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Report from L’Aquila – le New Towns

25 settembre 2017

Accogliendo una nuova sollecitazione degli amici di Amate L’architettura prende forma questo terzo report su L’aquila. Dopo i primi due racconti, sul “cantiere continuo“ del Centro Storico e sul “monumentale” Auditorium del Parco di Renzo Piano, questa volta tocca alle “famigerate” New Towns.

C.A.S.E.-L_Aquila
Parliamo, quindi, del progetto C.A.S.E. (acronimo di Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili), 19 insediamenti per gli sfollati del sisma del 6 aprile 2009 costruiti dal Governo Berlusconi attraverso la Protezione Civile. Per la cronaca, nell’articolato del Piano di Emergenza circa 12 mila persone hanno trovato alloggio nelle cosiddette New Towns, circa 2500 nei Moduli Abitativi Provvisori (M.A.P.) e circa 7 mila hanno potuto avere dimora grazie al “contributo di autonoma sistemazione”.
Le polemiche e la cattiva fama delle New Towns, veicolate dai media, riguardano principalmente alcuni aspetti di esecuzione delle opere come per esempio: la presunta scarsa qualità o cattiva installazione degli isolatori sismici; la presunta sconveniente (per l’Ente Pubblico) operazione sui tetti fotovoltaici – tra l’altro – non tutti funzionanti; dimensionamenti sbagliati per quanto riguarda i sistemi di recupero dell’acqua piovana per l’irrigazione delle aree verdi; balconi crollati per la troppa fretta realizzativa. Ci sono anche questioni legate alla gestione comunale degli immobili ereditati dalla Protezione Civile, non tutti utilizzati anche per i requisiti stabiliti per l’assegnazione degli alloggi, come il presunto affitto richiesto agli sfollati a titolo di canone di compartecipazione alle spese di manutenzione. Il destino quindi delle stesse C.A.S.E. costituisce un grande tema cittadino, tant’è che pare che la Giunta Comunale abbia infine stabilito di destinare gli alloggi vuoti a giovani coppie, sportivi e artisti… e forse immigrati? (al 31 luglio 2017 risultano disponibili 177 alloggi del Progetto Case e 47 Map).
Sorte in Inghilterra a partire dal dopoguerra per controllare la crescita preoccupante delle grandi città, le new towns sono ispirate al concetto di città giardino teorizzato già a fine ‘800 da Howard con l’obiettivo di decongestionare le grandi città moderne attraverso il decentramento della popolazione in sobborghi satelliti immersi nel verde della vicina campagna.

northstowe

La buona norma le vuole ben collegate con la città tramite infrastrutture di trasporto efficienti e provviste di tutti i servizi necessari, generalmente secondo lo schema urbanistico in cui al centro l’area amministrativa-commerciale vede sorgere intorno le residenze con giardino.
Riguardo al modello New Town, oggi le opinioni sono molto discordanti: i favorevoli – quelli più ottimisti che si basano sul concetto teorico – sostengono che le new towns garantiscano un ambiente ideale agli abitanti, perché uniscono le comodità cittadine alla salubrità della campagna. I contrari – quelli che si basano sui numerosi esempi disastrosi (e si fidano sempre meno della capacità di scelta della politica e di conseguenza degli architetti e degli urbanisti chiamati a interpretarle) – sono convinti che le new towns sono dei ghetti con edifici di scarso valore architettonico, soluzioni urbanistiche banali, ampie distese cementificate e mal servite dal trasporto pubblico.
Niente a che vedere con l’intervento a L’Aquila, il cui nome New Town è solo un inglesismo mediatico usato (s)convenientemente nella contingenza e non un modello da replicare.

C.A.S.E.-L_Aquila1
Le New Towns di L’Aquila, su cui provo a dare una modesta opinione personale sulla base delle informazioni acquisite e della visita dei luoghi effettuata, sono assimilabili ad un intervento di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata. Appare chiaro, anche, che questi nuovi piccoli villaggi siano stati interpretati come mera risposta urgente al bisogno di posti letto per gli sfollati, una risposta muscolare della politica al disastro, dove – probabilmente per la stessa necessità mediatica – sono stati sbandierati i requisiti performanti più comprensibili, quali asismicità ed ecosostenibilità, sorvolando invece sulle questioni di concetto, urbanistiche e architettoniche, meno spendibili con il grande pubblico. Infatti, il risultato percepito è l’assenza di un progetto in senso urbano e architettonico. Si tratta di insediamenti dormitorio, in cui la sensazione è di profonda tristezza. L’approccio è dell’accampamento stabile, con isole di stecche uguali come vagoni, semi-prefabbricati, con del legno visibile e un po’ di colore, poggiati (mediante isolatori) su piloties d’acciaio costituenti i piani terra dei garages, come palafitte. Non penso sia stato un problema economico, si parla di cifre spese vicine al miliardo di euro. Come sempre, però, si registra un problema di prospettiva culturale e di approccio alle priorità. Alla fine, su questi nuovi sobborghi dormitorio rimangono tanti dubbi, non solo quelli posti dai media, più o meno strumentalizzati e anticipati sopra (quali la qualità antisismica, l’eco-compatibilità, i problemi di gestione e manutenzione, ecc.), ma anche gli eccessivi costi di costruzione e le procedure poco trasparenti (che con rassegnazione registriamo come insite in tutti gli interventi d’urgenza), e, soprattutto, le questioni legate alla programmazione e alla preparazione all’emergenza, al metodo con cui si affrontano problemi e fragilità che si dovrebbero già conoscere e per cui bisognerebbe già essere pronti o addirittura invulnerabili.

Poggio di Roio_L'Aquila.In alto case centro storico distrutte-in basso le nuoveC.A.S.E

Per le enormi quantità di risorse che si spendono nell’emergenza post-terremoto, una corretta e concreta programmazione dei progetti di prevenzione sismica farebbe risparmiare soldi, vittime e macerie. Analogamente, anche le New Towns sarebbero potute essere una utopia possibile, una soluzione abitativa alternativa e non un rimedio sbrigativo dopo i crolli.
In conclusione, due questioni:

  • le new towns – non gli insediamenti dormitorio – restano ancora un’ambizione possibile, un’utopia da realizzare progressivamente, alla ricerca della città ideale, quale applicazione di un concetto di insediamento urbano il cui disegno riflette criteri di razionalità e tensione filosofica?
  • E in che modo è possibile avviare subito la sostituzione delle città attuali, insicure e vulnerabili, con nuovi concept che interpretano nel modo migliore le conoscenze mature in termini di sicurezza e qualità, capaci di garantire sostenibilità sociale e ambientale, in un clima culturale che si manifesta con l’arte, l’architettura e l’urbanistica?

La ricostruzione a L’Aquila – uno sguardo sull’Auditorium del Parco

7 settembre 2017

Esterno

Lo scorso 26 Agosto – come risulta da un analogo report sul centro storico – mi sono ritrovato a L’aquila, ad un anno dal “Terremoto di Amatrice”. Giungendo in centro da Viale Gran Sasso D’Italia (Fontana luminosa) la prima novità che colpisce si trova sulla sinistra, si tratta di una composizione di volumi collegati, lignei variopinti, adagiati come casualmente su uno spazio sterrato ai piedi del Castello dell’omonimo parco. Si tratta dell’Auditorium del Parco, anche noto appunto come Auditorium del Castello, una piccola struttura polivalente, utile nella contingenza del sisma per sopperire alla mancanza di spazi musicali in città nonché ideale sostituta della più celebre sala Nino Carloni, posta all’interno del vicino Forte Spagnolo – o Castello – tutt’ora inagibile. Nato da un’idea di Claudio Abbado (che nel giugno 2009 era stato in concerto all’Aquila) e progettato dall’architetto Renzo Piano, l’Auditorium è stato realizzato grazie al contributo di solidarietà della Provincia Autonoma di Trento, che aveva – tra l’altro – da poco finanziato anche la realizzazione del villaggio temporaneo di Onna. Pare che Renzo Piano abbia sposato l’idea dell’amico Claudio Abbado, perché convinto che la struttura avrebbe contribuito a contrastare l’allontanamento (fisico e culturale) dei cittadini dal loro centro storico. Pare anche, però, che Piano, inizialmente, avrebbe dovuto dare un contributo maggiore alla ricostruzione della Città, dedicandosi ai temi del recupero e del restauro dell’esistente… ma sembrerebbe non vi fossero in quel momento le condizioni per attuare una collaborazione del genere, quindi l’architetto ha ripiegato sull’Auditorium.

Corografia

Il progetto dell’Auditorium nasce nel settembre 2009, le autorizzazioni vengono concesse un anno più tardi. Il cantiere viene avviato soltanto nel marzo 2012; l’inaugurazione è del 7 ottobre dello stesso anno, con un concerto dell’Orchestra Mozart guidata dal maestro Abbado e alla presenza del Presidente della Repubblica.
Chi conosce l’auditorium attraverso le belle foto divulgate rimane un po’ deluso dall’impatto dal vivo dell’opera ma il segno dell’Architetto c’è e si vede. C’è innovazione formale associata al materiale e alla meteorologia del luogo, oltre che alla funzione: struttura interamente costruita in legno (il cosiddetto “abete rosso di risonanza” del Trentino), la sala promette ottime qualità acustiche, strutture di fondazioni antisismiche, elevato grado di prefabbricazione, impegno al minimo impatto. Il complesso è formato da tre cubi, di cui due secondari a più livelli, contenenti i servizi al pubblico e agli artisti, ed uno principale ruotato rispetto alla linea di terra sull’inclinazione degli spalti, contenente la sala da 238 posti a sedere, articolati in due settori; la gradinata più ampia, posta di fronte al palco, conta 190 posti, mentre quella più piccola, dietro al palco, 48. I tre volumi sono collegati da disimpegni, passerelle e scale, realizzati in ferro e vetro. L’interno della sala presenta un originale trattamento a “drappeggio rosso” della pannellatura lignea mentre un sistema di pannelli mobili, sempre in legno, hanno lo scopo di garantire l’acustica per le varie tipologie di esibizioni. Anche le sedute, realizzate simili a sedie da regista, sono in legno e rivestite in tela rossa. A titolo “compensativo”, è dichiarata la piantumazione di circa 200 alberi nell’area intorno all’Auditorium, quale quantità equivalente al volume di legno complessivo utilizzato nella costruzione dell’edificio. Si ricorda che l’Auditorium nasce come struttura provvisoria, non definitiva, e l’ispirazione culturale pare venga da una sua stessa scenografia, l’arca lignea del “Prometeo” di Luigi Nono, una grande cassa armonica abitabile per pubblico e musicisti, realizzata nel 1984 dall’allora giovane architetto Piano nella navata della chiesa di San Lorenzo a Venezia (25 settembre 1984, la prima esecuzione di Prometeo diretta da Claudio Abbado).
L’Auditorium è costato complessivamente circa 7 milioni di euro, interamente coperti dalla provincia autonoma di Trento, mentre è stata offerta a titolo gratuito la sola progettazione preliminare da RPBW.

Planimetria

Già dalla sua presentazione, avvenuta nel dicembre 2010, l’Auditorium è stato al centro di numerosi dibattiti e oggetto di obiezioni che ancora oggi permangono, alcuni dei quali appaiono più chiari recandosi sul posto. Le critiche mosse al progetto hanno riguardato principalmente la localizzazione del complesso e il suo costo, ritenuto troppo elevato anche in relazione al carattere temporaneo dell’opera. Sono stati inoltre espresse perplessità riguardo alla necessità di realizzare una nuova costruzione per la musica invece di concentrare gli sforzi economici sul restauro delle sale da concerto esistenti in città ma soprattutto sull’utilità di realizzare una seconda sala simile, dopo la Paper Temporary Concert Hall di Shigeru Ban, da 230 posti, inaugurata a maggio del 2011, ubicata poco distante dall’Auditorium, donata dal governo giapponese per il costo di 620 mila euro.

sezione longitudinale
Anche Italia Nostra, nel 2011, ha denunciato presunte irregolarità nell’iter amministrativo per l’illegittimità della costruzione di Piano, questione successivamente superata in merito al carattere provvisorio dell’opera. Se ci si sofferma sulla questione del “provvisorio”, non per alimentare le critiche ma solo per aiutare l’interpretazione delle scelte effettuate nella contingenza degli accadimenti da amministratori e professionisti, è facile rilevare l’eccessivo costo dell’opera di Piano, anche in relazione all’analoga opera del collega Ban, dove il rapporto dei costi è di 1 a 10. A stigmatizzare la precarietà dell’opera di Piano sarebbe bastato osservare i disegni delle fondazioni del progetto per comprendere che poco hanno a vedere con il carattere temporaneo di un edificio: un basamento profondo in cemento armato, poggiato su pilastri sempre in cemento armato tramite isolatori sismici. Oltre quanto già detto, una riflessione andrebbe fatta sulla sostenibilità gestionale e l’inserimento razionale all’interno del parco. L’Auditorium, a distanza di 5 anni dalla sua inaugurazione, si presenta ancora sottoutilizzato: la parte destinata ai servizi per il pubblico non è funzionante, tant’è che il pubblico accede dall’ingresso degli artisti; l’area esterna non risulta adeguatamente definita nelle funzioni e nella qualità, tant’è che davanti al manufatto l’area è sterrata e polverosa, inoltre vengono impropriamente allestiti a ridosso dei paramenti perimetrali palchi per spettacoli all’aperto e bancarelle, deturpando la percezione architettonica dell’auditorium e interferendo acusticamente con il regolare svolgimento delle esibizioni all’interno.

Sezione trasversale
Si possono rilevare altre due obiezioni di carattere funzionale e di sostenibilità: la sala è un volume unico di notevole altezza, le cui caratteristiche di pulizia formale non prevedono la presenza di qualsivoglia elemento  funzionale per la manutenzione delle apparecchiature elettriche e tecnologiche poste in alto; inoltre, tutta la struttura risulta essere alimentata esclusivamente con energia elettrica, questo comporta elevati costi di gestione per il mantenimento delle condizioni microclimatiche ideali allo svolgimento delle esibizioni musicali.
L’auditorium di Renzo Piano è stato chiaramente progettato carico di un messaggio di sostenibilità, con l’obiettivo quindi di comunicare una rinascita non solo determinata ma anche connotata idealmente (eticamente). Ad un’attenta analisi però, la sostenibilità sembra ridursi alla sua sola apparenza, in virtù dell’utilizzo massiccio del legno, in virtù della sua dichiarata provvisorietà…
Ci si chiede: all’interno di un piano di ricostruzione, l’opera di Piano va interpretata in termini di risposta funzionale come tante altre (legittimamente minimali, articolate certo, ma ponderate sulle esigenze reali di una comunità) oppure è una risposta culturale, che va oltre il fatto tecnico-burocratico che la legittima, trasfigurata dal mondo dell’edilizia a manifesto, simbolo di una volontà?

L’Aquila Rinasce – o forse no?

1 settembre 2017

Lo scorso 26 Agosto mi sono ritrovato a L’aquila, ad un anno dal terremoto del 24 che ha colpito dolorosamente le vicine Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e altri piccoli centri, territori simili come gran parte dell’Appennino centrale.

Edificio Torturato

Edificio Torturato

Il cielo della città è ancora pieno di gru che pare vogliano abbassare il collo per alimentare i tanti palazzi imbavagliati da ormai oltre 9 anni, in nome di una ricostruzione ideale, quale laboratorio innovativo di sperimentazione di nuove tecniche di restauro, recupero, consolidamento antisismico e – del sempre utile – adeguamento energetico. Infatti, dopo il terremoto – e anche come conseguenza delle riflessioni sulle ricostruzioni ripartite all’interno della “Strategia nazionale delle aree interne” – L’Aquila ha dichiarato di volere rinascere sotto il segno della sostenibilità sociale e ambientale. Sembra incredibile ma sta accadendo, lentamente, giorno per giorno, dopo i primi tempi difficili nei quali si è temuto che la mano del malaffare si potesse allungare sui soldi pubblici della ricostruzione. È apprezzabile che per la gestione e la risoluzione dei danni si sia adottato un modello avveduto, in cui i proprietari degli stabili danneggiati (oltre 50 mila in tutto il Comune) si sono costituiti in consorzi e le singole case insieme a quelle vicine sono state trasformate in “aggregati” per facilitare tutte le fasi della ricostruzione.
Inoltre, “Officine L’aquila”, che si vuole identificare come polo di restauro e riqualificazione urbana – prima volta in Italia che si mette in piedi un organo di dialogo tecnico-culturale tra professionisti imprese e università per un caso di gestione della ricostruzione post-sisma – pare si stia dimostrando, dopo una partenza lenta, un esperimento riuscito, che presto restituirà ai cittadini il “meraviglioso centro storico”. Il tematismo guida è la salvaguardia della bellezza dei palazzi storici, preferendo – viene dichiarato con orgoglio irreprensibile – tecniche poco invasive e compatibili con i criteri della conservazione, per riportare adeguati requisiti di sicurezza e durabilità. “Officine L’aquila” tiene a dimostrare che si può sostituire l’emergenza con dinamiche urbane virtuose: un Polo dell’innovazione sul recupero dove affrontare con intelligenze scientifiche e istituzionali tutte le questioni che attengono al grande cambiamento in corso. Un progetto ambizioso che pare stia andando in porto.
L’analisi corrisponde bene a un’immagine che ci si può fare passeggiando fra i Palazzi già restaurati, i cantieri in corso, le rovine fasciate in attesa del loro turno.
Questa analisi, però, non può essere l’unica e non può essere esaustiva, in quanto manca la lettura di una proposta alternativa per il progetto di ricostruzione. Soprattutto, non si può essere in fiducia d’accordo sul concetto “riparare è meglio che ricostruire”, specialmente in un contesto di volontà di innovazione proclamato.
Analogamente – ma con l’idea questa volta di insinuare il dubbio – passeggiando per l’Aquila si percepisce una città profondamente ferita, tra palazzi resuscitati imbellettati più di prima, fantasmi edilizi con cantieri in corso, relitti in attesa degli interventi per ora immobilizzati da bavagli e fardelli, insomma una città ancora dolente che attende la restituzione di quella dignità persa il 6 aprile 2009. Del resto, la transizione non può dare solo risposte di tipo sismico o connesse a queste e quelle sfide energetiche e climatiche. Serve, probabilmente, un nuovo modo di progettare, che deve necessariamente partire dalla maggiore scala territoriale e urbana per poi giungere al particolare architettonico dell’abitare, non viceversa. La sensazione è quella di ritrovarsi in un enorme set cinematografico, con paramenti edilizi esterni che riportano sembianze antiche, come involucri di carta pesta, che temono di tradire l’interno trasformato per ottemperare ai requisiti asismici obbligatori. Non penso ci si possa accontentare del film, si sarebbe dovuto osare un ripensamento più strategico della città, prima a livello urbanistico e quindi procedere con maggiore consapevolezza nella sostituzione edilizia dove non era chiara la convenienza a restaurare (non tutto può e deve essere conservato). Si sarebbe dovuto osare nella previsione di nuovi vuoti urbani, nuovi spazi pubblici in luogo di edifici feriti mortalmente per ricercare e sperimentare nuovi concept di sicurezza ed evacuazione in caso di calamità, mobilità dolce e maggiori servizi alla fruizione.
Forse L’Aquila avrebbe potuto indicare la strada giusta per vivere meglio nel rispetto del cittadino e dell’ambiente, uscendo dalla retorica del restauro, però, per questo sarebbe stato necessario un altro tipo di scuotimento, culturale, sociale, antropologico. Certamente nel progetto della ricostruzione – come da manuale del bravo restauratore  –  sono stati privilegiati gli interventi in grado di trasformare in modo non permanente gli edifici, si sono rispettate la concezione e le tecniche originarie della struttura nonché le trasformazioni significative avvenute nel corso della storia del manufatto, si è scelto di riparare gli elementi strutturali danneggiati piuttosto che sostituirli… ma quanto valgono queste ossessive sfumature filologiche in una attività che deve riportare in vita una città nel minor tempo possibile, secondo criteri prioritari di massima sicurezza sismica?… quanto servono le dotte disquisizioni linguistiche se poi si perpetra il falso storico da outlet rinunciando ad aggiornare le città?
Si ha paura di innovare, aggiungendo un piano ulteriore alla stratificazione secolare delle città, garantendone la sopravvivenza in futuro come modello stilistico e architettonico riconoscibile.
Non sono critiche assolute ma domande per affrancare la riflessione da pregiudizi, in nome dei quali l’Italia non si è mai svincolata dal fardello conservazionista, forse per codardia o mancanza di fiducia nella contemporaneità e nel futuro.

Edificio fantasma

Edificio fantasma

Forse in questo modo la ricostruzione di L’Aquila è un fallimento urbanistico ed è onesto prenderne atto; forse non si è stati capaci di organizzare una riflessione tempestiva e pertinente su una contingenza così importante come la ricostruzione; forse si subisce il portato di una cultura urbanistica e di un modello di governo delle città già fallimentari.
La riflessione che probabilmente deve essere fatta è se la ricostruzione di L’Aquila sarebbe potuta essere l’occasione e il vero laboratorio per ripensare il governo delle città in Italia, per sperimentare un progetto urbano capace di rispondere alla sfide sempre più incalzanti poste nella progressiva costruzione della città contemporanea. In sintesi, forse sarebbe importante chiedersi:
–    a fronte di enormi investimenti, ci si può accontentare della città ricostruita presentandola, già obsoleta, a come era prima del sisma?
–    oppure si sarebbe dovuto provare a credere in un cambiamento aperto a vecchie e nuove sfide urbane, sociali e ambientali?

Gli Scienziati al servizio della politica, una sentenza non solo giusta ma dovuta

7 novembre 2012

Sei anni di reclusione, interdizione perpetua dai Pubblici Uffici e risarcimento alle parti civili per tutti gli imputati. E’ questa la condanna inflitta dal Giudice unico Marco Billi ai componenti della Commissione Grandi Rischi (Mauro Dolce,  Franco Barberi, Bernardo De Bernardinis, Enzo Boschi, Gian Michele Calvi e Claudio Eva), in carica nel 2009, che avrebbero rassicurato gli Aquilani circa l’improbabilità di una forte scossa sismica che invece si verificò alle 3.32 del 6 Aprile 2009.

Alla sentenza di condanna del 22 Ottobre ha fatto seguito una notevole campagna di disinformazione, da parte dei mass media nostrani, volta a delegittimare una sentenza non solo giusta ma dovuta.

Cosa è successo il 22 Ottobre a L’Aquila?

Un giudice, ha applicato, in nome dello Stato Italiano, la Legge.

La sentenza di condanna riguarda l’irresponsabilità di chi, piegando la Scienza ad esigenze politiche, ha portato la popolazione de L’Aquila a ridurre il normale livello di guardia, portandola a non seguire l’istinto primordiale di uscire dalle case e portarsi in luoghi sicuri (luoghi che, peraltro, nessuno aveva ritenuto opportuno individuare ed indicare). Durante le udienze dibattimentali, i familiari e amici di vittime, chiamati a testimoniare, hanno indicato il repentino cambio di atteggiamento dei loro congiunti, prima spaventati dalle scosse, poi, dal 31 marzo, rassicurate da quanto emerso dalla riunione della C.G.R., le vittime hanno cambiato abitudini.

Una corretta analisi dei rischi e una corretta informazione (il Comune de L’Aquila non era dotato del prescritto piano d’emergenza) avrebbero potuto e dovuto suggerire una consapevolezza e una preparazione all’eventuale emergenza. Una corretta analisi dei rischi e una corretta informazione avrebbero potuto e dovuto suggerire misure di prevenzione a livello individuale.

Informazioni che non sono state diffuse, neanche nei giorni successivi al 31 Marzo. Nonostante i membri della C.G.R. fossero a conoscenza dei potenziali rischi per i cittadini di tutto questo non vi è traccia né nel verbale della Commissione Grandi Rischi, nelle comunicazioni ai rappresentanti delle amministrazioni locali e agli organi di informazione, nelle sommarie informazioni rese dai testimoni presenti riunione.

Nonostante quanto a loro conoscenza membri della C.G.R. Hanno rilasciato, prima della riunione della Commissione, delle dichiarazioni che lasciano, quanto meno perplessi.

Come non si è parlato del rischio correlato agli edifici aquilani. Rischio evidenziato da uno studio, del 1999: “Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia”. Studio, sconosciuto ai più, a cui collaborarono anche alcuni degli imputati Barberi, Eva e Dolce.

Il verbale redatto dalla Commissione Grandi Rischi, evidenziava che da vari mesi era in atto una fenomenologia sismica che non esisteva negli anni precedenti e che non era possibile fare previsioni circa l’evoluzione del fenomeno sismico nell’aquilano. In pratica, in base alle conoscenze scientifiche internazionali non si poteva prevedere se poteva verificarsi o non poteva verificarsi un forte sisma. Elemento significativo è rappresentato dalla conoscenza che i sismi di bassa magnitudo fino ad allora verificatisi avevano già causato dei danni e che questi andavano accertati. Il Prof. Dolce aveva evidenziato la vulnerabilità di parti fragili non strutturali e rilevava che era importante, nei successivi rilievi agli edifici scolastici, verificare la presenza di tali elementi quali controsoffittature, camini, cornicioni in condizioni precarie. In pratica il Prof. Dolce riconosceva che vi erano già problemi agli edifici causati dalle scosse di bassa magnitudo fino ad allora registrate ed evidenziava l’importanza di effettuare rilievi agli edifici scolastici. Altro elemento importante evidenziato nel verbale è connesso ai significativi valori dell’accelerazione connessa ai sismi di bassa magnitudo che già superava il valore previsto dai calcoli strutturali per la media sismicità. Agli esperti della commissione era noto che la classificazione sismica de L’Aquila in media sismicità era inadeguata in quanto il territorio era già stato area epicentrale di sismi disastrosi. Rispetto a questi elementi il verbale ha una conclusione non logicamente conseguente e connessa alle conoscenze scientifiche ma di carattere meramente politico, nel verbale, infatti, si da per certo che non si verificheranno forti terremoti, l’attenzione era posta esclusivamente sull’impatto (entità del danneggiamento) che sismi del tipo fino ad allora verificatisi, cioè di bassa magnitudo, possono avere sui manufatti.

Le conclusioni della Commissione furono “non ci sarà un forte terremoto”.

Il processo perciò è stato incentrato su un’accusa molto solida e completamente diversa dalla versione distorta fornita dalla stampa nostrana. Secondo i Sostituti Procuratore Roberta D’Avolio e Fabio Picuti, la Commissione Grandi Rischi, in realtà, non ha esaminato i rischi possibili che ci sarebbero stati nel caso di future scosse. Nonostante avessero documenti ad hoc per verificare.

I Tecnici, Geologi, Architetti, Ingegneri, ognuno per il proprio ambito professionale, hanno un preciso dovere etico, rispondere secondo scienza e coscienza del proprio operato. Mai e poi mai la Scienza, i Tecnici, devono piegare l’Etica professionale a esigenze meramente politiche, come è stato fatto il 31/03/2009, in occasione della riunione della C.G.R. L’Etica impone, a maggior ragione in presenza di situazioni di possibile rischio, di fornire tutte le indicazioni e le informazioni necessarie a preservare la vita. Non è ammissibile che la scienza e la tecnica, per assecondare esigenze di carattere meramente politico, forniscano risposte nebulose e contradditorie, se non addirittura addomesticate, ad esigenze che con la scienza e la tecnica non hanno niente a che fare.

Da quanto esposto possiamo affermare che la sentenza emessa nei confronti della C.G.R. (Commissione Tecnico/Scientifica, non politica) non è una condanna della scienza ma una condanna al servilismo burocratico e politico di una Commissione che andò a L’Aquila, dimenticando i propri specifici compiti, solo ed unicamente per portare a termine “un’operazione mediatica, per tranquillizzare la popolazione.

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Ripensare L’Aquila

17 gennaio 2010

In televisione scorrono le immagini delle macerie, tonnellate di pezzi di cemento, di enormi travi, dalle sezioni di un metro e mezzo della Casa dello Studente, vedo che i tondini sono in quantità esigua e di sezione sottilissima, dicono che sotto ci sono ancora cinque ragazzi o forse di più, ho un nodo nella gola, il dolore insieme alla rabbia per queste vite spezzate che guardavano al futuro; e ripenso a me, quando ero studente, ai sogni di ciò che avrei potuto fare una volta laureata, di ciò che avrei potuto creare, questi ragazzi avevano gli stessi sogni e credevano in un Italia migliore di quella che è oggi.

Adesso, è necessario ripartire, ricostruire, si, il più velocemente possibile per tutte le persone che non hanno più niente, per un territorio che deve vivere; ma è doveroso, non ripercorrere gli stessi errori, cercare di fare meglio, avere la forza e il coraggio di cambiare, di ricercare e sperimentare nuove tecnologie architettoniche.

Ripartire dalla conoscenza del proprio territorio, individuare le aree sicure, funzionali, in equilibrio con la natura ed il paesaggio, non rifare involucri, scatole dislocate casualmente.

Il patrimonio artistico architettonico di L’Aquila e dei paesi limitrofi è andato in gran parte distrutto, è bene iniziare a gestire questo patrimonio in modo diverso, ricostruirlo consolidandone le strutture, ma anche dandogli una funzionalità diversa.”

Così terminava il mio articolo “Cronaca di un terremoto annunciato”, scritto il giorno seguente al terremoto del 6 Aprile scorso, ed è proprio da qui che voglio ripartire facendo alcune considerazioni che possano aiutarci a riflettere sul “futuro di L’Aquila”.

Siamo arrivati a Novembre, il periodo dell’anno in cui da millenni, civiltà diverse, politeiste e monoteiste, laiche e religiose hanno da sempre ricordato i “morti”; allora oggi voglio ricordare 300 persone che sono morte nel terremoto del 6 Aprile 2009 a L’Aquila e 35 persone che sono morte nella frana di Messina il 1 Ottobre scorso. Quanti morti ci dovranno ancora essere perché i nostri governanti e gli Italiani acquisiscano la coscienza del rispetto dell’ambiente? Che vivere in un territorio non significa semplicemente occuparne un qualsiasi spazio fisico, ma convivere con esso e trarre una crescita e un arricchimento reciproco?

Non sono un abitante di L’Aquila e conosco questa bellissima Città da pochi anni; ogni qualvolta mi ci sono recata ho ammirato il suo intenso paesaggio caratterizzato dalle alte e imponenti montagne, innevate in inverno e boscose in estate, che la circondano ad anfiteatro e creano prospettive diverse.

Solitamente arrivo a L’Aquila dall’autostrada e, dopo alcune lunghe gallerie, dinanzi a me si apre una valle dalle profonde visuali ma nello stesso tempo raccolta, quasi protetta dal cielo e dalle montagne. Sotto, ai due lati della carreggiata, si dispiega un tessuto quasi fastidioso, disomogeneo, fatto di capannoni industriali, grossi centri commerciali mescolati ad appezzamenti di terreni agricoli e ad edifici residenziali: è la periferia di L’Aquila.

Una periferia frastagliata, nella quale non è possibile individuare un margine tra il costruito e la campagna, tra il così detto “centro abitato” e il territorio agricolo, il verde pubblico o privato che sia, necessario per la nostra sana evoluzione.

Certo questa caratteristica non è propria solo di L’Aquila ma purtroppo di gran parte del territorio delle città italiane. Si calcola che le costruzioni mangino circa 280.000 ettari di terreno sgombro, libero, verde all’anno.

Tutta la vallata è costruita, senza soluzione di continuità; edifici sparsi dalle tipologie e funzioni più varie arrivano, corrodendo la natura, fin quasi a metà del pendio delle montagne. Zone industriali e residenziali dei Comuni limitrofi si addossano l’una all’altra, seguendo le stesse vecchie vie di accessibilità e traffico.

Non esiste una destinazione d’uso precisa delle aree territoriali e tutte vengono costruite senza parametri architettonici, senza tecnologie e materiali appropriati per ogni tipologia geologica degli appezzamenti e senza una relazione corretta con l’ambiente storico – naturale.

Sui terreni alluvionali di valle che rispondono in generale negativamente alle scosse sismiche, poiché sono molto molli e trasmettono completamente l’energia cinetica agli edifici soprastanti, sono stati costruiti anche palazzi di più piani.

Come può rispondere un edificato di questo tipo ad eventuali scosse?

Come si può parlare di sicurezza e prevenzione quando sul territorio governano spesso politiche dettate da Piani Urbanistici che vengono modificati a seconda delle esigenze particolari di chi ha più peso economico e politico, esigenze di votanti, di costruttori, di industriali, di privati e di amici e parenti a cui vengono date concessioni edilizie anche su terreni inadatti ad essere costruiti?

Ricordo bene cosa illustravano tanti disegni dei bambini della scuola elementare Giovanni XXIII, quando nel Dicembre 2008 mi recai a fare delle giornate a spiegare che cosa è l’Architettura: c’era la città delle residenze, con i fiori e le piante, le pasticcerie, poi un ponte altissimo la divideva dalla città delle fabbriche, dell’industria, grigia e priva di servizi.

Poi ancora disegni di architetture con volumetrie fantasiose e non scatolari, dalle bucature irregolari, con pannelli solari, fotovoltaici, pale eoliche, immerse in parchi, giardini bellissimi, con enormi piscine, fontane, giochi.

Questi sono i desideri dei nostri bambini, espressione di una maggiore sensibilità verso l’ambiente, valori che dovremmo noi adulti recuperare, per vivere veramente in sintonia con la società e la natura. Che i bambini vedano meglio di noi?

Non esiste in Italia la coscienza di un governo del territorio inteso come insieme di componenti sociali, culturali, economiche, ma anche naturali, vegetali ed animali.

E’ mai possibile che in una porzione di Regione con la massima presenza di Parchi Naturali al mondo ci si permetta una gestione del territorio con scopi di tipo esclusivamente speculativo ed industriale?! Bisognerebbe invece sviluppare l’industria del turismo. Oggi, dalla seconda posizione in Europa, siamo retrocessi al settimo posto anche dopo la Germania che non ha certo la ricchezza storico-artistica e paesaggistica della nostra terra.

Gli abitanti di L’Aquila nel Medioevo avevano una piena coscienza di cosa significa abitare in sintonia questo territorio, infatti la parte antica della città ancora, dopo secoli, rimane il contesto urbano meglio inserito architettonicamente e funzionalmente di tutta l’urbanizzazione che si è sviluppata a venire.

Da qui anche il grande fascino e la bellezza del centro storico di L’Aquila, un edificato arroccato, tipico delle forme urbanistiche medioevali con piazze funzionali: quella destinata al mercato, quelle relative allo spazio religioso e quelle che esaltavano visualmente, dandone più prestigio, i palazzi signorili e borghesi; piazze e piazzette che purtroppo, già prima del terremoto, avevano perso la loro identità diventando degli ammassi di auto parcheggiate. Nello stesso tempo, il contesto medioevale si era relazionato con l’intorno ambientale e naturale della valle, attraverso scorci prospettici e belvederi. Ma ciò che appare istantaneamente al visitatore è il grande distacco urbanistico e architettonico tra il centro storico e la città subito prospiciente a questo, è come se il tessuto posteriore si fosse sviluppato senza chiare linee urbanistiche, disordinatamente o non fosse riuscito a trovare delle soluzioni appropriate per superare con più omogeneità la particolare morfologia del territorio.

Un centro storico quasi morto, tenuto in vita soprattutto dalla commercializzazione di tipo ormai globale, in parte dormitorio degli studenti universitari, ma nello stesso tempo abbandonato e modificato inopportunamente proprio per meglio ottemperare a queste funzioni. Una visione che grottescamente affascinava e nel contempo sconcertava, un reticolo di antichi vicoli penetrati dalla nebbia che in inverno si confondeva con le poche luci delle ormai rare botteghe di vecchi sarti o calzolai artigiani.

Si sentiva grande tristezza. Purtroppo oggi si continuano ad incentivare le zone industriali e i centri commerciali senza favorire vecchie arti e mestieri che anche in tempi di crisi tengono in vita i centri storici favorendo la convivenza residenziale, l’occupazione e il turismo.

L’aspetto positivo è che a differenza di città universitarie come Perugia che hanno perso completamente un carattere cittadino e sono state snaturate, divenendo del tutto a servizio degli studenti, L’Aquila aveva mantenuto un aspetto provinciale che l’aveva salvata dalla “globalizzazione dello studio” anche nel suo abbandono dell’antico.

Un’economia parzialmente basata sul supporto dei privati verso l’Università – fast food, bar, camere e appartamenti da affittare – e sull’industria, ma per niente o solo marginalmente sul turismo e sull’incentivazione della cultura ad alti livelli, invece attestata solo a livello locale. Mi avevano sempre colpito nel profondo i numerosi edifici di importanza storica, completamente chiusi e abbandonati, con i tetti e gli infissi rotti, dai quali era possibile intravedere soffitti altissimi probabilmente affrescati.

Bisognava avere il coraggio di chiudere tutto il centro storico di L’Aquila al traffico, si sarebbero dovuti creare dei parcheggi esterni con collegamenti continui di ascensori e funicolari. Solo le vie principali avrebbero dovuto essere percorribili con piccoli mezzi elettrici; certamente non era stata una bella idea quella della Metro leggera, sia per la particolare morfologia del terreno, sia perché avrebbe danneggiato le funzioni storiche delle strade. A Via Roma, larga solo qualche metro, erano già state chiuse quelle poche attività artigianali esistenti, come una nota pasticceria, perché non si sarebbe potuto attraversare la strada.

Una città in cui lo Stato, sia in passato e ancor più oggi, dopo il terremoto, non ha supportato i proprietari residenti e non, per una politica di mantenimento e recupero del patrimonio artistico allo scopo di incentivare un turismo di carattere Europeo. In futuro si spera che almeno in una città di montagna, con un clima freddo e tanti giovani, si possano realizzare uno stadio del ghiaccio e strutture sportive collaterali, dove svolgere incontri di hockey, competizioni di pattinaggio artistico e corsa.

In tutto questo contesto si dovrà tenere conto del grossissimo problema della viabilità, che non viene studiata affatto prima della urbanizzazione ma che rimane, da sempre, la stessa anche quando si vanno a modificare le funzionalità del territorio.

Ricordo molto bene la difficoltà a spostarsi nell’area periferica e dei Comuni limitrofi già qualche mese dopo il terremoto, quando mi recavo come volontaria a fare i sopralluoghi in zona rossa: pochissime vie di accesso e di dimensioni del tutto insufficienti rispetto al carico di urbanizzazione.

L’Aquila, come tutto l’Abruzzo manca dei grandi mezzi di comunicazione, c’è ancora una rete ferroviaria obsoleta, lenta e inefficiente, a binario unico. Le stazioni sono abbandonate con motrici e vagoni vetusti, è certo che se dobbiamo riattivare l’economia e la vita di questa Città non possiamo fare a meno di un ammodernamento e uno sviluppo dei servizi primari ed essenziali del trasporto. L’automobile non è il simbolo della modernità ma della individualità ed è un intralcio al progresso della collettività e di tutte le classi sociali.

Oggi, si potrebbe fare molto per cercare soluzioni valide a questi problemi passati ai quali si sono aggiunti quelli più gravi delle perdite di vite umane e del patrimonio storico – artistico della Città. Si ha la possibilità di modificare quelle dinamiche che prima erano problematiche e che hanno portato anche la città antica ad essere così devastata dal terremoto stesso.

Prima di tutto, si dovrebbero rimettere insieme tutti gli studi sul territorio che sono stati fatti e verificarne la validità e lì dove si ha carenza di informazioni valide farne di nuovi, ma attraverso l’aiuto delle Facoltà Universitarie, e non assegnando incarichi a professionisti “ammanicati”.

Il lavoro dovrebbe avere un’alta qualità, essere connotato dallo spirito d’innovazione e di ricerca, quindi non è possibile seguire le solite strade clientelari che caratterizzano spesso le nostre politiche territoriali.

All’estero in Paesi dove c’è un’alta qualità architettonica, ed intendo quindi funzionale, si incentivano i giovani architetti promuovendo concorsi di idee e di progettazione che portano a creare dei tavoli di collaborazione tra professionisti con varie specializzazioni per realizzare progetti innovativi e futuribili. Nel nostro Paese, purtroppo, si “scelgono” sempre le stesse strade probabilmente per mancanza di una vera volontà di progredire.

In tal senso, il progetto C.A.S.E. non risulta una architettura di qualità, né dal punto di vista estetico e né da quello funzionale ed ecologico, i bagni e le cucine sono prive di finestre ed hanno sistemi di areazione forzata alimentati da batterie al litio, sostanza altamente inquinante. Dove andranno in seguito a gettare queste batterie? Dove gettano anche l’amianto, in nessun luogo o in tutti i luoghi?!

Da queste prassi viene fuori l’anomalia del cattivo comportamento politico e professionale atto a non ricercare risultati di alta qualità ma a distribuire il lavoro sempre ai soliti canali clientelari. Non è certamente così che si otterrà sicurezza e qualità architettonica.

In Friuli (Gemona), dopo il terremoto, i cittadini si mobilitarono e sentirono l’esigenza, poiché  già educati a curare e proteggere contemporaneamente il bene pubblico e quello privato, di partecipare attivamente alla ricostruzione. In Abruzzo invece si è abituati ad attendere la mano protettiva assistenziale dello Stato, il quale spendendo cifre enormi ed incontrollate, giustificandole solo con l’urgenza, soddisfa solo esigenze personali, senza progettare un futuro per tutti.

Sino ad ora sono stati edificati agglomerati di case prefabbricate che diverranno certamente dei quartieri ghetto e che non hanno alcun legame con la Città antica.

Si sarebbe già dovuto iniziare da tempo a recuperare il centro storico; fra poco sarà passato un anno e tutto è ancora fermo, magari agendo per lotti e programmando gli interventi per almeno 5 anni anche sulla base dell’accessibilità e viabilità. Molti dei proprietari di case del centro storico non sanno quale sarà il loro destino. Tutto sembra programmato secondo una regia a sorpresa.

E’ necessario che tutti i cittadini si responsabilizzino per recuperare l’Aquila; costruire il nuovo e restaurare criticamente l’edificato storico, mediante tecnologie moderne e contemporanee sperimentate, innesti tra antico e contemporaneo studiati appositamente per ogni particolarità sociale – architettonica, è un dovere di una società e di un Paese veramente evoluto e moderno.

Lucia Proto

L’Aquila com’era dov’era ?

11 giugno 2009

Il primo postulato sostenuto dal Prof. Marconi è che vi sia in realtà una esigenza di “rimozione collettiva”, volta a cancellare ogni traccia dei danni e dei traumi subiti, ricostruendo appunto tutto come prima, come se nulla fosse mai accaduto.

Questa prima premessa però non è suffragata da alcun dato oggettivo o scientifico; non è dato al momento sapere se TUTTI gli abitanti de L’Aquila hanno veramente intenzione di ricostruire TUTTO com’era prima; per saperlo veramente bisognerebbe avviare un’indagine statistica, un referendum; fare un’operazione di architettura partecipata; ma anche in questo caso i risultati sarebbero necessariamente schematici, parziali. 

E’ probabile che vi sia qualcosa di simile ad un sentimento collettivo verso i principali monumenti, magari diverso da monumento a monumento; magari molti cittadini sono legati al tessuto urbano condiviso, ma non alle singole abitazioni (le quali anche nel centro storico potrebbero essere state costruite in diverse epoche e con diversi linguaggi).

Siamo sicuri che ogni singolo proprietario di casa, che ha visto quella stessa casa tremargli e crollargli sotto i piedi, dove magari ha perso la vita qualcuno, ora non veda l’ora di rientrarci? Ma soprattutto siamo sicuri di voler applicare lo stesso metodo ad ogni brano architettonico distrutto? Anche a voler attuare un processo “dal basso” di autoricostruzione della città non credo che molti architetti esulterebbero dalla gioia, Marconis in primis.

Non sappiamo inoltre se la via della “rimozione” della memoria sia in sé la strada concettualmente corretta da seguire. 

Ritengo in generale poco utile, e in genere fuorviante, applicare all’architettura criteri metodologici di altre scienze (come ad esempio la filologia….). In questo caso la premessa vorrebbe applicare una forma di psicanalisi di gruppo all’urbanistica. 

Ma se anche fosse possibile questa trasposizione scientifica, chi ci dice che la rimozione sia veramente la strada corretta da seguire per superare una sorta di crisi post traumatica sociale? ed ancora, come mai per rimuovere un ricordo spiacevole dalla memoria di un soggetto traumatizzato, si sceglie di ricostruirgli così com’era “la scena del delitto”? 

Nella mia superficiale conoscenza delle cose, mi pareva che la rimozione della memoria fosse il male da curare, non la cura! anni di monumenti alla memoria buttati al vento!

Non so’ dare risposte, ma credo che prima di dare soluzioni precostituite, sarebbe opportuno come minimo approfondire l’analisi.

La seconda tesi portata avanti è tratta dalla citazione di Umberto Eco, che evidenzia la funzione fàtica (espressiva) dell’architettura. In tal senso un fatto architettonico deve essere letto non solo per la funzione che svolge, o per la quale è stato realizzato, ma anche per il messaggio culturale che porta. Questa interpretazione dell’architettura sembrerebbe mirare a giustificare un approccio storicistico della progettazione mettendo in crisi la branca dell’architettura moderna che si rifà a criteri di oggettività e funzionalismo. In realtà tutte le più importanti realizzazioni dell’architettura contemporanea e larga parte delle architetture novecentesche (comunque moderne) dimostrano ampiamente di avere recepito l’importanza comunicativa dell’architettura.

Il solito esempio di Bilbao illustra bene il significato della funzione fàtica dell’architettura sfruttandone a pieno le potenzialità per veicolare il rilancio di una città in crisi, non devastata da un terremoto, ma certamente bisognosa di “ricostruzione” economica e culturale.

Che messaggio vogliamo dare per la ricostruzione di una città che era già in crisi prima del terremoto? 

Che ricostruzione vogliamo attuare? Quale messaggio di speranza e fiducia nel futuro?

Vogliamo pensare ad una città che crede nel suo presente, proiettata nel futuro, o ad una città che si ritrae in se stessa incapace di ricercare nuove energie, nuovi progetti, nuove idee od ideali?

Il prof. Marconi, prosegue lo svolgimento della sua tesi portando ad esempio interventi di restauro su singoli manufatti edilizi; restauro e ricostruzione puntuali; in questo cita Renzo Piano quando suggerisce l’uso del legno per la ricostruzione; questa citazione, che appare un po’ decontestualizzata, ha una sua validità per gli interventi di ricucitura di fabbricati parzialmente danneggiati; non sembra generalizzabile al caso di ricostruzione di edifici completamente crollati; tantomeno è applicabile alla ricostruzione di interi agglomerati urbani.

La seconda citazione, ancora a proposito di un restauro di un singolo edificio, tende a reiterare un disguido; in pratica Roberto Cecchi, Direttore Generale per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Ministero per i Beni Culturali, sembrerebbe citare a sproposito il restauro della cattedrale di Noto parlando di integrazione tra vecchio e nuovo anche per la ricostruzione di una città; il prof. Marconi ci dimostra dove sbaglia, ricordando che gli interventi di ricucitura della cattedrale non avevano nessun inserto moderno (ci mancherebbe altro, era un intervento di restauro!); il professore però commette involontariamente lo stesso errore di Roberto Cecchi, pretendendo di applicare ad una città criteri e filosofie di progettazione utilizzate per un singolo intervento edilizio.

Comunque è il professore stesso che ci ricorda che nella ricostruzione della cattedrale di Noto non si è trattato di una semplice “anastilosi”, non un semplice com’era dov’era, ma di un’autentica riprogettazione dell’opera, in alcuni casi diversa dall’originale, utilizzando però stili e “linguaggi” affini a quelli originali. In questo caso, se applicato questo criterio alla città de L’Aquila, è evidente e un po’ banale che l’obiettivo non sarebbe, ricostruire com’era né dov’era, ma: come sarebbe e dove sarebbe! soprattutto se a costruirla sarebbe stato il prof. Marconi. Una sorta di archistar in stile.

Veniamo al tema del linguaggio. La tesi proposta è di nuovo una operazione di trasposizione scientifica; Marconi sostiene che per la progettazione di un’opera in un centro storico non solo occorrerebbe conoscerne le caratteristiche “linguistiche e filologiche” (cosa che ritengo per certi versi, sacrosanta), ma anche utilizzarne il lessico, il vocabolario linguistico, nelle nuove realizzazioni (il discorso sembrerebbe allargarsi anche a tutti i campi della progettazione). In tal senso invita tutti ad esercitarsi “nella filologia: quella Scienza umana relativa alla ricostruzione e alla corretta interpretazione dei documenti di un ambiente culturale definito”. 

Egli sostiene che come chi volesse esercitarsi nell’emendare un documento antico dovrebbe necessariamente studiare prima il linguaggio e la sintassi della lingua utilizzata nel documento, così anche chi volesse realizzare un opera in un contesto consolidato dovrebbe necessariamente utilizzare lo stesso linguaggio. Inoltre porta ad esempio la sensazione di ‘spaesamento’ che “proveremmo se qualcuno ci parlasse senza preavviso in una lingua diversa dalla nostra lingua materna”.

Ora a me paiono evidenti due cose. 

In primis non capisco per quale motivo uno studioso di Cicerone, pur conoscendo perfettamente la sua opera, pur avendone studiato a fondo la filologia, dovrebbe esercitarsi nella ricostruzione di brani latini mancanti, utilizzandone la stessa lingua e sintassi? Forse per qualche produzione cinematografica, o peggio per frode; certo è che se quello stesso studioso intendesse divulgare i risultati delle sue ricerche, comunicare il proprio evento culturale, utilizzerebbe l’italiano, o addirittura l’inglese, lingue terribilmente brutte rispetto alla eleganza del latino, capisco, ma sicuramente più efficaci a trasmettere il messaggio; più efficaci a diffondere la conoscenza di quella stessa lingua antica.

Inoltre, quando parlo, scrivo, comunico, agisco, lo faccio in un contesto contemporaneo ed utilizzo i mezzi e gli strumenti che la contemporaneità mi ha messo a disposizione (sono compresi anche il legno, e i mattoni); lo spaesamento che si prova quando ci si ritrova all’improvviso in un contesto differente, non è necessariamente negativo. Anzi spesso c’è bisogno di cambiare, rivoluzionare, per risolvere situazioni di stagnazione.

Concludendo 

Un approccio metodologico che ritengo corretto dovrebbe innanzitutto seguire un metodo che presupponga l’analisi preliminare dei bisogni espressi dalla popolazione colpita. Non parlo di operazioni di architettura partecipata (salvaguardiamo il ruolo della professione: che diamine!), Però sarebbe utile passare attraverso una operazione, preliminare di analisi oggettiva dei bisogni, espressi e non, di chi la città la usava, la utilizzerà, ma soprattutto la usa oggi (presente indicativo).

Nella definizione degli interventi, lungi dal volere dare alla progettazione un approccio funzionalistico, ritengo opportuno attuare proprio l’approccio fàtico accennato, con l’intento di esprimere in maniera palese e non subalterna la modernità e la contemporaneità dell’intervento.

Nella definizione specifica degli interventi nel centro storico, personalmente credo che possa essere pensato un approccio misto che tenda a distinguere in maniera il più possibile netta gli interventi più propriamente di restauro, dagli interventi di ricostruzione; in ogni caso dovrà essere pensato un approccio che coniughi tecnica e tecnologia compatibili, con l’esigenza di comunicazione contemporaneistica dell’intervento. L’utilizzo di tecniche e materiali “tradizionali” non necessariamente dovrebbe comportare la creazione di forme e stilemi conservatori.

Ritengo che la strada per il superamento di una crisi sia la ricostruzione positiva e migliorativa, il perseguimento di un’idea di città rinnovata; L’Aquila, prima del terremoto, era una città in crisi, adesso, nella disgrazia, ha l’occasione di ripartire, ricostruire la propria città, in senso nuovo. C’è bisogno certamente di rispetto del passato, ma soprattutto di fiducia nel presente e di una visione per il futuro. 

Per chi volesse leggere il testo di Marconi, è sempre un esercizio di erudizione interessante.

http://www.stefanoborselli.elios.net

La ricostruzione in Abruzzo: la bozza del DL

Lo scorso 23 aprile 2009 il Consiglio dei Ministri ha varato la bozza di decreto legge per l’Abruzzo, pubblicata sul Sole 24 ore del 24 aprile, che riguarda gli interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici del 6 aprile 2009 e ulteriori interventi di protezione civile. 

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La bozza si articola in sei parti riguardanti gli “interventi immediati per il superamento dell’emergenza”, le “misure urgenti per la ricostruzione”, gli “interventi per lo sviluppo socio-economico delle zone terremotate”, le “misure per la prevenzione del rischio sismico”, le “disposizioni di carattere fiscale e di copertura finanziaria” e ulteriori disposizioni accessorie.

Argomenti di maggiore interesse per il nostro ambito disciplinare sono soprattutto gli interventi per l’emergenza, per la ricostruzione e quelli per la prevenzione del rischio sismico.

 La prima questione affrontata, tra gli interventi immediati per il superamento dell’emergenza, riguarda il problema degli alloggi (Capo I), attraverso la costruzione di nuovi “moduli abitativi” e il recupero del patrimonio edilizio esistente.

In particolare per i nuovi alloggi, il Commissario delegato dovrà provvedere alla progettazione e realizzazione di «moduli abitativi destinati ad una durevole utilizzazione, nonché delle connesse opere di urbanizzazione e servizi». Tali moduli abitativi dovranno garantire “elevati livelli di qualità, innovazione tecnologica orientata all’autosufficienza impiantistica, protezione dalle azioni sismiche anche mediante isolamento sismico per interi complessi abitativi, risparmio energetico e sostenibilità ambientale» (art.2). 

A tale scopo verrà definito un Piano degli interventi, che indicherà le aree in cui localizzarli anche in deroga alle previsioni urbanistiche vigenti, e che verrà approvato dal Commissario delegato  previo parere di una  apposita conferenza dei servizi.

Rimane ambiguo il significato di “moduli abitativi” di “durevole utilizzazione”, non essendo chiaro se si tratta di costruzioni temporanee o di edificazioni permanenti. Risulta oltretutto difficile comprendere come questi moduli possano rispondere ai caratteri prestazionali richiesti, soprattutto trattandosi di costruzioni temporanee e a basso costo.  

E’ da notare che la notifica ai proprietari del vincolo preordinato all’esproprio e i tempi per le osservazioni e opposizioni saranno ridotti a 10 giorni, e che sarà possibile rifarsi a procedure di esproprio di cui all’art. 43,  del dpr 327/2001 (“Utilizzazione senza titolo di un bene per scopi di interesse pubblico”).

Per quanto riguarda l’affidamento degli interventi, questo avverrà entro 30 giorni dall’entrata in vigore del decreto legge, con le modalità dell’art. 57 dlgs 163/2006 (“Procedura negoziata senza previa pubblicazione di un bando di gara”), compatibilmente con l’emergenza e la collaborazione delle associazioni di categoria di settore anche di ambito locale. 

Nonostante appaia giustamente condivisibile l’utilizzo di procedure straordinarie atte all’esproprio dei terreni necessari ai nuovi interventi, ci si augura la massima trasparenza nelle procedure di assegnazione della progettazione ed esecuzione dei lavori, anche alla luce delle indicazioni riguardo la prevenzione dalla infiltrazione della criminalità organizzata (art.16).

In generale il decreto promette numerose forme di contributi e finanziamenti agevolati (anche con la modalità del credito d’imposta) che verranno concessi per sostenere la ricostruzione e riparazione degli immobili destinati ad abitazione principale o per l’acquisto di nuove abitazioni sostitutive, ma anche per il recupero di immobili non destinati ad uso abitativo; ulteriori indennizzi saranno poi attribuiti alle attività produttive che hanno subito conseguenze economiche sfavorevoli, a quelle che hanno subito danni ai beni mobili e a tutte le strutture adibite ad attività sociali, ricreative, sportive e religiose che sono state danneggiate. 

La ricostruzione ed il ripristino della funzionalità degli edifici e dei servizi pubblici, oltre che attraverso il trasferimento di alcuni immobili di proprietà dello Stato, gestiti dall’agenzia del Demanio, alla regione Abruzzo e ai Comuni interessati dal sisma, verrà affrontata con la  predisposizione di un piano di interventi urgenti, da parte del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti con il  presidente della Regione Abruzzo, per il recupero degli stabili pubblici danneggiati (in particolare le strutture edilizie universitarie del Conservatorio di musica dell’Aquila,  le caserme, le proprietà ecclesiastiche civilmente riconosciute di interesse storico artistico).

La copertura finanziaria è ancora da definire.

Alcune risorse sono già disponibili per la ricostruzione delle infrastrutture viarie e ferroviarie (fondi Anas Spa e Rfi Spa), per gli  interventi in materia di edilizia scolastica (quota aggiuntiva da delibera Cipe), per gli arredi scolastici in modo da assicurare la ripresa delle attività didattiche (risorse del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) e per l’edilizia  sanitaria.

Tra le altre indicazioni del Capo I si trovano provvedimenti in favore delle famiglie, dei lavoratori e delle imprese. 

In particolare sono da segnalare gli interventi previsti per sostenere il recupero di adeguate condizioni di vita delle famiglie, per un ammontare massimo di 12.000.000 di euro a valere sulle risorse del Fondo per le politiche della famiglia, finalizzati alla costruzione e attivazione di servizi socio-educativi per la prima infanzia, di residenze per anziani, di residenze per nuclei monoparentali madre-bambino e la realizzazione di altri servizi da individuare.

Nel Capo II, tra le misure urgenti per la ricostruzione vengono esplicitati anche problemi  concreti quali lo stoccaggio, il trasporto e lo smaltimento dei materiali provenienti dalle demolizioni. Per assicurare la continuità delle attività di smaltimento di tali materiali, classificati come rifiuti urbani, ed evitare emergenze ambientali e igienico sanitarie del territorio interessato, la Regione Abruzzo individuerà nuovi siti di discarica, già citati nel decreto, nel rispetto della normativa comunitaria tecnica di settore.

Ulteriore aspetto rilevante del decreto, nel Capo IV, riguarda le misure per la prevenzione del rischio sismico. Il Dipartimento della Protezione civile dovrà avviare un “piano di verifiche speditive finalizzato alla realizzazione di interventi volti alla riduzione del rischio sismico di immobili strutture e infrastrutture prioritariamente nell’area dell’Appennino centrale contigue a quelle interessate”, in collaborazione con gli enti locali, autorizzando una spesa di 1,5 milioni di euro annui a decorrere dal 2009 (art. 11). 

E’ importante sottolineare che ai soggetti privati, obbligati ad effettuare gli interventi necessari per mettere in sicurezza gli immobili, in seguito alle verifiche effettuate, sarà concesso un credito di imposta pari al 55% delle spese sostenute,  utilizzabile in 5 quote costanti di pari importo e indicato nella relativa dichiarazione dei redditi.

L’ultimo articolo del decreto riguarda lo svolgimento del G8 all’Aquila, la cui copertura finanziaria è ancora in via di definizione. 

Almeno due sembrano gli aspetti da sottolineare in questo decreto: le caratteristiche prestazionali richieste alle nuove edificazioni e la promozione di una politica di prevenzione sismica. 

Richiedere edifici che rispondano ad  elevati livelli di qualità, che abbiano caratteristiche di alta tecnologia, risparmio energetico, sostenibilità ambientale, nonché, ovviamente, resistenza alle azioni del sisma, rispecchia principi oggi imprescindibili in una progettazione contemporanea e aperta al futuro. Proporre questi caratteri anche in una condizione di emergenza e necessità di assicurare al più presto un tetto agli sfollati, per quanto solo citato in linea indicativa, tuttavia fa ben sperare.  

In secondo luogo l’esplicita attenzione alle misure di prevenzione del rischio sismico, apre la strada ad una politica che da decenni viene promossa in alcune regioni italiane, come l’Emilia Romagna, l’Umbria e le Marche, e che in questa occasione è sostenuta da un finanziamento annuale a decorrere dal 2009. Il decreto non entra nel dettaglio dei metodi con cui queste valutazioni verranno svolte, e non da indicazioni riguardo ad una possibile riduzione della vulnerabilità urbana oltre che dei singoli edifici. Bisognerà aspettare che queste indicazioni diventino operative per poter commentare la loro utilità reale.