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Quando l’Architettura è tradimento, nel senso di trasmissione

20 Maggio 2017

ipertesto [i-per-tès-to] s.m. inform.

Insieme strutturato di informazioni, costituito da testi, note, illustrazioni, tabelle ecc., collegate fra loro da rimandi e collegamenti logici

Vilma Torselli è un architetto che mi è capitato di incontrare nei diversi blog che animano la critica architettonica.

Non solo. Vilma è animatrice, e responsabile, del blog artonweb; un sito che spazia, e il termine spazia è eufemistico, in tutti gli ambiti dell’arte. Trovo che i suoi articoli (e commenti) siano sempre molto calzanti, sempre dei piccoli saggi esemplari, brevi citazioni, spunti di riflessione che rimandano ad altre riflessioni. Avete presente il muble mumble? quella condizione di pensieroso rimuginare che ti capita quando leggi una cosa che ti dà da pensare, quella cosa che hai letto e ne hai colto un primo significato, ma già da subito capisci che c’è qualcos’altro, che quello spunto riguarda altre cose, che ora non cogli, ma dopo, magari in un momento in cui ti eri scordato tutto, ricollegherai ogni cosa.

Leggere un articolo di Vilma è come ritrovarsi al centro di un groviglio di pensieri collegati tra loro. Leggere un suo articolo, o un commento ad un altro articolo, è una esperienza in tutto e per tutto ipertestuale…..

Quindi che ne dici? Ti va di rispondere alla domanda: A cosa serve l’architettura?

– Serve a significare, a dare senso, al nuovo come al vecchio, a ciò che già esiste come a ciò che ancora attende un progetto, e fornirci una mappa con infinite visioni del mondo con la quale esplorare uno spazio-tempo fisico e mentale dai confini labili ed incerti, diversi per ciascuno di noi, a seconda che siamo norvegesi o fiamminghi o inglesi o lapponi. E pur sapendo che “la mappa non è il territorio”, quella mappa ci orienta sulle tracce di altri luoghi, altri tempi, altri uomini, altri destini, attraverso necessari tradimenti (‘tràdere’, radice etimologica anche del vocabolo ‘tradimento’, vuol dire ‘consegnare’, ‘trasmettere’) ed inevitabili abbandoni.
E se ‘fare architettura’ significa un ‘fare’ che ha la propria essenza nel suo stesso farsi, lungo un percorso poetico (o poietico) che, suggerisce l’aggettivo, è letteralmente una vera e propria poiesis, identificabile nella inesauribile spinta umana all’azione, allora la domanda sottende, a monte, un’altra domanda, “Cos’è l’architettura?”
Per la risposta voglio prendere a prestito la sintesi mirabile che ne fa Adolf Loos in 37 parole profondamente umane e commoventi: “Se in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura.”

 

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La foto è tratta dall’edizione della biennale di Venezia del 2014 curata da Rem Koolhaas, “Fundamentals”, “una Biennale sull’architettura, non sugli architetti [……] una panoramica globale dell’evoluzione dell’architettura verso un’unica estetica moderna”. Mi è sembrato che questa infilata di finestre di varie epoche e di vari stili, un simbolico ‘scavo’ fino alle fondamenta dell’architettura in una ricerca introspettiva su sé stessa, potesse in qualche modo rappresentare il ‘fare’ degli uomini di tutti i tempi attorno ad un’architettura che riparta dal grado zero ed esprima “il potere collettivo dell’architettura”.
Capisco che sia criptico il legame con il mio commento, dove, alla fine, intendevo dire che l’architettura è il prodotto del fare, non è né privata né pubblica, né antica né moderna, né bella né brutta, ricordando Umberto Galimberti quando dice “Architettura è una parola greca, e quindi non ignora la complessità. Essa rinvia al tecnico (tékton) che dà avvio, dà inizio, incomincia (árcho) qualcosa. La temporalità è già nella radice della parola. Dare inizio a qualcosa significa infatti immettersi nella trama del tempo”.

NB – Sull’Architettura come tradimento vi rimando alla definizione di Raffaele Cutillo, sulla contrapposizione tra Pubblico e Privato vi rimando a quella di Cristina Donati.

 

Architettura Media-Tech

28 Novembre 2015

Caro Peter Wilson,

il mondo sarebbe più bello se finalmente ci si potesse liberare di questo complesso edipico che larga parte della cultura architettonica ha nei confronti della tecnologia. Invece sembra proprio che non si riesca ad averci un rapporto naturale, esente da posizioni precostituite. Trovo infatti che il tuo modo di affrontare il tema della tecnologia, sia essa Hi che Low, denunci una forma di complesso di inferiorità di chi, non sapendo bene di cosa sta parlando, preferisca rifiutare  di affrontare il problema e, solo apparentemente, risolvere la questione a monte.

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Fred alle prese con l'Hi Tech

“Né i mezzi di produzione né i mezzi di comunicazione hanno influenze sulla nostra architettura. Gli strumenti non hanno secondi fini, non siamo seguaci di Marshall McLuhan… Noi siamo architetti orgogliosamente low-tech: meno tecnologia c’è in un edificio, più la sua vita è lunga. Stiamo lavorando alla costruzione di una biblioteca in Lussemburgo (la Nuova Biblioteca Nazionale del Lussemburgo, ndr), un edificio che sfrutta le caratteristiche termiche dei materiali che lo costituiscono per essere caldo in inverno e fresco d’estate. Essere low-tech, in questo frangente, si traduce direttamente in un minore consumo di energia. Un edificio in sé per sé non è intelligente. Al pari delle biblioteche, che non pensano: sono i libri che portano le persone a pensare.”

Il punto è che la tecnologia, per l’architetto è un po’ come il vocabolario per un romanziere; sostenere di essere “orgogliosamente Low Tech” fa pensare ad uno scrittore che dichiarasse, addirittura con orgoglio, che in fondo ci sono parole che non sono necessarie.

Possiamo fare a meno di tutte le parole che vanno dalla U alla Z?

Oppure, come nel tuo caso, di tutti i neologismi che sono venuti fuori negli ultimi 40 anni?

E’ una scelta; probabilmente possiamo rinunciare con leggerezza a parole come “open space” o “commitment”; troverei invece più difficile rinunciare a parole come “computer”, “linkare” o “stakeholder” i cui corrispettivi in italiano tradizionale avrebbero bisogno di strane locuzioni verbali.

Rinunciare ad alcune parole di per sé sarebbe anche corretto, se  il fine di un bravo autore fosse, come in effetti è, l’essenzialità. È proprio così, l’architetto ha il fine dell’essenzialità e dell’economia del sistema progettuale; per essere essenziali è importante avere a disposizione il più ampio spettro di scelte disponibili; per raggiungere il massimo dell’essenzialità hai bisogno di avere la massima disponibilità di tecnologia. Quando si comincia a dire “calcolatore elettronico” al posto di “computer”, mi sa che l’essenzialità se ne va a farsi benedire, e anche un poco  la comprensibilità del testo.

Mi spiego meglio: se devi tenere sotto controllo climatico un deposito di libri rari dubito che tu possa rinunciare ad un impianto di climatizzazione e ad un sistema di supervisione automatico. D’altra parte se l’obbiettivo è il risparmio energetico siamo tutti d’accordo che ricorrere a sistemi naturali è la scelta migliore; a patto che la scelta finale ci consenta di ottenere gli stessi livelli di “confort” richiesti dagli utilizzatori; in architettura non c’è niente di più terrificante di un intervento posticcio.

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Nonostante all'epoca si utilizzassero tecniche costruttive più naturali, i proprietari non hanno disdegnato l'utilizzo di sistemi più innovativi per climatizzare casa.

Ci si dimentica spesso che le parole, come l’alfabeto e la scrittura, sono in effetti una tecnologia. Allo stesso modo il mattone e il cemento armato sono tecnologie. Oserei dire che gli edifici che sfruttano  “le caratteristiche termiche dei materiali che lo costituiscono per essere caldo in inverno e fresco d’estate” sono in effetti edifici che sfruttano fino in fondo tutta la tecnologia disponibile al giorno d’oggi e anche di quella più avanzata. Tu Peter forse non vedi l’Hi Tech dentro al mattone che scegli per il tuo edificio, eppure quella tecnologia c’è tutta. Così come anche i libri stampati su carta che piacciono tanto ai nostalgici, sono stati scritti tutti su un supporto digitale; i libri di carta sono a tutti gli effetti digitali da almeno 30 anni, e non per un capriccio fanatico dei seguaci di McLuhan; semplicemente perché l’introduzione del PC ha consentito una migliore gestione della scrittura; consentendo correzioni, ripensamenti, riscritture, aggiunte, ripetizioni, in una maniera e con una rapidità inimmaginabili a chi utilizzava prima la macchina da scrivere. Il mattone e la facciata ventilata che riscaldano e raffreddano naturalmente un ambiente sono a tutti gli effetti un prodotto “Hi Tech”; tecnologia.

Dopotutto ti capisco, di fronte al fanatismo, l’istinto primordiale è il rifiuto di tutto ciò che anche lontanamente si possa associare ad esso; meglio rinunciare. Ancora meglio se questa rinuncia ci conferisce una sorta di alone radical-chic. E ti capisco anche su questo; ad avere posizioni moderate oggi come oggi chi ti nota più.
Di fronte all’olandese che digitalizza e automatizza ogni angolo dei suoi spazi, per distinguersi bisogna dichiarare orgogliosamente l’assenza di ogni cosa che appaia digitale ed automatica.

Eppure, credimi, ti stupiresti nello scoprire quanto delle tue affermazioni non fanno che confermare proprio le teorie di McLuhan.

D’altronde se ne avessi capito il messaggio sapresti che non ha alcun senso parlare di “seguaci di McLuhan”; non mi risulta che sia stata fondata alcuna religione ispirata al suo nome. Certo, mi tu dirai, che ci sono tanti, troppi, che ne citano gli “slogan” per giustificare le loro scelte di progetto e inventarsi le cose più astruse ed è tutto un fiorire di architetture interattive dotate di sofisticati sistemi digitali in grado di rendere l’edifico intelligente; “smart” per i più scafati.

A dire il vero McLuhan non ha fatto altro che mettere in evidenza come la tecnologia utilizzata fosse essa stessa determinante nella interpretazione del messaggio; in maniera più allargata come le innovazioni tecnologiche abbiano influito sulla maniera di organizzare il pensiero e le relazioni umane. Per fare un esempio banalissimo, l’invenzione dell’illuminazione pubblica ha portato alla possibilità di utilizzare, e vivere la città anche di notte; l’elettricità ha cambiato radicalmente il significato dello spazio urbano rendendolo fruibile in maniera massiccia anche oltre il normale ciclo giorno/notte; oggi la luce artificiale è un elemento essenziale della progettazione, in grado di influire sulla percezione e sulla fruizione degli spazi. Rinunceresti  all’elettricità per assicurarti una maggiore longevità delle tue architetture?

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Anche questo simpatico vecchietto preferisce ridurre al minimo la tecnologia. Il disegno e la forma del ferro da stiro sono salvaguardati.

Ma poi vorresti dire che la tua scelta di rinunciare a quella che tu definisci “Hi Tech”, non è di per se stessa una affermazione, un messaggio, veicolato per l’appunto dallo strumento che hai progettato?

Comunque non ti preoccupare, nessuno ti costringerà a rinunciare alla tua orgogliosa assenza di impianti di climatizzazione (mi pare che era questo che volevi dire) lo sviluppo della tecnologia ci sta consentendo finalmente di progettare e vivere abitazioni che ci riconcilieranno con il ciclo naturale delle cose. La tecnologia digitale per fortuna ci sta affrancando anche dalla fisicità delle connessioni.

Per ironia della sorte sembrerebbe che proprio per salvare il lento e inesorabile declino delle biblioteche pubbliche, in Inghilterra siano arrivati alla conclusione che sia utile proprio l’apertura alle nuove tecnologie.

“La proposta (…) è trasformare gli ambienti delle biblioteche in modo che siano più simili a caffetterie, dove oltre a leggere o prendere in prestito un libro si possa bere una tazza di caffè o tè, navigare facilmente su Internet tramite il WiFi e avere spazi per conversare e confrontarsi con altri lettori. (…) Le innovazioni tecnologiche legate alla lettura non si esauriscono comunque con la possibilità di collegarsi tramite WiFi in biblioteca. Il rapporto propone di organizzare una rete digitale con la quale le varie istituzioni librarie possano coordinare le loro attività, cosa che potrebbe aiutare le sedi più piccole ad ampliare l’offerta per i lettori (…)

L’innovazione tecnologica quindi accompagnata da buone pratiche relazionali sembra essere la chiave della questione.

Perciò io credo che un bravo architetto  debba dimostrare le sue capacità proprio nell’equilibrio con cui si esprime in ogni aspetto del costruire; ma soprattutto nella disposizione mentale che assume quando si affronta un problema, senza assumere posizioni precostituite verso le possibili scelte tecniche.

Per cui facciamo un patto, facciamoci tutti promotori di un nuovo concetto: il concetto di Media-Tech, dove per Media non si intende il portatore del messaggio, ma una via di mezzo tra l’Hi e il Low.

I messaggi li lasciamo a McLuhan.

Tuo affezionato,

Giulio.

Credits.
Editing a cura di Daniela Maruotti.
L’immagine di Fred alle prese con un PC è tratta dal sito
http://www.images.lirenti.com/show.php/15124_flinstones.jpg.html.
La foto del palazzo con le unità esterne è tratta dal blog Romafaschifo
http://www.romafaschifo.com/2014/06/antenne-fili-parablole-condizionatori.html
La foto dell’anziano con il ferro da stiro a carbone è di Bhaskaranaidu (Own work), tratta da Wikimedia Commons CC BY-SA 3.0
http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0

Cu nasci tunnu un’ pò moriri quadratu

6 Agosto 2012

Un altro eclatante esempio di come il potere economico e finanziario operi per deturpare il nostro paesaggio storico. Un altro centro storico aggredito da un’opera realizzata assolutamente fuori dal contesto.

La storia è sempre quella: il potere economico e finanziario è alla ricerca di opere che ne celebrino il potere; le archistar di turno hanno capito che in questa civiltà dominata dal culto dell’immagine, costruire senza alcuna regola, in barba a qualsiasi riferimento contestuale, seguendo la semplice regola della spettacolarità autoreferenziale, è la scelta che paga di più.

Questa scelta paga poi di più se calata al centro delle città, dove il valore culturale è massimo e universalmente riconosciuto e dove le loro invenzioni hanno più probabilità di generare clamore.

Così governanti e architetti  se ne vannoa braccetto per le città storiche a cercare sempre nuove occasioni di celebrare il loro onanismo; mostrano i loro muscoli per suscitare l’ammirazione del popolo, e così facendo calpestano e deturpano quell’ecosistema fragile che è il patrimonio dei nostri centri storici.

Se mai ci voleva un ulteriore esempio di come il delirio di onnipotenza di chi governa le città e degli architetti che danno forma a questo delirio, ecco un ulteriore caso.

Ecco quindi nel bel mezzo di uno dei più straordinari centri storici italiani, l’ennesimo edificio eretto a celebrere il potere istituzionale: il Palazzo dei Consoli a Gubbio (progetto di Angelo da Orvieto).

Esso svetta come un macigno per almeno 50 metri sopra la città, rendendosi visibile in tutta la sua imponenza da ogni parte del bogo eugubino; una massa bianca, un cubo astratto calato dall’alto, noncurante della trama urbana che lo circonda.

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Come se non bastasse questo cubo bianco (slegato dal contesto anche per l’uso dei materiali) è stato poggiato su una piazza aperta che l’architetto ha pensato bene di realizzare sui tetti delle case limitrofe. Un altro schiaffo al Genius Loci urbano, in omaggio al demiurgo di turno che, pur di dare ai frequentatori della piazza la possibilità di godere del panorama sottostante, non ha esitato a lasciare un segno indelebile nella città. Una ferita che difficilmente il tempo o la storia potranno rimarginare.

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Non possiamo inoltre tacere i colossali errori di progettazione dovuti al dislivello tra il piano della piazza e l’accesso al palazzo, che ha reso necesario aggiungere una scala di accesso (e i disabili?), divenuta subito un pretesto per aggiungere scempio su scempio; un inutile vezzo artistico e creativo, velleitario nella forma (pura gestualità fine a se stessa), realizzato a spese dei contribuenti.

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Come recita un proverbio siciliano “Cu nasci tunnu un’ pò moriri quadratu” (chi nasce tondo non può morire quadrato), una saggezza popolare che è sembrata sfuggire a chi ha realizzato il Palazzo dei Consoli a Gubbio. I danni e le ferite al tessuto urbano della città sono ancora oggi ben visibili e hanno condizionato il paesaggio in maniera indelebile.

Non resta che augurarci che le future amministrazioni si rivelino più sagge e abbiano il coraggio di demolire questa opera, restituendo al continuum storico la primitiva dignità.

Ultimora!

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Dobbiamo tristemente constatare che anche le nuove generazioni sembrano piegarsi alle logiche conformiste del potere e della speculazione; ecco infatti un esempio di come questo modo di progettare la città stia già facendo proseliti in altre parti del mondo.

Ecco infatti un altro cubo spaziale che Koolhaas ha fatto cadere dallo spazio in quella meravigliosa città che è Porto (tra l’altro patrimonio dell’Unesco). Non nascondiamo le affinitità formali: un cubo immerso in una larga piazza, noncurante del contesto; c’è persino la scalinata di accesso esterna…..

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