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Cu nasci tunnu un’ pò moriri quadratu

6 Agosto 2012

Un altro eclatante esempio di come il potere economico e finanziario operi per deturpare il nostro paesaggio storico. Un altro centro storico aggredito da un’opera realizzata assolutamente fuori dal contesto.

La storia è sempre quella: il potere economico e finanziario è alla ricerca di opere che ne celebrino il potere; le archistar di turno hanno capito che in questa civiltà dominata dal culto dell’immagine, costruire senza alcuna regola, in barba a qualsiasi riferimento contestuale, seguendo la semplice regola della spettacolarità autoreferenziale, è la scelta che paga di più.

Questa scelta paga poi di più se calata al centro delle città, dove il valore culturale è massimo e universalmente riconosciuto e dove le loro invenzioni hanno più probabilità di generare clamore.

Così governanti e architetti  se ne vannoa braccetto per le città storiche a cercare sempre nuove occasioni di celebrare il loro onanismo; mostrano i loro muscoli per suscitare l’ammirazione del popolo, e così facendo calpestano e deturpano quell’ecosistema fragile che è il patrimonio dei nostri centri storici.

Se mai ci voleva un ulteriore esempio di come il delirio di onnipotenza di chi governa le città e degli architetti che danno forma a questo delirio, ecco un ulteriore caso.

Ecco quindi nel bel mezzo di uno dei più straordinari centri storici italiani, l’ennesimo edificio eretto a celebrere il potere istituzionale: il Palazzo dei Consoli a Gubbio (progetto di Angelo da Orvieto).

Esso svetta come un macigno per almeno 50 metri sopra la città, rendendosi visibile in tutta la sua imponenza da ogni parte del bogo eugubino; una massa bianca, un cubo astratto calato dall’alto, noncurante della trama urbana che lo circonda.

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Come se non bastasse questo cubo bianco (slegato dal contesto anche per l’uso dei materiali) è stato poggiato su una piazza aperta che l’architetto ha pensato bene di realizzare sui tetti delle case limitrofe. Un altro schiaffo al Genius Loci urbano, in omaggio al demiurgo di turno che, pur di dare ai frequentatori della piazza la possibilità di godere del panorama sottostante, non ha esitato a lasciare un segno indelebile nella città. Una ferita che difficilmente il tempo o la storia potranno rimarginare.

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Non possiamo inoltre tacere i colossali errori di progettazione dovuti al dislivello tra il piano della piazza e l’accesso al palazzo, che ha reso necesario aggiungere una scala di accesso (e i disabili?), divenuta subito un pretesto per aggiungere scempio su scempio; un inutile vezzo artistico e creativo, velleitario nella forma (pura gestualità fine a se stessa), realizzato a spese dei contribuenti.

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Come recita un proverbio siciliano “Cu nasci tunnu un’ pò moriri quadratu” (chi nasce tondo non può morire quadrato), una saggezza popolare che è sembrata sfuggire a chi ha realizzato il Palazzo dei Consoli a Gubbio. I danni e le ferite al tessuto urbano della città sono ancora oggi ben visibili e hanno condizionato il paesaggio in maniera indelebile.

Non resta che augurarci che le future amministrazioni si rivelino più sagge e abbiano il coraggio di demolire questa opera, restituendo al continuum storico la primitiva dignità.

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Dobbiamo tristemente constatare che anche le nuove generazioni sembrano piegarsi alle logiche conformiste del potere e della speculazione; ecco infatti un esempio di come questo modo di progettare la città stia già facendo proseliti in altre parti del mondo.

Ecco infatti un altro cubo spaziale che Koolhaas ha fatto cadere dallo spazio in quella meravigliosa città che è Porto (tra l’altro patrimonio dell’Unesco). Non nascondiamo le affinitità formali: un cubo immerso in una larga piazza, noncurante del contesto; c’è persino la scalinata di accesso esterna…..

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