di un “percorso pedonale sopraelevato tra piazza Dante ed il futuro sistema di attestamento di via Proietti Divi integrato alla stazione ferroviaria di Terni.

Dall’analisi del bando di concorso emergono spunti di riflessione molto interessanti, su cui vorrei porre l’attenzione, da cogliere in prospettiva della prossima Assemblea Generale dell’ 8 febbraio 2012, organizzata dalla RETE 150K ( vedi link ).

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Di primo impatto, dal mio punto di vista, vedo che c’è un tema urbano importante, una nuova “porta” per Terni e che questo tema è affidato sì in due fasi, la prima della quale è più libera si basa su proposte di idee progettuali sulla base delle quali ci sarà l’ammissione al secondo grado, che prevede un progetto preliminare, per 10 concorrenti. Al vincitore tra questi, verrà affidato il progetto definitivo.
Il materiale da presentare al primo grado di concorso non è eccessivo: una relazione di 10 pagine e una tavola formato A0.
Tuttavia la sorpresa arriva al momento del vaglio dei requisiti professionali richiesti: i professionisti, le società di ingegneria e i raggruppamenti devono avere dei requisiti economico finanziari di tutto rispetto: un fatturato globale negli ultimi cinque anni di 415.000 euro e, soprattutto, l’avvenuto espletamento di servizi di progettazione nelle classi IXb (costruzioni in acciaio in particolare ponti) e la IIIa (impiantistica) negli ultimi dieci anni, con parametri minimi riferiti all’importo dei lavori (4.800.000 euro e 1.1200.000 circa).

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Questo si configura come un filtro di ingresso molto selettivo.
Perciò ho telefonato al Responsabile del Procedimento, l’Arch. Roberto Meloni della Direzione Urbanistica, nonché Responsabile del PIT (Progetto integrato Territoriale) al cui interno è ricompreso l’intervento.
l’Arch. Meloni ha fatto luce sulle mie perplessità rispondendomi con argomenti solidi:
avremmo voluto fare un concorso di idee per questa progettazione, difatti nel mio computer ho due cartelle distinte: il concorso di idee e il concorso di progettazione in due fasi. La fase attuativa del PIT, che gestisce fondi comunitari Por-Fesr 2007-13, è stata avviata all’inizio del mese di dicembre 2011, con la sigla da parte della Regione della prevista Convenzione con il Comune di Terni. I vincoli posti dalle regole comunitarie per le quali l’intervento deve essere realizzato entro giugno 2015, pena la revoca dei finanziamenti, ha obbligato l’Amministrazione a rivedere l’ipotesi iniziale del concorso di idee, pensato per essere attivato almeno 6 mesi prima rispetto al concorso di progetttazione, il cui bando è stato pubblicato il 15 dicembre 2011.

Per organizzare il concorso abbiamo dovuto fare una corsa e ugualmente si dovrà correre per realizzare l’opera, avendo un cronoprogramma che lascerà ai lavori solamente due anni, tempo strettissimo per la tipologia dell’intervento e per la complessità del cantiere, da realizzare nell’ambito di uno scalo ferroviario in esercizio. Stando così le cose, la scelta a monte di progettisti che avessero una comprovata esperienza in questo specifico settore e che ci potessero assicurare di avere il necessario know how per procedere nei tempi e non farci perdere il finanziamento, è stata obbligata.”
” Per noi sarebbe stato più semplice, dato che l’incarico è sotto i 100.000 euro, chiamare con procedura negoziata (senza ricorrere ad un bando) un grande nome con esperienza nello specifico, ma noi crediamo che sarebbe stata una soluzione qualitativamente inferiore a quello che produrrà un concorso.”
Perciò, ho chiesto io, alla fine l’avere messo in piedi un concorso (anche se con questi stretti paletti di ingresso) è in realtà una scelta motivata soprattutto dalla vostra buona volontà?
Meloni ha risposto: “C’è una legge della Regione Umbria che dice chiaramente che le opere pubbliche devono essere realizzate con criteri qualitativi, ma non è vincolante, lo abbiamo fatto soprattutto per una volontà della nostra amministrazione, con tutto il carico di lavoro che ne ha conseguito”.
Con queste affermazioni ho superato una iniziale perplessità sul bando e ho cominciato ad intraprendere una più ampia riflessione sul meccanismo dei concorsi, della quale riporto solo due spunti tematici per una riflessione successiva più approfondita:

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Attualmente non c’è nessuna legge che costringa un’amministrazione pubblica a perseguire la qualità nelle opere e nei servizi di progettazione.

La soglia dei 100.000 è così alta che perfino un progetto così significativo (mi verrebbe da dire anche simbolico) per la città di Terni potrebbe essere redatto senza un concorso, cioè senza privilegiare la qualità del progetto in luogo della chiara fama del progettista.

La considerazione finale, che racchiude le precedenti, è che diviene urgente l’approvazione di una legge sull’architettura (noi di Amate l’Architettura abbiamo lavorato sulla bozza del Sole 24 Ore ( vedi link ), che possa però incidere sui meccanismi che muovono le istituzioni, come per esempio il codice dei contratti pubblici.
Nel frattempo, ho invitato l’arch. Meloni a venire all’assemblea della RETE 150K per parlarci un poco della difficoltà del fare buona architettura, vista dall’interno delle istituzioni.

Sui concorsi di architettura

20 ottobre 2011

Come succede spesso nei blog, da un articolo incentrato su un tema, nei commenti si finisce per dibattere su altri temi ad esso correlati, che finiscono poi per prevalere.
L’articolo di Marco sulla vicenda di Piazza San Silvestro registra una deriva della discussione verso il tema più ampio dei concorsi e sulla loro utilità.
Pietro con l’occasione ha linkato un suo post, che ritengo degno di interesse, proprio a proposito di come dovrebbe funzionare un concorso di architettura: il titolo è già significativo: “Proposta di legge sui concorsi di architettura”.
Christian infine sollecita l’apertura di un dibattito su specifici temi. Ecco quindi il mio contributo sui concorsi che trae spunto proprio dal post di Pietro.

Le prime osservazioni che mi vengono da fare sono di natura puramente generale e prescindono dal quel post (che anzi implicitamente le conferma).

Le leggi servono a qualcosa!
è giusto, per cercare di trovare una soluzione a un problema, ipotizzare la redazione di una legge. Pensare che le leggi (o i concorsi) non servono a nulla perchè tanto poi i soliti noti sono i primi non rispettarle equivale a un colpo di spugna i cui effetti sono stati chiaramente visibili il 15 Otobre.

Le leggi come i regolamenti sono fatte per essere rispettate!
se una legge è ingiusta o sbagliata intanto la si applica (anche solo per verificarne fini in fondo i limiti) dopodichè è giusto lavorare per modificarla; se invece si lavora per aggirarla si finisce per avviare un meccanismo senza fine che non aiuta nessuno, se non proprio chi quella norma vorrebbe eluderla per evidente malafede.

I concorsi come le leggi, servono!
tutto dipende ovviamente da come li si fanno e con quali regole si svolgono; i concorsi garantiscono maggiore trasparenza (anche se non assoluta) e possono essere strutturati in maniera da consentire una ampia partecipazione nei processi di selezione. Diciamo che nello stato in cui ci ritroviamo, con queste amministrazioni qui, il ricorso ai concorsi è il minore dei mali possibili. Non si rinuncia a uno strumento solo perché chi lo utilizza lo utilizza male.

Leggi e concorsi sono due aspetti della vita sociale che fondano la loro ragione d’essere nel medesimo principio: cioè che l’uomo è un animale soggetto a errori ed estremamente fallace nelle sue scelte e determinazioni. E’ quindi necessario prevedere delle regole condivise che ne limitino il campo di azione ad un livello di garanzia minimo per l’intera collettività: per cui nessuno dovrebbe essere al di sopra della legge e nessun amministratore pubblico dovrebbe prescindere da forme di selezione di natura trasparente e concorsuale. Questo principio vale indipendentemente dalla forma economica che si predilige, che sia liberale o statalista; non è un caso anzi che proprio nelle nazioni anglosassoni di matrice più liberale il rispetto delle norme sia sacrosanto.

Se il sistema è troppo farragionoso, al punto da rendere impossibile o antieconomica l’amministrazione pubblica, la soluzione non è aggirarlo o eluderlo, ma agire per modificarlo; troppi amministratori invece sfruttano l’alibi delle difficoltà burocratiche per non rispettare le norme a loro piacimento e convenienza.

Sostenere che in concorsi siano inutili perchè tanto poi li vincono sempre i soliti noti (quindi tantovale risparmiare denaro), oltre che un affermazione che nella sua genericità non corrisponde al vero, equivale anche ad un colpo di spugna inaccettabile; un assist morale a chi ci amministra a perpetuare lo status quo senza prendersi alcuna responsabilità per tentare di migliorare le cose.

Il concorso non piace in genere a chi ci amministra perchè, per quanto sia sempre possibile pilotarne il risultato, la sua caratteristica di procedimento aperto, li espone a una notevole riduzione del potere di decidere a chi affidare un incarico, e questo nel sistema consociativo italiano equivale a perdere moneta di scambio; non è un caso se il ricorrso al concorso di idee (che invece porta un enorme ritorno mediatico) sia infinitesimale, e nei pochi casi in cui vi si ricorre si presta maggiore attenzione agli aspetti mediatici dell’evento, barricandosi dietro al nome delle archistar di turno in grado di sostenere con la loro forza mediatica tutte le eventuali polemiche (pensiamo a Renzo Piano e all’Auditorium e alla serie di errori perdonati solo in virtù della “autorevolezza” internazionale del progettista).

Su San Silvestro la mia sensazione è che il nostro Sindaco si sia illuso che realizzando un intervento sotto tono avrebbe evitato scomodi riflettori. Le amministrazioni precedenti hanno fatto scuola, basta pensare alle “sistemazioni” di Piazza del Popolo, di piazza dell’Orologio o di piazza Mattei: anonimi interventi con largo uso di palle “de fero” e lastre di basalto senza alcun approccio architettonico critico (nemmeno di stampo filologico). Per non dimenticarsi del nostro campione di anonimato: lo stadio del tennis alForo Italico. Se l’architettura è anonima e non denuncia una precisa scelta architettonica, nessuno ne parlerà e l’amministratore non corre alcun rischio.
Al contrario ogni concorso indetto finora ha sempre scatenato polemiche e discusisoni polarizzando l’opinione pubblica; chi ci amministra, in queste situazioni finisce con l’essere costretto a prendere posizione (salvo poi smentirsi) e questo è pericolosissimo per chi, da politico esperto, ha imparato a non prendere mai una posizione. Ricordiamo sempre Alemanno che ha fatto campagna elettorale contro l’Ara Pacis promettendo di demolirla, salvo poi ripiegare su una (contestatissima tanto per cambiere) risistemazione esterna.
L’anonimato degli interventi è garanzia di silenzio generale, e garantisce una gestione più controllata degli appalti, ma anche meno malignamente garantisce di limitare l’esposizione politica con scelte nette che rischierebbero di scontentare parte dell’opinione pubblica.
Un qualsiasi concorso invece impone una serie di scelte ampiamente esposte  all’opinione pubblica (per un tempo interminabile dal punto di vista del politico), con conseguente pioggia di critiche.

Per fare un concorso occorre prendere una serie continua di decisioni tutte delicate:
– decidere dove è necessario interventire dando priorità ad un intervento piuttosto che ad un altro (prima scelta di natura fortemente politica);
– decidere di spendere dei soldi per quello specifico intervento sottraendo risorse ad altre cose, scontentando necessariamente qualcuno (seconda scelta di natura economica);
– decidere il programma degli interventi, ovvero indicare cosa si vuole fare dentro al luogo prescelto (ancora scelta politica e culturale); per fare un esempio pratico decidere se realizzare un ponte carrabile o solamente pedonale oppure decidere che destinazione d’uso dare a un intervento di recupero (ad esempio se destinare un edificio ad un asilo nido o ad ospizio);
– stabilire delle regole di partecipazione (altra scelta di natura estremamente politica);
– selezionare un vincitore e sostenerne il risultato (anche e soprattutto da un punto di vista culturale), magari anche contro la propria sensibilità culturale;
– realizzare l’opera sotto la lente e i riflettori dei mille scontenti che si sono lasciati per strada (tutti pronti a stigmatizzare errori di costruzione, ritardi o aumenti di costo);
– farla funzionare (passaggio forse tra i più difficili) per dimostrarne l’utilità;

il tutto con tempi certi (possibilmente entro un paio di mandati) e normalmente senza grandi disponibilità finanziarie. Un inferno per il nostro povero amministratore locale; va da se che è molto meglio evitare grane: “APPALTO INTEGRATO DOVE SEIII?!”

Eppure tutte le volte che si è ricorso a concorsi veri, i risultati alla fine sono sempre stati mediamente positivi: cito ad esempio il Centopiazze che, come illustrato da Paesaggio Cricitco, tra chiari e scuri ha dato comunque buona prova di se. Da cittadino che non nutre alcuna fiducia nei nostri amministratori, ritengo quindi che sia doveroso e necessario sollecitare l’utilizzo sistematico dei concorsi aperti.

Avendo chiarito la mia posizione in merito all’utilità dello strumento concorsuale entro nel merito della proposta di Pietro (che invito a leggere), lanciando di seguito alcuni principi di fondo a cui si dovrebbe attenere una buona legge sui concorsi.

TUTTI GLI INTERVENTI DEVONO ESSERE SOGGETTI A CONCORSO
Premessa fondamentale. Tutti gli interventi pubblici devono essere soggetti a concorso (soluzione drastica non soggetta a interpretazioni); non stiamo quindi parlando di 2-3 concorsi l’anno ma di svariate centinaia da svolgere su tutti gli interventi di trasformazione architettonica e urbana (diventa dura poi fare vincere sempre i soliti noti). Stiamo parlando di tutti gli enti pubblici e di tutti gli enti ad essi collegati che utilizzano fondi pubblici per realizzare opere pubbliche. Società come Zétema o la STA, per intenderci, sono dentro il perimetro.

I REQUISITI DEL PROGETTO LI DEFINISCE L’AMMINISTRAZIONE (O LA CITTADINANZA)
Un altro principio di fondo è che non sono e non devono essere gli architetti a definire il programma dei requisiti di concorso. Troppo spesso si confonde il concorso di idee con la richiesta ai professionisti di auto definire il problema a cui si vuole dare la soluzione. Nello specifico, la futura destinazione d’uso dell’intervento non deve essere decisa durante la progettazione; così come non sono gli architetti a doversi fare interpreti delle esigenze della cittadinanza. Una amministrazione che fa (bene) il suo lavoro definisce prima le  sue esigenze (che poi dovrebbero essere quelle della cittadinanza stessa) e poi chiede agli architetti di fornire la loro soluzione in termini architetonici. Non sono gli architetti a dover decidere se in una piazza c’è bisogno di più verde, di una fermata del bus o di una fontana; e un’amministrazione che si rispetti non ha bisogno di chiederlo agli architetti. Ovviamente è lecito in questa fase prevedere il coinvolgimento dei professionisti (non solo architetti) così come promuovere forme di partecipazione civile. Quello che ritengo importante è che si tracci una linea netta di responsabilità tra chi definisce le esigenze (il committente) e chi traduce in un progetto queste esigenze (il progettista).

I CONCORSI DEVONO ESSERE APERTI A TUTTI GLI ARCHITETTI
Condivido lo spirito della proposta di Pietro di prevedere sempre concorsi aperti a tutti. Pietro inserisce questo principio nella prima fase della selezione; immaginando però di ricorrere allo strumento concorsuale in maniera ampia si presenterebbero evidenti difficoltà di carattere pratico ed organizzativo; forse si potrebbe pensare a soluzioni intermedie. Resta il fatto che stiamo parlando di principi e il principio è appunto che: “i concorsi devono essere sempre aperti a tutti”.

CONCORSI OBBLIGATORI ANCHE NEL CASO DI APPALTI INTEGRATI
Ritengo che l’istituto dell’appalto integrato tenderà ad essere uno dei preferiti delle nostre amministrazioni per molto tempo ancora. Se passa ilprincipio che tutti gli interventi sono soggetti a concorso, anche nel caso dell’appalto integrato deve essere garantito questo principio. Esattamente come avviene per l’esecuzione delle opere di urbanizzazione eseguite in convenzione a scomputo degli oneri, l’impresa appaltatrice è tenuta a realizzare il progetto rimanendo vincolata ai principi della norma; in questo caso l’appalto integrato potrebbe semplicemente prevedere la presentazione di un Metaprogetto o di un Progetto Preliminare con un impegno a affidare l’incarico del progetto Definitivo ed Esecutivo sulla base di un concorso di idee (in questo caso sarebbe accettabile la forma ristretta).

COMMISSIONI, ROTAZIONE DEI COMPONENTI
Non entro nel merito delle infinite possibilità di composizione delle commissioni di valutazione; oserei dire che un metodo vale l’altro (e quello proposto da Pietro potrebbe funzionare). Aggiungerei piuttosto un criterio di rotazione obbligatorio che non consenta ai soliti noti di presidiarne permanentemente (al limite una quota delle giurie potrebbe essere selezionato per estrazione). Oltre un certo livello inserirei l’obbligo di prevedere una componente internazionale.

PARTECIPAZIONE POPOLARE ALLE SCELTE
Qui il tema è più delicato. Il tema della partecipazione sta esplodendo in tutti gli ambiti della discussione culturale. Il nodo cruciale da risolvere è la distanza tra le scelte dei progettisti e le effettive esigenze della cittadinanza. Il ricorso a forme partecipative alla progettazione sembra essere oggettivamente una delle soluzioni più efficaci, la diffusione dei social network, oltre a rendere tecnicamente praticabile un forte coinvolgimento dal basso hanno anche contribuito a sviluppare una forte coscienza collettiva sulle potenzialità della partecipazione. L’assunto di fondo è che il popolo è autonomamente in grado di capire e decidere che cosa sia meglio per la città e quali siano le soluzioni tecniche ed estetiche più opportune per renderla più efficiente e vivibile. Questa assunzione è condivisibile; ha però alcune limitazioni di cui occorre tenere conto:
– non funziona se le soluzioni da prendere risultano impopolari;
– non garantisce il rischio che le scelte si orientino verso interventi più sensazionalistici e scenografici (proprio critica più forte che viene mossa alla cultura delle archistar);
– deresponsabilizza la politica che ci amministra dalle scelte di governo del territorio;
– nello specifico la proposta di Pietro di sbilanciare la partecipazione popolare tutta alla fine del processo renderebbe questo atto un mero passaggio di ratifica finale di scelte già effettuate a monte da parte del sindaco (che decide il programma) e da parte della commissione (che tenderà a sceglire una rosa di progetti tendenzialmente simili).
La partecipazione popolare dovrebbe essere prevista non alla fine del processo ma all’inizio. Ovvero nella fase in cui si decide quali sono i nodi urbani da risolvere e soprattutto quale tipo di intervento si richiede di realizzare. Per fare un esempio, volendo recuperare una ex caserma, la decisione su che cosa farla diventare (residenze, uffici, supermercati, musei, ecc.) dovrebbe essere sottoposta al giudizio dei cittadini prima di avviare il processo di gara. Una volta stabilito il programma, le sucessive fasi potrebbero prevedere dei meccanismi di verifica intermedia con progressiva presa di responsabilità del progettista sulle proposte di progetto. In ogni caso se da una parte occorre strutturare il processo di trasformazione del territorio in maniera da scongiurare atteggiamenti oppositivi e ostruzionistici di tipo NIMBY per le opere di importanza più rilevante, proprio il coinvolgimento partecipativo, anche solo limitato ad azioni di natura informativa e consultiva, contribuisce a ridurre e ridimensionare il livello di conflittualità.
Per fare una metafora il paziente è tenuto a dire quali sono i suoi sintomi e al limite si può spingere a fornire dei feedback sia sulle analisi da fare che sulle possibili cure; alla fine l’intervento e la cura sono sempre una precisa responsabilità del medico; il coinvolgimento informato del paziente aiuta però ad affrontare meglio le cure.

PERIMETRO DELLA PARTECIPAZIONE
Anche questo è un tema delicato. Pietro propone una forte limitazione alla partecipazione determinata dalla appartenenza geografica (vota e partecipa solo chi ha la residenza). Io sono convinto che il valore delle scelte di trasformazione urbana abbia diversi gradi di rilevanza dal locale al globale in funzione della rilevanza dell’intervento stesso; le città sono sistemi aperti osmoticamente al mondo esterno che a sua volta è composto da moltitudini di sistemi e sottosistemi; gli spazi urbani sono snodi di relazioni inseriti in diverse e svariate reti connettive; la lettura delle relazioni può essere fatta su molti livelli (funzionale, culturale, urbano, sociale, commerciale, migratorio) ognuna di queste letture ci porterebbe ad un diverso perimetro di interesse. Va da se che ogni trasformazione urbana ha influenza sull’agire e sulla vita di un nucleo di persone che va ben al di la dei semplici residenti. Persino le risore economiche che vengono investite non sono mai chiaramente riconducibili ad un singolo soggetto giuridico; specie per gli interventi di maggiore rilevanza i livelli di contribuzione finanziaria sono spesso più ampi di una singola realtà locale. Un parcheggio di scambio per la metropolitana posto al confine del comune di Roma interessa inevitabilmente anche la popolazione limitrofa; un intervento sul centro storico di Roma (patrimonio dell’Unesco) interessa l’intera popolazione mondiale, la sistemazione di una piazza interessa comunque anche il frequentatore occasionale. In ogni caso le città sono vissute ed utilizzate anche da soggetti che hanno interese diretto o  indiretto al loro sviluppo; su due piedi mi vengono in mente i pendolari, i migranti, i lavoratori che non hanno residenza, gli studenti fuori sede, i turisti ma anche solo i “cultori della materia” cioè le persone che nel mondo possono nutrire interesse culturale allo sviluppo di un particolare terrotorio o città.  In questa gradazione dei livelli di interesse occorre trovare il modo di consentire una partecipazione che, salvaguardando i cittadini più direttamente interessati, possa tenere conto anche di un perimetro più ampio.

COMPOSIZIONE DEI GRUPPI DI PROGETTO
Concludo con una nota sulle regole di partecipazione ai concorsi da parte dei professionisti. La progettazione architettonica è il frutto di una composizione di aspetti di natura culturale (sociologici, estetici, stilistici, umanistici) e tecnica (impiantistici, strutturali, economici) e, come tutti riconosciamo abbraccia vasti campi della conoscenza. Pensare che un singolo architetto (o un gruppo ma di soli architetti), per quanto geniale possa sostenere da solo tutta questa complessità è pura illusione. La partecipazione ad un qualsiasi concorso dovrebbe essere vincolata alla formazione di un gruppo di progetto che contenga in se tutti i professioninsti minimamente necessari per dare risposte adeguate ad ogni problema sollevato dal programma dei requisiti. Questo vincolo non può essere lasciato alla buona volontà del singolo professionista, deve essere un obbligo. Il tutto si traduce così: “possono partecipare ai concorsi solo ed esclusivamente i gruppi di progettaizone che contengano al loro interno almeno un architetto, un impiantista (almeno elettrico e meccanico), uno strutturista e a secondo della natura del progetto richiesto anche altri specialisti (paesaggisti, restauratori, urbanisti, musicologi, botanici, ecc.)”; questi specialisti devono essere evidenti nella composizione del gruppo di progettazione; sono quindi vietate le parecipazioni dei singoli (tipo Fuksas).

PRECISAZIONI DOVEROSE
Questi spunti sono delle semplici enunciazioni di principio su come ritengo che dovrebbero essere gestiti i concorsi qui in Italia in questo preciso momento storico; per me il concorso non è un feticcio, anzi, sono convinto che amministrazioni “illuminate”, se ne esistessero, sarebbero perfettamente in grado di farne a meno con risultati più che egregi e maggiore efficacia; il problema è che questa “illuminazione” non è verificabile né tantomeno autoattribuibile.
Non ritengo in assoluto che il concorso di idee equivalga automaticamente a una buona architettura, né viceversa che un’opera acquisti maggiore o minore valore in funzione delle modalità con cui è stata selezionata; il valore di un’opera realizzata si misura nella sua esistenza e nell’uso che di questa viene fatto. Per cui a quelli che hanno avuto la pazienza di leggere fino a qui prego di non obiettare alle mie tesi citandomi esempi e modelli solo in funzione del risultato architettonico finale perchè questo equivarrebbe a portare la discussione su un piano decisamente sterile.
FLW aborriva i concorsi perché riteneva che nessuna giuria potesse avere il suo livello di genialità, tanto per fare un esempio; lui poteva permettersi di dirlo e credo che pochi potrebbero obiettare sul livello delle sue opere. In un mondo perfetto un sindaco dovrebbe essere in grado di scegliersi autonomamente i propri collaboratori (architetti compresi) con i quali attuare il proprio programma in totale autonomia, prendendosi la piena responsabilità delle proprie scelte; i meccanismi di informazione e il comune senso civico degli elettori basterebbero da soli a scoraggiare ogni abuso. Oggi non è così come dicevo in premessa, e noi siamo ben lontani dai livelli di civismo nordeuropei per aspirare ad un minimo senso di responsabilizzazione civile.

La forma del concorso (nelle modalità che ho descritto) offre quindi, rispetto ad altre forme di selezione dei progetti, un livello minimo di garanzia democratica, la capacità di creare discussione sui temi dell’architettura e, nella discussione, la capacità di promuovere la maturazione culturale di un intero sistema sociale.