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Amate l’Architettura! Alla ricerca della passione perduta

Una volta esisteva la matita: l’oggetto più amato per un architetto, lo strumento che, attraverso la mano, permette di tradurre le idee creative in linee e segni che possono poi prendere mille forme, generando lo spazio costruito. Non potevo, e non posso tuttora, andare in giro senza la mia matita: mi sentirei perso e nudo. Eppure, per le nuove generazioni di professionisti sembra essere diventata un oggetto misterioso, che ha speranza di tornare di moda solo per il revival del vintage. vista-generale_bis10Esagero?

Non dice questo la mia esperienza, fatta di scontri con l’abitudine della progettazione al computer che non permette e non permetterà mai di gestire un processo creativo: questo passa dall’unione di tanti segnacci che, pur apparentemente senza senso, si accendono dando vita ad oggetti coerenti, inizialmente presenti solo nella visione del progettista. Eppure trovo un problema più grande di questo nelle nuove generazioni di professionisti, qualcosa che non riesco a capire è che mi fa avvelenare oltremisura: dov’è l’amore per l’architettura?

Dov’è la voglia di raggiungere i propri obiettivi?spaslab_29 Dov’è la voglia di investire sulla propriavita professionale?Nella mia esperienza ho dovuto superare, come tutti, milioni di difficoltà, primo architetto della mia famiglia, malgrado un cognome prestigioso. Una cosa non è mai venuta meno, pur sbattendo contro mille porte chiuse: la passione! Perché? Perché fare architettura non è mai stato un lavoro, bensì un modo di essere al quale, pur volendo, non sarei riuscito a scappare. Questo è il mio pensiero riguardo all’architettura con la A maiuscola e prescinde dalle opportunità che un professionista riesce ad avere nel proprio percorso lavorativo. Non pretendo di trovare tanto in tutti i giovani professionisti, ognuno può interpretare la propria vita come vuole. Ma, a prescindere da questo, ritengo necessaria la professionalità, che sta nell’approccio al proprio lavoro e che, oggi, trovo drammaticamente apatico.

12432875_10207641708874370_2141961632_o2Mi sento veramente un architetto Matusalemme quando penso che “ai miei tempi” vedevo voglia di fare, voglia di imparare per poter dire la propria, voglia di creatività pura, voglia di investire in sé stessi pur di superare tutti i gap che ci lascia, ahimé, la nostra scuola di architettura. La crisi degli ultimi anni ha lasciato profondi strascichi nella nostra professione: uno sfruttamento tale che, alla fine, ti toglie stimoli di fare qualsiasi cosa e ti porta semplicemente ad essere uno sterile disegnatore.

dscf0186Per questo motivo, posso capire quando i giovani non si sentono per nulla partecipi dei processi progettuali, ma resto basito quando, pur avendone l’opportunità, l’apatia regna sovrana: perché? Non perdevo occasione per cercare di entrare nei progetti in maniera sempre attiva, con l’occhio creativo che, spesso, si “scontrava” con quello più esperto dei colleghi più grandi, con i quali non mi sottraevo mai ad un confronto dal quale scaturivano le idee migliori per ogni situazione. Che belle discussioni, chini per ore sui mega fogli aperti sul tavolo, con le matite in mano alla ricerca della migliore soluzione distributiva o formale. Poi, ognuno disegnava quello che doveva al computer, al quale ho sempre lavorato malgrado il mio amore sviscerato per la matita. Mi sono fatto in otto per trovare il mio primo lavoro personale e quando sono riuscito ad ottenere qualcosa, non è stato importante che, a consuntivo, non ci abbia guadagnato nulla: era mio! Che soddisfazione quando le righe che sporcavano i miei fogli si trasformavano in oggetti veri, quando gli spazi immaginati diventavano reali, passo dopo passo, malgrado gli errori fatti sobbarcandomi i rischi dell’inesperienza, pur di raggiungere i miei amati obiettivi. E oggi? Come si può pretendere di costruire una fruttuosa professione quando non si è disposti a mettersi in gioco? Prendere la professione di architetto come un lavoro impiegatizio non vale assolutamente la pena: una vita di sofferenza (e di poche soddisfazioni, specie economiche) che non trova riscontro se non giustificata da un’inguaribile e inevitabile passione, senza la quale consiglio sempre di cambiare strada.

Immagini: disegni di Stefano Pediconi e fotografie di Giulio Paolo Calcaprina

Editing: Daniela Maruotti

concorsi subprime

27 dicembre 2015

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E’ uscito da alcuni giorni un concorso di idee denominato “Lighthouse sea hotel” gestito da YAC, che sta per Young Architect Competitions, un società che promuove concorsi di progettazione ed architettura, rivolti a giovani progettisti, neolaureati o ancora studenti.

Non è la prima volta che ci arrivano da YAC segnalazioni di concorsi e già in passato ne abbiamo dato notizia.

Stavolta abbiamo voluto approfondire il contenuto di questa competizione per verificare il valore della proposta. Siamo rimasti interdetti e vi proponiamo i risultati delle nostre analisi.

Il tema del concorso internazionale è la proposizione di una struttura turistico-alberghiera nell’area del faro del Capo Murro di Porco, a Siracusa.

La prima cosa (senz’altro la meno importante) che ci lascia perplessi è la presentazione del concorso: al breve testo delle “regole” sono accompagnati fotomontaggi di realizzazioni famose in contesti analoghi. E’ una operazione assimilabile ad una persuasione occulta della tipologia delle proposte desiderate. Forse é una svista ma suscita perplessità sotto l’aspetto della professionalità di YAC.

Leggendo le “regole”, dopo poche sommarie notizie storiche, il bando incentra l’attenzione sulla regione Sicilia, analizzando il contesto in sottocapitoli: sistema territoriale, sistema naturale, sistema di rete, sistema vincolistico.
La descrizione di quest’ultimo ci ha fato scattare un campanello d’allarme. Il sito riporta: “
pur nella tutela dei valori di ricerca propri del concorso, a motivo della rara qualità architettonica e paesistica espressa dal faro e dal proprio contesto, di seguito si riporta un elenco del genere di operazioni ammesse o vietate in seno alla competizione”. Segue poi un elenco di ciò che si può o non si può fare. Sinteticamente è ammessa l’edificazione ad un piano per 3000 mq massimo, all’interno del sito, che garantisca un disegno armonico con il paesaggio.

Il bando dà anche indicazioni su quattro possibili tipologie ricettive: il resort, il landscape hotel (per amanti della natura), il sea center, orientato a sport acquatici, ricerca e didattica sul mare e l’art hotel. Il tema del bando è sulla proposta del mix ricettivo unitamente a quella architettonica.

La domanda che ci siamo posti, leggendo il bando, è questa: se è un sistema di rara qualità architettonica e paesistica, possibile che non sia vincolato?

Facendo una semplice ricerca abbiamo scoperto che tutto il Plemmirio, la penisola in cui è compreso il faro è area marina protetta dal 2004.

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Nell’area proposta dallo YAC la riserva marina è di tipo “A”, cioè integrale. Per capirci, in una riserva integrale non è consentita neanche la balneazione o la navigazione a remi. Si possono solo fare escursioni subacquee, con personale autorizzato, in rapporto non superiore 1/5.

Non si può fare quindi (giustamente) nulla.

Tuttavia YAC scrive che: “è ammessa la realizzazione di strutture galleggianti sulla costa, ed un eventuale collegamento fra il livello del mare e quello del faro”, anzi si spinge oltre: “Eleganti suite mimetizzate nel territorio, un prestigioso ristorante ed un raffinato attracco con incantevoli passeggiate panoramiche, sono solo alcune delle possibili suggestioni allineate con detta vision.” (attenzione vision non è un errore di battitura, questa gente scrive così).

Insomma in un concorso di idee, a quanto pare, si può proporre di tutto, fregandosene del contesto.
Ma che senso ha?

Vediamo di cucire insieme una serie di informazioni rilevabili dal web.

Su Wikipedia, alla voce “area marina protetta Plemmirio”, al paragrafo criticità, troviamo scritto: “Negli ultimi anni è sorta una polemica a causa del progetto, di una società svizzera, di costruire un villaggio turistico all’interno della Area marina Protetta. Il luogo dove dovrebbe sorgere la struttura è la cosiddetta “Pillirina” o Punta della Mola, oggetto di manifestazioni e comitati in difesa del territorio. La vicenda potrà dirsi totalmente chiusa solo se verrà istituita anche la riserva terrestre che bloccherebbe di fatto qualsiasi nuovo insediamento.

Inoltre, ed è il fatto più eclatante, quasi contemporaneamente è stato indetto un bando di gara per la concessione di 11 fari, tra cui Murro di Porco, nell’ambito di Valore Paese – Fari, una iniziativa promossa dall’Agenzia del Demanio.

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Il bando (15_10_12_1_lotto-4_information-memorandum;15_10_12_2_lotto-4_allegati-information-memorandum), indetto il 5/10/2015 con scadenza il 12/01/2016, è volto alla valorizzazione delle strutture esistenti attraverso “offerte più vantaggiose” che si concretizzeranno in una concessione da 6 a 50 anni, accompagnate da elaborati attestanti la validità del programma di valorizzazione, da un piano di gestione, e da un cronoprogramma, uniti ad un progetto architettonico di recupero, restauro e ristrutturazione, con un dettaglio fino alla scala 1:200.

Attenzione però, nel bando del Demanio c’è un grimaldello che è il seguente: “Qualora la proposta di valorizzazione comporti una variante, si dovranno indicare le funzioni di progetto, esplicitando l’iter di adeguamento urbanistico previsto”.

Tiriamo allora una sintesi di tutto il ragionamento:

ad ottobre 2015 esce un bando di valorizzazione dei fari (dell’Agenzia del Demanio), con scadenza gennaio 2016, il bando prevede la valorizzazione di 11 fari lasciandosi uno spiraglio per varianti urbanistiche;
il 23 novembre 2015 YAC ci comunica il concorso di idee, con un’idea ben diversa riguardo alla valorizzazione, con scadenza 29/01/2016.
Tuttavia l’Agenzia del Demanio è presente in entrambi i bandi: nel primo come promotore, nel secondo come ente collaboratore e patrocinatore, avendo anche un suo membro in giuria.

Che senso ha promuovere due bandi quasi contemporanei, ma di impostazione così diversa, sullo stesso tema?

Per aiutare i giovani architetti? No.

Mentre le norme del concorso del demanio richiedono una comprovata esperienza (non è per giovani quindi), le regole del bando dello YAC prevedono che: “I partecipanti possono essere studenti, laureati, liberi professionisti; non è necessario essere esperti di discipline architettoniche o iscritti ad albi professionali.” L’importante è che ogni gruppo ospiti almeno un giovane tra i 18 e i 35 anni.
Se c’è già un bando finalizzato alla realizzazione di un’opera, a cosa serve il bando dello YAC, a giocare? A fornire un’alta occasione di riflessione sull’architettura?
Potrebbe essere così, se non fosse richiesta una tassa di iscrizione al concorso, fatto non scontato, che, messo insieme alla possibilità di partecipare tutti, anche agli studenti diciottenni di una scuola per estetisti di Hong Kong, fa assomigliare questa iniziativa ad una riffa.

Lo YAC è una società privata che ha tutto il diritto di promuovere queste iniziative, che sono, lo diciamo chiaramente, assolutamente legali. Quello che ci sconcerta è che a questi è stato dato il patrocinio del Demanio, del ConsiglioNazionale degli Architetti (che dovrebbe valorizzare la professione di architetto), dell’Ordine degli Architetti di Siracusa, delle Università La Sapienza di Roma, di Bologna e del Politecnico di Milano, tutti Enti volti allo sviluppo del patrimonio umano e dei giovani architetti italiani.

Può inoltre un concorso, patrocinato anche dall’area marina del Plemmirio non tenere conto dei vincoli di una riserva integrale, seppure per un concorso di idee?

Un ultimo dubbio infine. Non sarà che attraverso questo concorso, sostenuto, ricordiamolo da Riminifiera e patrocinato da Federalberghi, si vogliano cercare idee eclatanti da integrare al concorso per la valorizzazioni dei fari? E magari produrre una variante urbanistica?

Tante domande, nessuna risposta. Una sola cosa è certa: “cca dii picciotti ‘un ci nni futti nenti” (Qui non ci interessano i giovani).

Alla ricerca del lavoro perduto

21 novembre 2015

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L’inizio della ricerca del lavoro è sempre uno scontro con la dura realtà ma, per un Architetto, può davvero riservare sorprese al limite dell’immaginabile, per la mia esperienza, indicative della attuale e, purtroppo, penosa situazione in cui versa la nostra amata professione a tutti i livelli.
Appena laureata, armata di belle speranze ma anche di volontà, ho iniziato “la ricerca” del mio primo lavoro attraverso internet che, sappiamo, è uno strumento libero ed alla portata di tutti ed è, o sembra, il “luogo” dove possono incontrarsi domanda ed offerta in modo limpido e meritocratico.

Così come molti ho fatto la normale trafila: si manda il proprio curriculum a studi, più o meno noti, ed affascinati dai rendering accattivanti che mostrano i siti, si spera ardentemente di entrare a far parte del team. Se il neolaureato è fortunato gli viene proposto uno stage non retribuito della durata di svariati mesi, da 3 a 9 in genere, e questo è il caso “standard”.

Ma si sa che la fantasia non manca nel nostro campo ed ognuno di noi “architetti con la crisi” ne ha viste delle belle!

Il caso più singolare che mi è capitato da neolaureata è stato sicuramente quello di uno studio di Roma. Il lavoro da svolgere era questo: ognuno dei (tanti) collaboratori doveva cercare, sempre su internet ed al suo pc, due concorsi e parteciparvi a nome dello studio. Il collaboratore che vinceva un concorso veniva pagato a un prezzo fisso molto basso (ben diverso dal premio!) perché il restante serviva per “finanziare altri concorsi”, mentre chi non vinceva nessun concorso non veniva semplicemente pagato lavorando, in pratica, solo per arricchire con i suoi render il portfolio dello studio. Quando ho ricevuto la mail che conteneva questa proposta sono rimasta a bocca aperta e non ho neanche risposto.

Un’altra illuminante esperienza l’ho avuta durante un colloquio presso uno studio di giovani architetti che mi hanno chiesto: “ma tu hai un pc portatile da portare qui in studio? Ma da quanto tempo ce l’hai? No perché se non è veloce non va bene, ci serve un collaboratore con pc portatile nuovo!!”, il tutto per la miserrima “paga” di 150 euro al mese full time anche di sabato! Purtroppo o per fortuna, col senno di poi, non avevo e non ho un pc portatile performante e quindi mi hanno scartata senza neanche avvertirmi, naturalmente.

Il divertimento maggiore tra neolaureati era raccontarsi le esperienze di colloqui e le risposte che ricevevamo alle mail che mandavamo, con tanto di curricula e portfolii pieni di rendering e speranze universitarie. Ricordo che ad una mia amica e collega hanno avuto il coraggio di proporre come rimborso spese “150 euro + panini” per un tirocinio full time, un’altra lavora a tutt’oggi (5 anni dopo) per un architetto che le dà un fisso di 800 euro al mese e fa lei tutto il lavoro: progettazione, direzione dei lavori, pratica amministrativa e firma. Uno dei più bravi tra i miei colleghi lavora all’Ikea, ed è felice.

Ma io ero determinata a fare esperienza e farmi pagare.
Finalmente, dopo 6 mesi, trovai uno studio che mi prese a 400 euro al mese full time per 9 ore di lavoro al giorno: ero felicissima.
Rientravo in uno dei migliori casi in cui può incorrere un neolaureato e mi diedi molto da fare, peccato che, se prima eravamo due collaboratrici di studio, dopo tre mesi ero rimasta l’unica superstite con il doppio del carico alla stessa paga ed ovviamente, non riuscendo mai a finire entro le 19.30, con conseguente orario di lavoro tragicamente dilatato a mie spese.
Continuavano però ad entrare nuovi lavori e così, con un po’ di coraggio, feci la ingenua richiesta di un aumento e la risposta non fu un “no”, che avrei comunque apprezzato visto che la chiarezza vince sempre, ma un “vediamo, dai, dal mese prossimo”; bene, manco a dirlo, la frase è stata ripetuta per i successivi tre mesi.
Fortunatamente era estate e la mia voglia di andare al mare mi ha fatto avere il buon senso di abbandonare la baracca.

Dopo quasi un anno e un bel po’ di esperienza in più, cercando di nuovo lavoro, mi sono imbattuta in un gruppo di architetti e grafici che mi hanno chiamata per un colloquio che vale la pena raccontare: alle 3 di pomeriggio, con un caldo da morire, l’architetto “capo”, un signore molto robusto e “paffutello” di età 75 anni circa, mi fa la fatidica domanda “architetto, ma lei è fidanzata?” io davvero quasi non potevo trattenermi dal ridere ma devo dire che a volte l’apparenza inganna e quindi non si pensi che questo distinto signore volesse provarci!! No! Era molto serio invece, infatti, da precedenti domande che mi aveva posto come “ma lei quindi non è di Roma? Va spesso a trovare la sua famiglia? I suoi amici si trovano a Roma?” ho capito, solo dopo, che non era l’istinto sessuale a spingerlo su un terreno imbarazzante, più per lui che per me, ma le stesse ragioni del lupo cattivo della favola Cappuccetto rosso: “… è per sfruttarti meglio!!”

Ma non finisce qui! La più allucinante però è capitata ad un mio amico che ha fatto un colloquio presso l’abitazione di un architetto molto facoltoso ed amante dell’arte nella sua casa di Prati. Il povero mal capitato s’è trovato sottobraccio a questo anziano signore con “atteggiamenti ambigui” e di fronte ad un garbato ma fermo rifiuto delle profferte del potenziale datore di lavoro “il lavoro” è diventato in un batter di ciglia un tirocinio non retribuito con una sola via e prospettiva dichiarata: “poi se ci sono i finanziamenti…”; ogni cosa ha il suo prezzo, evidentemente.

Nel frattempo e, fortunatamente, ho incontrato anche persone corrette a riprova che non bisogna mai perdere le speranze e, grazie a ciò che ho imparato proprio da queste ultime, sto cercando dei lavoretti per conto mio per farmi in qualche modo conoscere.

Come 5 anni fa, non avendo parenti o amici che necessitino di lavori a casa, mi sono rivolta di nuovo al famigerato amico internet.

Ed ecco che si è riaperto il vortice! Tra architetti che svendono certificazioni energetiche su Groupon a 35 euro (vorrei chiedere a questi colleghi se hanno trovato un avanzatissimo rilevatore satellitare a ultrasuoni nell’uovo di Pasqua… come fanno il rilievo obbligatorio?) e quelli che per 300 euro  offrono un progetto di ristrutturazione completo ovunque in Italia e nel mondo (genius loci… una cosa che si vende su ebay?), sono però incappata in una proposta davvero interessante, la più interessante di tutte:  dall’invitante  nome  “a cena con l’architetto”  (probabilmente si ispira al titolo del film “la cena dei cretini”) è una sorta di contest aperto a clienti e progettisti e riesce a essere peggio del noto portale Cocontest che già di per sé agisce con meccanismi dubbi.

Funziona così: il potenziale cliente/utente va su facebook alla fan page dell’iniziativa e posta le foto e le piantine degli ambienti che vuole ristrutturare. Gli architetti (o studenti di architettura, poverini perché no?!) si iscrivono alla fan page e cliccano “mi piace” sulle foto degli ambienti che vorrebbero ristrutturare. Dopo un mese le richieste più “mipiaciate” vengono messe a bando interno e i progettisti pubblicano le loro proposte, sempre sulla pagina facebook. Il progetto più “mipiaciato” vince! Che fortuna! Il progettista vince nientepopodimenoche… 100 euro! E in più gli viene offerta persino una cena con il cliente in cui gli tocca pure dargli consigli sul colore delle piastrelle del bagno! Lungi dal progettista pensare di svolgere veramente il lavoro e prendersi il dovuto compenso! Geniali, davvero.

La conseguenza va ben oltre l’inevitabile perdita di qualità del progetto: la standardizzazione delle soluzioni progettuali, dovuta alla sempre maggiore rapidità e del minimo costo richiesti, elimina, purtroppo, tutta una serie di fattori indispensabili al lavoro dell’architetto:  la visita del luogo da ristrutturare, il rilievo, la riflessione, l’ascolto delle reali esigenze del cliente, la ricerca, l’elaborazione di più soluzioni, il dialogo col cliente, l’approdo alla soluzione finale.

In pratica elimina la nostra professionalità e la scelta per il committente.

Solo noi architetti possiamo far rispettare e valorizzare la nostra professione ed abbiamo l’obbligo morale di farlo anche se siamo disperatamente alla ricerca di lavoro.
La politica al ribasso non funziona mai ed il lavoro va pagato sempre e se non viene pagato bisogna rifiutarlo e chiamarlo con il suo nome: sfruttamento.



Editing: Daniela Maruotti
Immagini: da archivio pubblico

Basta ingiustificata precarietà e inammissibile sfruttamento

Condividiamo in pieno le parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e denunciamo da tempo lo sfruttamento dei giovani professionisti al contrario del Consiglio Nazionale degli Architetti che difende gli sfruttatori.

Il Movimento “Amate l’Architettura” e il Comitato Iva Sei Partita rispondono alla lettera del Presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti  Freyrie in merito alla regolarizzazione delle finte partite iva.

Le motivazioni del Presidente Freyrie sono incomprensibili e sbagliate, non si può continuare a ignorare l’esistenza e il perdurare di un fenomeno di sfruttamento dei giovani professionisti.

Dai dati raccolti tramite il sito www.ivaseipartita.it emerge infatti che il 71%, di chi ha compilato il questionario, non si considera un lavoratore autonomo e l’81% ha aperto la partita iva perchè imposta da parte dal datore di lavoro, il 75% non ha nessuna forma di contrattazione scritta e il 71% non può concordare gli orari di lavoro.

La Presidenza del CNA esprime la sua contrarietà senza addurre nessun dato reale del fenomeno, nessuno vuole costringere i professionisti a diventare dipendenti, non si deve confondere la collaborazione tra professionisti con la sottomissione tra datore di lavoro e dipendente.

SCARICA LA LETTERA E INVIALA ANCHE TU AL  CNA

Leggi la lettera:


Architetto Leopoldo Freyrie

Presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti PPC

Via di Santa Maria dell’Anima,10   00186 Roma

Fax  06 6879520

direzione.cnappc@archiworldpec.it – direzione.cnappc@archiworld.it

e p.c.

Sen. Mario Monti

Presidente del Consiglio dei Ministri

Prof. Elsa Fornero

Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali

Dott. Corrado Passera

Ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture

Prof. Avv. Paola Severino

Ministro della Giustizia

Roma  30-03-2012

Oggetto: Chiarimenti in merito alla Sua lettera del 27/03/2012Prot. 0000402

Gentile Architetto Freyrie,

Non capiamo la Sua contrarietà alla norma di regolarizzazione delle finte partite iva, inserita nel disegno di legge sulla riforma del lavoro, e non condividiamo la Sua lettera al Governo italiano.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha recentemente dichiarato: “Basta ingiustificata precarietà e inammissibile sfruttamento, le giovani generazioni, sulle quali grava già un debito pubblico che tende a diventare un fardello insopportabile, devono poter accedere al mercato del lavoro in modo che non siano penalizzate da ingiustificate precarietà o da forme inammissibili di sfruttamento”.

Nelle parole del Presidente Napolitano appare drammaticamente urgente, necessario e non più rimandabile la cessazione delle ingiustizie nel mondo del lavoro, tra cui le finte partite iva.

Sembra che Lei non conosca la realtà italiana: esistono migliaia di giovani professionisti che vengono sfruttati da studi medio grandi e da società di ingegneria che li obbligano a comportarsi da dipendenti, tenendoli però a partita iva con stipendi da fame.

Non si capisce il perché, o forse è chiaro: si vuole confondere le idee facendo ipotesi che non hanno nulla a che vedere con la norma, come quella che il cliente dovrebbe essere obbligato ad assumere il suo architetto di fiducia.

Nella Sua lettera, Lei ipotizza di risolvere gli abusi ricorrendo alla vigilanza sul rispetto delle norme deontologiche, non da parte degli attuali Ordini Professionali, ma dei futuri Ordini riformati nel senso della terzietà: in questo modo ammette candidamente l’effettiva incapacità di svolgere il proprio compito degli attuali Ordini per conflitto d’interesse, rimanda la soluzione del problema a future ed eventuali nuove Istituzioni, e ignora che questo fenomeno interessa anche professionisti che lavorano per srl e imprese non tenute a rispettare il codice etico dell’Ordine, ma la legge dello Stato.

Lei prima dichiara che: “gli iscritti agli Albi hanno un’autonomia tecnica e professionale che contrasterebbe con i doveri del dipendente nei confronti del datore di lavoro, basato sul principio dell’assoggettamento“, e poi che: “due quinti dei nostri iscritti sono dipendenti“, cadendo in un’evidente contraddizione.

Questa norma, volta a presumere, salvo prova contraria, il rapporto di effettiva dipendenza tramite tre parametri, non vieta collaborazioni oltre i sei mesi e non obbliga nessun professionista a diventare dipendente, ma lo garantisce dallo sfruttamento, conferendogli il potere di difendersi dagli abusi e quindi il potere contrattuale di decidere le modalità della sua prestazione. E’ necessario infatti, se si ha a cuore la qualità dell’architettura italiana, riequilibrare il mercato della progettazione: se oggi nelle gare pubbliche ci sono professionisti che fanno sconti dell’80% è anche perché possono contare su una moltitudine di giovani colleghi che vengono sottopagati e costretti a lavorare a partita iva.

Gli studi medio piccoli possono tranquillamente continuare a lavorare senza allarmismi: devono semplicemente non confondere il rapporto di collaborazione, che ci può essere con altri colleghi, con il rapporto di dipendenza, che si basa sul principio dell’assoggettamento, come da Lei giustamente ricordato.

Con i migliori saluti.

Amate l’Architettura

Movimento per l’Architettura Contemporanea

www.amatelarchitettura.com

info@amatelarchitettura.com

Ivaseipartita

www.ivaseipartita.it

info@ivaseipartita.it

Sette fischi brevi e uno lungo

19 febbraio 2012

Possono queste riforme, liberalizzazioni, esser state pensate per favorire i giovani?

Per favorire i giovani si sarebbe potuto cambiare la legge che governa gli appalti di servizi: per esempio scorporando il progetto preliminare e definitivo dall’esecutivo e direzione lavori. Dando la possibilita’ ai giovani di partecipare a concorsi anche essendo al primo esercizio contabile e non avendo i fatturati assurdi che le leggi vigenti chiedono per progettare anche un chiosco.

Per favorire i giovani si sarebbe potuto metter mano ai contratti che regolamentano le prestazioni professionali all’interno degli studi.

Per favorire i giovani si sarebbe potuto caldeggiare una riforma profonda del sistema universitario che li forma e che li fa uscire impreparati al mondo del lavoro, e non sara’ un tirocinio professionale fatto negli ultimi anni di facolta’ a favorirne l’ingresso nella professione.

Per favorire i giovani si sarebbero dovuti imputare alcuni capitoli di bilancio per incentivare la loro formazione  per esempio con l’internazionalizzazione.

Infine per favorire i giovani avrebbero dovuto fare in modo che restare a lavorare ancora in Italia avesse un senso.

Il brain draining con queste riforme economiche, da liberista del nuovo millennio, non si fermerà e i nostri migliori elementi continueranno a scappare dall’Italia degli economisti, capaci solo di alzare tasse e di rendere ancora piu`invivibile questo paese. Non si intravedono ancora le vere riforme strutturali, quelle indirizzate a dare una vera sterzata non solo alla questione economica, che forse potrà anche essere normalizzata, ma soprattutto a quella  culturale e di indirizzo del paese, allo stato attuale completamente assente. Qual’è il fine? E cosa vogliamo che l’Italia sia domani?

L’economia non può avere come suo fine se stessa. L’economia deve essere uno strumento al servizio di una visione più ampia. Una visione di indirizzo culturale e morale. Come puó interessarmi sapere che domani avrò raddrizzato la situazione economica, quando avrò creato un popolo che ha come unico suo valore il profitto a tutti i costi e fine a se stesso?

Dov’è il perfezionamento morale e la tendenza alla comunione sempre più intima e vasta fra tutti i membri della famiglia umana che si predicava di raggiungere con il liberalismo (mazziniano prima e crociano dopo)? Come si pensa di raggiungerlo?

Se per raggiungerlo si pensa di dover passare attraverso la guerra dei poveri, attraverso i ribassi da “pane oggi per fame domani” allora l’Italia continua ad essere per i professionisti onesti (e non solo professionisti) un paese dove non conviene stare e lavorare, perchè sopravviveranno a questa politica cieca solo pochi forti gruppi di società con capacità di spesa.

Disarmante anche la tecnica di screditamento del dissenso, espressa dalle varie “corporazioni”, messa in atto dal governo. Il messaggio che passa è quello che il dissenso è normale che ci sia poichè “abbiamo toccato interessi incrostazioni” del mercato. Un dissenso quindi di matrice reazionaria indirizzato a proteggere i grandi interessi economici acquisiti. Nel nostro caso quali sono? I minimi tariffari? Non ci sono mai stati nel privato e nel pubblico erano l’unico baluardo, necessario, ma non sufficiente (se guardiamo alle strutture pubbliche crollate a L’Aquila), ancora esistente per far si che gli edifici pubblici si costruissero con serietà.

Al contrario questa casta di privilegiati degli architetti li vuole e li invoca i cambiamenti come via di salvezza dall’estinzione dell’architettura sul suolo italiano, ma vuole cambiamenti che abbiano veramente la loro efficacia, che siano in grado di smuovere veramente la situazione e che non siano le ennesime manovrine di facciata.

Manovrine che in un contesto sociale degradato come è quello attuale, avranno come unico risultato quello di arricchire ancora di più i furbi. La “casta” degli architetti chiede riforme più radicali. Riforme più coraggiose e democratiche. Rivendica la pretesa che  possa esistere una giustizia che ponga un freno all’accaparramento del lavoro per vie traverse legalmente inaccettabili, rivendica la pretesa che le gare possano essere esperite su base meritocratica e non sulla base di una competizione economica, data a forza di remunerazioni che non coprono neanche i costi di produzione, e che poco hanno a che vedere con il sistema meritocratico teorizzato da liberalisti e liberisti.

Da anni assistiamo inermi al degrado culturale delle nostre città costruite allo stesso modo, con gli stessi criteri, da destra e sinistra. Da anni assistiamo allo stupro dei nostri territori occupati da quartieri senza anima, specchio del degrado culturale in cui la nostra società versa governata da politici, incolore, dove l’architettura, la visione dello spazio e financo la sicurezza stessa degli edifici si piegano sotto il peso della speculazione economica.

Progetti di quartieri che vengono tirati fuori dai cassetti degli imprenditori, sempre uguali e ripetibili all’infinito fino a far traboccare le loro tasche di soldi. Non importa che poi tali quartieri manchino in infrastrutture o creino disagio sociale, l’importante è il profitto a tutti i costi.

I sette fischi brevi e l’ultimo lungo sono già suonati per molti di noi quando ancora studenti, ci accorgevamo dell’arretratezza culturale in cui versava la nostra facoltà e le nostre cittá vernacolari e uguali. Molti se ne sono andati a lavorare fuori e molti altri continueranno ad andarsene finchè le riforme serie non daranno reali possibilità di lavoro per giovani e non più giovani, finchè l’Italia non tornerà ad essere fonte di cultura, finchè l’Italia non sarà più preda degli speculatori finanziari, finchè la dignità non tornerà ad essere di nuovo un valore, finchè quei fischi non smetteranno di dare il loro amaro, triste, e desolante messaggio di abbandono!

Christian Rocchi – professionista e architetto

da 13 anni 5 volte responsabile per l’ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Roma e Provincia di progetti, che godono di finanziamento europeo, che permettono agli architetti sotto i 35 anni di abbandonare l’Italia!

Lettera di una collega all’Ordine di Roma

Egregio Presidente e cari Colleghi,

ho meditato a lungo se scrivere o no questa lettera, forse sperando inconsciamente che la situazione migliorasse col tempo.

In realtà non solo non è migliorata, ma peggiora sempre più.

La tanto dibattuta crisi della professione dell’architetto, che l’Ordine sta seguendo e a cui partecipa assiduamente con interventi appropriati in sedi istituzionali o mediante canali collaterali, è purtroppo aggravata sì dalla situazione economica che stiamo vivendo, ma soprattutto dal degrado culturale ed etico a cui stiamo assistendo ormai da tempo. E’ chiaro agli occhi di tutti, anche di noi “giovani”, come fare questo mestiere stia diventando sempre più difficile, soprattutto se si vuole farlo in modo corretto e trasparente.

Ho utilizzato volontariamente la parola “mestiere” e non “professione”, perché per arginare questo svilimento inesorabile credo sia necessario recuperare il senso civico e morale che esisteva quando l’architettura era un mestiere e fare l’architetto era una missione sociale e culturale.

Ormai spesso agli occhi delle istituzioni e del committente l’architetto è una figura superflua che fa solo lievitare le spese senza portare il beneficio evidente del lavoro manuale di un tecnico specializzato o di un operaio.

Le nuove  leggi in materia di interventi privati  di manutenzione  ne sono la  conferma         (DL 40/2010 e DL 78/2010).

Questa mancanza di riconoscimento dall’alto, dalle istituzioni, purtroppo, parte dal di dentro, dalla categoria stessa.  Ed è un’anomalia del nostro Paese, perché attraverso esperienze all’estero ho constatato  che altrove esistono il rispetto e il riconoscimento della professionalità, sia da parte del committente che della società stessa, che si traducono in rapporti professionali tra colleghi e tra privati con compensi economici corrisposti spontaneamente ed in maniera adeguata.

Come possiamo pretendere il rispetto di chi non conosce e non comprende a fondo il nostro lavoro, quando in primis sono gli stessi colleghi a non difendere il proprio operato e  quello degli altri, quando si è persa la voglia e la capacità di trasmettere conoscenza ed esperienza ai più giovani ed è rimasta solo l’esigenza di sfruttare l’energia e il bisogno di mettersi in gioco dei più inesperti?

Un neo-laureato, ma anche un architetto giovane con alcuni anni di esperienza già alle spalle, non viene considerato più una risorsa su cui investire, ma solo forza lavoro nuova per dare linfa ad uno studio tecnico in cui, una volta acquisita più sicurezza, insieme a nuove esigenze ed anche un po’ di frustrazione, viene sostituito, spesso con preavviso nullo, da un altro con meno pretese e meno consapevolezza.

Stiamo assistendo all’avanzare di un esercito di dipendenti con Partita Iva, finti liberi professionisti che in realtà sono impiegati, che lavorano dalle 8 alle 10 ore al giorno al computer, come disegnatori Cad, che fatturano i soliti 800-1000 € al mese, che non hanno diritto ad un giorno di malattia o di ferie, che non vedono riconosciuto il loro lavoro intellettuale, ma solo meccanico, che si pagano da soli contributi e tasse.

Ci sono annunci di lavoro, anche sul sito dell’Ordine, in cui si richiede la candidatura di architetti ( a volte è indifferente se siano architetti, ingegneri o geometri !?) per stage gratuiti full time, anche di sei mesi, con pallide prospettive di una  successiva regolarizzazione. In pratica, ci sono strutture che si mantengono su manovalanza gratuita ricambiata periodicamente, che non solo sviliscono il senso del lavoro, ma possono anche offrire sul mercato prestazioni professionali a prezzi stracciati, dato che le spese di collaborazione sono pressoché nulle.

Ed in questo modo il cerchio si chiude, arrivando a coloro che cercano di lavorare come liberi professionisti, magari inizialmente con pochi mezzi, ma con la voglia di dare il meglio in quello che fanno. Spesso questi sono schiacciati tra l’economia che non gira, il che si traduce in ingenti anticipi di spese,  incarichi sia pubblici che privati non pagati o pagati con molto ritardo, e la  concorrenza sleale di colleghi, che lavorano al massimo ribasso e con tempi ridotti all’osso.

Sono certa di interpretare e dare voce al pensiero di tanti architetti, che come me vorrebbero cambiare le cose, ma sanno che da soli non si va da nessuna parte, e spero di attirare l’attenzione di quelli che non avevano ancora messo a fuoco il problema.

Mi auguro di sensibilizzare i giovani, ma anche i meno giovani, coloro che sono affamati di lavoro e di esperienza, affinché non sottostiano a proposte di collaborazione svilenti per la persona e per la professione e non diano l’indispensabile ricambio di forza lavoro per sostituire quelli che si ribellano e dicono no.

Finché ci saranno architetti disposti a tutto pur di lavorare, che non fanno valere i loro diritti e non danno il giusto peso e valore alle loro prestazioni professionali, e non saremo tutti uniti,  sarà impossibile ricostruire e rivalutare il nostro lavoro e faremo così il gioco di quelli a cui la situazione fa comodo e non intendono perciò cambiarla.

Purtroppo la mancanza di lavoro è una condizione gravissima, per la persona e per la sua autostima, e sono ben consapevole della necessità impellente di guadagnare e di trovare una collocazione nel mondo sociale e professionale, ma se tutti incanalassimo le nostre energie nella stessa direzione, anche se con un po’ di sacrificio, credo che potremmo evitare l’emorragia di cervelli che fuggono all’estero ed accelerare i tempi di cambiamento per ricominciare presto e meglio a fare quello per cui abbiamo tanto lottato: l’architetto.

Con osservanza

arch. Cinzia Mauriello

Promuoviamo l’Architettura italiana under 40

Visto il successo dell’iniziativa, per far fronte alle numerose richieste di inviare i progetti di giovani architetti, l’Editore e il GiArch hanno deciso di prorogare la data di chiusura della selezione. Di  conseguenza, il nuovo termine per l’invio della documentazione è il 20 giugno 2011.

Il GiArch è un Associazione Nazionale che raggruppa le Associazioni di Giovani Architetti Italiane, i Comitati o le Consulte o le Commissioni degli Ordini degli Architetti Provinciali Italiani presenti sul territorio italiano. Lo scopo è di promuovere e difendere l’immagine ed il valore della professione dell’Architetto attraverso azioni e attività comuni.

Ha l’obiettivo di consentire ai Giovani Architetti, attraverso il Coordinamento di Associazioni, Comitati, Consulte e Commissioni Giovani, di esprimersi sulle problematiche di categoria, su temi culturali e professionali, nonché di promuovere la valorizzazione dell’immagine e della professionalità del giovane architetto, nel rapporto con le Istituzioni, la committenza e la collettività.

Il GiArch intende inoltre sensibilizzare la collettività sul ruolo sociale dell’architettura e dell’urbanistica, per il quale è fondamentale favorire adeguato riconoscimento alla figura professionale dell’architetto, inteso non solamente come “tecnico” ma anche come attore indispensabile per governare i processi complessi della trasformazione del territorio e dello sviluppo sostenibile. Il GiArch ha anche lo scopo di coordinare, promuovere e potenziare sul piano nazionale le attività poste in essere dalle singole associate, con riguardo alla sua funzione di rappresentanza sociale e di categoria, nonché di tutelare gli interessi morali e professionali della stessa, anche promuovendo se necessario, azioni ed iniziative presso le amministrazioni e le autorità competenti.

Si propone inoltre di favorire l’avviamento dei Giovani Architetti alla vita professionale; di promuovere lo studio di temi e la risoluzione di problemi oggetto della professione o di interesse della categoria, di favorire tra i Giovani Architetti legami di amicizia, collaborazione e solidarietà.

Noi di Amate l’architettura condividiamo in pieno le finalità e gli obiettivi del GiArch, non possiamo, quindi, non segnalare un’importante iniziativa che il  Coordinamento Nazionale dei Giovani Architetti Italiani e l’UTET Scienze Tecniche® promuovono per l’architettura italiana under40.

Lo scopo è di raccogliere, selezionare e diffondere i migliori progetti di architettura realizzati da giovani architetti italiani.

Proseguono infatti anche nel 2011 la collana di volumi lineaGiArch, inaugurata con la pubblicazione di due volumi nel corso del 2010.

LineaGiArch presenta una selezione dei migliori progetti costruiti da giovani architetti italiani under40, illustrando ogni singolo lavoro dal concept iniziale fino ai particolari costruttivi in dettaglio.

I progetti selezionati saranno inoltre esposti in una mostra itinerante in Italia e all’estero e saranno pubblicati nelle banche dati e sui siti on line dell’Editore.

La selezione si svilupperà interamente in forma palese. Non ci sono vincoli di tipologia o destinazione d’uso o dimensione del progetto. Non c’è alcun costo di iscrizione o partecipazione.

bando-giarch

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