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Pagliardini e il mal di Bilbao

27 Gennaio 2011

Prendo spunto da un post apparso sul sito di Pietro Pagliardini: “L’effetto Bilbao è finito ma si sono dimenticati di dircelo”.

Volevo commentare brevemente ho finito con lo scrivere questo articolo.

Come Giulio Paolo nei commenti al post, mi ritrovo anche io d’accordo su alcune considerazioni esposte; poco o per nulla nelle conclusioni.

Evidentemente le opinioni che ci dividono non risiedono tanto nelle analisi delle problematiche di fondo a cui si vuole dare una risposta, quanto piuttosto nell’interpretazione che si da a queste analisi e soprattutto nelle risposte che riteniamo corretto dare alle domande che tutti ci poniamo; qui molto probabilmente non ci troviamo.

Condivido pienamente la sottile distinzione espressa nel post tra la creatività fine a se stessa e l’innovazione culturale profonda e sedimentata nel substrato sociale di una società, laddove un singolo gesto creativo da solo non basta a modificare l’approccio culturale di una intera società.

Per incidere positivamente nella trasformazione di un’intera città, il semplice ricorso ad un architetto di grido non può essere sufficiente.

È evidente che mentre può esistere creatività senza innovazione, non è riscontrabile il contrario; non può esserci innovazione senza creatività.

La creatività di un singolo manifestata in un sistema culturale arretrato e conformista, non può che risultare alla lunga un episodio. Viceversa le società più aperte e dinamiche sono anche quelle che riescono ad accogliere la creatività in maniera positiva trovando al loro interno le risorse per trasformarla in innovazione.

In aggiunta osserverei che comunque le iniziative dei singoli, i singoli gesti creativi, specie se guidati dalle istituzioni, possono contribuire fortemente a modificare l’approccio culturale di una struttura sociale; quello che nasce come moda si trasforma poi in uso e consuetudine per divenire infine costume o tradizione. Addirittura opere e personaggi che inizialmente faticano ad entrare nel bagaglio culturale collettivo di una città, attraverso un processo progressivo di identificazione sociale, col tempo possono anche divenire simboli ed icone della città stessa (valga per tutti la Torre Eiffel).

Il gioco di relazioni tra la capacità creativa dei singoli e l’humus culturale urbano in cui questi operano si manifesta senza soluzione di continuità e con risultati complessi e variegati. Tentare di stabilire una gerarchia tra questi due aspetti dell’evoluzione sociale è un po’ come volere stabilire se è venuto prima l’uovo o la gallina. Qui, mi pare, cominciano le distinzioni tra il pensiero di Pagliardini e il nostro (almeno il mio).

Questo meccanismo duale appare ancora più complesso se analizzato da un punto di vista dello sviluppo economico, laddove è decisamente difficile, se non impossibile, individuare una diretta connessione di causa ed effetto tra l’andamento macroeconomico di una città e il successo o l’insuccesso di un determinato approccio architettonico (comunemente associato con lo stile).

Altro tema è ovviamente criticare un amministratore pubblico che pretenda di risolvere i problemi della città “delegando” le proprie prerogative all’architetto o peggio ancora cercando di risolvere problematiche complesse sperando in un potere taumaturgico dell’architettura (errore in cui cadono spesso anche molti architetti); nei casi peggiori questa ingenuità si trasforma in malafede e demagogia.

Nel caso di Bilbao osservo che il tentativo del sindaco fu allora tutt’altro che una operazione demagogica; con un anticipo di almeno un decennio egli dimostrò di comprendere che sullo scenario globale, la sfida del rilancio della città non poteva più giocarsi sulle vecchie risorse tradizionali (industrializzazione e commercio) ma doveva giocarsi su percorsi nuovi; occorreva cioè tentare di conferire alla città un nuovo ruolo, diverso dal tradizionale produttivo/industriale; questo modello alternativo fu individuato nel rilancio culturale da attuarsi attraverso un forte intervento di creatività architettonica. Il sindaco attuò il suo programma contro l’opinione dei cittadini.

Come Bilbao molte città europee fortemente industrializzate (spesso legate a economie mono produttive come l’acciaio) sono passate attraverso crisi economiche cicliche; la globalizzazione ha reso tali crisi sempre più pesanti; il bisogno di reinventarsi nuove collocazioni economiche nel paesaggio globale è diventato per molte città europee una necessità di sopravvivenza.

Massima priorità la diversificazione (essenziale per contrastare le crisi di settore).

Naturale in Europa pensare di rivolgersi al mercato culturale/turistico.

In Italia potremmo citare esempi simili di rilancio urbano di città post industriali: Genova (nel 92 con le Colombiadi e nel 2004 come capitale della Cultura) e Torino (con le Olimpiadi del 2006). In entrambi i casi possiamo ritrovare lo stesso “modello” economico incentrato prevalentemente sul rilancio dell’offerta turistico/culturale non esclusivamente storico conservativa quanto anche di produzione creativa e innovativa.

Bilbao è divenuta alla fine un luogo di produzione e commercializzazione dell’architettura.

Allora si celebrò con entusiasmo in ogni parte del mondo (moltissimo in Italia) il fatto che l’architettura decostruttivista (osteggiatissima nelle università italiane), non solo risultava realizzabile su vasta scala, ma riusciva addirittura a generare un volano economico positivo tale da divenire addirittura conveniente economicamente, giustificando i suoi alti costi di realizzazione.

Quel caso ha fatto scuola e si è riprodotto a livello mondiale scatenando il fenomeno delle archistar con tutte le degenerazioni che conosciamo; poiché l’elemento economico e finanziario ne è stato allora il punto di forza oggi, in piena fase di restaurazione culturale, appare logico e conseguente demolirne la validità con un approccio analogo.

Ma volere giudicare la validità di un progetto di architettura alla luce delle congiunture economiche che colpiscono la città in cui il progetto si è realizzato è quantomeno riduttivo; aggiungerei fuorviante.

Secondo questa chiave di lettura potrebbero essere messi in discussione molti dei monumenti storici italiani. Potremmo ad esempio giudicare con estrema severità quell’atto di imperio urbano che è Pienza, solo perché alla morte di Pio II vennero meno anche le ragioni di sviluppo di quel piccolo borgo? A Roma, San Pietro stessa, nella sua complessa e centenaria edificazione, non ha costituito per secoli il principale volano economico della città? i costi della nuova chiesa progettata da uno straniero (Bramante) furono anche allora oggetto di aspre critiche e polemiche, non per questo oggi San Pietro è un monumento meno rappresentativo della città.

Così come ora Pienza non sarebbe tale senza le opere arbitrariamente imposte da papa Piccolomini così oggi Bilbao è univocamente e definitivamente identificata con il Guggenheim. Dobbiamo pensare che esaurita la spinta economica generata dalla sua edificazione, il popolo di Bibao pretenderà in massa la demolizione del museo (magari perché progettato da un canadese) oppure si può ragionevolmente supporre che i cittadini di Bilbao oggi (dopo solo 10 anni) tenderanno a identificarsi con il monumento che li ha resi famosi nel mondo?

Viceversa siamo sicuri che un progetto di recupero urbano meno eclatante, magari più “rispettoso” della tradizione culturale basca, oltre a rilanciare la città con la stessa efficacia, avrebbe portato alla città una “solidità culturale” tale da consentirgli di passare indenne la crisi economica mondiale in atto?

Rispetto a chi, anche seguendo mode e facili consensi, cerca comunque di promuovere lo sviluppo della città, risulta molto più censurabile l’atteggiamento inverso, quello di chi pretende di mascherare problematiche complesse e di difficile soluzione cercando di attribuirne le cause all’architettura o ad un suo determinato approccio. Ciò è tanto più grave in quanto su questi presupposti diviene estremamente facile trascendere nell’ideologia rendendo spesso faticoso e poco costruttivo il dibattito sulla città.

Concludo con una piccola provocazione citando proprio una frase del post:

“come è possibile che una persona, un architetto, venuto da fuori a svolgere un incarico progettuale possa conoscere la realtà sociale, economica, produttiva, culturale di una città con quattro visite pubbliche e risolva tutti i problemi? Evidente che non può essere così, evidente che siamo nel campo della pura immagine e della propaganda”.

Chissà che ne pensa Alemanno di questa considerazione?