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Olimpiadi: ragioni di un si o un no. Un approfondimento.

7 Ottobre 2016

secondo-incontro-caudoSecondo incontro con il prof. Giovanni Caudo ex assessore all’Urbanistica dell’Amministrazione Marino sfiduciata presso lo studio di un notaio nell’ottobre 2015.

Le Olimpiadi sono state il tema del colloquio di mercoledi 28 settembre, presso l’aula magna della facoltà di architettura di Roma Tre in via Madonna dei Monti.

Un metodo nuovo, aldilà delle semplificazioni e delle ideologie aprioristiche, ha caratterizzato l’incontro. In sintesi:

a) perché SI, perché NO; b) come si costruisce una candidatura alle Olimpiadi; c) valutazione costi-benefici non solo per la costruzione dell’evento sportivo ma anche e soprattutto per il dopo evento-sportivo; d) capacità di dare continuità urbanistica e sociale alle opere delle Olimpiadi per riconoscere la loro sostenibilità ambientale e la loro possibilità di restare in vita con politiche di gestione e manutenzione fattibili e sostenibili sul piano tecnico-finanziario e) riqualificare e rigenerare luoghi urbani per creare attività lavorative tecnologicamente avanzate capaci di offrire occupazione qualificata.

La Città deve saper progettare con le energie positive ed innovative che produce al suo interno e deve essere progettata con opere funzionali al suo sviluppo sostenibile capaci di produrre dopo le Olimpiadi attività ad alto valore aggiunto.

Per risollevare l’asfittica economia romana incentrata sulla rendita immobiliare e finanziaria e su un terziario di basso livello non basta lo shock delle Olimpiadi ma occorre una strategia di largo respiro e di alto orizzonte.

E’ stata questa la filosofia di approccio con la quale il Comitato per la candidatura di Roma 2024 ha inviato al CIO (Comitato Internazionale Olimpico) nel febbraio 2016 il suo dossier Olimpiadi?

Sembra proprio di no, e non era sembrato neanche all’ex Sindaco Marino quando già dall’aprile 2015, mentre il CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) sceglie capitani di lungo corso e di innegabile prestigio capaci di fare lobbing come Luca Cordero di Montezemolo, nomina come consulente straordinario per Roma 2024 l’ingegnere catalano Enric Truno y Lagares che si era già occupato dei Giochi di Barcellona nel 1992 che avevano rigenerato quella città proiettandola nel futuro.  L’intenzione condivisa dal sindaco Marino era quella di coinvolgere le associazioni civiche, i sindacati, i cittadini tutti per dare corpo ad un’idea di Olimpiade portatrice di una trasformazione urbana al servizio dei quartieri soprattutto periferici.

Con questo spirito il 25 giugno 2015  viene  approvata in Aula Giulio Cesare  la “Mozione  sulla candidatura dì Roma ai XXXIII Giochi Olimpici e ai XVII Giochi Paralimpici del 2024” e il 15 luglio 2015 Il sindaco Ignazio Marino e l’Assessore all’Urbanistica Giovanni Caudo vanno a sostenere presso il CIO a Losanna la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024.

L’11 settembre 2015 Roma presenta ufficialmente la candidatura.

Leggiamo sul sito www.carteinregola.it:

Dopo una lunga riunione – si apprenderà alquanto animata – vengono pubblicati due comunicati:  sul sito del     CONI si afferma che è stata “verificata la possibilità di collocare il Villaggio Olimpico nell’area di Tor Vergata dove saranno realizzati nuovi impianti sportivi e completate le strutture esistenti. Un intervento che richiederà un progetto di collegamento con metropolitana tra l’area e il resto della città”;

 sul sito del Comune invece si parla  dell’area di Tor Vergata solo per ” costruire i nuovi impianti sportivi  e completare le strutture già esistenti come le Vele incompiute di Calatrava dei Mondiali di nuoto: un intervento, questo, che richiede un progetto di collegamento con metropolitana tra l’area e il resto della città“, mentre per i ” progetti di trasformazione urbana da mettere in campo per l’appuntamento olimpico” si intende  “partire dalla nascita di un parco fluviale del Tevere a nord di Roma ”   senza specificare ulteriormente il luogo della realizzazione del Villaggio Olimpico.   Il quotidiano Il Messaggero dà invece per scontata la localizzazione del Villaggio Olimpicoa Tor Vergata,  pubblicando addirittura    un rendering e riferendo che nel corso della riunione è stata sconfitta l’ipotesi elaborata dal Comune e dall’Assessore Caudo, che prevedeva la realizzazione del villaggio con un’operazione di rigenerazione urbana nell’area tra la Salaria e la Flaminia, zona Roma Nord, dove sorge l’areoporto dell’Urbe. La localizzazione tra il VI e il VII Municipio in parte sull’area dell’Università , sponsorizzata da Montezemolo e Malagò, secondo il quotidiano risponde  maggiormente alle caratteristiche necessarie per ottenere la vittoria, anche se non sono ancora  stati resi pubblici nè  i criteri imposti dal CIO, nè i progetti presi in considerazione, con le relative ricadute  – positive e negative – sulla città.

L’ipotesi Villaggio Olimpico a Tor Vergata, tuttavia, non è una novità: infatti già nel 1997, quando si pensava alla candidatura di Roma alle Olimpiadi 2004, si dava per scontato che il Villaggio Olimpico sorgesse proprio lì.

La localizzazione prevista dal sindaco Marino e dall’assessore Caudo per il Villaggio Olimpico – sarà in seguito precisato – sorgerà nell’area tra Salaria e Flaminia, con un’operazione di rigenerazione urbana nell’ex areoporto dell’Urbe, che, dopo le Olimpiadi,  sarebbe diventata  la  nuova città giudiziaria, accanto a un grande parco fluviale da restituire alla cittadinanza.

Le differenti concezioni urbanistiche che sottendono le scelte della localizzazione del Villaggio Olimpico rispondono alla domanda che ci dobbiamo fare quando diamo il nostro giudizio sulle Olimpiadi a Roma. Sono concezioni opposte ed inconciliabili.

Da una parte una scelta, quella di Tor Vergata del CONI, carente sul piano urbanistico, trasportistico e sulla destinazione d’uso futura con i suoi 17.000 posti letto distribuiti in appartamenti di grande metratura in un quadrante già gravato dalle cubature previste dal PRG per la vicina Centralità della Romanina e già depauperato dai collegamenti del ferro di superficie capaci di unire Tor Vergata e la stessa Romanina con le linee A e C della metropolitana.

Inoltre per realizzare il Villaggio Olimpico a Tor Vergata ci sarebbe stato bisogno di una variante al PRG per trasformare quell’area da verde pubblico ad edificabile.

Ma il problema non sarebbe stato certamente questo visto che anche per altre localizzazioni ci sarebbe stato bisogno di una variante.

I terreni di Tor Vergata sono stati espropriati e conferiti all’Università ai fini esclusivamente universitari. Trasformare il corposo volume edilizio in campus universitario dopo le Olimpiadi avrebbe prodotto un’offerta di residenze per studenti nettamente sproporzionata rispetto alla domanda.

Tor Vergata è molto lontana dal polo Stadio Olimpico-Foro Italico dove, secondo la classificazione del CIO, verranno assegnate più medaglie. Certamente non è da prendere in considerazione la proposta della realizzazione di una sorta di corsia preferenziale chiamata “corsia olimpica” che avrebbe dovuto tracciare tutte le strade (GRA compreso) che uniscono i due luoghi con le prevedibili ripercussioni quotidiane sul traffico di mezza Roma per gli spostamenti a rotazione di 17.000 atleti.

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Leggiamo ancora sul sito www.carteinregola.it:

Il 14 giugno 2016  sul Messaggero appare un comunicato  in cui il gruppo Caltagirone  annuncia una querela in seguito a   un servizio televisivo andato in onda  su La7 il 3 giugno, in cui l’ex assessore all’urbanistica Giovanni Caudo e l’assessore all’urbanistica in pectore Paolo Berdini commentavano la scelta del Comitato Promotore Roma 2024 di realizzare il Villaggio olimpico a Tor Vergata. Nel comunicato,  si specifica che “La società Vianini Lavori del Gruppo Caltagirone, insieme ad altre 9 imprese di costruzioni (e quindi senza alcuna esclusiva), è concessionaria dei lavori per l’Università. Ciò a seguito di gara europea vinta nel lontano 1987. La quota di Vianini Lavori nel Raggruppamento Temporaneo di Imprese è di circa il 33%.”. 

L’altra scelta, quella del Sindaco Marino e dell’assessore Caudo della localizzazione del Villaggio Olimpico nell’area Nord, si innesta all’interno di un recupero dell’Ambito Strategico Tevere previsto dal PRG vigente raccogliendo lungo il suo corso nord una serie di altre localizzazioni di impianti sportivi come continuazione delle Olimpiadi del 1960, di altri edifici ed aree di rilievo urbanistico, sociale e produttivo e di reti infrastrutturali esistenti.

Su questa inconciliabile diversità di vedute e di orizzonti si consumò la rottura tra Marino/Caudo ed il CONI di Malagò e Montezemolo.

Dunque basterebbe tutto questo per rispondere con cognizione di causa alla domanda iniziale. Oggi non si sarebbe dovuto dare un NO pregiudiziale o legato a paure di ruberie e di appalti truccati, ma un NO basato su questo genere di considerazioni.

Sulla questione dello Stadio del Nuoto e delle Vele di Calatrava riportiamo ancora un brano tratto dal sito www.carteinregola.it:

Nel 2005 viene  avviato il progetto della Città dello sport  dall’allora   sindaco  Walter Veltroni. Il costo previsto per la realizzazione  è di 60 milioni di euro, che diventano 120 milioni già all’atto dell’assegnazione dei lavori tramite gara d’appalto, vinta dalla Vianini Lavori del gruppo Caltagirone; la gestione dei fondi è  affidata alla Protezione Civile di Guido Bertolaso, che chiama Angelo Balducci per la gestione dei capitali. Tra il 2006 e il 2007, pur non avanzando i lavori, i costi di costruzione raddoppiano, 240 milioni di euro. Alla fine  i mondiali di nuoto non si disputeranno a Tor Vergata, in quanto la struttura non avrebbe potuto essere completata in tempo, e si opta per il Foro Italico, già utilizzato per i Campionati mondiali di nuoto 1994. Le Vele restano incomplete e inutilizzabili, la  cifra stimata per il completamente lavori è di 660 milioni di euro, 11 volte il prezzo iniziale (da wikipedia).

Anche per le vele di Calatrava il progetto del Comune era diverso da quello pensato dal CONI.

Nel novembre 2014 Calatrava consegnò al Comune un progetto di riuso delle Vele con una a destinazione Città della Scienza per l’Università di Tor Vergata.

Ritornando al dossier Olimpiadi presentato dal comitato per la candidatura di Roma 2024 al CIO nel febbraio 2016 (tutto in inglese senza copie tradotte in italiano) è stato ricordato che la metà del budget (1,7 miliardi di euro) previsto per tutti i Giochi va a Tor Vergata ma nella Città dello Sport non viene nominata la piscina dello Stadio del nuoto che rimane così indefinita.

La cifra è talmente spropositata rispetto alle effettive località di svolgimento delle gare (misurate dal CIO in medaglie assegnate) che il fatto si commenta da solo.

Sono stati inoltre fatti gli esempi di Parigi che si sta preparando al rush finale e di Londra e Barcellona che hanno trasformato in sviluppo urbano ed in opere utili alla città gli impianti sportivi, gli edifici e le infrastrutture costruite per i Giochi Olimpici.

Quindi, secondo Giovanni Caudo, il parametro di misura dell’efficacia di un’operazione Olimpiadi deve essere questo e non l’aumento rispetto al budget iniziale.

A patto che l’aumento del budget corrisponda ad un investimento capace di produrre benefici nel tempo.

A Londra nel 2012 il budget è aumentato del 101% e a Barcellona nel 1992 addirittura del 417% ma le città si sono trasformate e rigenerate. Ad Atene nel 2004 “solo” del 60% ma il bilancio della Grecia è andato a picco.

Siamo usciti alle 20 con la consapevolezza di aver le idee un po’ più chiare anche grazie agli altri interventi che si sono aggiunti a quello principale dell’ex assessore Caudo, come quelli del Censis, del giornalista della Gazzetta dello Sport, di docenti di Economia e di Architettura e dell’ex consigliere e presidente del Partito Radicale Riccardo Magi che ha ricordato le vicende e le ragioni del mancato Referendum sulle Olimpiadi.

Paolo Gelsomini è un architetto, membro di Carteinregola e portavoce del Coordinamento Residenti Città Storica.

Più che di un medico, Roma ha bisogno di un architetto.

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I due anni di “politica marziana” del dimissionario sindaco Marino ci hanno permesso di focalizzare meglio le dinamiche della Capitale, grazie proprio a quello che è stato e non è stato fatto.

Marino ha contribuito a portare in luce le dinamiche perverse della gestione degli appalti, delle partecipate comunali, dei potentati mafiosi.

Questo gli va riconosciuto.

Marino ha avuto anche il merito di spingere fortemente verso una partecipazione cittadina allo sviluppo della città. Noi di Amate l’Architettura abbiamo avuto esperienze dirette in due occasioni: nell’area delle ex caserme di via Guido Reni (Qui i nostri sette articoli sulla vicenda delle ex caserme: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7) e per i cosiddetti piazzali est e ovest della stazione Tiburtina.

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Purtroppo la sua azione non è andata molto oltre, sicuramente anche a causa della assoluta inadeguatezza delle persone che compongono il suo partito a Roma.

Colpisce tuttavia, sui mezzi di informazione, l’assenza da tutti i commenti su una questione che a noi risulta lampante: questa consiliatura, come tutte le precedenti degli ultimi 30 anni, non ha mai proposto un’idea di città.

Sembra un discorso un po’ astratto, da architetti frustrati, ma a pensarci bene per una città, con problemi enormi e pochi soldi per risolverli, il modo migliore di razionalizzare le soluzioni è progettarle, possibilmente con soluzioni creative.

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Facciamo un esempio facile facile.

Il problema dei problemi dell’Urbe è il traffico. Il traffico si risolve con un trasporto pubblico efficiente (non con i parcheggi in centro!) con i disincentivi ad utilizzare mezzi privati ad elevato impatto ambientale (l’automobile) e con l’incentivo ad utilizzare quelli privati sostenibili.

Riguardo a questo punto è dimostrato dall’esperienza di altri contesti che la creazione di una rete efficiente di ciclabili, unita alla possibilità di utilizzo con bici dei mezzi pubblici, può scaricare un minimo di un 20% – 30% del traffico. L’unica proposta pervenuta in questi due anni, mentre andavano in malora le ciclabili esistenti, è stata quella di creare un circuito cittadino, il GRAB con l’unione di parchi, ciclabili esistenti e un paio di chilometri di ciclabile nuova.

Peccato che questo circuito sia un anello fine a se stesso, un percorso di svago per i fine settimana.

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Ben altra cosa era un progetto di ciclabili su sette strade consolari romane uniti a due percorsi anulari di congiunzione, presentato da #salvaiciclisti e rete mobilità nuova. Un vero progetto di mobilità alternativa, che dovrebbe essere integrato da un piano di riassetto urbano.

Durante questo periodo abbiamo assistito ad operazioni puntuali di immagine (la chiusura di via dei Fori Imperiali senza un piano di riassetto del centro storico), di speculazione (il nuovo stadio della Roma su aree a verde pubblico e privato e su terreno golenale, gravato con cubature incredibili non attinenti allo sport) e addirittura ad iniziative personali contrarie ai risultati di processi partecipativi già avviati, come nel caso del fermo di un anno a causa del sostegno del sindaco al progetto di un parco lineare sulla ex sopraelevata.

Roma ha grandi problemi ma altrettante potenzialità inespresse, come nel caso dei mercati rionali, (dove abbiamo partecipato al convegno “Un mercato non è solo un mercato” organizzato Carteinregola, presente l’Assessore Caudo) e ad un altro dal titolo: “Portare con se la biodiversità: piante e popoli che si muovono” del CNR, all’Expo di Milano 2015 (qui lo storify del nostro contributo) .

Torniamo a pensare ad una idea di città, coinvolgendo la gente, le associazioni e soprattutto quelli che le sanno progettare, gli architetti.

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L’Architettura partecipata è possibile!

10 Agosto 2014

Amate l’Architettura per quasi 6 mesi ha fatto parte del “Laboratorio di progettazione partecipata” promosso dall’Assessore alla Trasformazione Urbana Giovanni Caudo, all’interno dell’operazione “Caserme di Via Guido Reni”, e previsto nel Protocollo d’intesa siglato a Dicembre 2013 con Cassa Depositi e Prestiti per la valorizzazione dell’area ed il passaggio di quasi il 50% della stessa dal Demanio al Comune di Roma. Nell’operazione inoltre, a fronte della valorizzazione dell’area e della destinazione della parte Privata a Residenze, Alloggi Sociali, Attività Commerciali e Turistico-ricettive, l’altra parte invece Pubblica sarà destinata alla realizzazione del Museo della Scienza e di Attività ed Attrezzature di quartiere grazie al contributo straordinario che sarà versato dal Privato e che non potrà in ogni caso essere inferiore ai 43.000.000 di euro. Gli accordi con CDP ed il Protocollo d’intesa che dovranno essere resi ufficiali dopo l’approvazione della Delibera contengono, sempre secondo l’Assessore Caudo, altre due cose importanti:

1. la prima è che si faccia un “Concorso Internazionale” per elaborare il progetto del Masterplan dell’Area intera degli Stabilimenti Militari e che le linee guida per il Concorso vengano “tracciate” dai responsabili degli uffici tecnici competenti del Comune di Roma, insieme ad un “Laboratorio di progettazione partecipata” formato da cittadini, movimenti ed associazioni del quartiere Flaminio. Tutto ciò è già avvenuto, ed un documento elaborato da circa 15 Associazioni e Movimenti di cittadini del quartiere e non solo, è stato già consegnato all’Assessore nello scorso mese di Luglio;
2. la seconda è che il costo relativo al Concorso Internazionale di Progettazione sarà completamente a carico di Cassa Depositi e Prestiti, e non peserà sulle risorse economiche del Comune di Roma.

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L’approvazione della Delibera, sgombra il campo da molte critiche e sospetti che erano stati sollevati anche all’interno del “Laboratorio”, obiettando, giustamente, che non è mai stato fornito nessun documento che attestasse quanto detto sopra, anche dopo varie richieste formulate. Ma è altrettanto vero che non è stato mai fornito nemmeno alcun documento che attestasse il contrario. Nessuno ha mai dimostrato l’inesistenza di un Protocollo d’intesa, o che nel Protocollo ci fossero condizioni completamente diverse da quelle fornite da Caudo. Tanto è vero che la Delibera con la richiesta di Variante al PRG era già stata approvata in Giunta il 27 Dicembre 2013. Quindi, dopo più di dopo 5 mesi ed un percorso di “Progettazione partecipata” concluso, con una Variante di PRG pronta per essere approvata in Assemblea consiliare, sostenere che forse era meglio prevedere un Accordo di programma o un Print (Programma Integrato) al posto della Variante, sinceramente noi lo abbiamo trovato “incomprensibile” e soprattutto strumentale ad un chiaro “scontro” politico che, come da copione, le forze della “restaurazione” portano contro chi si propone di cambiare ed innovare. Evidentemente anche in politica la perdita di “abitudini e riferimenti certi e sicuri”, procura spesso panico e disorientamento soprattutto a chi vive l’impegno politico principalmente come professione e non come servizio. Questa purtroppo è una realtà che in Italia ha raggiunto oramai livelli patologici anche in ambiti importanti di rappresentanza.

A noi di Amate l’Architettura non interessa entrare in un “agone politico” e prendere posizione per una parte o per l’altra. Dalla fondazione del nostro Movimento nel 2009, crediamo in una partecipazione politica, non partitica, finalizzata al miglioramento delle condizioni urbane e sociali, offrendo il nostro contributo, sul tema dell’architettura, solo per la realizzazione di interventi utili e di qualità per la città e soprattutto per i cittadini. Per questo motivo eravamo rimasti sconcertati nel leggere, in questi ultimi mesi su tutti i quotidiani, che una parte evidentemente “influente” del PD, era riuscita quasi a convincere il Sindaco Marino della necessità di ritirare la delibera di Variante al PRG, che l’Assessore Caudo aveva preparato, per un’operazione che era stata già avviata da sei mesi (sic!).

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Quali sono le motivazioni per le quali definiamo “straordinario” questo risultato?
Per comprenderle ripercorriamo le principali tappe del cammino che ha portato a questa delibera.
Dal Gennaio/Febbraio 2014, su invito dell’Assessore Caudo e del Presidente del II° Municipio Gerace, si è costituito un “Laboratorio di progettazione partecipata” (al quale abbiamo partecipato attivamente, fin dalla sua formazione) per definire le linee guida del documento con il quale indire un Concorso Internazionale per il Progetto del Master Plan della Città della Scienza.
Nel mese di Luglio il “Laboratorio” ha consegnato all’arch. Geusa, Responsabile del Procedimento del Processo di partecipazione, il documento nel quale sono confluite tutte le proposte, le richieste e le indicazioni che le Associazioni, i Comitati ed i cittadini del quartiere Flaminio hanno formulato, concordato e condiviso dopo circa 6 mesi di riunioni settimanali nei locali messi a disposizione all’interno dell’area delle “Caserme”.
Il numero e la qualità delle Associazioni di cittadini che hanno condiviso e firmato il documento finale, senza entrare nel merito dello stesso, sono il valore aggiunto di questa operazione, che potrebbe diventare un punto di riferimento per operazioni e procedure analoghe.
Questi sono principalmente i motivi che ci hanno fatto accogliere con grande soddisfazione, finalmente, l’altra notte alle ore 2,00 del 7 Agosto 2014, l’approvazione della Delibera per la Variante di PRG sull’area di Via Guido Reni, secondo lo schema e l’iter voluto dall’Assessore Caudo. L’unico emendamento inserito nella Delibera approvata, è stato quello che prevede nel percorso da seguire, dopo il Concorso Internazionale, il ricorso al PRINT (Programma Integrato) nell’accordo definitivo con Cassa Depositi e Prestiti.
All’interno del Documento del Processo partecipativo Amate l’Architettura ha espresso qualche perplessità su quelle che potranno essere i metodi e le procedure di promozione e gestione del Concorso Internazionale che, come tutto il resto dell’operazione, dovrà contenere uguali elementi di innovazione, chiarezza e trasparenza come quelli messi in campo fino a questo momento. Il Concorso Internazionale si farà. Come e in che modo è da decidere e siamo fiduciosi che l’Assessore Caudo terrà fede a quanto promesso e più volte ripetuto sulla presenza e partecipazione del “Laboratorio” dei cittadini, delle Associazioni e Movimenti di quartiere a tutte le decisioni future.
E fino ad oggi non abbiamo proprio nessun elemento per dubitarne.

di Giorgio Mirabelli e Lucilla Brignola


Ignazio Marino – 3 domande

Nel lontano 2009 ponemmo 3 domande agli allora candidati alla carica di segretario del PD, rispose solo Ignazio Marino che oggi sembrerebbe il candidato ufficiale alla carica di Sindaco di Roma. Ripubblichiamo domande e risposte.

D. Nicolas Sarkozy, presidente di destra, tra i suoi primi atti, ha ritenuto opportuno riunire intorno a se i più famosi architetti mondiali. Con tale atto ha voluto sottolineare da una parte l’importanza che l’Architettura, intesa come arte di gestire il territorio, è una materia di fondamentale importanza per qualsiasi società che ritenga di definirsi civile, dall’altra ci ha ricordato che i principali responsabili della materia sono proprio gli architetti. Da candidato segretario, aspirante a governare l’Italia, che ne pensa?

R. Ritengo che quella di Sarkozy sia stata una giusta intuizione. Bisogna ammettere che in Francia la professione dell’architetto ha un ruolo istituzionale di ben altro valore che ha le sue origini nel sistema universitario e in come è stata intesa la professione fin dall’epoca napoleonica. Negli anni ‘80 Mitterand chiamò i più importanti architetti del mondo per cambiare non solo l’immagine di Parigi, ma la sua stessa anima. In Francia l’architetto è considerato non un semplice professionista ma un attore con una profonda coscienza sociale capace di modificare socialmente con la opera il territorio. E’ questo lo spirito che dobbiamo recuperare anche per ciò che riguarda il nostro Paese: più cultura del territorio, più cultura dell’ambiente e del progetto. Se l’iniziativa di Sarkozy può aiutarci ad alzare l’asticella e spronarci a fare meglio, ben venga.

D. Una delle leggi che crea maggiori mal di pancia agli architetti italiani, soprattutto i liberi professionisti, è la Legge Bersani, che ha abolito i minimi tariffari. Non ritiene che sia giusto prevedere, se non l’abolizione, almeno qualche meccanismo di compensazione? Se si, quale?

R. Bisogna levare i tappi che occludono il mercato delle professioni in generale. Dobbiamo moltiplicare le occasioni e le opportunità di lavoro per i giovani architetti, non possiamo chiuderci nella difesa delle corporazioni. Si può pensare, piuttosto, a incentivi fiscali che tutelino la professione soprattutto per i primi anni di attività, e aiutare quindi fiscalmente i giovani professionisti mettendo a disposizione spazi per atelier di progettazione e stabilendo con apposite norme che i comuni, le province e le regioni promuovano l’architettura moderna, anche e soprattutto con il ricorso al concorso di progettazione.
Le norme ad esempio introdotte dalla Regione Lazio nel “piano casa” recentemente approvato vanno, seppur timidamente, in questa direzione e vanno sostenute e generalizzate: trasformazioni urbane accompagnate da una maggiore qualità della progettazione e della esecuzione degli interventi.

D. Legge per l’architettura: art. 1 ………………….

R. Al fine di salvaguardare l’ambiente, il territorio e la salute degli abitanti, gli organismi centrali e periferici dell’amministrazione statale e le regioni, nell’ambito delle proprie autonome competenze, promuovono la dignità e l’identità dell’architettura, incentivano la qualità nella progettazione e nella realizzazione di opere edilizie pubbliche e private, favoriscono l’accesso dei progettisti alla professione sostenendo il concorso di progettazione come sistema prioritario che premi il merito nell’assegnazione di incarichi pubblici.